IL CONTRIBUTO «NEON»-AVANGUARDISTA ALLA CONCRETIZZAZIONE DI UNA ORIGINALE ANTI-«FORMA-POESIA», la «soglia», il «chorastico», il «soggetto», l’«oggetto», la «merce»  di Ivan Pozzoni

helmut newton modelle Vogue con la moglie

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo di Ivan Pozzoni

     La svolta, nell’arte contemporaneissima, avviene ad inizio millennio, nel momento in cui i due nuclei teoretici della democrazia estetica («“dare voce” ai morti, ai dimenticati, ai diseredati dell’umanità e della storia») e della rivolta della nuova anti-«poesia» chorastica contro il sistema-«poesia» si combinano nell’intuizione, infra classem, del riconoscimento della sconfitta / crisi dei modelli, classici, di scrittura tradizionale: «L’io lirico moderno nasce, come “anima inquieta”, dall’Aha-erlebnis dell’hic et nunc, dalla memoria del senso individuale (autopsia) […] L’essere umano / artista, svincolato da un intenso senso di comunità, si abbandona ad un anacoretismo da estrema difesa, distante da istanze di comunicazione e di condivisione» [La sconfitta della scrittura. Ai confini tra uomo e arte, in I. POZZONI, Galata morente, Villasanta, Limina Mentis, 2010, 12 e 14].

La crisi della nozione tradizionale di comunità condanna i modelli di scrittura tradizionale all’«autismo» artistico. Come monomi dello stesso binomio cadono, insieme, regione dei monti, terra di oi barbaroi, modo dall’emotività spontanea dello thumós e regione della città, terra della civitas comunitaria, modo della razionalità organizzata del lógos: rimane, in una inesorabile «situazione-limite», la regione intermedia della chóra, terra di nessuno e di tutti, no-where zone, abitata da individui condannati a vivere su un’eterna «soglia». «L’inclusività, tratto naturale della nozione occidentale di comunità, è sostituita da un orizzonte di esclusione in cui si dibattono disorientati individui in cerca di sicurezza e di un momento di sollievo dall’ansia […] sulle tracce della nozione di esclusività Bauman arriva ad assimilare nozione di “comunità minima” (stato minimo nozickiano) del tardo-moderno e modello del reality show, […] coniando l’immagine teoretica di “comunità guardaroba”, idonea a sostituire uffici e funzioni della nozione tradizionale di comunità» [La crisi della nozione tradizionale di comunità: nuove forme di dominanza e di resistenza in I. POZZONI (a cura di), Demokratika, Villasanta, Limina Mentis, 2010, 10/11].

Milano, 11/12/1960 Nella foto: Eugenio Montale

Milano, 11/12/1960
Nella foto: Eugenio Montale

Fuoriuscendo dall’immagine baumaniana di una «centrifuga socioculturale» e dalla cartografia infernale della miseria (Onfray), le nuove élites dominanti si svincolano, come da una zavorra, dalla nozione stessa di «identità», massimo frutto del modello moderno di comunità, riscoprendosi «nomadi». Contro l’ideologia di una vita trendy difesa da una minoritaria e inafferrabile élite nomade, contro una «società dello spettacolo» irrigidita dalle norme del super-capitalismo consumista, contro ogni esaltazione estrema delle forme e della forma, le sacche «marginali» di resistenza e sovversione devono erigere barricate basate su un’etica cinica e antiformalistica, irrobustita dal ricorso all’anonimato e alla serena accettazione di esso; combattendo le élites dominanti sulla medesima dimensione del nomadismo e dell’inafferrabilità, trasformandosi in mostri anti-mostro, i centri «marginali» di resistenza e sovversione devono sostituire, a tentativi di edificare etiche tradizionali, cadute vittima della crisi della comunità occidentale, coi suoi istituti e coi suoi ordinamenti, istanze di concretizzazione, nelle assemblee dell’arte, di etiche estetiche (estetiche normative, sostenute dalla metaetica emotivista, nata con A.J. Ayer e conciliata col normativismo di Hare da C.L. Stevenson), centrate sull’incontro tra metaetica emotivista e antiformalismo artistico.

Messa al bando la nozione tradizionale di comunità dal concetto di «comunità guardaroba», non cessano, nelle aree «marginali» di resistenza e sovversione, i tentativi di costruire nuovi modelli di comunità, ricavati dall’intersezione tra etica ed arte; vivendo in simbiosi con l’universo morale, il mondo dell’arte sarà centro di irradiazione d’una innovativa weltanschauung democratica (democrazia estetica). Guerrilla metrica, combattimento artistico, rivolta sovversiva contro ogni forma moribonda di «poesia» civile e di «poesia» a-civile sono i tratti di una coerente anti-«poesia» chorastica, intesa come medium massimo di auto-determinazione individuale e di dialegesthai comunitario.

Roma, La grande bellezza fotogramma, Jep Gambardella in cammino a fianco l'acquedotto

Roma, La grande bellezza fotogramma, Jep Gambardella in cammino a fianco l’acquedotto

Cosa significa «Chorastikà», cioè i canti della «soglia»? Descriverei il significato di «chorastico» con un utilissimo termine rubato, a fini terapeutici, da Binswanger a Jaspers e, originariamente, da Jaspers a Von Gennep e Turner: «liminalità» [«[…] lo stato o la qualità di ambiguità che esiste nella fase centrale di determinati eventi o rituali (come un rito di passaggio o di una rivoluzione a livello di società), durante il quale l’individuo o gruppo partecipante non detiene più il suo status pre-rituale, ma non ha ancora raggiunto lo status che terrà quando il rituale è stato completato»]. La chóra è, nelle colonie elleniche antiche, la situazione liminale tra polis e oi barbaroi, la «situazione-limite» jaspersiana, tra città e monti, tra civiltà e barbarie, tra ragione ed emozione, tra forma e a-forma. I nostri versi chorastici, liminali, stanno, storicamente, nella crisi («situazione-limite») del moderno, nel tardo moderno, cioè sulla «soglia» tra due evi, tra due società, tra due categorie di weltanschaungeen. Cade ogni mera eventualità di «forma-poesia». Perché nel tardomoderno collassa l’entità minima di correlazione tra semiotica e mondo reale, basata sul trinomio classico «soggetto» / «verbo» / «oggetto», in un devastante corto circuito della mímesis tra semiotica e mondo. L’identità tra mondo e «grammatica» si disintegra: «soggetto» e «soggetto nominale», «azione» e «verbo», «oggetto» e «complemento oggetto» acquistano significati diversi, causati da un incontrastabile “balzo in avanti” del mondo:

San Remo 2009 Bonolis in danza

San Remo 2009 Bonolis in danza

Molte cose sono successe negli ultimi venti o trent’anni. Per cominciare, abbiamo sperimentato la “rivoluzione amministrativa fase due”, surrettiziamente condotta all’insegna del “neoliberismo”. Gli amministratori culturali sono passati dalla “regolazione normativa” alla “seduzione”, dalla sorveglianza e dal pattugliamento quotidiani alle pubbliche relazioni, e dall’imperturbabile, iperregolato e routinario modello di potere panottico, che tutto sorvegliava e tutto monitorava, al dominio esercitato gettando il dominato in uno stato di incertezza e precarietà generalizzate [Unsicherheit], e al continuo quanto casuale sconvolgimento della routine. Poi è stata smantellata gradualmente anche quella struttura, tenuta in piedi dallo Stato, entro cui generalmente venivano esercitati gli aspetti preminenti della politica della vita quotidiana individuale, e quest’ultima è passata / slittata verso l’ambito presidiato dal mercato dei consumi [Z. Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, Roma-Bari, Laterza, 2010, 171].

Cade, ontologicamente, il concetto classico di «soggetto», inteso come costitutivo attivo dell’«azione»: il «soggetto» diviene homo eligens («L’unico “nucleo d’identità” destinato sicuramente ad emergere illeso, e forse perfino rafforzato, dal cambiamento continuo è quello dell’homo eligens – l’“uomo che sceglie”, ma non “che ha scelto”!– di un io stabilmente instabile, completamente incompleto, definitamente indefinito e autenticamente inautentico […]» [Z. Bauman, Vita liquida, Roma-Bari, Laterza, 2008, 26]). L’homo eligens, nuovo «soggetto», è costituente attivo dell’azione («attore»)

Lo smembramento e la disabilitazione dei centri tradizionali, sopraindividuali, rigidamente strutturati e fortemente strutturanti, sembrano correre in parallelo con la centralità emergente dell’io reso orfano. Nel vuoto lasciato dalla ritirata di autorità sempre più evanescenti, ora è l’io che si sforza di assumere, o è costretto ad assumere, la funzione di centro di Lebenswelt […] Il compito di tenere insieme la società (qualunque cosa possa significare “società” in condizioni di modernità liquida) viene “sussidiarizzato”, “subappaltato”, o semplicemente ricade sotto l’egida della politica della vita quotidiana […] [Z. Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, cit., 15], assumendosi la libertà dell’assunzione di ogni decisione connessa alla «[…] politica della vita quotidiana […]» come «sforzo» individuale; l’homo eligens, nuovo «soggetto», è, nello stesso «istante», costituente «non»-attivo dell’azione («vittima»):

mandel'stam foto segnaletica nel lager 1938

mandel’stam foto segnaletica nel lager 1938

Le forme tradizionali e istituzionali con cui si affrontano ansie e insicurezze nella vita familiare e di coppia, nei ruoli sessuali, nella coscienza di classe, nonché nei relativi partiti e nelle istituzioni, perdono importanza, e in misura corrispondente si attribuisce questo compito ai soggetti [U. Beck, La società del rischio, Roma, Carocci, 2013, 100] e C’è una tendenza all’emersione di forme e condizioni di esistenza individualizzate che costringono gli uomini, nell’interesse della loro sopravvivenza materiale, a fare di se stessi il centro dei propri progetti e della propria condotta di vita [ivi, cit., 113], rientrando il «compito» della decisione nella categoria della «coazione», coercizione, o costrizione. L’homo eligens, nuovo «soggetto» storico, è, nel medesimo «istante», «soggetto» e «oggetto», «attore» e «vittima», dell’«azione» sociale. Parimenti cade, ontologicamente, il concetto classico di «oggetto», come costitutivo «non»-attivo dell’«azione»: l’«oggetto» diviene homo consumens («[L’attività del consumo] è diventata, agli occhi dei cittadini delle odierne società occidentali, una sorta di modello, o di parametro di riferimento, per tutte le altre attività. Giacché […] un ambito sempre più esteso della vita sociale viene ad essere assimilato al “modello del consumatore”, non sorprende più di tanto che la “metafisica” del consumismo sia diventata, strada facendo, una specie di filosofia implicita di tutta la vita moderna» [C. Campbell, I shop therefore I know that I am, in K.M.Ekström- H.Brembeck, Elusive Consumption, Oxford, Berg, 2004, 41/42], dove un’ottima definizione del «[…] modello del consumatore […]» sia «[esso] associa l’idea di “soddisfazione” a quella di “stagnazione economica”: i bisogni non devono mai avere fine […] prevede che i bisogni di ciascuno di noi siano insaziabili, e in perenne ricerca di nuovi prodotti attraverso cui essere soddisfatti» [D. Slater, Consumer Culture and Modernity, Cambridge, Polity Press, 1997, 100]), o, secondo Gilles Lipovetsky in Le bon-heur paradoxal (2006), homo consumericus. L’homo consumens, nuovo «oggetto», è costituente «non»-attivo dell’azione («merce»)

film fotogramma Elio Petri Ursula Andress e Elsa Martinelli

film fotogramma Elio Petri Ursula Andress e Elsa Martinelli

Per farsi strada a gomitate nel denso e opaco, “deregolamentato” campo di battaglia della competitività globale, e poter conquistare l’attenzione del pubblico, beni, servizi e messaggi devono indurre desideri, e a questo fine devono sedurre i possibili clienti e battere i concorrenti proprio nella seduzione. Ma una volta che ci sono riusciti, devono fare spazio, e in fretta, per altri oggetti di desiderio, nel timore che si possa arrestare la caccia globale ai profitti, sempre maggiori (ribattezzati “crescita economica”) [Z. Bauman, Dentro la globalizzazione, Roma-Bari, Laterza, 2010, 88],

Essendo obiettivo di «seduzione» e non avendo nessuna facoltà di «[…] scelta di scegliere […]» («[…] i consumatori hanno tutti i motivi di pensare che sono loro, e loro soli, forse, a controllare il gioco. Sono i giudici, i critici, quelli che scelgono. Possono, dopo tutto, rifiutare ciascuna delle infinite scelte a disposizione. Tranne una: la scelta di scegliere tra quelle […]» [ivi, cit., 94]), come ogni altro essere “inanimato”; l’homo consumens, nuovo «oggetto», è, nello stesso «istante», costituente attivo dell’azione («evento»)

foto kate-moss-mert-marcus-playboy-60th-anniversary-09

helmut newton modelle Vogue con la moglie

Ma per la società capitalista avanzata, votata alla continua espansione della produzione, questo è un quadro psicologico estremamente limitante che alla fine cede il passo a un’“economia” psichica del tutto diversa. Il capriccio sostituisce il desiderio quale forza propulsiva del consumo [H. Ferguson, The Lure of Dreams: Sigmund Freud and the Construction of Modernity, London, Routledge, 1966, 205], dotato del carattere libertario del «capriccio». L’homo consumens, nuovo «oggetto» storico, è, nel medesimo «istante», «oggetto» e «soggetto», «merce» ed «evento», dell’«azione» sociale. Il mondo tardomoderno circonda l’«azione» di «soggetti» attivi e «non»-attivi e di «oggetti» «non»-attivi e attivi, di «autori», di «vittime», di «merci» e di «eventi»:

Nella società dei consumatori nessuno può diventare soggetto senza prima trasformarsi in merce, e nessuno può tenere al sicuro la propria soggettività senza riportare in vita, risuscitare e reintegrare costantemente le capacità che vengono attribuite e richieste a una merce vendibile. La “soggettività” del “soggetto” […] è imperniata su uno sforzo senza fine del soggetto stesso per essere e restare una merce vendibile. La caratteristica più spiccata della società dei consumi è la trasformazione dei consumatori in merce […] [Z. Bauman, Consumo, dunque sono, Roma-Bari, Laterza, 2010, 17], e viceversa.

cinema fotogramma di un film di Antonioni

fotogramma di un film di Antonioni

Per narrare, con i nostri inutili meta-récits grands récits» in Lyotard), la concreta implosione di «soggetto» e «oggetto» sull’«azione» è divenuto insufficiente il richiamo a una «forma-poesia» fondata, con l’«immagine» tridimensionale o con la «metafora», sul trinomio classico «soggetto nominale» / «verbo» / «complemento oggetto». La soluzione, molto complessa, allo scollamento della mímesis tra semiotica e mondo, è rinvenibile a] nella concretizzazione di una efficace anti-«forma-poesia», introdotta da un’aggiornata e combattiva «neon»-avanguardia e orientata a riformare l’intera «grammatica» novecentesca, e b] nella ri-definizione di un «predicato nominale», di una originale ontologia estetica, in grado di ridare energia o, addirittura, di novare al / il trinomio «soggetto nominale» / «verbo» / «complemento oggetto» (dilemma teoretico dell’«identità»). La stessa «critica», con massima umiltà, deve assumere coscienza del cambiamento del suo statuto metodologico:

Per quanto riguarda la “ricettività alla critica” la nostra società segue il modello del campeggio, mentre all’epoca in cui la “teoria critica” ricevette una forma definita a opera di Adorno e Horkheimer l’idea di critica era inscritta, non senza ragione, in un altro modello, quello della casa comune con le sue leggi e regole, l’assegnazione dei compiti e il controllo delle prestazioni [Z. Bauman, La società individualizzata, Bologna, Il Mulino, 2002, 130/131].

 Insomma, chi non abbia orecchio da intendere, in tenda: noi abbiamo iniziato a utilizzare la roulotte.

Ivan Pozzoni Qui gli austriaci CopSono nato a Monza (MB) il 10-06-1976, miei contributi sono stati inseriti in riviste filosofiche italiane e internazionali (Annuario Centro Studi Giovanni VailatiEpistemologiaNovecentoA&IDiogeneDialegesthaiIl ContributoInformación FilosóficaParènklisisAquinasFoedusModelli & TeorieIl ProtagoraUno/MoltiPer la FilosofiaAnnali FerraresiNotizie di PoliteiaItinerariAnnuario della filosofia italianaFilosofia oggi CarteviveOtto/Novecento Libro ApertoRivista Rosminiana); miei contributi e frammenti ametrici sono stati inseriti in riviste d’arte italiane e internazionali (UTOsservatorio LetterarioHistoricaIl foglio clandestinoArenariaFermentiForum ItalicumSìlarusSudestLa mosca di MilanoFarePoesiaIl foglio volanteParolePunto d’incontroInversoLa ClessidraPickwickProspektivaAvanguardiaIncrociIl filo rossoI fiori del maleOfferta Speciale – AeoloIl Monte AnalogoPoeti e PoesiaItalian Poetry ReviewIl fiacre n.9Il denaroNarrazioniLaMRivista Letteraria – Campi immaginabiliL’inchiostro Pomezia Notizie Universo – Peloro 2000 Fatece Largo Il salotto letterario L’immaginazione Proa Italia Π Il saggio Opera Nuova Euterpe Segreti di Pulcinella Il Segnale Il richiamo Il convivio – Il caffè – Sagarana – Kuq e Zi – PasticheLa battanaDecomporre PuntoLe voci della lunaVerdeIl lettore di ProvinciaNóemaGradivaAlla bottega).

 Ivan Pozzoni Patroclo non deve morireSono uscite mie raccolte di versi: Underground (A&B, 2007), Riserva Indiana (A&B, 2007), Versi Introversi (Limina Mentis, 2008), Androgini (Limina Mentis, 2008), Lame da rasoi (Joker, 2008), Mostri (Limina Mentis, 2009), Galata morente (Limina Mentis, 2010), Carmina non dant damen (Limina Mentis, 2012), Il Guastatore (Cleup, 2013), Patroclo non deve morire (deComporre Edizioni, 2013) e Scarti di magazzino (Limina Mentis, 2013); ho curato antologie di versi: Retroguardie (Limina Mentis, 2009), Demokratika (Limina Mentis, 2010), Triumvirati (Limina Mentis, 2010) [raccolta interattiva], Tutti tranne te! (Limina Mentis, 2010), Frammenti ossei (Limina Mentis, 2011), Labyrinthi IIIIIIIV (Limina Mentis, 2013), Generazioni ai margini, NeoN-Avanguardie, Comunità nomadi, Metrici moti, Fondamenta instabili, Homo eligens, Umane transumanze, Forme liquide e Scenari ignoti (deComporre, 2014); nel 2008 sono stato inserito nell’antologia Memorie del sogno, di A&B Editrice, nel 2009 nell’antologia Paesaggi, di Aljon Editore, nel 2010 nelle antologie Rosso e Taggo e ritraggo di Lietocolle, nel 2011 nelle antologie Insanamente, di FaraEditore, Dal tramonto all’alba, di Albus Edizioni, e Verba Agrestia 2011, di Lietocolle, nel 2013 nelle antologie Il ricatto del pane, con CFR Edizioni e Le strade della poesia, con Delta3 Edizioni, nel 2014 nell’antologia L’amore ai tempi della collera, con Lietocolle. Ho collaborato, con saggio, ai volumi collettivi Ricerche sul pensiero italiano del Novecento (Bonanno, 2007), Le maschere di Aristocle. Riflessioni sulla filosofia di Platone (Limina Mentis, 2010), Centocinquant’anni di scienza e filosofia nell’Italia unita (Limina Mentis, 2011), Scienza e linguaggio nel Novecento italiano (Limina Mentis, 2012) e Pensare la modernità (Limina Mentis, 2012); sono usciti miei volumi e volumi collettivi da me curati: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale. I Pre-socratici (Limina Mentis, 2008), L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Limina Mentis, 2009) [mon.], Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press, 2009) [mon.], Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina Mentis, 2009), I Milesii. Filosofia tra oriente e occidente (Limina Mentis, 2009), Voci dall’Ottocento (Limina Mentis, 2010), Benedetto Croce. Teorie e orizzonti (Limina Mentis, 2010), Voci dal Novecento (Limina Mentis, 2010), Voci dal Novecento II (Limina Mentis, 2011), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press, 2011), Voci dall’Ottocento II III (Limina Mentis, 2011), La fortuna della Schola Pythagorica. Leggenda e contaminazioni (Limina Mentis, 2012), Voci dal Novecento IIIIV (Limina Mentis, 2012), Pragmata. Per una ricostruzione storiografica dei Pragmatismi (IF Press, 2012), Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche: i Presocratici (IF Press, 2012) [mon], Le varietà dei Pragmatismi (Limina Mentis, 2012),  Elementi eleatici (Limina Mentis, 2012), Pragmatismi. Le origini della modernità (Limina Mentis, 2012), Frammenti di filosofia contemporanea I  (Limina Mentis, 2012), Frammenti di cultura del Novecento (Gilgamesh Edizioni, 2013), Frammenti di filosofia contemporanea II (Limina Mentis, 2013), Lineamenti tardomoderni di storia della filosofia contemporanea (IF Press, 2013), Schegge di filosofia moderna I (deComporre, 2013), Voci dal Novecento V (Limina Mentis, 2013), Voci dall’Ottocento IV (Limina Mentis, 2014), Schegge di filosofia moderna IIIIIIVVVIVIIVIIIIXX (deComporre, 2014) e Libertà in frammenti. La svolta di Benedetto Croce in Etica e Politica (deComporre, 2014) [mon.]. Nel 2012 è uscito il numero unico di rivista, da me curato, Le bonhomme.

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36 commenti

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36 risposte a “IL CONTRIBUTO «NEON»-AVANGUARDISTA ALLA CONCRETIZZAZIONE DI UNA ORIGINALE ANTI-«FORMA-POESIA», la «soglia», il «chorastico», il «soggetto», l’«oggetto», la «merce»  di Ivan Pozzoni

  1. Ivan Pozzoni

    Non ho dormito tutta la notte. Così, il saggetto di ontologia estetica, diventa scazzosetto, dato che non si riescono a differenziare le citazioni dal testo. 🙂

  2. caro Ivan,
    penso che il tuo scritto sia esaustivo delle tue idee intorno alla tua poetica, in questa accezione può avere un valore, le conclusioni che tu tracci hanno quindi un valore individuale ma non possono avere validità generale. La tua poetica è chiara, la tua poesia è una diretta applicazione delle tue idee di poetica, ma, al di là di essa le tue idee di poetica non possono andare. inoltre, nutro dei dubbi sulla applicazione di concetti sociologici come «società liquida», «società guardaroba», «società dello spettacolo», etc. in sé suggestive e effervescenti ma che non possono trovare udienza nel campo dell’estetica e della critica della poesia o del romanzo.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Giorgio, il mio saggio è inesaustivo (occorrerebbero cento miei saggi di questo genere, che non so se arriveranno o meno, dato che non mi interessa diventare uno specialista di ontologia o di estetica o di ontologia estetica): non mette in discussione la mia «poesia», e non si applica alla mia «poesia». Mette in discussione l’intero concetto di «poesia», col bagaglio minimo che chiunque desideri oggi affrontare un discorso di ontologia o di estetica deve avere bene metabolizzato (antropologia – sociologia – nuove estetiche). Essendo un saggio generale di ontologia estetica, scritto da un filosofo non dilettante, come me, in contatto con i maggiori specialisti dell’ambiente filosofico (con reciproca condivisione accademica), il saggetto usa concetti contemporaneissimi, che non debbono essere trascurati da chi, eventualmente, con la sua teoria dell’arte e del romanzo si fermi a Barthes.  Essendo molto complesso, chi ha avuto la (s)fortuna di sentirlo nascere, come Ambra, ne ha compreso al 100% il senso. Scritto così, con le citazioni che, incolpevolmente (sul sito, senza colpa di nessuno, il formato si mischia), si smarriscono tra il testo, diventa molto ostico alla lettura di chiunque. Chi ne sia interessato – temo nessuno- me lo chieda e riceverà l’originale via email, con le spaziature e le citazioni corrette. Grazie, comunque, dell’ospitalità! Ivan

  3. Ambra Simeone

    trovo geniale il “concetto centrale” di questo articolo di Ivan Pozzoni che riesce ad unire società, semiotica e arte in un pensiero limpido come:

    «non essendoci più una “mimesi” tra mondo e lingua (non più connessione “lineare” tra mondo e linguaggio), in quanto il mondo cambia così velocemente che non si fa in tempo a nominare un “oggetto” che quell’oggetto è già sparito o si è “identificato con il soggetto” stesso per cui “l’azione” non si sa più da chi sia effettivamente fatta e se veramente abbia il valore di azione, si sfalda l’idea stessa di “forma-poesia” o “forma-romanzo”, perché sono conseguenza del sentire umano e del suo percepire»

    in soldoni se si percepisce un mondo frammentato e frammentario, si vomita poesia o narrativa frammentaria o frammentata, ciò che ho sempre pensato, ma che Ivan Pozzoni ha dimostrato filosoficamente e analiticamente sulla base di un’ampia bibliografia.

  4. Il fatto è che abbiamo un disperato bisogno di un filologo filosofo come Carlo Diano, se fosse ancora in vita, solo lui potrebbe discernere le questioni sulla «Forma» nel Dopo il Moderno, se anch’essa sia «liquida» o ridotta ad Emporium…

    faccio qui un copia e incolla di una mia riflessione a seguito di una mia poesia:

    Mi scrive Donata De Bartolomeo: «Quello che mi sorprende è che sembra una poesia dalla quale si sono allontanate le emozioni ma questo credo che derivi dalla tua attuale posizione critico-letteraria: questa è un’epoca che non ha e non trasmette più emozioni e la poesia non può che prenderne atto».

    Il «viaggio» di conoscenza dell’epopea borghese qui conosce la sua fine, o meglio, la sua implosione («È rimasta la sedia vuota»); lo scenario che si apre è il «vuoto», la «chiacchiera» dei personaggi che abitano questa poesia, la loro semiosfera. Una dimensione anestetizzata. È un viaggio bombardato, segmentato, ridotto a lessemi e a relitti non codificabili e non organizzabili in un discorso di senso compiuto, perché c’è un discorso laddove c’è ancora un senso rinvenibile, per quanto disarticolato e frantumato esso sia.

    La realtà è diventata muta. I frasari si sono anestetizzati. L’universo è dissonante. Il discorso poetico si è anestetizzato. E la «Forma» è qualcosa che è divenuta estranea, sia al concetto di rappresentazione che a quello di testimonianza, entrambi i concetti fasulli; nessuno deve testimoniare nulla a nessuno, perché non c’è nulla di cui render testimonianza. Anche il dialogo non ha più senso se deprivato di «Forma», resta un dialogo interrotto, preterito, preterintenzionale. La «Forma» non è più un luogo abitabile né facilmente accessibile se non come luogo sottoposto a continui scossoni e deragliamenti direzionali. Un luogo terremotato e terremotabile. Il guaio è che soltanto attraverso questa «Forma» dissestata può parlare il non-identico, cioè il reale, ma come un di-fuori, un di-lato, un esterno di cui noi siamo semplici e passivi spettatori di un reale che non può comunicarci altro che la sua lingua straniera.

  5. antonio sagredo

    Lo scritto di Ivan Pozzoni non mi sembra affatto ostico, ma necessario per delimitare ciò che prima e dopo la “soglia” – e spogliato dei termini specifici dopo averne digerito i significanti o ciò a cui alludono – si può proseguire la lettura con disinvoltura (vale soltanto per me?). Dunque il termine “soglia” ricorre nei miei versi 94 volte (è la prima volta che scruto il conteggio elettronico) : dalla primavera del 1972 al luglio del 1914. Posso ben affermare che – come scritto nell’intervento pozzoniano – sono dei “Canti della Soglia”; 1972 >
    “Amo
    La gioia di ingannare il sole,
    di mutare gli orizzonti sostando con Omero
    indeciso sulla soglia del canto naturale.
    Non credete più ai miraggi:
    i giorni e le notti non offendono i poeti!”
    ————————————————————
    2014 >
    “Mi rischiaravo il futuro coi denti del passato, la negazione era sulla soglia,
    la corruzione al capezzale del martirio sonava il trionfo dei requiem, mentre
    nella mia mente alloggiava, senza pagare un affitto nucleare, il lapsus di un poeta decollato: senz’ali affrontava il patibolo della propria Annunciazione…
    dagli altari se ne scendevano giù tutte le Madonne schifate – dalle esecuzioni!”
    ———————————————————————————————–
    Il termine “soglia” nei miei versi ha subito (o l’ho subito, io) un processo di affinamento con numerosi tentativi, cioè far deviare il termine dal proprio significato originario:

    “La meraviglia di una figura s’è incavata per l’assenza di un argine,
    sul selciato gli zoccoli di una musica accidentata, e non potevo io i tasti
    e i toni concedere agli strumenti per deviare la soglia da una banale quotidianità:
    una privazione dei tempi tracimare nel vuoto il volto di una metonimia!”
    ———————————–
    Noto allora come l’analisi del Pozzoni abbia come traguardo un similare intento di staniamento (che poi interessa tantissimi mie termini ricorrenti : base dei miei fondamenta!)… di derivazione del formalismo e strutturalismo russi e che negli anni ’50 e ’60 per i sopravvissuti formalisti e linguisti russi divenne una sorta di preistoria ancora presente e attiva nelle scuole europee. Cita il saggista alcuni filosofi tedeschi francofortesi e persino un filosofo esistenzialista – se ricordo di derivazione cristiana – e altri studiosi, forse dimenticando gli studi linguistici (o forse, no – forse sto scherzando) dalla fine dell’800 fino agli anni settanta; ma più che i filosofi tedeschi è stato il Barthes – meno filosofo e per questo più intuitivo – citato giustamente dal Pozzoni ,a collocare la Poesia in una funzione “fotografica” e in una fissità attiva ed emozionale (negli scritti dedicati alla Madre). La Poesia è prima di tutto una “veglia” (per questo il saggista ci riferisce che “non ha dormito tutta la notte”): il Poeta conosce questa veglia e non si lamenta perché esso stesso – è – veglia! – Conclusione: il saggetto del Pozzoni è esaustivo là dove cerca di definire i limiti di un cortile che non c’è : le citazioni indifferenziate; è inesaustivo là dove le medesime citazioni formano circoli viziosi, come il ripetersi di concetti-base che non hanno necessità di ulteriori precisazioni. – Peccato invece che non si dica di “visioni” o di “cecità” del Poeta! Ed io termino nel migliore dei mo(n)di indivisibili:
    “Il Tempo… e chi lo sa cos’è! – ma lui, come noi, consunti
    e casuali abitatori di granelli – noi che sogniamo d’essere
    unici nel Nulla, in Dio, e che nel Vuoto per noi tracima
    lo spettro di una soglia, e dentro ci muore, e di riflesso

    c’innamora… e la maschera divora lo specchio e il trucco che la imita,
    e il volto intatto di noi è un’attesa che mai restiamo in ogni dove
    e siamo un dove non saremo mai, come l’incanto di quella grata siciliana
    che sa gli occhi di una capinera – è verde la maliarda dalle tortili lacrime!”

  6. caro Ivan,
    Il discorso poetico se privato di «Forma» resta un discorso privato, un idioletto personale, una chiacchiera insulsa… Questo è un punto ineludibile. Affermare come fai tu che la Forma è diventata «liquida», è una osservazione apodittica che dovrebbe essere corroborata da esemplificazioni e verificazioni. E poi, che significa «liquida»? È un aggettivo, quindi indica un modus, non è un sostantivo, non indica una sostanza, una cosa. E poi non riesco a capire cosa dici quando affermi che la «forma-poesia» «cade»; che significa? cade da dove e su dove cade? Io non riesco proprio a capire questo linguaggio (per mio limite, certo). Tu invochi una poesia senza «Forma», ma non ti rendi conto che questa teorizzazione non ha capo né coda?, una poesia senza forma a mio avviso è una non-poesia… E qui la lezione di Carlo Diano diventa imprescindibile…

    • Ivan Pozzoni

      Caro Giorgio,
      sintetizzo:
      1] studiando bene, benissimo, l’Ottocento italiano, essendo discepolo di Mario Quaranta, ho notato che è dal neo-hegelismo di destra di uno Spaventa (ad esempio) o dal bergsonismo italiano che in Italia si iniziò ad usare scrivere concetti, assolutamente vuoti di senso, con la maiuscola («Forma», «Spirito», «Famiglia», «Dio», «Energia»). Poi c’è stato il novecento, con l’analitica, la new epistemology, i nuovi «paradigmi» scientifici, le nuove scienze (antropologia, criminologia, sociologia): le maiuscole, tranne che nei deleteri neo-idealismo ed Heidegger, sono fortunatamente sparite. Quindi non ho idea di cosa sia la «Forma». So cos’è la «forma».
      2] Le conferme concrete della teoria della «liquidità» sono contenute in centinaia di volumi di esperimenti, statistiche, contro-esempi: non mi sembrava opportuno citare duemila manuali di scienza applicata su un blog. Se leggi Bauman, Beck, Sennett, Gallino, troverai una bibliografia estesissima;
      3] Per comprendere il senso di «liquidità», basta un manuale di fisica del liceo (teoria degli stati): solido – liquido- aeriforme o gassoso. Poi occorre applicare la teoria alla sociologia, all’antropologia, alla letteratura, al diritto, etc…. Come si fece con la teoria dei campi del von Bertalanffy. Poi un esperimento: cerca di dare una testata alla vasca da bagno vuota e una testata alla vasca da bagno colma d’acqua: nel caso 1., scalfirai la vasca da bagno (mutandone la struttura) e la tua testa; nel caso 2. non scalfirai niente. L’acqua tornerà nello stesso stato (flexibility, in senso ingegneristico).
      4] Cade dai suoi «fondamenti» (fondamenta); cade nell’“acqua”. Senza colpirla o scalfirla: non creando nessuno scompiglio.
      5] Non invoco niente. Segnalo che con “la concreta implosione di «soggetto» e «oggetto» sull’«azione» è divenuto insufficiente il richiamo a una «forma-poesia» fondata, con l’«immagine» tridimensionale o con la «metafora», sul trinomio classico «soggetto nominale» / «verbo» / «complemento oggetto». La soluzione, molto complessa, allo scollamento della mímesis tra semiotica e mondo, è rinvenibile a] nella concretizzazione di una efficace anti-«forma-poesia», introdotta da un’aggiornata e combattiva «neon»-avanguardia e orientata a riformare l’intera «grammatica» novecentesca, e b] nella ri-definizione di un «predicato nominale», di una originale ontologia estetica, in grado di ridare energia o, addirittura, di novare al / il trinomio «soggetto nominale» / «verbo» / «complemento oggetto» (dilemma teoretico dell’«identità»)”. Anti-«forma-poesia»: non non-«forma-poesia». È davvero così ostica la differenza tra anti e non? Non sono sinonimi.
      6] Non serve la lezione di Diano. Diano fu un grandissimo intellettuale. Ottimo filologo (di minore spessore di un Pasquali, suo maestro, e di un Gentili); discreto storico della filosofia antica (di netto minor spessore di autori come Mondolfo e Capizzi) ebbe, oltre altri mille meriti, il merito fondamentale, a mia opinione, di avere introdotto in Italia l’antropologia filosofica. Col mio discorso, il suo Forma ed evento: principi per un’interpretazione del mondo greco (opera apprezzatissima) non ha nessuna attinenza. Diano avrebbe apprezzato Bauman? Boh! Penso di sì: fu un intellettuale multiforme e curiosissimo.

  7. Ambra Simeone

    caro Giorgio,

    non mi sembra che nel saggio Ivan “invochi” una poesia senza forma, semplicemente “afferma” già che la poesia tardomoderna è per sua natura senza forma, nella dimensione in cui la “forma” è diventata come la società in cui viviamo ovvero “liquida” che vuol dire in perenne trasformazione, sottoposta a continue modificazioni, talmente veloci che il poeta non riesce ad acciuffarle linguisticamente e a decodificarle in una forma-poesia che sia “unica e comune” e che non sia automaticamente soggetta anch’essa a continue trasformazioni e modificazioni.

    Ivan non propone un modello o una linea poetica, ma lo “individua e analizza” come già esistente, già attivo, questo è appunto un saggio, un’analisi basata su bibliografia, non un articolo basato sulla sensazione del momento. Per questo dico che Ivan è riuscito là dove io e Sagredo con le nostre sole intuizioni non siamo riusciti, proprio perché le intuizioni non sono suffragate da bibliografie, studi e da un’analisi prettamente scientifico-filosofica.

  8. Perché questa discussione non mi appassiona?

  9. antonio sagredo

    “intuizioni non sono suffragate da bibliografie, studi e da un’analisi prettamente scientifico-filosofica”? : non ho bisogno di suffragi e altro, ma leggete bene i miei versi, aguzzate il vostro cerebro e scoprirete che lì i suggragi ve ne sono sono a bizzeffe e altro… cara Ambra sei Tu che non sei riuscita, perché penso troppo vicina al soggetto!

    • Ambra Simeone

      Caro Antonio,

      chiedo venia mi sembra chiaro che solo sua maestà Antonio Sagredo sia capace di comprendere il tutto!
      La contatteró per sapere se tra 100 anni l’uomo riuscirà a sopravvivere a se stesso e alla sua demenza!

    • Ivan Pozzoni

      Penso, semplicemente, che Ambra abbia compreso benissimo i miei concetti (oltra ad una decina di filosofi della scienza e dell’arte): ha avuto la (s)fortuna di vedere nascere il mini-saggio. Mi auguro solamente che, oltre a comprenderlo, qualche giovane specialista di filosofia teoretica o di ontologia sia in grado di approfondire, di completare, e di ingrandire tale tentativo di applicazione della fisica, della sociologia, dell’antropologia all’arte.

  10. Ivan Pozzoni

    Tra l’altro, l’unica che, realmente, ha seguito bene il discorso, è stata Ambra, che ha introdotto una critica molto interessante. La «grammatica» triadica «soggetto nominale» / «verbo» / «complemento oggetto» è caratteristica delle società “occidentali”. Quindi lo scollamento tra «grammatica» triadica e «grammatica» del mondo è un fatto sociologico meramente occidentale. Ho un’idea atta a neutralizzare questa critica molto acuminata, che metabolizzerò meglio.

    • Ambra Simeone

      Ivan, pensavo che se consideri il fatto che ogni grammatica è “norma” (serie di regole della lingua ordinate e seguite o modificate dalla popolazione che la usa) è probabile che il problema sia “proprio” della società occidentale e non di quella orientale ancora molto unita, più compatta e ligia alle regole anche grammaticali… lo scollamento di cui parli quindi potrebbe essere semplicemente legato al tipo di società di dove lo si è rintracciato!

  11. antonio sagredo

    Cara Ambra, come avevo previsto la Tua inalberatura s’è presentata, ma le risposte di Ivan sono più pertinenti e razionali della Tua, e infatti mi chiarisce infine ciò che non avevo “compreso”. Sai, certe volte le Maestà sono dure d’orecchio e di cerebro, e tutti siamo soggetti all’incomprensione. Poi mi pare che sei una catastrofista e fatalista: stattene certa: l’uomo ci sarà: la Tua ossessione se l’Uomo ci sarà o non ci sarà non è tale: è una antica domanda e la risposta siamo noi ancora esistenti, e in tutti questi anni miei l’ho sentita a ufo. Che t’importa a Te (come anche a tutti quelli come Te) se l’uomo esisterà o no fra 100 anni? Perché non dovrebbe esistere? In questo secolo ne moriranno almeno due o tre miliardi, anche 4 o 5, anche 6: ne resteranno almeno circa due miliardi! E sono ancora troppi! E il tutto che comprende me! Non il contrario come Tu polemicamente m’hai risposto e mi stai facendo allontanare dai temi trattati da Ivan. Vedi, hai inteso male e Ti sei offesa, Ti sei irritata inutilmente e hai fatto chiacchiera di cortile e come dice Pasternàk : “miei cari, qual millennio è adesso nel nostro cortile?”… – il Poeta si è sempre posto, perché è la Poesia a porselo – oppure la Poesia lo impone al Poeta, o ancora il contrario – la Poesia… perché invece di rispondermi così, non commenti i miei versi – sei orgogliosa? E allora non commentare! Ma nulla! La mia fatica poetica porta il marchio del futuro, Majakovskij era “malato di futuro” e viveva male il suo presente; io non lo sono affatto…dice bene Ivan che hai compreso bene quanto scrive – e perché dovrebbe essere il contrario? Sono io che ho (non ho) compreso tutto poi che (non) sono stato assorbito dal Tutto come dal Nulla. Perché Ti irriti? E mi rispondi come una qualsiasi Anna Ivanovna (cioè come una qualsiasi donnicciola?). Il Poeta non ha gli strumenti di Ivan e i Tuoi: ha altri strumenti, invisibili ai più… (anche questo Ti dà fastidio, e se ti dà fastidio non leggere più la Poesia, non parlare più di Poeti!) – nei miei versi è sempre stato presente l’Occidente>Oriente o il contrario, in tutti i risvolti culturali. Credi forse che i miei versi escano come quelli degli altri che non lasciano traccia? Lasceranno di certo una traccia e di questo sono certo! Spero che anche l’analisi di Ivan e la Tua lasceranno tracce. Ma i miei strumenti sono altri, anche grammaticali e sintattici, ma questi non come traguardi ma come cose ovvie, iniziali… che manipolo e trasformo, che spingo fino alla rottura… sia essi come strumenti linguistici, sia il mio pensiero poetico – che ricordate assorbe quelli filosofici-sociologici (mi mancò un esame per essere anche sociologo, ma buttai in aria la sociologia!) e tanti altri come il metafisico, il teologico e altre cianfrusaglie culturali! – ora Sua Maestà osserva la palla del futuro, e sai cosa Ti dice, che ci sarà, ma non sa come, poi che non comprende…

  12. antonio sagredo

    … poi che non comprende, o forse comprende troppo! – sono curioso di conoscere la IDEA di Ivan.

  13. antonio sagredo

    E una sera, deposti gli strumenti
    e i conteggi possa io con visioni e lutti
    accertare il mio pensiero, e fossili
    pianti rinvigorire per nuovi giorni.

    E correre voglio dietro a un lamento
    spinto da numeri svezzati al puro
    immaginare, perché unico è il possesso
    di un astro contro la sua legge.

    Vigilie contro sangue, fasti del silenzio!
    La meridiana è cieca su portali
    d’ignominie: ho sete di scale, di strumenti,
    di limiti che in anelli fonderei
    per lasciarvi solo resti di universi.

    a. s.
    Roma, 10-27 luglio 1990
    ———————————————————
    gradirei un commento da tutti i visitatori del blog, poi che non comprendo questi versi. Grazie. a. s.

    • Ambra Simeone

      Caro Antonio,

      Qui si sta parlando dell’articolo di Ivan non delle tue poesie, non vedo perché dovrei commentarle… quel che mi irrita è il tuo egocentrismo, come immaginavo non hai resistito neppure a rispondere ad una domanda retorica che era solo una sottile presa in giro. La prossima volta ti chiederò tra quanti anni distruggeremo il nostro pianeta o se la luna uscirà dal suo asse o se i marziani invaderanno il mondo! Alla prossima… 🙂

  14. Scusami Ivan,
    tu scrivi che bisogna superare la logica delle lingue occidentali basate sul principio: “trinomio classico «soggetto nominale» / «verbo» / «complemento oggetto»“.

    Io non riesco a capire, allora dovremmo parlare e scrivere nella lingua dei marziani, presumibilmente basata su altri presupposti di sintassi?. Purtroppo, io parlo (e scrivo) in una Lingua occidentale… (però mi sembra che anche le lingue dell’estremo oriente siano basate sui tre poli categoriali che tu citi).

    Poi, se non ti garba la dizione di “Forma“, non c’è problema, utilizza pure quella di “forma” con la minuscola.

    Poi, se credi che tutto ciò che “cade” cade su un sostrato “liquido“, perché è scomparso dal mondo contemporaneo il sostrato “solido”, prova a sbattere la testa su una roccia e ti accorgerai che non tutto è “liquido”.

    Infine tu scrivi: “«non essendoci più una “mimesi” tra mondo e lingua“, e vai dritto sulle tue conclusioni. Ma lascia che ti dica che il tuo ragionamento si basa su una affermazione apodittica che richiederebbe almeno di essere verificata. Però, ti prego, non mi rispondere citando dozzine di autori di bibliografia noiosa in una sede di blog.

    • Ivan Pozzoni

      Perdonami Giorgio,
      1] Sì. Se la sintassi attuale non è in grado di rappresentare (uso un termine che non vorrei) – diciamo rappresentare, registrare, evocare, invocare, ordinare, costituire il mondo, dobbiamo o novare tale sintassi o inventarci una «grammatica» marziana (tardomoderna). La «grammatica» classica, fondata sul trinomio «soggetto nominale» / «verbo» / «complemento oggetto», è diventata insufficiente a confrontarsi (rappresentare, registrare, evocare, invocare, ordinare, costituire) con un mondo nuovo. Presupposto della novazione è lo scioglimento ontologico del nodo «predicato nominale» (cfr. in filosofia, il dilemma dell’«identità»). Se non riusciremo/riusciranno a sciogliere il nodo del «soggetto nominale» o dell’«identità», diviene urgente creare una nuova «grammatica», pena lo smarrimento di contatto col mondo (consapevole o inconsapevole). In fondo, sulla terra, ci sono tre mkiliardi di individui che vivono senza consapevolezze ontologiche, e vivono bene (nella società occidentale in costante preda di stess, depressioni e attacchi di panico).
      2] “Prova a sbattere la testa su una roccia e ti accorgerai che non tutto è liquido” è un contro-esempio dilettantesco (cfr. argumenta baculina). Qui non si sta mettendo in discussione l’esistenza/inesistenza della materia. Un contro-esempio meno dilettantesco al tuo argomento baculino è. Scenario: U.s.a. (società con maggiore liquidità attuale). G. L. va a ritirare i suoi bellissimi nuovi volumetti Chelsea, e si schianta con la macchina contro un muro (il muro è un solido: la macchina si disintegra e G.L. rimane, miracolosamente, ferito solo lievemente). Cosa succede? 1. Nessuno si ferma e chiede aiuto (timore – allentamento dei legami); 2. Dopo due ore arriva una volante con lo sceriffo (c’è una volante sola: hanno tagliato i due vicesceriffi, in nome dell’abbattimento indiscriminato dei costi e dell’assunto della massima libertà di auto-difesa del cittadino americano); 3. G.L. è rifiutato da sette ospedali diversi (deregulation e “Stato-minimo”): non ha un’assicurazione; 4. G.L. moltiplica i suoi danni collaterali. Questa è la conseguenza di sbattere la testa al muro nel tardomoderno «liquido»: è come se avessi messo la testa in un secchio d’acqua e non fosse accaduto niente: nessuno accorre a salvarti, tutto è “appaltato a te”, come se, invece che ferito, fossi esclusivamente bagnato.
      3] Tra la tesi e le conclusioni c’è la spiegazione (…). Come mai il «soggetto» è soggetto e oggetto; come mai l’«oggetto» è oggetto e soggetto; com questo sdoppiarsi di «soggetto» e «oggetto» incida sull’«azione»; come «soggetto», «oggetto» e «azione» non siano confrontabili, dati i vari cambiamenti di rapporti, con la triade «soggetto nominale» / «verbo» / «complemento oggetto». Comprendendo le varie fasi del discorso chiunque, dotato di salde competenze di filosofia teoretica, sociologia, ontologia e antropologia, è in grado di approfondire, e di reperire un soddisfacente apparato bibliografico. Se vuoi riproduco qui sotto, come spiegazione, tutto il saggio.

      Come sostiene con un bellissimo esempio Bauman: «Per quanto riguarda la “ricettività alla critica” la nostra società segue il modello del campeggio, mentre all’epoca in cui la “teoria critica” ricevette una forma definita a opera di Adorno e Horkheimer l’idea di critica era inscritta, non senza ragione, in un altro modello, quello della casa comune con le sue leggi e regole, l’assegnazione dei compiti e il controllo delle prestazioni».

  15. Ambra Simeone

    Caro Giorgio,

    Riguardo al trinomio occidentale Ivan dice di voler semplicemente analizzare quello orientale, visto che la sua tesi è applicabile al modello occidentale e non a quello orientale, non dice che tutti noi dobbiamo parlare o scrivere in marziano! Penso che lo svarione principale sia il non aver capito che questo articolo si presenta come tesi di una analisi (descrizione di un fatto) non come la proposizione di un manifesto poetico.

  16. antonio sagredo

    Cara Ambra il commento che chiedo è rivolto a tutti; io non Ti obbligo a niente: ci mancherebbe! Ma quel che dice e scrive Ivan a me interessa e quel che scrivo fa parte della Sua ricerca: ebbene si parla di Forma, di formette e altro,e anche di fandonie ecc. ebbene a me interessa tutto poi che essendo egocentrico – e lo sono poi che anche la Poesia lo è coi suoi contenuti e forme! altrimenti perché i Poeti girano intorno a lei da millenni?
    Sei Tu che non hai compreso stavolta – ma altre volte anche – quel che mi guida… cioè l’Amore che muove le stelle! Non c’è altro da dire . e dovrei finire con una celebre frase di Puskin diretto a un suo amico che s’ostinava in qualcosa e che si tacitò, poi che “con gli ……. non entrare in discussione” – Mi dispiace, vado avanti, il mio egocentrismo si è mutato in
    benevolenza verso tutti, come sempre è stato, la mia Poesia io la divido con gli altri: questa è una forma sublime di egocentrismo. Ultimamente ho donato per stima una poesia mostruosa a Ivan: è egocentrismo?! ?! Il simbolismo della mia copertina americana è il San Martino che divide il suo mantello (la Poesia) con il povero (in Poesia), e ce ne sono tanti, di testardi!

  17. “Nella società dei consumatori nessuno può diventare soggetto senza prima trasformarsi in merce”
    E’ una frase terribile!

  18. Steven Grieco

    Transtromer scrive: “la musica ha questo in comune con la poesia, che è uno spazio di tempo, con un inizio e una fine, a differenza delle arti figurative”. Mi chiedo, e Vi chiedo, che significa “uno spazio di tempo?”, è quindi possibile scrivere una poesia che abiti uno spazio fatto di tempo? Ma può il tempo essere fatto di spazio?, può lo spazio essere fatto di tempo?

    E questa poesia che trascrivo qui sotto, può essere una esemplificazione di questo concetto? – Avrei piacere di conoscere il parere dei lettori.

    Il cavaliere nero ama la dama di cristallo
    ma la dama e sposata ad un uomo senza sogni.
    Un Wagner senza spartito. Abitano sul Canal Grande.
    Un ampio loggiato sul nero mare.
    Stanno preparando una grande festa in maschera
    e Arlecchino recita la commedia degli equivoci.

  19. antonio sagredo

    Ivan hai ragione….è spietata! l frasi non sono mai terribili, se mai le epoche (come diceva il poeta russo A. Blok) e i figli che quelle producono. Le società producono dei Torquemada, dunque:

    Saprò ancora disputare – in fiamme! – con l’insensato universo analogico
    di un Torquemada, che a me oppone l’insipida sapienza capovolta
    di una iena riciclata e il suo bavoso rimasticare il mio mistico midollo –
    ma tu, Sant’uomo, resti sempre un boia che fa schifo alla sua stessa merda

  20. Il tratto caratterizzante della forma artistica del Moderno va individuato, secondo Foucault in quell’opera fondamentale che è “Les Mot et les choses”, nel concetto di Rappresentazione (Darstellung) attraverso la diagnosi di “Las Meninas” di Velazquez. I termini del problema sono presto detti. Esso sta nel fatto di rappresentare lo stesso atto della rappresentazione, “pittore, tavolozza, grande superficie scura della tela rovesciata, quadri appesi al muro, spettatori che guardano; da ultimo, nel centro, nel cuore della rappresentazione, vicinissimo a ciò che è essenziale, lo specchio, il quale mostra ciò che è rappresentato, ma come un riflesso così lontano, così immerso in uno spazio irreale, così estraneo a tutti gli sguardi volti altrove, da non essere che la duplicazione più gracile della rappresentazione”.
    Tutte le linee del quadro convergono verso un punto assente: vale a dire, verso ciò che è, a un tempo, oggetto e soggetto della rappresentazione. Ma questa “assenza” non è propriamente una mancanza, è piuttosto quella figura che “nessuna” teoria della rappresentazione è in grado di contemplare come suo momento interno. la caratteristica della rappresentazione alle origini del Moderno sta dunque nel fatto che il soggetto della rappresentazione, il produttivo “fuoco” che la sorregge, le coordinate, si colloca al di fuori della rappresentazione stessa.
    L’absentia segnala dunque in Foucault la chiusura di ogni “representatio”. Nessuna teoria della rappresentazione è, in quanto tale, in grado di includere nel suo circolo il Soggetto-sostegno della rappresentazione. L’osservatore, per cui la rappresentazione è allestita, non può osservare se stesso, ma solo il suo simulacro, o, come in Las Meninas, la sua immagine riflessa nello specchio.
    La forma-poesia dell’età moderna rientra in questo schema epistemologico:il soggetto viene ad eclissarsi, viene detronizzato della sua presunta centralità e la sua visione diventa strabica, eccentrica, parziale, s-focata, fuori fuoco, fuori gioco, insomma, non è più centrale, ha perduto la sua centralità… ma questa intrinseca debolezza del soggetto, della centralità del soggetto, invece di rivelarsi una debolezza ontologica può, paradossalmente, riabilitarsi in una nuova volontà di potenza, in una nuova messa a fuoco del problema della rappresentazione e del soggetto che sta al di fuori di essa. In una parola, in una continua de-angolazione prospettica tipica delle moderne (o meglio post-moderne) forma-romanzo e forma-poesia.

    • Ivan Pozzoni

      Perfetto, Giorgio, dici bene: «Il tratto caratterizzante della forma artistica del Moderno va individuato, secondo Foucault in quell’opera fondamentale che è “Les Mot et les choses”, nel concetto di Rappresentazione (Darstellung) attraverso la diagnosi di “Las Meninas” di Velazquez». Il tratto caratterizzante del M-O-D-E-R-N-O. Filosoficamente – come comprende bene Foucault – è necessario, sulla scia della Nietzsche renaissance francese (cfr. Guattari), sciogliere il dilemma del «soggetto», servendosi delle conclusioni epistemologiche del nichilismo nietzscheiano. La verità è morta. Come si riesce ad affermare che la verità è morta senza una verità? Il «soggetto» è morto. Come si riesce ad affermare che il «soggetto» è morto senza affermare l’esistenza della «soggettività»? Questi due teoremi, meramente epistemologici, fondano la discussione sull’ontologia nichilista, vivissima, anche in Italia (Vattimo et similia), a fine Novecento. Io sollevo una questione diversa, meno anacronistica. Il «soggetto» è oggetto e soggetto contemporaneamente («attore» e «vittima», o danno collaterale o scarto); l’«oggetto» è soggetto e oggetto contemporaneamente («merce» ed «evento»); l’«azione» diventa confusa, agita e agente, attiva, non-attiva e riflessiva allo stesso tempo. Non esiste «grammatica» adatta, attualmente, a decodificare l’incidenza feedback del «soggetto»/«oggetto» sull’«azione» (come le «grammatiche» analitiche di Frege, Russell, Wittgenstein e altri a fine Ottocento). Siamo moltissimo oltre Foucault: il tardo-moderno ha abbandonato il modello Panopticon di Focault, e si è indirizzato verso un modello, diverso, Synopticon, con domande differenti. Più che il dilemma del «soggetto», ci si interroga sul dilemma del «predicato nominale» («identità»). L’essere gettati (Geworfenheit) in una società a modello Synopticon ci costringe a riformulare l’intero discorso sui rapporti tra «soggetto», «oggetto» e «azione», servendoci, inoltre, a complicare tutto, di una «grammatica» non adatta.

  21. Ivan Pozzoni

    Ci terrei a segnalare un bellissimo contributo di un giovane editore sulla crisi dell’editoria e della micro-editoria: https://alessandrocanzian.wordpress.com/2015/07/16/il-naso-che-cola-della-poesia-sul-caso-mondadori/.

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