DIECI POESIE di Domenico Alvino da “Thauma Donna Domina Domus Prima” Loffredo Editore, Napoli 2014 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Tura Satana, Haji, Lori Williams, ossia Varla, Rosie e Billie come trasformare il deserto del Mojave nel (non) luogo del sesso come pretesto per la violenza

Tura Satana, Haji, Lori Williams, ossia Varla, Rosie e Billie come trasformare il deserto del Mojave nel (non) luogo del sesso come pretesto per la violenza

  Domenico Alvino nativo di Luogosano (AV), ha insegnato lingua e letteratura italiana e latina nei licei della Capitale, dove risiede, ed ora svolge attività di poeta, scrittore, saggista e critico letterario. Ha fatto esperienze teatrali da studioso, autore, interprete e regista. Nel 1973 è stato recensore letterario del quotidiano «L’Unità». Ha elaborato un dispositivo di analisi critica, denominato “critica operazionale”, il cui saggio fondativo, col titolo Poesia e riscrittura di poesia: un modello teorico, è pubblicato su «Aufidus», rivista di scienza e didattica della cultura classica, anno XIII, n. 39, Kepos Edizioni, Roma, dicembre 1999.Ha tenuto conferenze in varie sedi universitarie italiane ed estere su problemi di teoria, storia e critica letteraria, di politica scolastica e di didattica applicata agli studi classici.
Da critico militante, è stato redattore della rivista “Pòiesis”. Suoi testi (recensioni, saggi e opere di poesia) sono altresì apparsi su diverse riviste e quotidiani, quali «Otto-Novecento», «Critica letteraria», «Gradiva», «Riscontri»; «La Mosca di Milano»; «Galleria»; «Fermenti»; «Cartevive», «Ambra», «Altro Parnaso», «Atene e Roma», «Nuova Secondaria», «Il Tempo». Oltre a vari componimenti apparsi occasionalmente su riviste, i libri di poesia pubblicati sono: Il suono d’ombra, Ragusa, Cultura Duemila Editrice, 1992, con prefazione di Concetta Fiore; Dove si formano le piogge, Cittadella (PD), Nuove Amadeus Edizioni, 1996, con prefazione di M. L. Spaziani; L’aria inorientata, Roma, Lo Scettro del Re, 2001; Thauma Donna Domina Domus Prima, Loffredo Editore, Napoli 2014, prefazione di Giangiacomo Amoretti. Dei critici che si sono occupati della sua produzione letteraria si segnalano: G. Capocefalo, M. Petrucciani, D. Pisana, S. Saluzzi, F. Ulivi, S. Gros Pietro, G. Gangemi,L. Nanni, Giorgio Linguaglossa e Donata De Bartolomeo. Membro del Cenacolo dell’Associazione culturale Rossella Mancini, nel 2004 ha tenuto un corso sulla critica operazionale, di cui ha dato conto in due saggi, Concetti base della critica poetica operazionale e Critica operazionale: prove applicative sull’elocutio, pubblicati sul sito dello stesso Cenacolo. Ivi è possibile leggere anche uno studio su Intelletto ed emozione in poesia, ed un altro dal titolo Il problema del linguaggio in poesia. Molti suoi componimenti, in lingua e in dialetto, sono apparsi in rete, dove sono tuttora leggibili.
Indagine su un cittadino al di sopra ogni sospetto 1970 Drammatico Florinda Bolkan Gian Maria Volonté Gianni Santuccio Orazio Orlando Salvo Randone regia Elio Petri

Indagine su un cittadino al di sopra ogni sospetto 1970 Drammatico Florinda Bolkan Gian Maria Volonté Gianni Santuccio Orazio Orlando Salvo Randone regia Elio Petri

Commento di Giorgio Linguaglossa

Domenico Alvino è nato a Luogosano (Avellino) nel 1934, vive a Roma. Nel 1992 pubblica Il suono d’ombra e, nel 1996, Dove si formano le piogge (Amadeus, prefazione di Maria Luisa Spaziani). E’ autore di numerosi saggi sulla poesia contemporanea ed è’ stato redattore diPoiesis”. Domenico Alvino è poeta del disincanto, ovvero, della indirezione. Ma tra indirezione e disincanto v’è una relazione evidente nella misura in cui la perdita dell’orientamento, e quindi della direzione, produce quella particolare attitudine psicologica e gnoseologica al disincanto. L’aria inorientata (Roma, Scettro del Re 2002) è il titolo di un’opera che porrà stabilmente Domenico Alvino tra i poeti più promettenti degli ultimi anni. Tenterò di spiegarne le ragioni. Il disorientamento è una condizione spirituale dell’uomo nel post-moderno, non soltanto un privilegio del poeta; diciamo che il poeta ha anche a che fare con il problema delle parole instabili, anche le parole hanno perduto il loro luogo, non sanno più dove abitare e sono divenute instabili, ed il poeta che voglia conquistare il suo linguaggio deve meditare per forza di cose sopra queste problematiche. Alvino tenta di dare una risposta mediante la costruzione di una poesia modernista, cioè prende le mosse dall’inizio del Novecento, dal linguaggio eburneo  del D’Annunzio, lo travasa nel magma linguistico del parlato quotidiano dell’Italia degli anni Novanta, lo agita e lo ricompone, come per magia, in un dettato asciutto e scombiccherato, dalla sintassi claudicante ma lampantemente chiaro ed efficace. Poeta modernista – Alvino abita il Moderno con la consapevolezza di un argonauta dello Shuttle – cosciente di essere un epifenomeno dell’interminabile linea epigonica delle poetiche degli ultimi vent’anni, Domenico Alvino reagisce con grandissimo vigore, descrive con inaudita circospezione la deriva fenomenica del disincanto, proprio quando il sortilegio universale imperversa, costretto e spintonato entro la linea di demarcazione dell’esaurimento delle poetiche post-sperimentali e post-orfiche. Tra ironia e disincanto, dopo il diluvio e l’ipocrisia e la cecità i suoi personaggi vanno avanti e indietro, vagano, si interrogano, chiedono ma tutto è chiuso, sprangato, le saracinesche abbassate, i fili tagliati. Leggiamo una sua poesia:

E’ scuro, non si vede niente qui./ Non entra mai nessuno. La vita / si svolge nelle stanze basse./ Accendi. Ma che cosa./ Hanno tagliato i fili. Tanto/ non serviva. Una finestra almeno./ Me le hanno chiuse. Murate./ Ma quando. Mah, sarà un anno / o due, o venti. Non ricordo./ Furono quelli delle tasse

  Non c’è dubbio che la sintassi franta, la composizione paratattica, le unità di articolazione quasi del tutto assenti costituiscono gli elementi fondamentali dello stile. La punteggiatura fitta ed irta, divide e taglia le unità della proposizione determinando quel caratteristico moto a singhiozzo, stop and go, l’andirivieni continuo ed asfissiante tra la retromarcia innestata dalla punteggiatura e la spinta inerziale della sintassi; senza dimenticare che il linguaggio svaria da neologismi di impianto dialettale di Luogosano a lessemi di un italiano colto ormai caduto in disuso. Il senso di disorientamento che coglie il lettore dinanzi a questo stile è del tutto giustificato. Alvino vuole rendere tattilmente, lessicalmente evidente questo spaesamento generale del linguaggio, privo ormai delle coordinate giustificatrici della tradizione. I suoi “interni” sono tutti disturbati da eventi atmosferici e da una sismografia generalizzata del lessico così da generare uno smottamento sotterraneo dei significati senza ricorrere all’ausilio di alcun gioco dei significanti. E questo è importante da sottolineare per tracciare una sicura linea di demarcazione tra le operazioni di matrice post-sperimentali e quella portata avanti da Alvino. Inoltre, gli “interni” di Alvino sono costruiti giustappunto con la tecnica del “giallo”. Il poeta di Luogosano dissemina il testo di trappole semantiche, di sviamenti, di nascondigli lessicali, di divagazioni e di sospetti: qualcosa deve avvenire, c’è il presagio, c’è l’iter del delitto avvenuto o che sta per essere compiuto (ma da chi?). Il testo è straordinariamente tattile e duttile e straordinariamente incerto ed ambiguo. In questo compito Alvino si rivela un vero maestro, non concede quasi mai nulla al lettore, non indulge mai alla seduzione del testo, non consegna mai laccature o cromatismi, disdegna eufuismi ed eufemismi e preferisce sempre indicare chiaramente le cose, le sue proposizioni sono dichiarative; proprio come il linguaggio giudiziario procede mediante enunciati dichiarativi quello di Alvino si dipana mediante microcitazioni dichiarative, le quali  assemblate ed assiepate le une accanto alle altre, invece di gnerare un testo normativo, produce, con somma sorpresa, un messaggio sommamente ambiguo proprio per l’incidentalità e la molteplicità delle informazioni in esso contenute. Qua e là affiorano relitti dello stile gnomico: “Il deserto è inoltre improvviso e violento/ e spiana foreste nel sangue e accumula pietre nell’occhio” 2), ma si tratta appunto di reperti archeologici e, per forza di cose, proprio in questi frangenti il linguaggio dell’autore si arricchisce di metafore come per nascondere e dissimulare la nostalgia per un linguaggio pienamente significante. Leggiamo ancora una poesia inedita intitolata Il banco dei pegni:

Adesso andiamo, aspetta, un momento / Solo che smetta di piovere./ Quasi non c’è più vento. E poi chi ti dice che chiude / Il Banco. Asciugati le guance. Aggiusta i capelli // Ecco. Faremo a tempo. Ha già spiovuto. C’è solo qualche goccia./ Il guaio sono le pozzanghere. Devi andare da una pietra all’altra./ Scegli le più lisce. Questa forse… o l’altra lì. Hai suole sottili (…) Vieni. Si vendono calosce, qui all’angolo. Fa piano t’inzaccheri./ Adesso è bello il tempo. Vieni. Il Banco è vicino./ Sotto quell’insegna al neon./ Spenta.

Questa retorizzazione è il prodotto del carattere non vincolante degli enunciati legati/separati dalla categoria dell’inferenza. Ogni enunciato porta con sé l’alterità, si presenta come flusso in divenire del sistema degli enunciati. Essi rimandano, in ultima istanza, mimicamente e mimeticamente, annunciano, sornionamente e lacanianamente al fatto che anche l’inferenza finirà un giorno per indebolirsi a causa della presa d’atto della non-identità e della propria costitutiva paradossalità. Poesia intimamente tragica quella di Alvino per questa invasione della paratassi, per questo azzoppamento sintattico e semantico, per questo ghigliottinamento-deglutizione del flusso dichiarativo dentro il buco nero di una gigantomachia.

Ursula Andress in La decima vittima directed by Elio Petri, 1965

Ursula Andress in La decima vittima directed by Elio Petri, 1965

 Indice

Tra ombre annunziando l’alba
Di notte incontra una sconosciuta. 17

Con qualche filo di nebbia
case forse o frantumi
silenziosi precipitavano
restando fitti in piedi:
mi sorpresi a camminare in fretta
sotto le stelle impallidite
tra ombre annunziando l’alba
venivi piccola da parere altra
cosa ammantata d’alba
o del risveglio di luci
assopite per le vie del sole:
ma eri chioma e mantello
neanche un po’ di volto
lontano
avvicinandoti poi
sotto le ciglia candore
che solo uno sguardo feriva o filo
di sospetto forse:
ma io raccoglievo frantumi
di desiderio
intorno all’ambio sinuoso
non altro in quell’ultimo lembo
di notte che moriva
e di cielo.

.
(Anni Sessanta).

Tu eri
Per la stessa: nostalgia. 27

Oh, dove
sei
tu eri e le cose no
la strada, il silenzio del vento
sotto il mio essere quel momento
tu
eri in quel mentre lì d’allora.

Mercoledì 27 ottobre 2010.

 by the meg-booby Tura Satana. I love how she looks in the film - all huge tits, huge arse with teeny wee waist, clad in black high waisted jeans and leather gloves.

by the meg-booby Tura Satana. I love how she looks in the film – all huge tits, huge arse with teeny wee waist, clad in black high waisted jeans and leather gloves.

Fulmine e lampo perduto
Di Adamo ed Eva, appena lì nell’Eden,
che si dicono di sé. 28

Che c’eravamo
un cercare l’un nell’altro
un tempo
vuoto
da compiere dell’altro
l’uno
e nessuno
c’era in quel noi
lì assetato di presenza
per anni
il pensiero s’era calato in alture
altre da quelle dove noi
lampi
ci eravamo
nel nostro fulmine
accesi
che ancora
Mnemosine protraeva
nel mare del possibile
tenuto aperto
in noi.
Eccolo di nuovo ora
che
l’un venuto all’altro
l’uno è dell’altro il lampo
e siamo
unicamente siamo
un solo eterno lampo
sopra il nulla
sùbito…
e…
spentosi
forse l’un nell’altro
non ci quieteremo
nella nostra voglia eterna
inadempiuta
ché avrà la nostra carne
senza il pensiero attinto
e perduto
ch’è un lampo
la vita.

Roma, 25 giugno 2011.

Lontananze
Tra sogno e dicerie. 34

Ci sono luoghi
a Bologna o altrove
ristoranti o salotti o sale di conferenze
o di ballo o spiagge
anche lì fra terra e luce
dove arrivando una donna
manda intorno un po’ di sguardo in cerca.
E trova
che l’aspettava
uno come un cieco smarrito
una mano
che lo indirizzi.
Vi lega una ministoria
fatta di cenni e sguardi
una stretta, un sorriso
un affaccio l’uno dentro l’altra
un annuso d’incavi,
di secrete
come una volta da ragazzo
nella falegnameria
stando al buio
e lei tutta offerta in luce
d’una ministoria
portata via dall’ombre
come altre poi
fatte miseramente
cadere.

I presenti intanto
se ne sono andati uno ad uno.
Il locale sta per chiudere.

Roma, 26 gennaio 2006

Faster, Pussycat! Kill! Kill! Russ Meyer's cult sexploitation movie inspired Cullinan Richards' trip to Scunthorpe Photograph Everett Collection  Rex Features Everett Collection

Faster, Pussycat! Kill! Kill! Russ Meyer’s cult sexploitation movie inspired Cullinan Richards’ trip to Scunthorpe Photograph Everett Collection Rex Features Everett Collection

Tra i capelli ritinti
De bicodulis femininis. 110

Un vento è
tra i capelli che tingi
pezzi di buio ne cadono
d’attorno i sorrisi al serpe che sorride.
Come può succedere
che metta un piede
sul capo di chi le onora
come
lo accarezzano mentre
dicono amore
a chi di coltello cercano nelle viscere
il punto della vita
come
così ridenti che
angeli prigionieri
vi svolazzano e poi ecco
la loro letizia smuore
e vogliono la fuga…

Novembre 2011

Dolore
Parole da dirsi dall’innamorato all’amata che lo ricusa. 131

Questo dolore
edificato
un me edificato
con un terrazzo senz’aria
finestre appena murate
e oblò che dicono di mare chiuso
con l’aria che si chiude il respiro appresso
questo dolore calotta
esposta
alla canicola
questo dolore con fondamenta
dure
sale rampe ripide
poi di lassù s’insacca quale
anima di ferro
in cemento
in cemento
questo dolore
di te.

Roma, 6 ottobre 2011.

Domenico Alvino

Domenico Alvino

Amore che presta ali
Idem eidem de eodem. 132

Se lo fai uscire poi
tutto crolla
sta un po’ in caduta
sospeso
altissimo
e poi precipita che non lo raccogli
di secolo in secolo che sarai
pensiero
d’uno o di alcuno
maculato di tale desiderio,
di te stesso
abbandono a tale
reiezione…
Ma quale
crepuscolo di idee ora ti abbruna
verso quale buio
che non vedi o riconosci più
amore
che ci presta ali.

Roma, 6 ottobre 2011.
Il giorno dei morti
È lei che attiva e disattiva la vita. 158

È finito il tempo
disse al mattino seduta sulla sponda
è finito
il tempo. Io
non dissi niente
mi alzai e me ne andai
e smisero gli uccelli
mi uscirono dalle vene
dei morti
mi morivano ancora
nei polsi
i vivi non avevano un respiro
solo
morti nomi giù
nei tèndini
me ne andai
alla deriva
per dimenticanze.

Roma, 26 aprile 2004

domenico alvino

Sotto il biancore di pelle

Dov’eri
che non ti vedevo
sotto il biancore di pelle
il lampo d’occhi azzurri
o neri
sotto
i fianchi melodiosi
i capelli, la bocca
dove morivo
annebbiandomi in tremori.
Dunque eri lì nascosta che non
ti vedevo
e fuggivo via
e nessuna mi trovava.
Ora sono qui orfano e
vedovo e
monco e fiato senza
un getto.
E invece tu ancora
dove sei
forse su una stella persa
che non mi senti.
Anzi la voglia ti è passata
e punti a un Dio
che si cancella
e ti cancelli.

Roma, 25 dicembre 2007

Sera sul piede
Dante, in sospetto, a Beatrice, o Petrarca a Laura, 168
come fosse Nino a Semiramis, “che a vizio di lussuria fu sì rotta…”

Io e te da soli mai
fu che avvenne l’alba
e poi giù sera
sul piede
oltre la soglia
era il cuore oltre il muro
tu nel chiuso lì
lontana
quanto stella persa
tra satelliti
cupidi
rantoli
io ne sentivo
di parole e gemiti…
Negli occhi
mi si alzava grande
un letto
in uno specchio
nudi
diavoli
proni
avanti altri a battere ad arieti
e tu maestra indotta
a ridere sotto i colpi
o da parte lì schiusa
al tuo rantolo
fino
al culmine lancinante.

Roma 29 ottobre 2011.

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9 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, Autori dei Due Mondi, Domenico Alvino, Loffredo editore, Thauma

9 risposte a “DIECI POESIE di Domenico Alvino da “Thauma Donna Domina Domus Prima” Loffredo Editore, Napoli 2014 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. “Me ne andai/alla deriva/per dimenticanze”: bastano questi tre versi per dire quanto di “tragico” si annida nei versi di Alvino.Versi bellissimi, che mi rimandano al petrarchesco”Passa la nave mia colma d’oblio”; Anna Ventura

  2. Gino Rago

    Il poeta è presente come “personaggio” nelle storie e analizza gli accadimenti dall’interno (intra/omodiegeticamente, come ha saputo indicarci Giorgio L.), con una lingua personale, efficace a servire quel “me edificato/ con un terrazzo senz’aria” : Alvino riconduce il lettore a una parola nuda, scarnificata…Una parola quasi cattafiana da osso/anima. Un bell’incontro poetico, Gino Rago

  3. Steven Grieco

    Sì, Alvino pare un poeta di assoluto valore. All’inizio mi è sembrato affine a Kavafis, il quale ai primi del Novecento lanciò un certo stile “laconico” nella poesia europea, quello del supremo distacco, che fu presto eclissato dagli stili più vistosi e coloriti (e spesso anche più esibizionisti), dei futuristi russi e italiani, degli imagisti inglesi, perfino degli espressionisti tedeschi.
    Non è che io vada per forza in cerca di precedenti illustri per un poeta di oggi. Ma la lezione di Kavafis, importantissima, è rimasta in massima parte lì, ed è una grande lezione che qualcuno raccoglierà in futuro, chissà quando.
    Intanto la prima poesia di Alvino che Giorgio cita nella sua introduzione critica:

    E’ scuro, non si vede niente qui.
    Non entra mai nessuno. La vita
    si svolge nelle stanze basse.
    Accendi. Ma che cosa.
    Hanno tagliato i fili. Tanto
    non serviva. Una finestra almeno.
    Me le hanno chiuse. Murate.
    Ma quando. Mah, sarà un anno
    o due, o venti. Non ricordo.
    Furono quelli delle tasse.

    è simile, per certi versi, a “Muri” di Kavafis (che traduco qui con mia moglie):

    Χωρίς περίσκεψιν, χωρίς λύπην, χωρίς αιδώ
    μεγάλα κ’ υψηλά τριγύρω μου έκτισαν τείχη.

    Και κάθομαι και απελπίζομαι τώρα εδώ.
    Άλλο δεν σκέπτομαι: τον νουν μου τρώγει αυτή η τύχη·

    διότι πράγματα πολλά έξω να κάμω είχον.
    A όταν έκτιζαν τα τείχη πώς να μην προσέξω.

    Aλλά δεν άκουσα ποτέ κρότον κτιστών ή ήχον.
    Aνεπαισθήτως μ’ έκλεισαν από τον κόσμον έξω.

    Senza riguardo, senza pietà, senza vergogna,
    grandi e grossi muri hanno costruito intorno a me.

    E ora sono qui a disperarmi.
    Non penso ad altro: questo destino mi consuma la mente.

    Avevo così tanto da fare fuori.
    Ma quando costruivano, non me ne sono nemmeno accorto.

    Non ho mai sentito i costruttori, non un rumore.
    A mia insaputa, mi chiusero fuori dal mondo.

    Certo, in questa poesia Kavafis ancora si dispera. Ma anche lui smette di disperarsi in “Finestre”.

    Σ’ αυτές τες σκοτεινές κάμαρες, που περνώ
    μέρες βαρυές, επάνω κάτω τριγυρνώ
    για νάβρω τα παράθυρα.— Όταν ανοίξει
    ένα παράθυρο θάναι παρηγορία.—
    Μα τα παράθυρα δεν βρίσκονται, ή δεν μπορώ
    να τάβρω. Και καλλίτερα ίσως να μην τα βρω.
    Ίσως το φως θάναι μια νέα τυραννία.
    Ποιος ξέρει τι καινούρια πράγματα θα δείξει.

    In queste camere buie, in cui trascorro
    giornate noiose, giro su e giù
    per trovare le finestre. Se si aprisse
    una finestra sarebbe una consolazione.
    Ma le finestre non si trovano, o io non
    le trovo. Meglio forse che non le trovi.
    Forse la luce sarebbe una nuova tirannia.
    Chi sa, che cose nuove porterebbe.

    Andando però avanti con la lettura, mi sono accorto che questo era solo un momento nella poesia di Alvino, seppure importante e con ramificazioni quasi invisibili nelle altre sue composizioni (almeno quelle che leggiamo qui).
    Dallo stile laconico si passa subito ad una intensità fenomenale, talvolta sembra che il verso, così scarno, stia per scoppiare, per un’ira, o per una frustrazione repressa. Ma riesce sempre ad evitare la deflagrazione.
    Aggiungo che il suo verso, “spezzato” – non dissimile dall’ “aksak” (il ritmo cosiddetto zoppo) di certe musiche tradizionali turche – è cruciale nel rallentare il lettore: dà una fruizione estetica a livello molto alto , sapere che non puoi divorare i versi, ma li dovrai prendere un po’ alla volta, essi dischiuderanno il loro senso gradualmente, e quindi in modo molto più concentrato.
    Un ritmo sincopato che finisce anche per essere un terremoto per i valori tradizionali della poesia tradizionale di oggi, “il migliore dei possibili mondi”.
    Le basi esistenziali della poesia di Alvino sono comunque quelle della solitudine dell’uomo moderno e post-moderno. Con attimi allucinati e attimi di disarmante ingenuità: una stoffa umana piena di strappi, punti consumati, sdruciti: ma in quegli spazi vuoti, una densità notevolissima.
    Sono ormai le nove di sera, e vedo pochissimi commenti sulla poesia di Domenico Alvino. Sorprendente.

  4. Caro Steven,
    quando si legge un autore un po’ appartato, un po’ fuori gioco e magari anche un po’ maleducato e spigoloso come Domenico Alvino, non mi meraviglia che ci siano pochi commenti. Certo, il suo modo scontroso e autarchico di porsi in poesia non è dissimile dal suo modo di porsi nella vita di tutti i giorni del consorzio civile. Conosco Domenico ormai da più di venti anni, so che è una persona generosa e buona, un poeta che non ha mai inseguito le scuole o corteggiato i baroni e le baronesse, e questo non lo ha certo aiutato, inoltre è un poeta di catafratta inavvicinabilità, ma persona molto per bene. Forse dovrebbe pubblicare una Antologia della sua migliore poesia per essere adeguatamente apprezzato.

  5. Steven Grieco

    Sì, capisco, ma qui ci sono materiali su cui riflettere, questo è un poeta che crea una poesia davvero insolita, con un verso fortemente ritmato, ma sempre sotto il giogo della voce narrante che esprime senza troppi pudori l’assoluta insufficienza psicologica ed esistenziale dell’uomo post-moderno. E tu giustamente hai scritto una forte introduzione, per piazzarlo bene davanti a quei lettori a cui una poesia così potrebbe sfuggire.

  6. antonio sagredo

    Cara Vantura Anna…
    ———————-
    E me ne andai… lacrimavo trucioli e chiodi, dinoccolato il cammino
    di legno, le morse serravano gli snodi, il lento sale e la mia carne di tufo… contorta, deformata dal panico e dal vuoto: Ora, basta!
    Non sono rientrato nella creazione per essere, di nuovo, carne recidiva!

    2011
    ——————————-
    Epilogo e testamento

    E così me ne andai via tra miei e i tuoi singhiozzi
    come un battello che si volta indietro e vede le sue onde
    mescolate alle risacche. Così i doni della vita non sono
    più naturali, e li disprezzo perché il conteggio è scontato
    come il censimento delle vittime future… e noi siamo qui
    interdetti in ogni pensare o fantasticare: questo è già un delitto!
    Ma io li canto quei doni perché da tempo sono ultramondani
    e non hanno più il fascino della sorpresa – come l’infanzia
    che non s’addice più a un uomo – che non può più sognare!

    2013

  7. Ivan Pozzoni

    Domenico è uomo di grande carattere, di sostegno concreto, e di talento. Per me – a mia immensa fortuna- è tutto tranne che inavvicinabile: apprezzo ogni riga dei testi di Domenico, che contatto costantemente via email (la nuova forma di epistolarità), e che risponde sempre con classe, serenità, e energia. Sono davvero contento di avere conosciuto Domenico. E sono contentissimo che se ne discuta, e che se discuta con toni di apprezzamento. Tra l’altro, a me che ho un carattere davvero difficile, sta umanamente simpaticissimo.

  8. Leggendo, ho visto reperti di umanità in bianco e nero, come che il colore sia stato bandito volutamente, per scelta; e le parole che riprendono la loro veste iconografica, spoglia di tutto, per ricomporsi in una scrittura essenziale ma elegantissima; come un fondo di caffè che sa di matematica.

  9. Caro Antonio, innanzitutto ti ringrazio per la tua nota al mio “Tu quoque”,nota che, per mia distrazione colpevole, non avevo ancora letta.Se hai ancora modo di apprezzare i doni della vita,è un bene, per te, e anche un merito;ma non è per tutti così:ci sono ferite che non guariscono:come la “piaga rossa languente” di Campana.Con amicizia e viva simpatia, Anna Ventura

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