PER LA DEFINIZIONE DI UN’ESTETICA IN MARTIN HEIDEGGER, L’EVENTO, AUTENTICITA’, MESSA IN OPERA DELLA VERITA’, LA PAROLA NOMINA L’ENTE di Marco Onofrio (Parte II)

Valerio Zurlini le_desert_des_tartares

Valerio Zurlini le_desert_des_tartares

Nel saggio Sull’origine dell’opera d’arte (1935) Heidegger introduce la formulazione del concetto di essere come “evento” (Ereignis). L’Essere si appropria dell’uomo consegnandosi a lui, in quanto ne ha bisogno per accadere: e questo accadere è l’essere stesso. D’altra parte anche l’uomo, per essere, ha bisogno dell’avvento e dell’evento dell’Essere. L’uomo e l’essere si co-appartengono, accadono insieme. L’essere non è più pensato come un “in sé” nascosto nell’ente, a mo’ di perla dentro l’ostrica, ma come l’evento di un’illuminazione che accade solo nell’uomo e per l’uomo, il quale però non ne dispone (vale semmai il contrario). Ebbene, qual è – nell’esistenza dell’esserci – un modo d’essere adeguato a questa possibilità di intendere l’essere come evento? Un modo d’essere, cioè, che non si limiti alla prospettiva ontica dello “stare dentro” una certa apertura già data, ma che partecipi ontologicamente al suo stesso aprirsi (attraverso cui si manifesta l’essere dell’ente)? È l’attività artistica.

Nell’attività artistica l’esistenza dell’uomo non è più deietta o inautentica. Tanto più che l’opera d’arte è irriducibile al mondo strumentale. Lo strumento vale solo in quanto funziona, e infatti diventa automatico e invisibile, e non si fa notare, almeno fino a quando funziona bene: segno che il suo essere si risolve tutto nell’uso. L’opera d’arte invece attrae attenzione di per sé. Se l’opera d’arte fosse uno strumento, la sua comprensione sarebbe legata unicamente alla possibilità di ricostruire il mondo da cui emerse. Allora non potremmo comprendere le opere d’arte del passato; esse invece continuano a parlarci anche quando di quel passato sappiamo poco o nulla. Questo può accadere perché l’opera d’arte porta in sé il proprio mondo, anzi: fonda e istituisce essa stessa il mondo. L’opera d’arte nasce da un mondo ma, se autentica, rappresenta sempre una novità radicale, in quanto “progetto” aperto sulla totalità dell’ente.

film fotogramma Elio Petri Ursula Andress e Elsa Matinelli

film fotogramma Elio Petri, Ursula Andress e Elsa Matinelli

L’opera d’arte è «fondazione di un mondo» e «messa in opera della verità». Verità e bellezza fanno corpo unico, nell’evento di illuminazione dell’Essere. Heidegger considera due modelli fondamentali di verità: come “esattezza di giudizio” (orthòtes) e come “non nascondimento dell’essere” (alétheia). I Greci scoprirono il significato originario della verità come alétheia, ma ne smarrirono ben presto il possesso. Con Socrate e Platone cominciò ad insinuarsi una visione della verità implicante un condizionamento soggettivistico e analitico della rivelazione. L’opera d’arte ripristina la verità come alétheia in quanto evento in divenire, apertura dell’ente all’essere. L’opera d’arte è Ur-sprung, cioè origine, soglia, salto primitivo. Nel celebre quadro di Van Gogh “Un paio di scarpe” (1886) ciò che colpisce delle scarpe in primo piano non è l’aspetto della loro servibilità, ma la loro essenza: «ciò da cui e per cui una cosa è ciò che è ed è come è». La verità è la “presenza” misteriosa dell’essere. E l’apparire della verità è la bellezza. Il bello dunque appartiene all’evento illuminante dell’essere che appare, nell’accadere della sua verità essenziale; non al gusto soggettivo.

Il poeta deve accogliere e raccogliere la voce dell’essere così come essa si dà nell’apertura dell’ente. La parola nell’età della tecnica non appartiene più all’essenza sacra dell’essere, ma decade a strumento di dominio dell’ente. In questo modo si abbandona il “mistero” delle cose e il mondo, fattosi opaco, non parla più. Il “sacro” cui si fa appello non ha carattere teologico ma ontico-fenomenologico: non si deve perciò confondere con Dio. Il sacro sembra legato alla natura (physis), al manifestarsi arcano delle sue forze. La parola è av-venimento del sacro. La verità è implicitamente estetica poiché include in sé la bellezza, così come la bellezza è a sua volta un modo d’essere della verità, in quanto auto-rivelazione dell’Essere. La verità implica un lasciar essere, un accettare senza giudizio, un aprirsi dell’uomo all’epifania. È appunto un “non nascondimento”, un uscire dall’essere nascosto, che è al contempo un nascondersi della rivelazione, un velarsi di ciò che si svela. La vocazione del poeta, di conseguenza, è di avvicinare il mistero ma insieme di tenerlo a distanza, custodendolo in quanto mistero. Che cosa viene fuori? L’ente che si rivela in quanto essere. Che cosa resta nascosto? La totalità dell’ente. Il nascondimento del tutto è la condizione stessa del rivelarsi dell’ente; così come la luce, con il suo continuo apparire-dileguare, offre la possibilità di manifestarsi alle cose che illumina.

Elsa Martinelli film di Elio Petri La decima vittima 1965

Ursula Andress nel film di Elio Petri La decima vittima 1965

L’essere, dunque, si svela come mistero. L’errore metafisico è un errare (Irren) cieco tra gli enti opachi, obliando il mistero che socchiudono e trattengono. L’essere non è altro che l’evento dell’ente, cioè la struttura dell’apparire degli enti sotto forma di illuminazione. Per superare il vicolo cieco della metafisica, Heidegger invita ad accettare l’erranza tra gli enti (da cui la metafora dei “sentieri interrotti”) senza però dimenticarsi di questo errare: accompagnando sempre, cioè, l’esperienza ontica alla consapevolezza critica del suo valore ontologico. Compito del poeta è non lasciarsi accecare dalla condizione di erranza, ma anzi farne tesoro per nominare gli dèi e l’essenza delle cose, forgiando sigle, simboli, emblemi, dalla luce viva che sgorga alla sorgente dell’Essere, dove il sacro dona spontaneamente le sue rivelazioni. L’attività del poeta è il contrario della libera attività creativa e della  soggettività fantastica; egli non scrive a capriccio, ma come sotto dettatura: necessitato a canalizzare le manifestazioni autonome dell’Essere negli enti, raccogliendo l’avvento della luce che balugina dall’apertura della loro scorza opaca. Il “creare” dell’artista va sceverato da ogni implicazione soggettivistica, e inteso invece come “attingere” (cioè raggiungere e cogliere) la sacralità della verità come apparizione della bellezza, e della bellezza come apparizione della verità. Occorre però ripristinare quel senso di dignità, mistero e presentimento che gli antichi avvertivano in tutte le cose, poiché tutte le cose a quel tempo erano “piene di dèi”.

La verità dell’essere è dunque alétheia, processo dialettico di svelamento che nasconde e nascondimento che svela. L’essere illumina l’ente come verità e bellezza. L’attuarsi di questa illuminazione dell’ente come verità e bellezza è l’evento che si mette in opera, e accade, nell’opera d’arte. La verità, come illuminazione e insieme nascondimento dell’ente, accade in quanto gedichtet, poetata. La poesia è dunque, anzitutto, l’essenza inventiva di tutte le arti. Poi, come “arte della parola”, è un’arte prediletta, dal momento che la radicale novità dell’arte può accadere originariamente nella parola. La parola nomina l’ente e lo fa apparire, cioè istituisce l’ente ad essere: dove non c’è parola l’ente resta chiuso, impenetrabile, opaco. L’esperienza umana del mondo è sempre connotata in senso linguistico. Il linguaggio è la sede dell’evento dell’essere come apertura dell’ente. Non ogni parlare, non il linguaggio strumentale e contingente; ma la poesia, ovvero la possibilità originaria del linguaggio in quanto creazione, apertura, illuminazione. La poesia è per Heidegger il fondo che regge la “storia”, cioè l’articolazione dell’esperienza umana, vale a dire ontologica, all’interno dell’opacità ontica della materia. Il linguaggio non è solo uno strumento nelle mani dell’uomo, ma soprattutto un evento che dispone della sua suprema possibilità di essere, di avere senso e dare senso alle cose.

filosofia geworfenheitIl linguaggio ci sceglie: è un “rivolgersi a noi” (Zuspruch) [Ammonimento, Consenso, Esortazione] senza cui non potremmo parlare o avere esperienza dell’essere. Per questo parlare è anzitutto e originariamente ascoltare, ma di un ascolto creativo e partecipativo, non inerte. L’evento dell’essere ha bisogno dell’uomo: è annuncio e appello di una rivelazione, e usa l’uomo come custode, pastore, messaggero. Le cose accadono nella propria essenza solo nella parola che le nomina originariamente. È dunque la parola poetica che “rende cosa” la “cosa”. Se è il linguaggio poetico che dà l’essere alle cose, il modo autentico di andare alle cose sarà quello di ascoltare la parola originaria che le nomina. L’ascolto e il dialogo con il linguaggio poetico finisce per rappresentare la forma suprema di esperienza della realtà. Ecco l’importanza filosofica del discorso “poetico-pensante” elaborato da Heidegger come via maestra di autenticità.

filosofia Semplice presenzaL’opera d’arte appartiene alla verità come alétheia (e all’essere come evento) perché svela e insieme nasconde i propri significati: alla loro esplicita comprensibilità oppone una sempre ulteriore e irriducibile riserva di significati da scoprire e da pensare. La vocazione del poeta è custodire il mistero dell’“arrivo a casa”, cioè della vicinanza all’origine che «tiene in serbo», svelandosi senza mai farlo completamente. Heidegger riprende da Böhme l’opposizione di “natura” (o “substrato”) e “rivelazione”, per definire “mondo” (Welt) ciò che l’opera d’arte dice esplicitamente, e “terra” (Erde) ciò che in essa si ritrae e si chiude alla chiarezza. L’opera d’arte è sempre il campo di questo conflitto tra un fattore mondano, luminoso e spirituale, e un fattore terrestre, oscuro e ctonio, che gli si oppone. La “terra” è la materia sensibile che l’opera articola in forma. Attraverso la resistenza della “terra” l’opera apre una rappresentazione che schiude un “mondo” di significati. L’artista è all’origine dell’opera che lo origina come artista: esserci ed evento dell’opera sono tutt’uno. Il poeta non è che il collaboratore di questa epifania originaria. L’uomo che il poeta rappresenta non è il padrone degli enti, ma il pastore dell’essere. Proprio quando è profondo il «tempo della povertà», cioè dell’oblio dell’essere, per cui gli dèi sono fuggiti e le loro tracce disperse, è allora che la salvezza viene dalla poesia come rinnovata epifania dell’Essere. Hölderlin è il poeta che segna il trapasso dall’epoca della metafisica – ovvero della soggettività, dell’umanesimo, della tecnica – alla nuova epoca dell’Essere. Rilke, un secolo dopo, non fa che confermare e rafforzare l’azione innovatrice del poeta di Iperone.

II guerra mondiale

II guerra mondiale

La poesia apre e manifesta l’illuminazione dell’Essere. Ma la “cosa” è davvero se stessa se, nell’essenza originaria della parola poetica, raccoglie e fa dimorare presso di sé il Geviert, la “quadratura dei quattro”: terra, cielo, mortali, divini. Sono i punti cardinali entro cui, nell’apertura ontologica del mondo, gli enti vengono alla luce dell’essere. Da qui la proposta heideggeriana di scrivere la parola “essere”, Sein, coperta da una barratura incrociata: ad indicare che si parla di un essere post-metafisico, aperto nelle quattro direzioni del Geviert. Le cose possono essere autenticamente solo nel linguaggio poetico, che non significa per forza il linguaggio della poesia ma il linguaggio nella sua forza originaria, creativa, necessitata, fondante. L’esperienza che fonda la filosofia stessa diventa l’ascolto del linguaggio nella sua originaria scaturigine poetica. E in quanto ascolto del linguaggio, il pensiero è “ermeneutica”. Ermeneutica (cioè incontro con il linguaggio) è l’esistenza stessa nella sua dimensione più autentica. Il pensiero metafisico chiama le cose al “redde rationem”: concepisce l’essere come un oggetto che il soggetto deve, dall’esterno, conquistare, possedere e usare, perseguendo una esplicitazione totale della sua offerta. Ma un dire totalmente esplicitato è anche con ciò stesso esaurito, poiché non gli resta più niente da dire. L’ermeneutica, invece, coerentemente con il concetto di essere come “evento”, colloquia alla pari con il “non detto” che il detto custodisce, e da cui proviene, poiché si pone come ascolto autentico, come modo di lasciar parlare l’essere, di aprirsi ad accogliere l’“esser cosa” della cosa. È l’ermeneutica la nuova strada per interpretare il mondo: interpretare cioè la parola senza consumarla, rispettandola nella sua natura di permanente “riserva di senso” e dunque, in definitiva, nell’abissale profondità del suo mistero (che tale deve rimanere).

Marco Onofrio legge emporium

Marco Onofrio legge emporium

 Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013). La sua produzione letteraria è stata oggetto di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito finora 30 riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in centinaia di presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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33 risposte a “PER LA DEFINIZIONE DI UN’ESTETICA IN MARTIN HEIDEGGER, L’EVENTO, AUTENTICITA’, MESSA IN OPERA DELLA VERITA’, LA PAROLA NOMINA L’ENTE di Marco Onofrio (Parte II)

  1. antonio sagredo

    Attendiamo con impazienza l’ultimo poema di Antonio Sagredo “BISTROT” (che l’autore stesso definisce”anomalo”), dove le varie tematiche di Heidegger sull’essere e il divenire esposte qui brillantemente da Marco Onofrio vengono rovesciate per potere essere più facilmente intese anche dai non addetti al lavoro. Onofrio espone dunque magistralmente i punti cardinali della filosofia di Heidegger, dove il Divenire nell’Essere perde consistenza, mentre al contrario l’Essere nel Divenire acquista una nuova e diversa forza, che consiste nell’essersi emancipato da ogni vincolo temporale e spaziale… in definitiva l’Essere è ben più sostanziale di un Divenire che diviene di epoca in epoca sempre più instabile…. e allora l’Essere si sustanzia e diviene attore fondatore di ogni commedia umana – ma è da sottolineare che senza la lezione di Nietzsche , Heidegger non avrebbe scritto nulla, e a conti fatti, con dispetto di questi, quello è ben più superiore e attuale!
    a. s.

    • Fra le tante qualità di Marco Onofrio, anche quando tratta eccellentemente argomenti un poco ostici per i non addetti, annovererei la chiarezza, la perspicuità di pensiero e d’esposizione.
      Tuttavia ben venga il “Bistrot” di Antonio Sagredo.
      Congratulazioni a Marco Onofrio e cordiali saluti a tutti.

      Giorgina BG

      • Aggiungo per Marco Onofrio che non mi permetto di commentare il suo eccellente saggio perché mi sembrerebbe di voler sovrapporre a qualcosa di già perfetto (“perfectus”, compiuto perfettamente) vane parole di spiegazione forse utili ai “non addetti”. Ma non è questo il luogo adatto.
        Complimenti vivissimi.
        Giorgina BG

  2. Nella prima pagina di Essere e tempo Heidegger dichiara che dai greci, e in particolare da Aristotele in poi, si è instaurato un dogma, «si dice: il concetto di essere è il più generale e vuoto di tutti e resiste perciò a qualsiasi tentativo di definirlo. D’altra parte, in quanto generalissimo, e come tale indefinibile, non ha neppur bisogno di essere definito. Tutti lo impiegano continuamente e anche già comprendono che cosa si intende con esso. in tal modo… è divenuto chiaro e ovvio, a tal punto che colui che si ostina a farlo oggetto di ricerca è accusato di errore metodologico».

    La difficoltà nella quale si è scontrato Heidegger nel portare a termine il progetto di Essere e tempo e il successivo abbandono del progetto per un difetto di “linguaggio”, non è una spiegazione plausibile, il problema è più di fondo: non solo mancava e manca il «linguaggio» ma manca oggi come ieri anche il modo, la metodologia e la visione dell’Essere come Essere ontologico e quindi sociale. La socialità delle società umane è un prodotto ontologico. L’ontologia di Heidegger si presenta con un carattere di immodificabilità e di eternità, quando invece è un prodotto storico di un pensiero preso nell’angoscia della crisi tra le due guerre mondiali dell’Europa, un pensiero quindi storicamente determinato. L’ineluttabilità dell’Essere preso nella categoria del tempo fa regredire l’Essere ad un essere biologico. Nel pensiero di Heidegger il fattore sociale scompare per aprire al fattore parabiologico: la paura, l’equivoco, la chiacchiera e l’angoscia saranno le categorie fondamentali dell’analitica dell’essere dell’esserci.

    Impostazione interessante e anche geniale ma falsa, falsa perché imposta la questione dell’Essere su un biologismo e uno psicologismo deteriori.
    Analogamente, la questione dell’arte impostata da Heidegger appare seducente ma in realtà è fuorviante, è basata su una impostazione categoriale che definirei febbricitante. Ad esempio: come si produce l’Evento? Ecco, è incredibile che Heidegger (e gli heideggeriani) non si pongono nemmeno questa domanda né se la siano mai posta ma la accettano come Mosè ha accettato la manna dal cielo. È ovvio che la categoria di Evento dovrà essere impostata tutta di nuovo.. ma qui la filosofia contemporanea sembra latitare… Dovrà prima o poi apparire un filosofo che dica queste cose, credo, o meglio, spero.

    • Giorgio, non posso tacere sul fatto che la filosofia contemporanea non latita affatto sulla questione cui ti riferisci, perché penso che Carlo Diano sulle categorie (fenomenologiche e non ontologiche) di Forma ed Evento da lui create abbia detto talmente tanto e così a fondo e in modo così rivoluzionario, e solo da qualche anno si è iniziato ad analizzare in modo sistematico e seriamente il suo pensiero filosofico. Che, come Cacciari ha più volte detto, è quello di un outsider non solo della cultura italiana, ma del pensiero moderno. E lo stanno facendo proprio ora anche negli USA, infatti è in corso di traduzione a opera di un filosofo e italianista della Cornell University proprio “Forma ed evento”, per cui un filosofo e storico delle letterature comparate della New York University sta preparando un corposo saggio introduttivo.
      Tra l’altro sono interessatissima a vedere come negli USA verrà interpretato il pensiero di Diano.

      Per quanto riguarda l’arte, rivoluzionario è “Linee per una fenomenologia dell’arte”, che tu avevi letto mi pare.
      Nei quaderni preparatori a “Linee per una fenomenologia dell’arte” (quaderni al momento inediti) del 1952, c’è il seguente appunto:
      “Studiare la poesia moderna che riconducendo tutto all’evento comprende di nuovo le categorie linguistiche”.

      Nelle ultime pagine delle “Linee”, (Neri Pozza, 1956, p.118), dopo l’analisi delle diverse arti alla luce dei rapporti fra forma ed evento, scrive:

      “Al centro di questa rosa delle arti sta la poesia come arte della parola, che, essendo nome e verbo, aggettivo ed avverbio, interiezione e discorso, ed avendo ritmo e suono, plasticità e colore, temporalità e struttura, comprende in sé tutte le categorie. Per la opposizione che è tra nome e verbo, che ne costituiscono i soli elementi essenziali, e che è l’opposizione originaria della forma e dell’evento, la poesia raggiunge il massimo della sua specificità nel dramma, che, inseparabile dal teatro, usa di tutte le arti, ma, come conflitto tra lo spazio chiuso e atemporale della forma e lo spazio aperto e temporale dell’evento, è nella sua essenza conflitto tra scultura e musica.
      E’ nella parola come dramma che l’arte raggiunge il massimo della storicità che le è propria e fa reale la storia dell’uomo. Quell’opposizione essendo alla base di tutte le arti, e da essa originandosi la vibrazione e tensione che le rende poetiche, ma solo nella parola facendosi specificamente umana e chiarendosi come dramma del mondo, tutte le arti tendono alla parola.
      Ma forma ed evento non si conciliano, e, al di là di essi è la trascendenza ineffabile dell’Uno. E però si deve dire che tutte le arti tendono alla parola, ma la parola al silenzio. Qui è l’ultimo limite e l’estremo periechon dell’arte, che perciò è via e non fine, ed è perché è via, come lo è la vita, che riprende sempre e non s’arresta mai,e, toccando in ogni opera il suo culmine, lo cerca ogni volta e sempre in un’altra.”

      Come sai non è facile trovare questi due testi al momento. C’è un progetto di Bompiani di ristampare tutte le opere. Vedremo.
      E mi rendo sempre più conto che se ne sente la mancanza.

      P.S. Io non liquiderei Heidegger con tanta semplicità, perché è a lui che molta della filosofia contemporanea deve non poco.

  3. Scusatemi, avevo dimenticato di aggiungere:
    Dovrà prima o poi apparire un poeta che dica queste cose in poesia, credo, o meglio, spero. Voglio dire, un poeta che rifugga dalla chiacchiera (anche ben scritta in italiano) di un Franco Buffoni e di un Magrelli… Dobbiamo avere il coraggio di dire che il 99% della poesia contemporanea o di ciò che viene stampato in Italia (e in Occidente) con la dicitura “poesia” altro non è che una adozione della «chiacchiera». Dobbiamo ammetterlo con franchezza, credo, anzi, spero.

  4. beh, rimango dell’idea che quando uno ha qualcosa da comunicare e da dire lo faccia attraverso il linguaggio del corpo e attraverso la parola: che gran parte della poesia sia chiacchiera (ma già utilizzare il termine chiacchiera è un dispregiativo) credo sia un dato di fatto, poi c’è la chiacchiera con o senza musica, con o senza metafora e via andare. Quando sono arrivato a questa frase “L’essere, dunque, si svela come mistero.” ho pensato a Don Giussani…

  5. “La parola nomina l’ente e lo fa apparire, cioè istituisce l’ente ad essere: dove non c’è parola l’ente resta chiuso, impenetrabile, opaco” o rimane semplicemente inespresso, forse perché inesprimibile se non parzialmente, occasionalmente colto dalla nostra attenzione nelle innumerevoli circostanze che la vita ci offre: perché l’essere non si può ridurre a linguaggio. E questo lo dico per smorzare quel sentore di privilegiata sacralità che viene data ai poeti, perché l’essere è anche il passeggiare, il cantare, l’amare eccetera eccetera. E il poeta non ha da badare a mantenere il segreto per il semplice fatto che non lo possiede, se è vero che, come viene detto, ne è semplicemente il pastore.

  6. In particolare, sul problema dell’Evento occorre distinguere l’Evento accidentale (la tegola che cade sulla testa di un pedone) da un Evento non accidentale (lo scontro di due corpi nella meccanica). L’Evento dell’arte è quel particolare Evento che riunisce in sé l’elemento della accidentalità e quello della necessità. L’Arte è l’unico momento che riunisce in sé queste due condizioni dell’Essere. L’Evento è dunque un «concreto»; per Marx «Il concreto è concreto perché sintesi di molte determinazioni, quindi unità del molteplice. Per questo nel pensiero esso si presenta come processo di sintesi, come risultato e non come punto di partenza, sebbene esso sia il punto di partenza effettivo e perciò anche il punto di partenza dell’intuizione e della rappresentazione». [K. Marx, Grundrisse p. 21]

    Tutta l’ontologia di Heidegger non va oltre la posizione di Hegel per il quale «l’essere è l’immediato indeterminato». In realtà, Heidegger non compie nemmeno un passo (filosofico) in avanti rispetto alla posizione di Hegel. Essere e tempo è, da questo punto di vista, un documento ineguagliabile della crisi della visione del mondo borghese tra le due guerre.

  7. montmar

    Nel secondo fotogramma si vedono Ursula Andress (a sinistra) e Elsa Martinelli.
    Nel terzo fotogramma si vede Ursula Andress (e non Elsa Martinelli).

  8. Trovo in Heidegger tanto ‘fumo’. In quanto al mistero: ogni essere umano ha in sé un mistero anche se non lo sa.

    • Ivan Pozzoni

      Ottima analisi, Luciano. Chi mi iniziò alla filosofia, ospitandomi nella sua casa di Crema, mi disse, scherzosamente: diffida dai filosofi contemporanei con l’H (Hegel – Heidegger – Husserl). Non era un dilettante: era discepolo di Santucci e di Dal Prà. Io mi sento discepolo di Quaranta, a sua volta allievo di Geymonat. Nessuno di noi (Dal Prà e Geymonat sono morti), credo, senta nostalgia dei famigerati filosofi con l’H. Ripescarono una categoria ontologica inventata (essere), dialogarono di noumeni ed essenze (idiozie), dando una interpretazione fuorviante dei Pre-socratici. Severino ne è la conseguenza deteriore. Quando tenni, nella mia breve carriera universitaria, un seminario su Kelsen, il mio relatore di tesi, che mi osservava dialogare con alcuni studenti del seminario, alla mia innocente affermazione: «Questo tratto caratteristico è essenziale alla teoria del diritto kelseniana», interrompendomi, mi disse «Cosa significa essenziale? Non ESISTE un’essenza delle cose. Controlli meglio la sua esposizione, e ne verifichi/falsifichi i contenuti semantici». Aveva ragione. Fumo.

  9. Tutto dipende dalla persona con cui si fa la chiacchiera.Quando vado a trovare Alberta Bigagli, a Firenze, lei mi dice:”Vieni a casa, stiamo un po’ a chiacchiera”.Mai il mio tempo fo meglio speso,Anche Socrate, in fondo, “andava a chiacchiera”:così bene, che gli fecero bere la cicuta:Saluti a tutti, Anna Ventura

    • Anche Socrate amava “chiacchierare” soprattutto con i giovani cui rivolgeva domande con quella sua celebre “arte maieutica”. Ma una volta non andò così.
      *
      “Socrate camminava per via con la mente tutta concentrata su se stesso ed era così rimasto indietro. Aristodemo si fermò allora per aspettarlo, ma Socrate gli disse che andasse pure avanti. [….] ( Tutti i commensali erano ormai arrivati alla sala del banchetto. Mancava solo Socrate. Aristodemo inviò un servo a cercarlo. Tutti si chiedevano che cosa fosse mai successo a Socrate, formulando le ipotesi più disparate).
      Sopraggiunse allora un domestico, il quale annunciò che Socrate s’era ritirato nell’atrio della casa dei vicini, che era fermo lì e che, benché chiamato, non voleva venir via. [….] E Aristodemo disse: “No, no; lasciatelo stare. Questa è una sua abitudine: talvolta si apparta dove capita e rimane fermo lì. Sarà qui ben presto, io credo. Dunque non disturbatelo e lasciatelo stare”. [….] Infatti Socrate arrivò poco tempo dopo”.

      Platone “Simposio” 174D-175C
      ***
      Giorgina BG

  10. Cara Anna Ventura,
    la «chiacchiera» in Heidegger designa il «si dice» indifferenziato della vita quotidiana, il «ci» dell’esserci che sta in un luogo qualunque, un luogo di passaggio (una sala d’aspetto, dal barbiere, in un salotto letterario, in un cinema, in una tavola con conoscenti, tra letterati etc.): la «chiacchiera» non ha in Heidegger alcuna accezione negativa ma è la costituzione normale dell’esserci; la chiacchiera ha la stessa costituzione categoriale della «falsa coscienza» del primo Lukacs, quando era ancora pre-marxista… così anche nella poesia dalla “Lettera di Lord Chandos” di Hofmannsthal (1902) e da Waste land (1922) in poi, la chiacchiera ha fatto letteralmente irruzione nella poesia, e direi che una delle poetessa che dopo Helle Busacca (1972) ha fatto larghissimo uso della chiacchiera in poesia sei proprio tu, cara Anna, e come non ricordare qui la chiacchiera di una poetessa, ingiustamente dimenticata, come Giorgia Stecher che scrive “Altre foto per album” (1996)? Anzi, dirò di più, la tua poesia è fondata proprio su questa categoria, mesce saggiamente paglia e grano, vetro (in grande quantità) e diamanti… è il lettore che deve imparare ad andare alla ricerca dei diamanti (!!!)
    Non sono quindi un critico così ottuso! lungi da me l’idea che intenda demonizzare la chiacchiera in poesia! – però una poesia tutta di chiacchiera e di chiacchiere, questo no, per cortesia…
    Nella poesia di Franco Buffoni invece io ci vedo la chiacchiera fasulla, il parlare senza costrutto, senza teleologia, un chiacchierare a vanvera, lì non c’è niente da scoprire, non c’è nessun avvenimento o senso che non sia il banale commisto con altro banale. Non me ne voglia Buffoni ma il suo ultimo libro “Jucci” è veramente un esempio di come la poesia italiana del maggiore editore italiano sia diventata una poesia istituzionale, cioè che istituzionalizza la «chiacchiera» a categoria estetica sovrana e maggioritaria. In confronto la poesia di un Magrelli appare essere quella di un genio…

    • Però nel “romanzo in versi” (Gilda Policastro in “Nuovi Argomenti”) di Franco Buffoni dal titolo “Jucci” qualcosa di non banale accade: la morte della giovane Jucci, primo amore del poeta, e la presa di coscienza della propria condizione (non mi sento di esprimere in modo più esplicito il concetto). Certamente conta molto il modo in cui si narra un evento grave e chiarificatore. Succede anche altro di importante, ma dovrei poi ripetermi circa il modo di raccontarlo in versi.
      Tuttavia a me non è mai piaciuta la poesia di F.B., nemmeno “Il profilo del Rosa” di cui egli stesso, in una lettura pubblica nella nostra città, si premurò di chiarire che il Rosa è proprio il Monte Rosa che noi, specie se abitiamo ai piani alti di un palazzo, possiamo vedere magnifico al tramonto.

      Giorgina Busca Gernetti

  11. Gino Rago

    Nella pagina culturale di un importante quotidiano nazionale di qualche giorno addietro campeggiava questo titolo: ” Nella ricerca contemporanea globale c’è stata una svolta realistica. L’autore dei Quaderni neri? A malapena lo si prende sul serio nelle accademie tedesche: ragionava per stereotipi. Heidegger non conta più…”
    La chiacchiera onnicomprensiva che di sé quotidianamente tutto pervade è
    il problema centrale della Letteratura contemporanea e Giorgio L. mi trova d’accordo su tutta la linea; ma Giorgio stesso di recente ha indicato un filo d’Arianna, una via d’uscita, che poi sono anche l’unico modo – caro a Schopenhauer – di leggere tutta la poesia dei nostri giorni: una sensibilità verso “lo scheletro”, una sensibilità verso “la carne”, a proposito di lingua e parole.
    Commovente la qualità morale della scrittura di Marco, serio il commento di Antonio Sagredo, sempre elevate le vette de L’ombra…

  12. Ho dei dubbi ad inserire la poesia di Antonio Sagredo “Bistrot”, in quanto trattasi, parole dell’autore, di un «rifacimento» di una poesia di un noto poeta tradotto da Roberto Sanesi, quantomeno Sagredo dovrebbe svelarci il nome del poeta in questione e la poesia in questione, così che i lettori possano fare i dovuti raffronti.

  13. Lucia Gaddo Zanovello

    La lettura di questo saggio di Marco Onofrio ha suscitato in me molta ammirazione e alcune riflessioni. In particolare vorrei tanto porre l’accento su quella frase: “Il linguaggio ci sceglie”. È un po’ come se il linguaggio capisse da solo con chi ha a che fare. Calza a meraviglia con quanto è detto poco più avanti e cioè che in qualche modo si tratta di un “appello” da parte della Parola stessa e io credo sia fatto alla generosità di chi ascolta.
    Altra verità spesso trascurata: “ Per questo parlare è prima di tutto ascoltare”, e “di un ascolto partecipativo”, viene chiarito. Ovvero si invita, mi pare, ad un ascolto che apra alla diversità dell’Altro da noi, a noi uguale.
    Infine riscrivo, perché lo ritengo fondamentale, l’entusiasmante e lusinghiero assunto: “L’evento dell’essere ha bisogno dell’uomo”; della sua disponibilità, del suo talento, mi verrebbe da aggiungere.
    L’autenticità, da cui la bellezza (l’etica estetica, in qualche modo), del linguaggio poetico, o artistico in genere, quando accade (lo si lascia/ o lo si fa accadere), sta nel suo essere attimo di rivelazione indifesa e nuda di fronte al fruitore, che ne usa, se ne nutre, gode ed evolve, intuendo.
    E l’esperienza estetica è esperienza totalizzante, anche se si realizza nell’immaginazione.

  14. Caro Giorgio, poichè non leggerò mai il libro di Buffoni, mi sento inadeguata,nella conversazione che lo coinvolge .A me, la chiacchiera piace, anche se ne intuisco i pericoli; fin da bambina ho creato qualche innocua tempesta con le mie paroline aguzze:” paglia e vetro”, hai detto benissimo.Ma vorrei anche parlare di erbe, di bambini,di gente comune,perfino di amore,qualche volta: spero di averne il tempo e l’occasione.Buona notte,giacchè, per fortuna, è gia sera. Caramente, Anna

  15. antonio sagredo

    In quella sala d’attesa dove le donne erano immobili,
    erano mute nel convegno: orfane dell’arte del pettegolezzo,
    e della chiacchiera.
    ——
    sono d’accordo con la Ventura A., sono d’accordo con Gernetti G. B., sono d’accordo con G.L., sono d’accordo con L.G. Zanovello, sono d’accordo Rago G., sono d’accordo col resto e in dis-accordo con A.S.

    “Fino a quando suoni disumani ci placano, e ci leviamo – su, dalle acque!”

    Vi sembra un rifacimento?
    Credo di no; il poema non sarà più pubblicato: mi dispiace per Voi tutti.
    a. s.

    • Lei sapesse quanto io sono in dis-accordo con una certa Gernetti G.B., io che mi chiamo Giorgina Busca Gernetti, oppure Busca Gernetti, oppure G. Busca Gernetti, oppure Busca G.G. !
      Sto scherzando, gentile Antonio Sagredo. Scriva pure i miei nomi come le torna più comodo.
      Cordialità

      Giorgina BG

  16. chiara moimas

    Tanto emozionanti mi son sembrate le poesie di Majakovskji quanto interessante e coinvolgente si è rivelato lo scritto di Marco Onofrio, mi sono dedicata alla lettura con impegno e di sicuro dovrei rileggere più e più volte alcune parti per averne completa comprensione, i libri di filosofia son chiusi oramai da moltissimi anni!
    ” Le cose accadono nella propria essenza solo nella parola che le nomina originariamente. È dunque la parola poetica che “rende cosa” la “cosa”. Questa non è la sola delle frasi che mi indurranno (nel mio piccolo e nel limite delle mie capacità) alla riflessione.
    Comparirà senz’altro un poeta che disporrà di un linguaggio preposto ad affrontare problematiche irrisolte, è una mia opinione che vuole superare la speranza. Di sicuro lo farà a sua insaputa, accosterà parola a parola affinchè chi di dovere ne tragga insegnamenti o piacere o motivo di discussione. I tempi sono sufficientemente bui perchè si prenda in considerazione la possibilità di risalir la china!
    Chiara

  17. Pingback: UNA POESIA INEDITA di Anna Ventura “A memoria di spiaggia” con un Commento di Giorgio Linguaglossa a proposito della «chiacchiera» in T.S. Eliot | L'Ombra delle Parole

  18. cara Francesca Diano,

    hai perfettamente ragione sul pensiero di tuo padre, Carlo Diano, infatti ho preparato un articolo che posterò dopodomani incentrato sulla categoria dell’Evento che Carlo Diano ha trattato in maniera impareggiabile e che ho tentato di riprodurre e sintetizzare nelle mie brevi annotazioni. È incredibile come la cultura italiana abbia messo la sordina su un pensiero così originale e profondo come quello di Carlo Diano. Speriamo che Bompiani lo pubblichi al più presto. Intanto copio e incollo la parte finale che tu hai citato del libro Linee odierne per una fenomenologia dell’arte del 1968:

    “Al centro di questa rosa delle arti sta la poesia come arte della parola, che, essendo nome e verbo, aggettivo ed avverbio, interiezione e discorso, ed avendo ritmo e suono, plasticità e colore, temporalità e struttura, comprende in sé tutte le categorie. Per la opposizione che è tra nome e verbo, che ne costituiscono i soli elementi essenziali, e che è l’opposizione originaria della forma e dell’evento, la poesia raggiunge il massimo della sua specificità nel dramma, che, inseparabile dal teatro, usa di tutte le arti, ma, come conflitto tra lo spazio chiuso e atemporale della forma e lo spazio aperto e temporale dell’evento, è nella sua essenza conflitto tra scultura e musica.
    E’ nella parola come dramma che l’arte raggiunge il massimo della storicità che le è propria e fa reale la storia dell’uomo. Quell’opposizione essendo alla base di tutte le arti, e da essa originandosi la vibrazione e tensione che le rende poetiche, ma solo nella parola facendosi specificamente umana e chiarendosi come dramma del mondo, tutte le arti tendono alla parola.
    Ma forma ed evento non si conciliano, e, al di là di essi è la trascendenza ineffabile dell’Uno. E però si deve dire che tutte le arti tendono alla parola, ma la parola al silenzio. Qui è l’ultimo limite e l’estremo periechon dell’arte, che perciò è via e non fine, ed è perché è via, come lo è la vita, che riprende sempre e non s’arresta mai,e, toccando in ogni opera il suo culmine, lo cerca ogni volta e sempre in un’altra.”

    • Speriamo! Lo acquisterò e lo leggerò con estrema attenzione, con infinito piacere.
      Un caro saluto
      Giorgina

    • Caro Giorgio,
      grazie! Come sempre sei attentissimo al pensiero innovatore. E come non potresti, conoscendoti? “Linee per una fenomenologia dell’arte”, pensa te, è del 1956, e ti assicuro che leggere i quaderni preparatori di questo e di “Forma ed evento”, che ne è l’origine (e infatti furono scritti contemporaneamente, essendo “Linee” lo sviluppo di quel fondamento filosofico applicato all’arte) è emozionante. Diano aveva presente le ricerche filosofiche, storiche, artistiche, di psicologia dell’arte, antropologiche, storico-religiose, archeologiche, più avanzate del suo tempo, di cui non esisteva né cognizione né traduzione in Italia e leggeva negli originali tedeschi, francesi, inglesi, svedesi (conosceva 8 lingue). E poi letteratura e musica e le opere d’arte d’ogni tempo e luogo. Un materiale enorme
      Era scultore, pittore, compositore di musica, poeta e perfino disegnava mobili che poi faceva realizzare dal falegname – ne ho ancora in casa! – Teoria e pratica insomma. Vorrei vedere quanti filosofi trovi così!
      Tu ti chiedi perché la cultura italiana abbia messo la sordina a questo pensatore originale. Io dico che la domanda è già in sé una risposta. Beh, diciamo che ha “tentato” di farlo, ma per fortuna non ci è riuscita. Se penso che il suo pensiero oggi interessa ai filosofi della scienza, agli studiosi di letteratura comparata, agli storici dell’arte, oltre che a qualche classicista, ecco, questo mi rende molto felice.

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