TRE POESIE di Luciano Troisio “de imbecillitate mundi”, “perché non conosciamo le avventure straordinarie”, “parentele del calembour” con un Commento di Giorgio Linguaglossa

bello il vuotoLuciano Troisio, padovano, studi classici, ha insegnato nelle università di Padova, Pechino, Shanghai, Bratislava, Lubiana. Ha viaggiato molto specie nel Sudest Asiatico. È autore di varie pubblicazioni scientifiche e sperimentali.

Riguardano la poesia: By logos, Lacaita, Manduria, 1979; Folia sine nomine, Seledizioni, Bologna, 1981; La trasparenza dello scriba, Vallardi, Padova, 1982; La poesia nel Veneto, Forum, Forlì, 1985; Ragioni e canoni del corpo, Asefi, Milano, 2001; Linee odierne della poesia italiana, Hebenon, Torino, 2001; Folia sine nomine secunda, Marsilio, Venezia, 2005.

Inoltre ha pubblicato le raccolte poetiche: L’angelo alle spalle, Rebellato, Padova, 1960; Anamnesi in tre versioni, Rebellato, Padova, 1965; Precario, Lacaita, Manduria, 1980; Persistenza del cavallino, L’Arzanà, Alessandria, 1984; I giardini della maharani, Mercato saraceno, Treviso, 1986; Prove di diluizione, Edit, Fiume, 1999; Le poetesse cinesi, Ad Histmum, Padova, 2000; Three or four girls, Signum, Milano, 2002; Parnaso d’oriente, Marsilio, Venezia, 2004, Oriental Parnassus, translated by Luigi Bonaffini, Legas, New York, 2006; Strawberrystop, pref. di Giorgio Linguaglossa, Faloppio, Lieto Colle, 2008; Papera Omnia, Panda, Padova, 2010; Locations, Impermanenza, Cleup, Padova, 2012.

Luciano Troisio con pappagallo

Luciano Troisio con pappagallo

Commento di Giorgio Linguaglossa

È possibile il colloquio in poesia?, direi che è possibile soltanto attraverso una finzione, attraverso la problematizzazione della poiesis. Noi sappiamo, per averlo appreso nel corso del Novecento, che più la problematizzazione investe il pensiero (poetico) più il soggetto esperiente si rivela colpito dal tabù della nominazione. Qui si nasconde una antinomia. C’è una oggettiva difficoltà, da parte del poeta moderno, a nominare il «mondo» e a renderlo esperibile in poesia; c’è una oggettiva difficoltà a scegliere l’«oggetto» della propria poesia; quale «oggetto» tra i milioni di «oggetti» che ci circondano?, e perché proprio quell’oggetto e non altri?. Che l’atto della nominazione si riveli essere il lontanissimo parente dell’atto arcaico del dominio, è un dato di fatto difficilmente confutabile e oggi ampiamente accettato, ma quando la problematizzazione investe non solo il «soggetto» ma anche e soprattutto l’«oggetto», ciò determina un duplice impasse narratologico, con la conseguenza della recessione del dicibile nella sfera dell’indicibile e la recessione di interi generi a kitsch.

Mai forse come nel nostro tempo la dicibilità della poesia come genere è precipitata nell’indicibile. Voglio dire che una grande parte dell’«esperienza significativa» della vita di tutti i giorni (ammesso che ci siano ancora «esperienze significative») è oggi preclusa alla poesia, per aderire al genere romanzesco della narratività. Direi che l’ordinamento borghese del mondo occidentale con il suo semplice prescrivere il «dicibile», bandisce implicitamente tutto ciò che non è immediatamente dicibile nei termini della sua sintassi, del suo lessico e della sua concezione del mondo. L’operazione di Luciano Troisio è semplice: instaurare un colloquio con se stesso. Una volta instradata nel per questa via, la dizione poetica non può più abbassarsi al piano «basso», resta nel piano medio, quale dimensione del meno peggio. Il linguaggio poetico di Luciano Troisio si snoda senza ingessature, senza rigidità.

Certo, non è il piano minimale quello scelto da Troisio per i suoi colloqui, né all’autore interessa porre l’argomento sul piano cronachistico, la tematizzazione del tema non l’avrebbe consentito. La sua poesia parla molto più dell’«oggetto» che non del «soggetto», è attenta al lettore, si indirizza al lettore, suo principio regolatore, ultima istanza regolativa: la fenomenologia del soggetto è qui dipendente dalla fenomenologia dell’oggetto.

Japanese Priest

Japanese Priest

Il logos problematizzato e figurato condiziona i modi di espressione della soggettività: ed essa finisce inconsapevolmente nell’imbuto della reificazione delle forme espressive e la formulazione del logos subisce il tabù della nominazione, che è quell’altra forma di dominio in cui si traveste l’ordinamento borghese della rappresentazione secondo i suoi valori e le gerarchie delle sue istituzioni stilistiche. Troisio si sottopone alla verifica di de-reificazione e di de-realismo che la tematizzazione della sua poesia gli richiede. A pensarci bene, è paradossale ma vero: la poesia dell’esperienza ha bisogno di un universo simbolico nel quale prendere dimora e di un rapporto di inferenza tra il piano simbolico e l’iconico; in mancanza di questi presupposti la poesia dell’io esperiente cessa di esperire alcunché e diventa qualcosa di terribilmente autocentrico ed egolalico: diventa presso a poco la carnevalizzazione di se stesso, esternazione del dicibile sul piano del dicibile: ovvero, tautologia.

Se il senso della poesia manca, manca la poesia il suo bersaglio. Non v’è orientazione semantica senza orientazione del significato. La poesia esprime il senso che può, al di qua di ciò che intende e al di là di ciò che attinge. Il compito che oggi arride alla poesia dei «poeti nuovi» è appunto ricostruire una relazione tra il significato e il significante, ma in termini del tutto diversi rispetto a quelli che abbiamo conosciuto nel Novecento.

In un mondo in cui i rapporti umani sono diventati un problema tra gli esseri riprodotti come talismani magici e ridotti a vasi incomunicanti di un messaggio che è stato soppresso dalla prassi sociale, resta il problema di come sproblematizzare il problematico, di come figurativizzare il non figurativo, di come liberare le emozioni dalla cella dell’io che racchiude l’inautenticità generale nel mondo degli oggetti semiotici.

Oggi forse, dicono alcuni, è possibile soltanto una poesia dell’inautenticità e del falso. Come il tinnire di una moneta falsa, la poesia la devi lasciare nel suo brodo di intrugli e di piccoli trucchi per poterla rubare agli dèi. Forse è così che la pensa Luciano Troisio.

Luciano Troisio

Luciano Troisio

DE IMBECILLITATE MUNDI

Il mondo è noioso
è sempre quello di Candide
l’unico che abbiamo.

Il mondo è ripetitivo
dobbiamo continuamente reinventarlo perché sia passabile,
capita che si è costretti a fare infinito autodafé
bisogna svenarsi a pulirlo ininterrottamente
a rallentarne il degrado verso l’osceno e lo spaccio
[della Bestia Trionfante].
Una volta palpate le poche bellezze
uno potrebbe perfino averne abbastanza,
e se trovasse gli alberi anelati, ma proprio quelli,
sedersi all’ombra nella Posizione Riflessa,
non muoversi più.

La sopravvivenza è da stupide tartarughe
da idioti strumenti sempre identici
nell’evoluzione il cretinismo è vincente
infinita è la potenza innovante del volgare
(aqui està el busillis)
andirivieni monotono
la ripetizione è un concetto fondamentale
che merita lunghe riflessioni
pornografia madre falba della sterilità,
permessa per la sua elementare stupidità
innocua democratica gratifica il basso
più è volgare più ha successo
(nelle pie intenzioni dovrebbe presto stancare,
già quella di lusso è meno benvista)
non si osa relazionarla al Mondo
nella sua accezione di “bello, santo, pulito”.

Ma poiché sempre nuove necessitano
giovani meraviglie, variatio delectat
(mentre la pendolare saturazione si autoelimina)

infinita è la potenza innovante
dell’immane immune stupidità
che perfino Einstein considerava non relativa.

Tranquilli, ai vostri posti:
è lei che fornisce l’energia
al Mondo bello e santo
onde trasmigrare senza fine.

(Phonsavan, 20 dicembre 2007)

la Gru

la Gru

PERCHE’ NON CONOSCIAMO LE AVVENTURE STRAORDINARIE

Le avventure più straordinarie
non furono mai documentate
né su stele né su papiro
tanto meno su feuilleton o sulla “Trivial Literature”
che si occupavano di banali imitazioni per condòmini poverini.
Non si devono raccontare.
Molti dubitano che siano davvero successe.
Rimasero nelle remote memorie delle fanciulle più riservate
belle in modo raro e divinamente timide
in quelle degli erculei trasgressivi marinai
di braccio forte e zigomi vigorosi.

Notti inattese imprevedibili, sospiranti alcove silenziose
doni di incommensurabile lealtà
patti immacolati,
senza mappe rotte segrete
perfezioni inarrivabili
esilaranti burle

tesori per caso rinvenuti e subito sperperati,
negli stessi forzieri (ma altrove) risepolti da altri pirati
segreti arcani d’arcanisti con essi crepati
si ignora se rammaricandosi o felici del vissuto

Notti paradisiache dionisiache danze
tradendo fuori norma Caina e Giudecca
parossistiche plurime pareano senza fine
fortune e pigliate irripetibili

Quali inestricabili contesti di
Giardino misterico lussurioso
senza piante spinose, sur l’erbe soffice aromatica,
ripensato mentre astrattamente si sorbisce
una mediocre fast soup in città dietro l’università
economo ritrovo d’acuti irsuti
ragazze etniche, studenti
del mondo scadenti modificatori
miglioratori indolenti

Apax possibilità che si verifica un’unica volta
cancellata
congruamente consegnata a racconto mitico
a incredibile narrazione:
[olim, once, una volta…
Spartani, non aggiungere fronzoli]

E poi è finita, ognuno se n’è divergendo ripartito
al last minute per il suo giogo
ha richiuso lo zaino della non condivisione
poi ché nulla succede (a patto che nulla venga descritto)
poi ché alla fine dell’attento rettileo ascolto
il ladrone imbelle che vorrebbe far parte di segreti
si lascerebbe sfuggire astutamente, annotando:
-Non ti credo.-

(Luang Prabang, 7 dicembre 2007)

persia hasht-behesht_palace_kamancheh

persia hasht-behesht_palace_kamancheh

PARENTELE DEL CALEMBOUR

L’Escamotage non è affatto parente del Calembour.
Un certo nesso o affinità ci potrebbe anche essere
(per via del progetto) ma il secondo
è istantaneo quando esce da cocca,
l’Escamotage paga lo scotto del mediocre
turpe goal sotteso ruminato
con relative tresche trabocchetti riserve mentali
predisposte a indurre l’ignara vittima nel quasi tranello
quindi l’Escamotage è figura popolare riservata ai mediocri
dominanti il pur attivissimo sottobosco
lussuoso e kitsch

mentre il Calembour si raccomanda per il brillio dell’acutezza
del lazzo improvviso direttamente dall’inconscio
più tremendo aristocratico, a noi stessi ignoto
che fornisce cultura eleganza (se ne abbiamo,
altrimenti è vivamente consigliata l’astinenza),

è lui che fonde il fulminante crogiolo della scienza seria
quando ride di sé,
fornisce un gioco lucido sempre innovante galante
fortemente competitivo elitario
proporzionale al gusto idiolettico dell’autore,
scatena invidia contraddizione
si tratta di un’invenzione
o comunque di un uso soprattutto novecentesco
in sintonia con il suo straniamento sincopato
il sarcasmo, la crasi orgasmatica,
l’iperbole, il singulto.

l’Escamotage è democratico
protetto dalla dea Ananke
il Calembour ha la libertà dell’inutile
è gratuito come il sogno e la poesia
è riservato ai divini perdigiorno.

Una certa corrente di pensiero colloca
la differenza nella pratica conseguenza
perché l’Escamotage raggiunge una meta pratica
per quanto di picciolo affare,
né va sottovalutato il pregio enorme di risolvere
(almeno per chi escogita)
ad es. un garbuglio burocratico una situazione di stallo
un nodo che paralizza.
Non necessariamente l’Escamotage è un imbroglio
(qualche volta lo è).

Nasce da antichissima abilità, dalla forma inferiore dell’intelligenza
dall’astuzia che si trova alla fonte di molte favole di molti
poemi tramandati dalle epoche più remote e quindi
allude alle capacità di sopravvivenza di adattamento
non privo di una certa sua ammaliante elementare sottigliezza
in base alla quale l’uomo si salva, vince il mondo ostile
in un ambiente di estrema competitività
dove è inevitabile che alcuni siano poveri
(proprio perché lo sono rimasti nella testa
per manco d’Escamotage).

Sotto certi aspetti il nostro specchio Bertoldo
gioca in ambedue i campi:
non è affatto facile garantirsi la pelle
riempirsi la pancia di rape e fagioli, far ridere il padrone
e non rinunciare a una propria minima soglia
di saggio quasi acribiaco decoro non soltanto linguistico.

L’Escamotage è arcaico
il Calembour è giovane
perché legato all’apprezzamento
della più recente evoluzione del linguaggio.

Sono dalla fondazione appassionatamente iscritto
al Partito del Calembour
perché come tutti i partiti consiste in mero Flatus Vocis,
ma si pone intatto nella sua gratuità di licenza poetica,
è molto più avanti
(pur essendo caratterizzato da una forte connotazione oligarchica)
tutto sommato illustra la bravura del destinatore
soprattutto sottolinea la sua personale vis comica
quindi si distingue da tutti i partiti seri
che la celano

infine pregio non ultimo fa ridere la donna intelligente
(spesso anche bella, quella che ci piace)
che abbiamo scelto di corteggiare inconsapevolmente
per mettere in mostra la livrea, sondare se ci starà.
Il Calembour è arma potente di seduzione,
e come la ruota del pavone
chi ce l’ha ce l’ha.

(Vientiane, 16 dicembre 2007)

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16 commenti

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16 risposte a “TRE POESIE di Luciano Troisio “de imbecillitate mundi”, “perché non conosciamo le avventure straordinarie”, “parentele del calembour” con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Ambra Simeone

    ho sempre apprezzato la Poesia di Troisio, non so se lui lo sa, vi ho sempre trovato – con meraviglia – quell’ironia cinica e quel dicibile mai banale che mi hanno stregato!

  2. Il titolo in latino senza albagia professorale e il significato tanto scherzoso quanto attuale mi hanno subito disposta alla lettura delle poesie di Luciano Troisio con spirito sereno e pronto a qualche sorriso, io, sempre così seria (seriosa?): “de imbecillitate mundi”. E’ vero che la parola “imbecillitas” ha un’ampia valenza semantica, ma io mi sono fermata alla superficie: il mondo imbecille, l’imbecillità del mondo!!!
    C’è una vasta cultura come fondamento di queste poesie, ma non esibita, anzi, piegata allo spirito ironico delle affermazioni. Non manca la celebre frase di Amleto detta in lingua spagnola, dove acquista tutto un altro sapore. C’è una mescidanza di varie lingue antiche e moderne (morte e vive!); vari accenni a dipinti celebri o a racconti orientali. E c’è soprattutto un’abilità non comune di scrivere ‘leggeramente’ anche di cose serie con molta eleganza.
    Pregevole la dotta e spiritosa disquisizione sulla differenza tra “Calembour” ed “Escamotage”, In breve, una lettura godibilissima di un poeta che giuoca con le parole, mostrando la sua sagace ironia anche sulla temibile e Ananke.

    Giorgina Busca Gernetti

  3. Ivan Pozzoni

    Luciano mioooooooo! Tu sei. E lo sai.

  4. eugeniolucrezi

    LUCIANO giganteggia con modestia padovana. Lui fa il turista a Padova e il futurista a Bali. Peccato che non si sia mai incontrato con un par suo, che da quelle parti è di casa: parlo di Ontani Luigi, il pittore, che però viaggia con segretari e famigli al seguito, mentre Luciano fa tutto da solo, poesie da guaritore e tristezze immedicabili comprese. Questi tre testi sono magnifici, lussureggianti, ridono e piangono a meraviglia. Troisio giganteggia …. (loop)

    • Luciano Troisio

      Grazie Eugenio. Giganteggio soprattutto come pancia. Per Ontani: mi spiace molto che sia così complicato contattarlo. Ma ormai ho fatto l’abitudine. I bianchi “residenti” a Bali sono scontrosi. Assai difficile anche ottenere una semplice informazione. Stanno in un eden chiuso (e isolato). Moltissimi non riuscirebbero più ad uscirne.

  5. Buona scoperta per me, anche se manca all’Inferno e al Paradiso; diciamo nella via di mezzo, al Purgatorio, dove Troisio pare risponda alle domande semplici di un genio di passaggio, senza apporre qualcosa di sé; nulla che lo disperi o divori, né che lo renda estatico: cronaca del pensiero che si va facendo con la poesia. Così pare a me: buon insegnamento e iniezione di fiducia sulla prassi.

    • Luciano Troisio

      Estatico ormai molto raramente. Ma ci sono (oltre agli esseri umani) spettacoli sublimi davanti a cui ci si commuove. La ringrazio molto delle sue parole confortanti.

  6. Poesie davvero interessanti anche se (all’apparenza) tendenti alla prosa: l’originalità risiede nel modo in cui vengono realizzate le connessioni sintattiche. La Bestia in questo caso non è trionfante, semmai la Ragione.

    • Luciano Troisio

      Grazie. Ha colto nel segno: questi versi appartengono a una silloge (Cleup 2012) che pretenderebbe ufficializzare il mio definitivo “abbandono” della vecchia Neoavanguardia ormai mummificata. Mi guardo bene però dal rinnegarla. Anzi è stata una felicissima stagione (forse perché eravamo giovani).

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