POESIE SCELTE di Tadeusz  Różewicz (1921-2014) Presentazione e traduzione a cura di Paolo Statuti “Sono nessuno”, “Elpenore”, “Canto della gabbia”, “Il testimone”,”Chi è il poeta”, “Che bello”, “La spina”, “Le forme”, “Angolini”

Polonia assedio del Ghetto di Varsavia

Polonia assedio del Ghetto di Varsavia

 Poeta, drammaturgo, novelliere e saggista, Tadeusz Różewicz (1921-2014) – da qualcuno definito “specchio e sismografo della realtà contemporanea” – è senza dubbio il più illustre scrittore polacco della generazione cui la guerra tolse la prima giovinezza. E’ nato il 9 ottobre 1921 a Radomsko. Durante il periodo dell’occupazione si mantenne dando lezioni private e lavorando saltuariamente come operaio e corriere. Nel 1942 terminò la scuola clandestina per sottufficiali. Negli anni 1943-44 combatté nei reparti partigiani dell’Armata Nazionale.

Il primo volume di poesie, uscito nel 1947,  è intitolato non a caso “Niepokój” (Inquietudine, 1947). E’ l’inquietudine dell’uomo scampato allo sterminio, che lotta affinché le atroci esperienze che ha vissuto non si ripetano più. Ancora più incisive, da questo punto di vista, sono le due successive raccolte “Czerwona rękawiczka” (Il guanto rosso, 1948) e “Pięć poematów” (Cinque poemi, 1950). Il poeta penetra sempre più profondamente nelle questioni che lo travagliano, e sempre più faticosamente cerca la salvezza nell’osservazione dei mutamenti che avvengono nel suo paese. L’inquietudine morale continuerà a tormentare il poeta anche nei poemi “Równina” (La pianura, 1954) e “Srebrny kłos” (La spiga d’argento, 1955), nonché nel successivo volume “Rozmowa z księciem” (Colloquio con il principe, 1960). Il moralista non può permettere alla sua coscienza di quietarsi davanti a un mite quadretto della natura o in un pacifico idillio. Różewicz risveglia incessantemente le coscienze, perché la coscienza inquieta determina la ricerca della verità, e la ricerca della verità porta alla ricerca del bello. Różewicz è concreto e misurato. Cerca di cogliere l’essenza di un fatto, di un fenomeno, mette a fuoco ciò che vede e ne evidenzia gli elementi essenziali.

polonia fucilazioneNegli anni ’50 lo scrittore, pur continuando ad esprimersi nella poesia, iniziò la sua attività di novelliere e di drammaturgo. Sono apparse così le sue raccolte di racconti “Opadły liście z drzew” (Sono cadute le foglie dagli alberi, 1955), “Przerwany egzamin” (L’esame interrotto, 1960), “Wycieczka do muzeum” (Gita al museo, 1966) e “Śmierć w starych dekoracjach” (Morte tra le vecchie scene, 1970). Caratteristica specifica delle novelle di Różewicz è l’ostinata ricerca dell’umanità in ogni frammento di vita. E’ una prosa incredibilmente condensata, dai molti sottotesti, che scava il realismo dalle vicissitudini umane. Lo scrittore diventa maestro di una nuova prosa, che si può definire realismo poetico. Spesso intreccia elementi occasionali, brandelli di conversazione, il balbettìo di un ubriaco, annunci, frammenti di trasmissioni radiofoniche e televisive, di giornali e di libri. Tutto gli serve come materiale da costruzione, tutto si amalgama nel crogiolo della sua arte.

Altrettanto inquietante e originale come la poesia e la prosa, è la drammaturgia di Różewicz. Lo scrittore, giustamente definito un classico vivente, è sempre fedele a se stesso, alla sua visione del mondo, alle sue ossessioni e alla sua poetica. “Kartoteka” (Cartoteca, 1960), è il dramma di tanti uomini vissuti nel mondo della seconda metà del XX secolo, un mondo in cui lo scrittore scorge molti sintomi di caos e di crisi dei valori tradizionali.

Nei suoi drammi Różewicz è riuscito magistralmente a “spiare” lo stile di vita di certi gruppi sociali, il cui obiettivo è soltanto l’arricchimento e le cui aspirazioni sono esclusivamente di natura consumistica. Ad esempio in “Akt przerywany” (Atto interrotto, 1970), bersaglio dello scrittore diventa il livellamento, l’appiattimento dei costumi, che riguarda non solo la sfera dei problemi quotidiani, ma si imprime anche nella psiche dell’uomo contemporaneo, impoverendone la vita interiore.

tadeusz rozevicz

tadeusz rozevicz

Różewicz – drammaturgo ha creato una nuova forma teatrale, nella quale trovano posto la vita concreta, l’iperbole poetica, l’ironia e il grottesco. Il dramma “Pułapka” (La trappola, 1982), ritenuto da molti un capolavoro, è basato sulla figura di Franz Kafka. Vi si ritrovano fatti della vita di questo scrittore e alcuni echi dei suoi diari. Meditando su Kafka, Różewicz scrive anche di se stesso e un po’ anche di tutti noi, delle nostre paure, del destino dell’uomo – “animale immolato” del XX secolo, “intrappolato” dalla metafisica. La prima trappola di ogni essere umano è l’esistenza stessa. “Sono una trappola, il mio corpo è una trappola in cui sono caduto dopo la nascita”, dice Kafka nel dramma di Różewicz.

Scrive il drammaturgo: “Cosa mi lega al teatro? Al teatro mi lega il desiderio di scrivere un dramma veramente realistico e al tempo stesso poetico. Non è una cosa facile, perché non so in cosa si differenzi il teatro poetico da quello realistico. Considero tutta la mia creazione come un’incessante polemica con il teatro contemporaneo e con le recensioni teatrali.

Nel suo libro “Il teatro della comunità” il regista Kazimierz Braun scrive: “Dopo Wyspiański e Witkacy, dopo Gombrowicz e Mrożek, proprio Różewicz, a mio avviso, è il più autorevole drammaturgo del teatro polacco contemporaneo. Attualmente proprio lui traccia l’indirizzo delle ricerche più importanti”. E’ inutile dire che i drammi di Różewicz sono rappresentati sulle scene di tutto il mondo, inclusa  l’Italia.

Tanti anni sono dovuti passare, prima di riuscire a capire che lo scrittore poeta non ha il diritto di disprezzare, ma ha soltanto il diritto di amare” – ha scritto Różewicz nel volume di saggi “Przygotowanie do wieczoru autorskiego” (Preparazione a una serata d’autore, 1971), e forse in questa affermazione  risiede la verità sull’evoluzione di questo scrittore, la cui creazione ha sempre reagito vivacemente sia alle grandi crisi politiche del nostro tempo, sia a tutti i fenomeni della sfera esistenziale, culturale, di costume, attraverso i quali un umanista del rango di Różewicz non può passare indifferente. Giustamente ha detto Konrad Górski che “non si diventa umanisti per caso. La passione del conoscere in un umanista nasce da un’esigenza istintiva, per capire il senso della vita, per scorgere il legame tra l’enigma del mondo e il destino morale dell’uomo”. Queste parole si adattano alla perfezione a tutta l’opera di Tadeusz Różewicz.

Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

Da tanti anni mi occupo di letteratura polacca e conosco bene questo scrittore. Ma c’è una cosa che continua a stupirmi: che cioè non abbia ricevuto il Nobel per la Letteratura, al pari di Henryk Sienkiewicz (1905), Wladyslaw Reymont (1924), Czesław Miłosz (1980) e Wisława Szymborska 1996). In ogni caso ormai è troppo tardi, perché questa grande figura della letteratura polacca è scomparsa il 24 aprile del 2014.

                                                                                                         Paolo Statuti

 Tadeusz Różewicz   1979

Tadeusz Różewicz
1979

Altre opere di Tadeusz Różewicz:

Poesia

“Czas, który idzie” (Il tempo che va, 1951)
“Wiersze i obrazy” (Versi e immagini, 1952)
“Nic w płaszczu Prospera” (Il nulla nel mantello di Prospero, 1962)
“Duszyczka” (Piccola anima, 1979)
“Płaskorzeźba” (Bassorilievo, 1991)
“Recycling” (Recycling, 1998)
“Nożyk profesora” (Il coltellino del professore, 2001)

Teatro

“Grupa Laokoona” (Il gruppo del Laocoonte, 1961)
“Śmieszny staruszek” (Il vecchietto ridicolo, 1965)
“Wyszedł z domu” (Se n’è andato di casa, 1965)
“Spaghetti i miecz” (Gli spaghetti e la spada, 1967)
“Przyrost naturalny” (Incremento demografico, 1968)
“Na czworakach” (Carponi, 1972)
„Białe małżeństwo” (Matrimonio bianco, 1974)
“Odejście Głodomora” (La partenza del morto di fame, 1976)
“Do piachu” (Morto e sepolto, 1979)
 

Poesie di Tadeusz Różewicz tradotte da Paolo Statuti

Sono nessuno
the dogs leap on Actaeon
Fu condotto
al luogo di pena
il 24 maggio 1945
alle ore quindici
Ich bin Niemand
Mein Name ist Niemand
lo riconobbi dagli occhiali
e dai peli sulla faccia
aveva allora 60 anni
portava una rozza uniforme
scarponi militari
cintura e lacci
si toglievano alle persone
rinchiuse in gabbia
nei giorni afosi
sfoggiava verdi-oliva
mutande e maglietta
le stecche della gabbia furono rinforzate
diceva che dalla pazzia
lo salvava un’antologia di liriche
che aveva trovato nella latrina
that from the gates of death,
that from the gates of death:
Whitman or Lovelace found
on the jo – house seat at that
in cheap edition!
Whitman liked oysters
stringo alleanza con te
Walt Whitman
Ti ho detestato
troppo a lungo
vengo da Te
come bambino adulto
che aveva un caparbio
padre
sono Nessuno
conoscete Nessuno?
il poeta è una bestia
affogata nel mondo
per questo è così insicura
di fronte al mondo
und schritt im Käfig
auf und ab
ohne einen Blick
nach draussen zu werfen

poi lo lasciarono andare
nel serraglio

calcò nell’erba
un sentiero circolare
che non conduceva
all’abbeveratoio

il ballo dell’intelletto
tra le parole

trovò il manico
di una vecchia scopa
il manico si trasformò
nelle sue mani
in spada
racchetta da tennis
stecca da biliardo
bastone da passeggio

Interrogatorio
nel tribunale di stato
del distretto di Columbia
13 febbraio 1946

Mister Pound è qui
Voglia alzarsi e mostrarsi
Alla corte
Grazie

– Qualcuno conosce Mister Pound?
– Io lo conosco
– La poesia che lei ha letto era buona?
– Penso che quello che ho letto fosse in regola
– Il fatto che avesse mania di grandezza
e una buona opinione di sé
è una cosa singolare, anormale?
– Non nel caso di un poeta
– Ed egli è uno dei più illustri
poeti
– Sì
– Capisce egli di aver commesso un tradimento?
– L’accusato ritiene di possedere la chiave
della pace mondiale
tramite la comprensione e la spiegazione di Confucio
– Soffre di psicosi?
– Sì. Penso che soffra di mania di grandezza
e di manie di persecuzione…
Entrambe tipiche degli stati
Paranoici

Dalla cella della morte
fu trasferito
alla “Gorillakäfig”

il poeta è una bestia
affogata nel mondo
per questo è così insicura
di fronte al mondo

the dogs leap on Actaeon
stava nella gabbia
delle bestie feroci
di giorno
accucciato in un angolo della gabbia
di notte
nella luce dei riflettori

i guardiani tacevano

a volte un soldato passando
si fermava
osservava il curioso esemplare
poeta bestia traditore
“padre della letteratura contemporanea”

gettava nella gabbia
sigarette coccolata frutta
passava oltre
il vecchio bofonchiava
Usura usura usura
Rothschild Roosewelt Morgenthau
Usura usura usura
lodava le stragi hitleriane
il miglior fabbro

Ich bin Niemand
mein Name ist Niemand

the dogs leap on Actaeon

l’amore verso il prossimo lo praticavano Quelli
che respingevano la lettera della legge

sempre ho commesso soltanto errori
le parole per me non avevano più senso
risvegliato
mi stupisco

*

Elpenore come hai raggiunto questa buia riva?
Sei venuto a piedi? Precedendo i Naviganti?
Ed egli in risposta:
Triste sorte e molto vino. Dormivo nel focolare di Circe…
Uomo senza fortuna e senza nome.

Tadeusz Różewicz

Tadeusz Różewicz

CANTO DELLA GABBIA

Chi può Kto może
non vuo’ nie chce
Chi vuo’ Kto chce
non può nie może
Chi sa Kto wie
non fa nie czyni
Chi fa Kto czyni
non sa fare nie umie
e così la vita se ne va!

I sipari nei miei drammi

I sipari
nei miei drammi
non si alzano
e non calano
non coprono
e non mostrano

arrugginiscono
marciscono stridono
lacerano

il primo di ferro
il secondo di straccio
il terzo di carta

cadono
a pezzi

sulle teste
degli spettatori
degli attori

i sipari nei miei drammi
pendono
sulla scena
sulla platea
sul guardaroba

ancora dopo
la rappresentazione
si appiccicano alle gambe
frusciano
pigolano

(1967)

Tadeusz Różewicz

Tadeusz Różewicz

Il testimone

Tu sai che ci sono
ma non entrare all’improvviso
nella mia stanza

potresti vedermi
tacere
su un foglio bianco

E’ mai possibile scrivere
sull’amore
sentendo le grida
degli ammazzati e dei disonorati
è mai possibile scrivere
sulla morte
guardando le faccine
dei bambini

Non entrare all’improvviso
nella mia stanza

Vedrai un muto
e confuso
testimone dell’amore
l’amore vinto dalla morte

(1952)

Chi è poeta

poeta è colui che scrive versi
e colui che i versi non scrive

poeta è colui che si toglie le catene
e colui che le catene si mette

poeta è colui che crede
e colui che credere non può

poeta è colui che mentiva
e colui al quale hanno mentito

poeta è colui che mangiava dalla mano
e colui che mozzava le mani

poeta è colui che ha la bocca
e colui che ingoia la verità

poeta è colui che cadeva
e colui che si rialza

poeta è colui che va via
e colui che andar via non può

(1962)

Angolini

Autunno
le piogge dietro le finestre passano volando
le castagne si spaccano
saltellano
i ragazzi dalla scuola corrono
con un allegro grido
frantumano l’acqua

le cicogne sono volate via
soltanto un passero
col pelo rizzato nero
come un piccolo spazzacamino
aspetta le briciole
di pane del sole

la sera le nebbie si trascinano
per le strade

un uomo
va
sul globo terrestre
con la testa immersa
nell’universo

i ragazzini
non mettono nelle bottiglie
gli spinarelli argentati
e i neri girini

le ragazzine non intrecciano ghirlande
di calta palustre
e di azzurri nontiscordardimé

viene l’inverno

05.10.2002 WROCLAW TEATR POLSKI TADEUSZ ROZEWICZ URODZINY POETY FOT. BARTLOMIEJ SOWA / AGENCJA GAZETA

05.10.2002 WROCLAW TEATR POLSKI TADEUSZ ROZEWICZ

La spina

non credo
non credo dalla fine
all’inizio del sonno

non credo da una sponda all’altra
della mia vita
non credo in modo franco
profondo
come profondamente credeva
mia madre

non credo
mangiando il pane
bevendo l’acqua
amando il corpo

non credo
stando nei suoi templi
tra i suoi sacerdoti e segni

non credo stando sulla strada della città
in un campo sotto la pioggia
nell’aria
nell’oro di un annuncio

leggo le sue parabole
semplici come una spiga di grano
e penso al dio
che non rideva

penso a un piccolo
dio sanguinante
nei bianchi
pannolini dell’infanzia

alla spina che lacera
i nostri occhi la bocca
adesso
e nell’ora della morte

Le forme

Queste forme un tempo così ben disposte
docili sempre pronte a ricevere
la morta materia poetica
spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue
si sono spezzate e disperse

si gettano sul loro creatore
lo lacerano e trascinano
per lunghe strade
nelle quali un tempo sfilarono
tutte le orchestre le scuole le processioni

la carne che ancora respira
piena di sangue
è il nutrimento
delle forme perfette

convergono così ermeticamente sulla preda
che perfino il silenzio non filtra
all’esterno

(dicembre 1956)

Che bello

Che bello Posso cogliere
i mirtilli nel bosco
pensavo
non c’è il bosco né i mirtilli.

Che bello Posso sdraiarmi
all’ombra di un albero
pensavo gli alberi
non danno più ombra.

Che bello Sono con te
il cuore batte così forte
pensavo l’uomo
non ha il cuore.

(1948)

Paolo Statuti

Paolo Statuti

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).

   Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.

   Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.

   A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska.

   Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti  dal polacco in italiano:

Baterowicz, Marek  “Canti del pianeta” Roma, Ed. Empirìa, 2010
Brzechwa, Jan   “Una giornata tutta da ridere con il prof. Kleks”  (Akademia Pana Kleksa)  Roma, Città Nuova, 1992
Brzechwa, Jan   “Avventure di viaggio con il prof. Kleks”   (Akademia pana Kleksa), Roma, Città Nuova, 1996
Broniewski, Wladyslaw   “La Comune di Parigi”  Roma, Ragionamenti n.180-181 gennaio-febbraio  1989
Dobraczynski, Jan   “L’invincibile armata”  Casale Monferrato, Piemme, 1994 (ristampa Milano, Gribaudi, 2011)
Dobraczynski, Jan    “La spada santa” (Storia di s. Paolo) Milano, Gribaudi, 2002
Dobraczynski, Jan    “Il fuoco arde nel mio cuore” (santa Teresa d’Avila)Milano, Gribaudi, 2004
Dobraczynski , Jan    “Ho visto il Maestro!”  (Maria Maddalena)  Milano,Gribaudi, 2005
Dobraczynski, Jan    “Il cavaliere dell’Immacolata” (s. Massimiliano Kolbe) Milano, Gribaudi, 2007
Ficowski, Jerzy       “Poesie”  Stilb n.7  gennaio-febbraio  1982
Ficowski, Jerzy        „Il rametto dell’albero del sole”  Roma, Edizioni e/o, 1985
Galczynski, K. Ildefons   “Visioni di san Ildefonso ovvero Satira sull’universo” Roma, La Fiera letteraria n.3   2 gennaio 1973
Grzesczak, Marian    “Poesie”  Roma,  Tempo presente  n. 9-10  giugno- Agosto 1981
Małgorzata, Hillar     20 poesie, Edizioni CFR, ottobre 2013
Iwaszkiewicz, Jaroslaw    “Poesie”  Roma, La Fiera letteraria n. 27  7 luglio 1974
Urszula, Kozioł    20 poesie, Edizioni CFR, marzo 2014
Lesmian, Boleslaw   “Poesie”   Roma, La Fiera letteraria  n.20   20 maggio 1973
Ewa, Lipska    20 poesie, Edizioni CFR, luglio 2014
Milosz, Czeslaw    “Poesie”   Roma, Tempo presente  n.6   dicembre 1980
Mrozek, Slawomir   “Un caso fortunato”   Sipario: rassegna mensile dello
Spettacolo  n. 315-316  agosto-settembre 1972  (tradotto
in collaborazione con Zbigniew Chotchowski)
Norwid, Cyprian k.   “Il pianoforte di Chopin”  Roma, Ragionamenti, n.183 aprile 1989
Pomianowski, Jerzy   “Guida alla moderna letteratura polacca, con annessa
antologia di poeti polacchi contemporanei” Roma, Bulzoni
1973  (traduzione di 62 poesie di poeti diversi)
Poświatowska, Halina  “50 poesie scelte”, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, 2014
Statuti, Paolo    “Viaggio sulla cima della notte: racconti polacchi dal 1945 a oggi”  Roma, Editori Riuniti, 1988  (questo lavoro è stato molto apprezzato da Herling-Grudzinski. Nell’antologia sono presenti
55 autori con un totale di 55 racconti)
Stryjkowski, Julian    “Austeria”  Roma, edizioni e/o  1984  (tradotto in collaborazione con  Aleksandra Kurczab)
Wojtyszko, Maciej    “Bromba e gli altri  e la saga dei Claptuni”  Effelle di Marino Fabbri   Roma 1986

Przygotowane do druku: K.I. Gałczyński   20 poesie, Edizioni Joker

  1. Kamieńska 50 poesie, Edizioni Joker
  2. Świrszczyńska 41 posie, Edizioni Joker

Dużo wierszy umieściłem w moim blogu musashop.wordpress.com

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29 commenti

Archiviato in Autori dei Due Mondi, Poesia modernista, poesia polacca

29 risposte a “POESIE SCELTE di Tadeusz  Różewicz (1921-2014) Presentazione e traduzione a cura di Paolo Statuti “Sono nessuno”, “Elpenore”, “Canto della gabbia”, “Il testimone”,”Chi è il poeta”, “Che bello”, “La spina”, “Le forme”, “Angolini”

  1. Tadeusz Rozewicz proviene dall’esperienza traumatica della seconda guerra mondiale e dall’orrore dei campi di concentramento, è un prodotto della catastrofe della cultura, la sua è una riflessione che ha al centro di sé la domanda: che cos’è l’uomo? Che cosa è diventato? Ci sarà un avvenire per l’uomo figlio dell’Occidente? – Rozewicz si chiede se sia ancora possibile scrivere poesia dopo Auschwitz e dopo la dissoluzione delle “Forme”:

    Queste forme un tempo così ben disposte
    docili sempre pronte a ricevere
    la morta materia poetica
    spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue
    si sono spezzate e disperse

    La risposta, in sede estetica, sarà la rivoluzione delle forme, l’adozione del verso libero a la adozione di un polinomio frastico organizzato secondo i tempi e i modi della prosa. La poesia di Rozewicz si prosasticizza, indossa i vestiti della povertà, assume un tono asseverativo e dimesso, gnomico e colloquiale, mescola abilmente il parlato con il ready made, la citazione con la semplice proposizione del quotidiano, il dialogo con il soliloquio. Il risultato è una prosodia sorprendentemente ricca e vissuta, ritmicamente snodabile, capace di aderire alle tematiche più diverse come un vestito tagliato su misura. È la misura e la precisione del suo dettato poetico che ne farà il progenitore della poesia polacca moderna. Un grande poeta modernista che ha saputo formulare nella nuova sintassi del modernismo le domande più inquietanti e scomode del nostro tempo. È la scoperta più sconvolgente di Rozewicz quella di interrogare l’uomo senza qualità che è sortito fuori dalla seconda guerra mondiale: l’uomo è diventato quella cosa senza identità dei nostri giorni:

    Sono nessuno
    the dogs leap on Actaeon
    Fu condotto
    al luogo di pena
    il 24 maggio 1945
    alle ore quindici
    Ich bin Niemand
    Mein Name ist Niemand
    lo riconobbi dagli occhiali
    e dai peli sulla faccia
    aveva allora 60 anni
    portava una rozza uniforme
    scarponi militari
    cintura e lacci
    si toglievano alle persone
    rinchiuse in gabbia…

  2. Agli allievi non è dato sapere chi sia un maestro, lo sapranno quando toccherà a loro di esserlo. Prima di allora ne spieranno i gesti, ne sentiranno il profumo, ascolteranno le sue parole, gli daranno la loro fiducia e cercheranno amore ogni volta nel guardarlo. Questa è l’idea che ho della figura del maestro, ed è l’idea che ho ritrovato leggendo queste poesie.
    Non so se sia per la traduzione, che immagino esemplare, ma ne viene anche l’impronta seria, altro elemento che spesso caratterizza il maestro, serio perché responsabile.
    Oltre al sapiente uso di materiali eterogenei, colpisce in queste poesie l’uso della negazione, cosa non frequentissima, mi pare, nei poeti: negazione e affermazione che si equivalgono, si sommano. Ecco quest’ultimo aspetto mi conquista particolarmente, perché superando il dualismo dei contrari, dicendo che è anche quel che non è, finisce con l’abbracciare. E si dà nuovo senso all’amore.

  3. “Semplicità, essenzialità, chiarezza del dettato, nitore, quasi direi, classico nella poesia di Tadeusz Różewicz” avevo scritto ieri nel mio commento ad alcuni suoi versi inseriti in uno scritto di Giorgio Linguaglossa, che avevo ringraziato per averli pubblicati. Oggi ecco una Poesia tragica per chi ha conosciuto i Lager per sua fortuna solo nei libri e nei film, ma è stato spaventato “dal fuoco e dall’odore del sangue” come “queste forme un tempo così ben disposte” di Tadeusz Różewicz (“Le forme”). La memoria fa riaffiorare il nome del pianista polacco Władysław Szpilman (Radio Varsavia), anch’egli esperto degli orrori nel Ghetto di Varsavia e della crudeltà degli oppressori.
    Tutte le poesie di questo florilegio, tradotte magistralmente da Paolo Statuti, che ringrazio, meriterebbero un commento, o forse, meglio, nessuno perché la vera poesia parla da sola, si spiega da sola, senza bisogno di superflui discorsi: si deve solo “ascoltarla” in rispettoso silenzio.
    Mi basta menzionare “Sono nessuno” in cui il plurilinguismo è prova di quei tempi oscuri in cui l’affermazione, forse risposta, “Ich bin Niemand / Mein Name ist Niemand” ricorda per certi aspetti Odisseo di fronte al crudele Polifemo, per altri gli internati nei Lager che erano costretti a rispondere in tedesco citando a memoria il loro numero inciso sul braccio, ma forse avrebbero voluto rispondere in questo modo. Non è più un uomo chi sopravvive così. È un numero o Nessuno.
    La poesia di Walt Whitman, prima detestato, ora aiuta a sopravvivere. La vicenda di Ezra Pound, di cui compare come un ritornello il verso dei “Cantos” “the dogs leap on Actaeon”, evoca i tempi altrettanto oscuri del dopoguerra, quelli della resa dei conti, in cui il “poeta bestia traditore / ‘padre della letteratura contemporanea’”, per le sue idee e alleanze politiche, in realtà deplorevoli (n.d.r.), fu processato e detenuto tredici anni in un manicomio giudiziario: “the dogs leap on Actaeon / stava nella gabbia / delle bestie feroci / di giorno / accucciato in un angolo della gabbia / di notte / nella luce dei riflettori”.
    Pregevole la poesia “Il testimone” e notevole “Chi è poeta” per l’efficace e originale affermazione e immediata negazione o contrapposizione del contrario in ogni distico. I contrari si elidono e nasce qualcosa di buono, per esempio cercare di capire il senso della vita “per scorgere il legame tra l’enigma del mondo e il destino morale dell’uomo” (Konrad Górski).
    Convengo con Paolo Statuti che il Premio Nobel sarebbe stato meritato.

    Giorgina Busca Gernetti

  4. Steven Grieco

    Curiosamente, le poesie che ho conosciuto io di Rozewicz, quelle più estreme e forti, scritte fra gli anni 50 e 60, non si vedono più in giro. Chissà perché. Dovrò andare a cercarle nel mio Penguing Book of Contemporary Polish Verse, selezione scelta, a proposito da Milosz stesso.

  5. Steven Grieco

    Refuso: Penguin Book

  6. Giuseppina Di Leo

    “Tanti anni sono dovuti passare, prima di riuscire a capire che lo scrittore poeta non ha il diritto di disprezzare, ma ha soltanto il diritto di amare”. Come dice Statuti, la frase di Różewicz ha una portata rivoluzionaria, perché è immensa nelle sue implicazioni, e che dovremmo fare nostra. Un diritto pari alla libertà di parola. Ringrazio il traduttore, e il blog, per aver offerto un poeta importante come Tadeusz Różewicz.

  7. Tadeusz Różewicz nel 2000 fu insignito del titolo onorifico di
    Cavaliere dell’Ordine dell’Ecce Homo. Ecco la motivazione:

    «Per l’aver esplorato il lato oscuro di un mondo pieno di caos e divisione, la speranza che emana dalla valutazione del quotidiano, il grigio apparentemente impassibile, per l’essere venuto a patti con l’inevitabilità e la determinazione nella ricerca della verità dell’uomo e per la poesia che “tocca i cuori…”(Poetica)»
    — 2000

    GBG

  8. Vi svelo un segreto. È un segreto che ho capito leggendo la poesia di Rozewicz, e ho deciso di farne dono ai lettori.

    Nella poesia di Rozewicz si entra subito dentro una stanza, dentro una situazione, dentro un personaggio. Rozewicz è il primo poeta del nuovo modernismo europeo che utilizza il discorso diretto (facilitato in ciò dalla sua lunga esperienza di scrittore di drammi), di qui l’impiego continuo di dialoghi… e il discorso indiretto, il correlativo oggettivo con il correlativo soggettivo (cioè lo spostamento del soggetto, lo spaesamento del soggetto, la dislocazione del soggetto). Rozewicz fa uso della sapienza antica e antichissima dei saggi cinesi, di Lao Tzu quando questi scrive: «La via è vuota, ma usandola, non si riempie». C’è qui l’esperienza della negazione e dell’affermazione, l’una accanto all’altra. L’esperienza del vuoto e del pieno, del vero e del falso. Gli opposti non si elidono ma si potenziano. In tal modo la poesia potenzia alla estrema potenza il proprio linguaggio, nega e afferma allo stesso tempo la medesima cosa. Voi direte, ma come è possibile? Come è possibile dire con il discorso poetico una cosa e, immediatamente dopo, negarla? C’è qui un esercizio di doppiezza, forse? – No, qui è in azione il pensiero poetico che dispone della sua autorità, che tratta tutto ciò che tratta con l’autorità che è riservata ad un sovrano assoluto. Soltanto la poesia ha questo attributo, di dire e di fare ciò che crede. Al contrario del romanzo il quale invece non può permettersi tanta e tale libertà, se non altro perché un cambio di marcia deve essere spiegato e accompagnato da una preparazione narrativa. In poesia, invece, non c’è bisogno di tutto ciò, la poesia è libera di fare i salti mortali che vuole, se lo desidera. La poesia di Rozewicz fa proprio questo principio compositivo (che è anche un principio epistemologico di poetica), entra subito dentro le situazioni e le illumina dall’interno con la lampada di Diogene di una nuova visione del fare poesia e di come leggere il mondo.

    • Due forze uguali e opposte si elidono reciprocamente.
      Due numeri uguali di segno diverso si elidono.
      Questo in fisica e in matematica.
      Sulla poesia “Chi è poeta” di Tadeusz Różewicz” avevo scritto: **per l’efficace e originale affermazione e immediata negazione o contrapposizione del contrario in ogni distico. I contrari si elidono e nasce qualcosa di buono, per esempio cercare di capire il senso della vita “per scorgere il legame tra l’enigma del mondo e il destino morale dell’uomo” **(Konrad Górski).
      Per esempio: “poeta è colui che scrive versi / e colui che i versi non scrive”. Quella che io ho denominata “elisione” con quello che segue (“e nasce qualcosa di buono”) in realtà, per un processo dialettico, nel momento in cui, unifica ed eleva le opposizioni precedenti. Qual è il risultato? Che il poeta è ancora più autentico e grande: un Poeta.
      Inoltre ha piena libertà di sé, anche se fosse davvero in catene o in un Lager o in un Gulag:

      “poeta è colui che si toglie le catene
      e colui che le catene si mette”

      Giorgina Busca Gernetti

  9. Ringrazio per l’utilissimo approfondimento. Dunque non m’ero sbagliato nell’evidenziare questa sapiente anomalia, sopra, quando scrivevo “è anche quel che non è”.

  10. Vi ringrazio per queste vostre sapienti considerazioni e sono felice di avervene dato lo spunto con la mia traduzione. Del resto, oltre che per un mio intimo piacere, traduco anche per voi che amate la poesia.

  11. caro Paolo Statuti,

    sarebbe bello se tu traducessi per l’Ombra qualche poesia degli anni Cinquanta e Sessanta, quelle indicate da Steven Grieco e che sono le poesie forse più drammatiche di Rozewicz.
    L’aspetto più sorprendente e innovatore di Rozewicz è il suo metodo di composizione che contempla la compresenza di dialoghi con perifrasi e discorsi diretti del soggetto poetante. Straordinaria innovazione che considero basilare per la forma del Nuovo Modernismo Europeo. Grazie.

  12. Rozewicz parla di un “uomo senza fortuna e senza nome”; questa condizione di estrema esclusione, in cui la sorte colloca, spesso, i migliori,non impedisce a questo meraviglioso poeta di accettare l’ingiustizia degli uomini e gli agguati della malasorte,forte solo di una superiore capacità di riscatto,in nome del sapere e della bellezza, Anna Ventura

  13. letizia leone

    Superare lo scandalo del fare artistico, del fare poetico dopo Auschwitz è la stessa aporia in cui si è dibattuto a lungo anche Paul Celan, il quale si ritrovava a “maneggiare” la stessa lingua dei Kapò e dei nazisti…eppure con esiti diversi ambedue i poeti, Celan e Ròzewicz, sono riusciti a portare luce nella notte “come una cometa”.
    Come si può cantare senza canto, oltre l’elegia, e addirittura nella necessità di dover sabotare il verso stesso (in quanto alta formalizzazione linguistica ed estetica )? Anzi qui addirittura si tratta di ricominciare a parlare e sorridere quando quei “sorrisi crudeli murati dal gesso…” non sono metafora ma cruda realtà, leggo infatti in una nota di accompagnamento al testo citato che “la bocca dei condannati a morte veniva murata con gesso o fanghiglia al momento dell’esecuzione”…(da “Il guanto rosso”, Scheiwiller 2003).
    Sarebbe interessante leggere le poesie del primo periodo (feroci e anti-poetiche, diciamo così) prima che il dettato prendesse l’andamento dialogico e intertestuale, e seguirne l’evoluzione di questa parola testimoniale nuda e senza filtri del sopravvissuto. Grazie per le preziose traduzioni di Paolo Statuti e per gli acuti interventi sul poeta.
    Forse, vorrei aggiungere, questa aporia, questa difficoltà espressiva è ormai tutta contemporanea, non solo perchè la logica nazista (in quanto programmazione politica del male e della morte verso animali e uomini ) è sopravvissuta ai campi di sterminio e gode ottima salute… ma anche perchè il logos, il verbo, la parola per arrivare a dire e coinvolgere deve superare una soglia sempre più alta di rumore mediatico…e questa sembra la lotta di Davide contro Golia, del poeta solitario e artigiano contro l’industria culturale del divertimentificio…E qui mi sembra che il poeta polacco trovi una via d’uscita stilistica brillante come rilevato nell’illuminante analisi stilistica di Giorgio!

    • Su un altro piano, benché Premio Nobel, Salvatore Quasimodo, di cui ricorreva ieri (14 giugno) l’Anniversario della morte:

      ALLE FRONDE DEI SALICI
      E come potevano noi cantare
      Con il piede straniero sopra il cuore,
      fra i morti abbandonati nelle piazze
      sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
      d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
      della madre che andava incontro al figlio
      crocifisso sul palo del telegrafo?
      Alle fronde dei salici, per voto,
      anche le nostre cetre erano appese,
      oscillavano lievi al triste vento.
      *
      Giorgina Busca Gernetti

  14. antonio sagredo

    Man mano che leggevo l’introduzione di Paolo Statuti mi dicevo che alcune sue considerazioni combaciavano con le parole di Andrej Nowick (1919-2011) questi — massimo filosofo ateista polacco e tra i maggiori mondiali — mi introdusse profondamente nella prosa e poesia polacca del secolo trascorso… egli mi informò meglio di tutti gli studi sulla cultura polacca in generale che avevo letto negli anni addietro, e questo per avere la maggiore conoscenza del mondo slavo. Nowicki, sotto le mie incalzanti richieste e domande precise mi donò informazioni preziose sulla poesia polacca – egli conobbe e fu amico di molti dei poeti e scrittori polacchi – e veniamo allo scrittore in oggetto qui : Tadeusz Różewicz.
    Statuti me ne parlò già qualche anno fa perché lo teneva in grandissimo conto, come del resto il Nowicki, e me ne disse con lodi sperticate e competenti. Il suo valore come poeta e come drammaturgo è davvero grande nella cultura polacca, che certo non si può dire povera di scrittori e poeti! Anzi, la difficoltà di farsi riconoscere come un originale artista-scrittore, in quella terra è notevolissima, poi che abbonda di talenti straordinari; e uno di questi io conobbi personalmente nella Roma dei primi anni ’70 a Roma: un regista teatrale di fama mondiale come Tadeusz Kantor – presentatomi da A. M. Ripellino, con cui scambiai dieci minuti di parole.
    Il filosofo Nowicki ne conosceva benissimo le opere poetiche del Poeta poi che lo pedinò fin dalla sua prima apparizione: “Niepokój” (Inquietudine, 1947) : erano quasi coetanei. Gli chiesi di farmi una lista dei maggiori scrittori, e di certo il Różewicz era tra i primi dieci. Lo slavista Statuti si lamenta: perché Różewicz non ha ricevuto il Nobel? – Ma, caro, per essere grandi, non è necessario vincerlo, e poi sappiamo tutti quali sono i criteri di assegnazione, e rare volte quegli “accademici” hanno “indovinato” un Nobel meritato! – Basta così! –
    Ad osservare il volto di Różewicz non si può fare a meno di accomunarlo – solo un pochino ? – al volto di Kafka, ma questa somiglianza più o meno lontana, o (vicina?) non significa nulla! La poesia di Różewicz viene prima della sua prosa drammaturgica e questo vuole significare che il suo sentire fu dapprima il Canto! Ed è con questo che si affaccia al palco, assumendosi quella colpa di affermare la verità, anzitutto di cercarla e soltanto dopo averla trovata ed espressa, si allontana dietro le quinte (le transenne della “Gabbia”!) per spiarne del pubblico le smorfie e gli appalusi! Il suo stile da quel che leggo qui (nel blog) è un affastellamento di pensieri cantati presi dalla strada, dalla sua mente che ballerina che svolazza sui trionfi della morte e della vita, cercando quel minimo di umanità che può albergare in questa creatura che di umano ha ben poco (e perché umano dovrebbe avere una valenza positiva? – mi rispose Kantor che coi suoi fantocci scantonati e dinoccolati a stento riusciva a comunicare…- l’umano!)… dunque la poesia di Różewicz si muove tra labirinti di canti metallici e di descrizioni stringatissime non disdegnando idiomi stranieri, citazioni di autori e i nomi di costoro (Pound, Confucio ecc.) e anche l’anonimato nei versi “ulissei” di
    “…padre
    sono Nessuno
    conoscete Nessuno?”
    —- che affermano come l’antico non è tale se non si coniuga col presente e col futuro anche in una maniera sghemba, poco monologante e paranoica a volte… e poi affrontando i legni e i cartoni nascosti del luogo teatrale non sai se è il luogo esatto da cui e con cui affrontare il mondo? O se stessi? Si domanda il poeta attonito! Ma siamo in una gabbia? O siamo fuori per costruirla? – E poi cosa è questa figura del Poeta e qui il Różewicz snocciola una serie di definizioni – statene certi – destinate a un fallimento non solo le stesse definizioni, ma pure il pensare che possano esistere delle definizioni da imbastire! – Seguono poi dei versi banali sull’ ”Autunno”… banali appositamente, come a dire: è inutile scrivere di questi versi “stagionali”: tanto non si cambia nulla! Ed è un avvertimento a quei poeti fasulli che ancora ora ne scrivono commossi (anche su questo blog): poveri fessi!
    Nei versi della “Spina” poi si affacciano delle “metafisiche” quotidiane, sconfortanti poi che vogliono esistere nonostante non ci sia nulla per cui vale la pena di esistere… e quei versi poi del raccogliere – già dal 1948! – i mirtilli nel bosco è l’apoteosi di come pur stando nella Natura non si sa riconoscerla: si raccoglie per raccogliere qualcosa da trangugiare e non ha senso sia il luogo del raccoglimento (non ha senso anche ovviamente l’interiore raccoglimento!) sia il gesto della mano: non c’è azione ci dice il Poeta crudele coi guanti – gialli?! -:

    “Che bello Sono con te
    il cuore batte così forte
    pensavo l’uomo
    non ha il cuore.”
    —- e il cui commento è pleonastico e inammissibile:
    “Che bello…” cosa?
    Se non c’è il cuore! ______ e tutto ciò dopo l’orrenda seconda carneficina del secolo trascorso: il Poeta aveva compreso tutto così giovane d’età, ma già vegliardo d’intelletto!
    E Il Nobel?
    Lasciamolo vincere agli imbecilli tutti… ma tra questi ogni tanto spunta un fiore, ma per sbaglio!
    Antonio Sagredo

    Brindisi, 15 giugno 2015

  15. Posso solo ringraziare chi mi ha preceduto.

  16. antonio sagredo

    Quel che ho scordato non appositamente di scrivere nel precedente mio intervento è di scrivere del valore dell’alta qualità delle traduzioni del traduttore, che per me è ovvia, poi che in altre occasioni ho dettato; il fatto che Statuti non sia stato un accademico(*), ne aumenta invece il valore della sua capacità traduttiva a scorno de polonisti vecchi e nuovi e futuri che difficilmente eguaglieranno la sua opera: quantità e qualità non si escludono, ma si amalgano ed è interna tutta la loro rispettiva concorrenza per elevare sermpre più il valore delle sue traduzioni. Sanno bene i polonisti (e anche i russisti – ma con questi è altro discorso) accademici che esiste un Paolo Statuti che non fa parte della loro cricca tutta tesa a difendersi e a a pararsi il culo uno con l’altro! L’ultimo evento che ha sbalordito me per primo e tanti altri onesti slavisti a cui ho riferito.. è stato quello della lapide a Giordano Bruno in Roma, a Campo deI Fiori: è bastato il loro silenzio…. di accademici italiani e polacchi, funzionari delle rispettive ambasciate, dell’assessore alla cultura (quale cultura?!) di Roma, per comprendere il loro valore di affosatori e di falsari, e ora mi taccio!
    A. S.
    (*) il caso Ripellino e pochissimi altri fuoriclasse è altra faccenda!

  17. caro Antonio Sagredo,

    io però vorrei conoscere il tuo parere sulla poesia di Tadeusz Rozewicz.

  18. antonio sagredo

    Il mio parere sulla poesia del Poeta è in parte detto nel primo intervento, certo sono affine più a Herbert e un po’ a Milosz e al lontano e caro Lesmian; affine poi che il mito nel Canto deve esserci perché duri la stessa poesia e un pizzico di metafisica non guasta; in Rozewicz il Canto come lo intendo si riduce ad un ragionamento stringato e razionale, è come dire un pensiero che aspira al Canto e che invece la miseria umana di continuo affossa, e allora il tentativo del Poeta è quello di rimettere in discussione ancora una volta, fra catastrofi e resurrezioni, la rotta che deve seguire il Poeta stesso… il tentativo è composto di descrizioni e definizioni per cercare di scardinare e nello stesso tempo di eliminare gli avanzi disumani che nell’umano ancora persistono: dunque è un Poeta-spazzino di alta levatura il cui disprezzo si rivela ina perpetua contraddizione con la purezza che vuole raggiungere, ma il cammino che intraprende il Poeta è interrotto da infiniti cavalli di Frisia che ostacolano il lavoro di pulitura della stessa Poesia che vorrebbe manifestare e che la Realtà contrasta… Statuti afferma che il Poeta ” spesso intreccia elementi occasionali, brandelli di conversazione, il balbettìo di un ubriaco, annunci, frammenti di trasmissioni radiofoniche e televisive, di giornali e di libri. Tutto gli serve come materiale da costruzione, tutto si amalgama nel crogiolo della sua arte” e dice benissimo.. un realismo poetico è possibile l’abbia raggiunto appieno, ma il contrario è ben più difficile… Herbert invece lascia da parte il contrasto-nemico del Poeta da secoli e si alimenta di un mito trasecolato che nel Canto assume carattere di guida e di insegnamento; il Milosz invece pare succube del mito che egli stesso – a suo modo – si è creato allontanando la Realtà e appare dunque un mito azzoppato; Rozewicz ha dalla aprte sua un lavoro di scavo più profondo nella Realtà, ma non più alto, così come fissato alla ricerca…. che forse gli fa smarrire il senso di una unità tra Realtà e Poesia… certe volte per troppo indagare si perde il senso del perché della ricerca stessa. Ma ogni Poeta….
    a. s.

  19. antonio sagredo

    e adesso vado a raccogliere il capperi (la Realtà) prima che divengano degli splendidi fiori (la Poesia)…. metterli sotto sale e poi in bagno di aceto…

  20. Caro Antonio Sagredo,

    Rozewicz apprezzava l’opera pittorica di Burri, apprezzava l’informale materico di Burri il quale creava con il materiale bruto «immondezzai organizzati»:

    affamato nel campo di lavoro
    componeva con i rifiuti
    il mondo nuovo
    tra le morti e i rifiuti
    creò la bellezza
    diede prova di una nuova interezza.

    Anche per il poeta polacco i rifiuti e i letamai sono diventati illustrazione e simbolo della crisi della cultura nella seconda metà del XX secolo:

    vicino al mio cuore
    l’immondezzaio metropolitano
    il poeta degli immondezzai è vicino alla verità
    più del poeta delle nuvole
    gli immondezzai pieni di vita
    di sorprese.

    Rozewicz si rende conto che l’arte si trova in un momento di passaggio, lo fa con la consueta sfumatura ironica:

    Un’epoca si sta concludendo
    inizia
    un’epoca nuova e a volte gli artisti si sentono
    in dovere
    di creare un’opera degna
    dei nostri grandi straordinari
    tempi
    invece pian piano vediamo
    che un’epoca si è conclusa
    un’altra è iniziata
    alcuni se ne sono accorti
    altri no .

    Altri ancora «sono appesi immobili ormai quasi belli», già classicizzati seppur giovani (Afro, Spazzapan, Music, Consagra, Corpora) Uno dei segnali più inquietanti del trapasso da un’epoca all’altra? Nel 1957 il poeta aveva visto a Parigi «l’albero realistico» di Mondrian che «si faceva astratto / moriva e partoriva / una proposta nuova». Ora, solo cinque anni dopo, in America la scimpanzè Betsy dipinge quadri tachistes e ne ha venduto uno per 350.000 franchi… «Das Spiel mit den Möglichkeiten»: l’espressione artistica di oggi – inizio anni 60 – tende a essere un gioco delle possibilità, un gioco – sembra questo il giudizio di Rozewicz – di cui l’artista cerca ancora di stabilire delle regole. L’unica vera consapevolezza pare essere un diverso atteggiamento etico: non più “partecipante”, ma “testimone”. E la parte conclusiva del poema, intitolato “Diritti e doveri” e anch’essa ricca di topoi intertestuali iconografici, sembra esserne l’esemplificazione poetica attraverso la parafrasi dei primi versi del poema di W.H. Auden “Musée des Beaux Arts”, che a sua volta descrive il dipinto di Brueghel “La caduta di Icaro”. Un tempo, nel vedere Icaro in caduta, il poeta avrebbe gridato a tutti gli astanti di guardare, di assistere al dramma del figlio del sogno in atto di precipitare:

    ma adesso adesso non so
    so che l’aratore deve arare la terra
    il pastore custodire le greggi
    l’avventura di Icaro non è la loro avventura
    deve andare a finire così
    E non c’è nulla di
    sconvolgente nel fatto
    che la bella nave continui a navigare
    versi il porto stabilito.

    È il tema della fine della poesia che ritorna in modo ossessivo nella poesia di Rozewicz. In Et in Arcadio Ego (1950) scrive:

    il musicante ha chiuso il violino
    nella custodia
    si è seduto al tavolino
    i camerieri ripiegano le tovaglie
    le vele

    La festa è finita. I camerieri se ne vanno, ripiegano le tovaglie…

    Siamo alla fine di un’epoca
    il musicista scompare così com’è scomparso il poeta…

    È questa profonda consapevolezza che fa la grandezza della poesia di Rozewicz. Pochi poeti hanno avuto così netta la percezione della fine di un’epoca e della sua arte più sublime: la poesia, quanto Rozewicz.

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