POESIE SCELTE di Rosa Riggio da L’orizzonte alle spalle. Breviario d’amore (2015) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

foto Renato Mambor

foto Renato Mambor

Rosa Riggio è nata a Siderno, in provincia di Reggio Calabria e vive da alcuni anni a Viterbo. Laureata in Lettere e in Beni culturali, insegna Lettere nella Scuola superiore.

Ha pubblicato, nel 2005, Un elaborato silenzio, (ed. Il filo), che ha ottenuto la Targa di riconoscimento – Premio L’Iride (Città di Cava de’ Tirreni) e L’orizzonte alle spalle, ed. FusibiliaLibri, 2014. Ha esposto i propri lavori materici e collage in diverse collettive di pittura a Viterbo. Del 2014 è la sua prima personale, Le forme dell’orizzonte, presso la Bottega delle Arti di Viterbo. Si occupa di critica letteraria e cura la rubrica di critica alla poesia contemporanea per la rivista NiedernGasse.it

 Commento di Giorgio Linguaglossa

 La poesia di Rosa Riggio ha preso congedo dalla forma-concerto della poesia ragionante e argomentante poggiata sullo zoccolo duro del Novecento, che va da Lavorare stanca (1936) di Pavese a I quanti del suicidio (1972) di Helle Busacca fino a Giorgia Stecher con Altre foto per album (1996), ed ha optato per la poesia da camera, poesia dove ci sono soltanto due strumenti: il violino e il pianoforte. Il violino fa le veci dell’io e il pianoforte fa le veci del mondo, e la forma-poesia è già data: narra un incontro, o meglio, il mancato incontro tra l’io e il mondo, con «l’infinito alle spalle», «l’orizzonte alle spalle», «l’infinito da una parte». Dov’è l’io?, si chiede l’autrice, che risponde:  «Sto nelle cose», «nessun mittente», «dietro la soglia»… Insomma, l’io della Riggio è disperso, dis-locato, frammentato, sta in tutti i luoghi, in tutte le cose, e non sta in nessun luogo, è questa la condizione esistenziale dell’io; e poi il fatto che si tratti di un «Breviario d’amore», come recita il sotto titolo, a mio avviso rischia di rivelarsi fuorviante, perché l’amore è  una condizione particolarissima, anche se privilegiata, d’esserci dell’essere, una esperienza non ripetibile, una esperienza che consente sì  l’incontro con l’Altro, ma anche con il vuoto. Questa di Rosa Riggio è dunque una poesia esistenziale che riesce bene laddove trova l’espressione aforistica («Dentro di me continuo a precipitare»), il dettato breve e asciutto, il lessico basso, i toni sotto controllo pressorio. C’è una termodinamica dei tropismi esistenziali che distribuisce la materia esistenziale, ma c’è anche una materia oscura insieme a quella visibile, e un’energia oscura che trascina e divora la materia visibile. C’è il quotidiano e la riflessione sul quotidiano alla maniera del«diario», un quaderno aperto sul quale appuntare le nostre esperienze più intime.

Rosa Riggio

Rosa Riggio

Rosa Riggio da L’orizzonte alle spalle. Breviario d’amore (Fusibilia, Viterbo, 2015) pp. 84 € 13

Niente mi resta. Immutato presente.

Lascio sul tavolo le tracce incustodite
della memoria. Segni di un incauto passato.
In calce l’acuta follia di un’ipotesi muta
una voce di trasparente energia.

*

Niente accade per caso, hai detto
e sono tanti i momenti che precedono
il tempo, il giorno, l’ora.

Era settembre. In apparenza
niente accadeva. Forse una vibrazione minima
nell’aria, uno spostarsi di luce.

Più tardi, davanti allo specchio, cercavo
un appiglio, la forza nel volto
in fuga, lo sguardo oltre l’abisso
(smarrimento dell’io)
troppo tardi per riavvolgere il nastro.

Tutto compiuto? Quanti occhi
quante visioni in corsa nel tempo
dal big bang all’apocalisse
fino a questo spostarsi lento
di ogni cosa, moviola del
nostro raggiungerci, ma dove e quando.

Oh avvenire, raccogliersi è un ordine
del fato nel qui, nell’adesso.

*

Verso dove, dove mi porti
cuore in fuga,
sconosciuta vendetta.

Ho stretto un patto con l’infinito
ho, di nascosto, tessuto la tela.

E’ enorme adesso
in agguato
dietro il rumore della mia infanzia
ha occhi di rara potenza
ed avanza

sono io quell’ombra.

*

Non c’è poesia, non c’è pace.
L’infinito alle spalle. Un epilogo muto
nel centro obliquo dell’io.

*

Rosa Riggio

Rosa Riggio

Dopo l’attesa, cosa resta?

L’orizzonte alle spalle, l’infinito da una parte,
corrosa la voce del passato, finisce così?
porte chiuse, passi veloci
perduta ogni cosa, senza la grazia
dell’oblio
niente che si smemori

eppure, ciò che deve essere fatto
va fatto
e continuano i giorni
ostinate ordinarie presenze

si perpetua il quotidiano ronzio.

*

Sto nelle cose. E ogni gesto che faccio
si fa da solo, staccato da me.
Da quella distanza mi guardo
e quella cosa che cade dall’occhio
è una dura consistenza.

*

Non so come faccia a non cadere,
a mantenere la posizione eretta.
Dentro di me continuo a precipitare
in quella mattina.
E mi chiedo
come abbiamo potuto
sopportare che il tempo
ci sopravvivesse.

*

Così continuo ad avanzare. E retrocedo.
Ritrovo il momento, davanti a me:
spudorato assente che non teme di esistere
e mi provoca, ancora. Se provo a guardare oltre
non vedo altro istante. Cos’è accaduto al mio tempo?
Si rifiuta di scorrere, franto, devia, ferreo e ostinato.
Allora c’è qualcosa, in questa vita, che non sa cos’è morire.

*

Rumore di spade.
Accarezzo la lama di questo verbo
distratto. Dove ho lasciato le carte?
No, nessun mittente.
Si sono prese ciò che era loro
il rito antico
di fiabe senza nome.
Un gesto deciso
poi nulla.

*

Non mi posso permettere tutte le parole
(il vuoto è uno scrigno).
Non me ne posso permettere una.
Chiuse le porte. Altrove gli occhi.
Non rispondono.
Sono dietro la soglia, prossimi.
Non lo posso permettere.

*
Il tragitto è compiuto
intero
negli occhi
l’unico luogo dove
ogni cosa
è al suo posto.

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13 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, Autori dei Due Mondi, critica della poesia

13 risposte a “POESIE SCELTE di Rosa Riggio da L’orizzonte alle spalle. Breviario d’amore (2015) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. La trovo alquanto noiosa e priva di mordente, va bene l’io dislocato tutto quello che volete, ma c’è più vita al cimitero del Capoluogo.

  2. Gino Rago

    Anche per provenienza geografica, Rosa R. evidenzia nel suo dettato poetico – bene interpretato da Giorgio L. nella sua competente nota – un non remoto incontro con l’incanto del frammento magnogreco di Ibico e Nosside, tentando di caricare ciascuna parola del massimo significato. ” E sono tanti i momenti che precedono il tempo…”, afferma Rosa Riggio in un suo verso, a conferma d’una vicinanza – lesta a farsi anche appartenenza – a un’area geoantropologica e linguistica grecanica ove il tempo non è inteso soltanto come kronos, ma anche come aletheia e kairos …

  3. Gli Elleni usavano due parole per indicare il tempo, χρòνος (chrònos) e καιρòς (kairòs). Mentre la prima si riferisce al tempo cronologico e sequenziale, la seconda significa “un tempo nel mezzo”, un momento di un periodo di tempo indeterminato nel quale “qualcosa di speciale” accade. Ciò che è la “cosa speciale” dipende da chi usa la parola. Mentre krònos è quantitativo, kairòs ha una natura qualitativa. Come divinità Kairòs era semi-sconosciuto, mentre Crono era considerato la divinità del tempo per eccellenza.
    ἀλήθεια (alètheia) è lo svelamento, la “non-nascosta”, la verità.
    .
    Non ho trovato nulla di così profondo nella poesia di Rosa Riggio, benché vi si parli del Tempo. E’ una poesia che si legge agevolmente per il dettato nitido, asciutto, tendente alla “brevitas” epigrammatica. Però i lirici greci nati nella stessa terra sono lontani.
    *
    NOSSIDE
    “Nulla è più dolce d’amore; ed ogni altra gioia
    viene dopo di lui: dalla bocca sputo anche il miele.
    Così dice Nosside: e chi Cipride non amò,
    non sa quali rose siano i fiori di lei.”
    *
    “Straniero, se navigando ti recherai a Mitilene dai bei cori,
    per cogliervi il fior fiore delle grazie di Saffo,
    dì che fui cara alle Muse, e la terra Locrese mi generò.
    Il mio nome, ricordalo, è Nosside. Ora va’!”
    ***
    IBICO
    Come il vento del nord
    .
    A primavera, quando
    l’acqua dei fiumi deriva nei canali
    e lungo l’orto sacro delle vergini
    ai meli cidonii apre il fiore,
    ed altro fiore assale i tralci della vite
    nell’ombra delle foglie;

    in me Eros,
    che mai alcuna età mi rasserena,
    come il vento del nord rosso di fulmini,
    rapido muove: cosí, torbido
    spietato arso di demenza,
    custodisce tenace nella mente
    tutte le voglie che avevo da ragazzo.
    *
    Nuovamente Eros,
    di sotto alle palpebre languido
    mi guarda coi suoi occhi di mare:
    con oscure dolcezze
    mi spinge nelle reti di Cipride
    inestricabili.

    Ora io trepido quando si avvicina,
    come cavallo che uso alle vittorie,
    a tarda giovinezza, contro voglia
    fra carri veloci torna a gara.
    *
    Giorgina Busca Gernetti

  4. Ringrazio tutti e vado a fare una bella passeggiata al cimitero, così mi riprendo.

    • Mi spiace che il mio commento, tutto impostato sul tema del Tempo e sul rapporto della poetessa Rosa Riggio con i lirici greci dell’ “Ausonia Tellus”, di cui ho trascritto alcuni frammenti, abbia causato un pensiero così doloroso come quello di andare a consolarsi al cimitero!
      Mi scuso con Rosa Riggio se la colpa è mia.
      Il mio scritto in realtà era suscitato dalle affermazioni di un commento precedente in cui, appunto, si ponevano in rapporto i versi di Rosa a quelli di Ibico e di Nosside.
      La sensibilità moderna (nel senso di “oggi”, “in questo epoca”) è diversa da quella dei Greci antichi. La nostra, in molti, è tormentata dalla percezione o persino consapevolezza d’aver smarrita la propria identità, come io stessa ho scritto nelle mie poesie postate qualche giorno fa in questo blog. Spesso si ha l’impressione di veder scorrere la vita, il tempo, dinanzi a noi senza che ne facciamo veramente parte. E’ il senso di estraneità che tormenta molti poeti e romanzieri moderni.
      I pregi delle poesie di Rosa Riggio devono dunque essere cercati nei suoi versi, nelle sue parole, non altrove.
      Se tralascio il paragone con i lirici greci e il discorso sul chrònos, sul kairòs e sull’alétheia, il mio commento di ieri era :

      ”’ E’ una poesia che si legge agevolmente per il dettato nitido, asciutto, tendente alla “brevitas” epigrammatica.”’.

      Non aggiungo null’altro per non dare l’impressione di ricredermi su ciò che avevo scritto, benché mutare opinione non sempre sia disdicevole.
      Suvvia, Rosa! Al cimitero per portare fiori freschi ai propri cari, non per consolarsi di qualche commento.

      Giorgina Busca Gernetti

  5. marconofrio1971

    Non vedo tracce di “cimitero”, ma il regesto di una disfatta (un breviario di “scacchi” patiti, senza spegnere l’amore) nel rapporto tra io e mondo. E’ una poesia interessante ed emblematica del sentire contemporaneo, nella misura in cui articola una soggettività imprendibile, se non nell’oggettività del soggettivo. Il mondo si fa “correlativo soggettivo”: destrutturato e scompaginato in una miriade di frammenti scissi, diventa specchio della zona abissale cui tende il poeta in cerca del proprio essere. Il mondo emerge nella propria impenetrabile necessità di “ipotesi muta” (opaca, se non per vibrazioni minime e trasparenti energie), e in questo emergere trascina con sé la misteriosa identità nascosta nel soggetto percipiente, dislocato come “centro obliquo”, ovvero anche “ubiquo”. Lo “smarrimento dell’io” consente il disvelarsi della “tela nascosta” sotto le superfici. Rosa Riggio si confronta con il linguaggio silenzioso e oscuro della “necessità”, la cogenza di “ciò che deve essere fatto”: in apparenza niente accade, ma niente accade per caso (anche l’impercettibile e inesorabile divenire: “lo spostarsi lento / di ogni cosa”), per cui il poeta che vuole appartenere all’essere deve confondersi con il divenire, derealizzandosi e desoggettivandosi (“Sto nelle cose. E ogni gesto che faccio / si fa da solo, staccato da me. / Da quella distanza mi guardo / e quella cosa che cade dall’occhio / è una dura consistenza”) fino a trovare in sé, dopo tanta dispersione, l’estrema possibilità di una ricomposizione del mondo: .
    “Il tragitto è compiuto
    intero
    negli occhi
    l’unico luogo dove
    ogni cosa
    è al suo posto”.

  6. Se posso dire una cosa dopo il pregevole commento di Marco Onofrio, che condivido, è che la poesia di Rosa Riggio si presenta con un andamento stenografico, in posizione di auscultazione (ma non del cuore o di altri sentimentalismi plateali e beceri) ma degli spostamenti invisibili del reale, cosa che giustamente è stata rilevata da Marco Onofrio con la felicissima definizione di “correlativo soggettivo”. Insomma, direi che la poesia di Rosa Riggio è tutto fuorché «chiacchiera» (che nel senso heideggeriano non ha nessuna connotazione dispregiativa ma indica semplicemente un piano dell’essere linguistico nel quale siamo tutti immersi in tutte le ore del giorno). Io nella introduzione ho parlato di «poesia da camera» riprendendo una definizione di Mandel’stam degli anni Venti del Novecento, definizione geniale e anticipatrice dei tempi se pensiamo che oggi, da Waste land di Eliot in poi la poesia è diventata un colloquio di uno strumento a fiato con un pianoforte, quand’anche non sia un soliloquio di uno strumento a fiato e basta.

  7. Trovo sempre più difficile distinguere come stile un poeta dall’altro: effetto della globalizzazione? Allora cerco pepite d’oro, che nella Riggio ci sono, per esempio gli ultimi versi a iniziare da “Il tragitto è compiuto”.

  8. Versi pregevoli di Rosa Riggio:
    .
    “Sto nelle cose. E ogni gesto che faccio
    si fa da solo, staccato da me.
    Da quella distanza mi guardo
    e quella cosa che cade dall’occhio
    è una dura consistenza.”

    GBG

  9. trascrivo un commento giunto alla mia email da parte di Paolo Carlucci:

    Nota critica di Paolo Carlucci per Rosa Riggio, L’orizzonte alle spalle. Breviario d’amore, Fusibilia libri, Viterbo,2014
    Sto chiusa/ nel tuo inferno e ho l’inverno/ nel cuore. Basterebbe questo frammento dell’opera di Rosa Riggio, tratto dall’ultima silloge, L’orizzonte alle spalle, per sentire acuto, nel laboratorio retorico, lo spinario della parola, intesa come ferita germinale che apre vetrate di sillabe sull’inverno dell’amore. E’dunque subito quella della Riggio, parola che diviene logos sofferto ed esistenziale di un fallimento e di un silenzio, da cui nasce però la brace metafisica e memoriale di una scrittura di sostanza, parto di un nuovo caos di sé in viaggio. Lo dichiarano i versi iniziali del suo breviario d’amore. Sono andata e ritornata/ senza aver fatto mio nulla./ Non c’è possesso né altro/ nel fondo che ho percepito/ in quel centro obliquo/ in cui l’essere passa furtivo/ nascondendosi ancora/ distante presenza/ anima , forse. Ad una attenta lettura non può sfuggire, sul piano fonico, la iterazione della /n/, senhal di un’inquietante desertificazione. L’anima resta un forse, la realtà il barlume degli oggetti cui correlare di continuo la propria voce: la poetica della Riggio dunque si distende come l’assolo heideggeriano di un essere nell’esserci, di un io vertigine e voragine che s’informa nella realtà logica della parola, assurta a logos – fontale di memoria. Parola in ascesa essa diviene consapevole di verità. Fuori dal sogno è inverno d’inganni. Molti versi lo documentano. Nei tuoi occhi un vuoto d’amore./ Per chi? Quale mancanza?E’ per me quella tenera assenza? O ancora un’altra importante dichiarazione di poetica che rivela forte la volontà di una ricerca, la genesi di una parola. In questo breviario d’amore, quindi il verbo del Malamore diviene così filosofia d’amore in versi. E in quest’ottica si concepisce appieno il titolo della silloge L’orizzonte alle spalle, un attraversamento, un mutarsi nell’infinito oltre la prigione delle cose, entro cui la parola si chioda di aspro nitore.. L’esilio del dire diventa, così, testo dopo testo, una sorta di Meta-Amore. La Riggio compie nella biblioteca del cuore, che pensa e ritesse, nel filtro della parola, un importante e rischioso tentativo di versificazione dell’emergenza del proprio dissidio interiore, certo sulla scorta della trattatistica cortese e rinascimentale, ma la tradizione in lei pure s’illumina del disincanto novecentesco, Eliot e Montale, fra tutti, come mostra il recupero con variatio di questo incipit. Una mattina in attesa. Andavo/ per le strade della città consumando/frammenti i miei passi e mettevo al mondo/ me stessa, metro su metro, nel perimetro/ della mia anima. Qui e altrove molte le prove di come il Malamore si perfezioni nel Meta-Amore. Esso si fa sul piano stilistico più asciutto e gnomico, talora sfiora l’aforisma. La ragione d’amore della Riggio trova così, in omaggio alla precettistica medievale, la propria ratio sermocinalis per universalia. Nella sezione conclusiva, Requiem, si assiste non solo al congedo da ogni costellazione sentimentale, ma anche all’approdo di una visione in cui il tragitto è compiuto/ intero / negli occhi/ l’unico luogo dove/ ogni cosa / è al suo posto. Termine ed orizzonte dunque questo Breviario d’amore di una sofferta riflessione esistenziale, che apre il logos della memoria poetica e personale ad una scrittura allarmata di perenne certificazione di sé nel corpo e negli oggetti.

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