OTTO POESIE di Eugenio Lucrezi, da NIMBUS (2015) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Patrick Caulfield (1936-2005)

Patrick Caulfield (1936-2005)

Eugenio Lucrezi, otto poesie da NIMBUS, 100 esemplari numerati con interventi a mano dell’autore sulla copertina di ciascun esemplare, collana “Centodautore” a cura di Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi, EUREKA Edizioni, Corato, Bari, 2015
 

eugenio Lucrezi nimbus coverCommento di Giorgio Linguaglossa

 A proposito del penultimo volume di Eugenio Lucrezi mimetiche (Salerno, Oèdipus, 2013 pp. 112 € 10.00) citavo Cesare Segre: «Un’opera letteraria è un prodotto semiotico che si realizza attraverso il codice-lingua». Direi che questa plaquette di Eugenio Lucrezi è una sorta di metalinguaggio che riflette sulle sorti della poesia. Di solito gli scrittori e i poeti sono alieni dall’indicare chiaramente quali siano i riferimenti testuali espliciti e impliciti di un’opera letteraria; ma quello che importa, in sede di lettura, non è tanto individuare tutti i possibili e probabili riferimenti intertestuali ed extratestuali contenuti in un’opera quanto le stratificazioni  di significati che sotto stanno alla superficie linguistica del messaggio. In realtà, la letteratura è una cosa che parla alla letteratura per mezzo della letteratura, è anche questo aspetto che legittima in parte il circolo ermeneutico. Il critico può ricostruire o no la storia di questa stratificazione ma ciò non porterà alcun sostegno determinante alla valutazione di valore di un’opera letteraria. Questo come preambolo. Sta di fatto che il libro di poesia di Eugenio Lucrezi già dal titolo vuole richiamare l’attenzione del lettore sulla relazione mimetica che lega gli enunciati del testo ad altri enunciati che l’autore si premura di farci conoscere. «Esercizi mimetici» (con le parole dell’autore) come esercizi di stile, confezionamento di un messaggio intertestuale con rimandi ad autori esterni e interni al testo: Kafka, Properzio, Amelia Rosselli, Sergio Solmi, Ovidio, Tommaso Landolfi e alla musica come ad esempio John Cage.

Dal computo della declinazione dei verbi degli enunciati notiamo subito una enorme preponderanza del presente, attorno ad essi non c’è né è importante uno sviluppo di azioni; c’è sì azione ma «mimetica», cioè imitazione e replica di un’altra azione; nei testi di Lucrezi le azioni verbali sono «mimetiche» di altro, stanno per altro e in luogo di altro; sono azioni alienate da una interna condizione di alienazione: nessuna cosa è così come viene detta (e ridetta) e nessuna cosa è così come appare ri-scritta. Nessuna cosa è in quanto detta e ripetuta e nessuna cosa è perché la parola «manca», anzi, la «mancanza» direi che si situa all’interno della parola nominante la quale è nient’altro che una nomenclatura che cita un’altra nomenclatura. Direi una parola-neutrino in grado di attraversare i tempi e gli spazi e le civiltà per approdare nei testi di Lucrezi. La «mancanza» è un quid costitutivo direi della nomenclatura frastica di questa poesia. Nel nomen non v’è omen. In questo quadro poetico-concettuale è chiaro che la poesia di Lucrezi non è tanto un labirinto di strade (il che presupporrebbe già una qualche direzione di senso e di significati) quanto una «radura» linguistica di un circolo linguistico ed ermeneutico. Il lettore che si inoltri in queste poesie perde la bussola, non ha orientamento. Analogamente, l’io del testo non ha più il ruolo guida del testo, il quale si dirama (e si dissolve) a secondo delle esigenze testuali e intertestuali, a secondo delle occasioni che la «mimetica» del testo suggerisce. L’«io» non ha più un luogo nel tempo e nello spazio, si è dissolto, o meglio, neutralizzato. E così anche la scrittura si «neutrifica» in un eterno presente che non contiene più un «io» legislatore ma una organizzazione quantica dell’«io», una dissoluzione, una presentificazione oscurata dell’«io», dove ci sono «solo pensieri freddi», tenuti a bassa e bassissima temperatura stilistica.

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

da NIMBUS
Da te la piuma, il ciuffo…

Da te la piuma, il ciuffo
che funziona da radar, e l’aspetto
avventato, sabbioso del vestito
che ti tiene e che indossi, se cammini
su sandali celesti. Lo scompiglio
che ti aggrotta le ciglia. Se non pensi
al peccato, solo vanto di questo
nostro volerci qua, tra fili e fili
d’erba che sbatte sotto file e file
di lampioni ingialliti, troveremo,
nel fioco della luce che va e viene,
un abbraccio da re, senza che il vento.

.
Fratelli
a Bernardo Kelz
La fratellanza aggiunge alla rinfusa,
se fosti tolto fu per dare terra
a una nuova radice, non fa niente
se la voce che parla dice forte
di stare al posto tuo. Qui, riparato
da te, il vento mi travolge. Abilitato
dal debito degli anni, prendo tempo,
convoco folle nuove al tuo cospetto.
Ma dare non è un dono, è la ventura
di chi nell’ecatombe chiude gli occhi.
Il tempo che mi prendo non mi è dato
da te, solo sfiorato nell’oscuro
dei sangui e delle lacrime. Nessuno
volle unirci nell’abbraccio. Ciascuno
per l’altro inconosciuto. Poco meno
di Dio, praticamente.

.
Icarico ( Franco Cavallo )

Essendo la poesia la disciplina
princeps dello scibile rispetto
alla filosofia, branca minore
dell’immaginativo delirare
che fa dell’uomo la piuma e lo svolazzo
di un alato destino,
chiedo che tu, nell’arco di un mattino,
insorga icarico e spicchi un presto volo
su nella mesosfera del palazzo
boreale del mondo, e poi, veloce,
mentre mantieni la dovuta altezza,
vada ad ispezionar, con l’emisfero
secondo della mente, pure l’altro
emisfero, a fianco della stella
del Sud, nell’australe emiciclio;
tanto per tuo dovere esplorativo
di dicitore ricognizionale;
e che poi caschi, tu, beneaugurale,
a capo fitto dentro all’accogliente
sorriso del pianeta disvelato:
che ti prende e ti tiene,
perché galoppi come a te conviene.

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pittura-born-in-mexico-city-in-1963-moises-levy-prefers-achitecture-in-the-light

Paradiso

Il gran ristoro di cui parli, vuoi,
senza che veda il vento lanciasassi
di ghiaccio, punteruoli che trapassano
angeli inconsistenti che trattengono
bave di carne, se la neve sfrangia
bandiere di nazione paradiso.

Desolazione di cui parli, vuoi,
in questa notte di buio abbagliante.

Inizia la visione dove cessa,
per eccesso ipotermico di luce,
la febbre figurale del racconto.

Non sai che farne, sconfino dello sguardo.

Sai che non puoi tentare una ventura
con animo di volpe che leggera
lascia sul manto passi inapparenti.

Fuggono ad una ad una, le figure,
anche quelle viziate dalla luce
in una posa illogica, di affanno.

Anima su due zampe che saltella,
t’inoltri, bianca lepre senza manto,
sulle coltri sottili.
In fondo, dove
non c’è niente da fingere, ti aspetta,
mite, la dedizione ad una carne
di quelle che non mangi per rifiuto
di chi non ti appartiene, e che non vuoi.

.
Livia

Essere un angelo ha un costo, le ali,
con l’esistenza che pesa e non vuole
saperne di levarsi, fanno solo
rumore, un fastidioso
frullare con affanno inconcludente.

Fare l’angelo costa, a te hanno dato
l’intera paga, il soldo del soldato
celeste. Raramente
ti sei mossa da terra, la tua grazia
cozzava sul soffitto della stanza.

Il soldo lo hai tenuto in un cassetto,
la luce che emanavi rifletteva
raggi infiniti contro la parete
trasparente della finestra.

Frullare d’ali nella cameretta.
Sorella lieve raggiungi la tua schiera.

Mater, secuta es, te sequor, mater

roma La dolce vita Fellini

roma La dolce vita Fellini

Bambina folgorata, ante senza
lo spessore del legno, ante di luce
che trafigge e non supera gli ostacoli
che si frappongono tra te che sei piccina
e la statua statura, e non di marmo,
ma di carne finita, miserabile
e per ciò proprio cosa che fa piangere,
e tuttavia si apre ed è accogliente
non sapendo che no, che tu rifiuti,
che lei stessa non è che un gran rifiuto
flessuoso e malinconico.
Malinconia imponente che non passa,
splendore opaco di stelle mai formate,
mater, secuta es, te sequor, mater.

*

Dopo che sei cresciuta non si stacca
la presa, mano mano
l’anta socchiusa smagra, e disodora
il legno esposto al vaglio di intemperie
come fiumi di lacrime, rimedio
stretto tra braccia secche di crisalide.
Ora, ad altezza d’uomo, occhi di donna
senza trastullo d’onda e senza culla.
Non c’è tempo di dire, ed un sospiro
certifica l’evento d’esser nate
l’una di retro all’altra, e il carnevale,
duro, da inverno triste, per il non
aver giocato insieme per un pelo.

*

Tu non ci sei riuscita. Ed io neppure
per un istante ci ho provato a muovere
la liana inestricata degli abbracci.
Non c’è vita nei corpi, la speranza
avidamente si nutre di digiuni.
Se socchiudi la porta, sento i cardini
lamentarsi di notte degli spifferi.
Invece dell’intrìco, avrei gradito
battere insieme a te la prateria.
Non ci siamo riuscite. Così sia.

Spoglia-frumento (Maria)

Lamina d’oro la spoglia della madre.
Semisepolto a calce il crocifisso,
non è polvere d’oro, ma terriccio,
il tuo letto di piume.
T’immagino frumento destinato
a una falce remota, siderale.
Raccolto inattingibile, in un’orbita
lontanissima dal missile che sei,
nel tuo letto di stelle.
Làscito è l’astrolabio per il calcolo
di quel sacco di juta. Tengo fame
di chicchi congelati, che mi nutrono
come latte di te, bambina madre.

.
Nimbus

Nimbus water pregnant
standing in the sky.

It’s going to rain.

Between the nimbus
and solid ground
drops and drops
of sound.

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9 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, critica della poesia

9 risposte a “OTTO POESIE di Eugenio Lucrezi, da NIMBUS (2015) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Essere un angelo ha un costo, le ali,
    con l’esistenza che pesa e non vuole
    saperne di levarsi, fanno solo
    rumore, un fastidioso
    frullare con affanno inconcludente.

    Ricordo questo autore letto tempo fa su l’Ombra in un post collettivo. Lo ricordo con piacere perché a pelle lo sento molto vicino, quasi affine. D’altra parte una bassissima temperatura stilistica in questa stagione è corroborante al corpo e allo spirito. D’altra parte poesia non è forse disciplina princeps? grazie e davvero ottimo Lucrezi, poca musica quel tanto che basta

  2. eugenio lucrezi

    . Grazie ad Almerighi, poeta che conosco, per averlo, per averti letto in blog e antologie. Purtroppo siamo ciascuno per l’altro poco più che figure di parole, in qualche caso araldi di un linguaggio che cattura. Ma noi siamo infinitamente meno della nostra scrittura, e infinitamente di più. Mi auguro di conoscerti di persona.
    Eugenio

  3. a proposito di temperatura bassissima, riconosco che Eugenio Lucrezi è un poeta che mantiene la scrittura sotto controllo pressorio, senza ricorrere a trucchi o a giochi di prestigio….
    vorrei citare a questo proposito dei versi del polacco Tadeus Rozewics (nella bella traduzione di Paolo Statuti) che avrei voluto scrivere io:

    Elpenore come hai raggiunto questa buia riva?
    Sei venuto a piedi? Precedendo i Naviganti?
    Ed egli in risposta:
    Triste sorte e molto vino. Dormivo nel focolare di Circe…
    Uomo senza fortuna e senza nome.

  4. eugenio lucrezi

    Ringrazio Giorgio Linguaglossa per avere ospitato poesie di questo libro nato per la passione e l’amore per l’arte di due artisti e poeti, Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi, che si sono fatti editori per promuovere l’incontro della parola e del segno pittorico; questo volumetto, edito in cento esemplari ciascuno diverso dall’altro, segue il librino d’esordio di Alfonso Lentini; piccolo capolavoro che inaugura una piccola grande collana. Ringrazio Giorgio anche per avere qui ripreso, in parte, un suo denso scritto col quale volle accompagnare un mio libro del 2013, illuminandolo.

  5. “splendore opaco di stelle mai formate,”

    Basta questo verso della poesia “Livia”, la mia preferita nel florilegio dal libro “Nimbus” di Eugenio Lucrezi, a dimostrare che, pur in una scrittura dalla “temperatura bassissima”, come ha precisato Giorgio Linguagossa, un bellissimo ossimoro denota un’abilità poetica non scevra di figure retoriche (io continuo a denominarle così): “splendore opaco”. Si aggiunge l’immagine-non immagine “stelle mai formate”, per creare un verso a dir poco perfetto, per il mio gusto.
    Ho riletto le poesie di Lucrezi nel post collettivo precedente e, unendole alle presenti, posso affermare che apprezzo questa poesia anche per la delicatezza con cui sono evocati personaggi e sentimenti, in un presente immobile, infinito.

    Giorgina Busca Gernetti

    • eugeniolucrezi

      Grazie a Giorgina. Aggiungo che i personaggi si evocano per conto loro. La figura transita, anche per i nostri apparecchi percettivi, sentimentali, memoriali; non si ferma sulla pagina: transita per il luogo della poesia che è luogo provvisorio, figura-in-formazione. La Forma è Storia. La poesia non può prescindere dalla Storia, ma è di una sostanza estremamente labile. La suggestività nasce dalla rammemorazione storica e dalla percezione della natura caduca della poesia (dell’umano).

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