POESIE OSCENE INEDITE di Vladimir Majakovskij (1893-1930) “L’inno degli onanisti”, “Chi sono le puttane”,  da “A tutta voce”, da “Lettera a Tatiana Yakovleva”, Pettegolezzi, Equivoci, Smargiassate di Majakovskij a cura di Donata De Bartolomeo e Poesia di Vladimir Majakovskij tradotta da Paolo Statuti “A tutta voce” (1929-1930)

Majakovskij Lilia Brik Jalta-1926

Majakovskij Lilia Brik Jalta-1926

 Il  14 aprile scorso, in occasione dell’85° anniversario della sua morte, il sito russo AdMe.ru  ha pubblicato (ad eccezione delle due poesie finali) questo omaggio a Majakovskij che vi ripropongo. Con l’occasione desidero di nuovo ringraziare Kamila Gayazova per la passione con la quale condivide con me questo “viaggio” all’interno della poesia russa e per l’infinita pazienza con cui rilegge (e quando necessario corregge …) tutto quello che traduco! 

                                                       -Majakovskij,

                                                        i vostri versi non agitano,

                                                        non scaldano, non contagiano.

                                                       -I miei versi non sono mare,

                                                        non sono una stufa e non sono la peste.

Vladimir Majakovskij fece irruzione nella poesia con la sua alta corporatura, l’andatura decisa, il fervore, l’ampia gestualità e la parlata infiammata. Questa personalità scosse il mondo poetico e lasciò una traccia considerevole nell’attività del “secolo d’argento”.

La natura ribelle di Majakovskij si rifletteva in tutto: nell’aspetto esteriore, nella maniera di vestirsi, nel modo in cui declamava i versi. Era sfacciato, scioccante e maleducato ma era al tempo stesso un uomo molto sensibile.

da A tutta voce

Il mio verso arriverà

attraverso le schiene dei secoli

e attraverso le teste

dei poeti e dei governanti.

Il mio verso arriverà

ma non arriva così

non come una freccia

nella caccia di amorini con la lira,

non arriva come

al numismatico  una moneta consunta

e non arriva come la luce di stelle morte.

Il mio verso

a fatica

squarcerà la mole degli anni

e sorgerà

convincente,

grossolano,

tangibile,

come nei nostri giorni

è entrato un acquedotto

costruito già dagli schiavi di Roma.

(1929-1930)

                              

majakovskij illustrazione

majakovskij illustrazione

                                       Un nuovo stile

Quando Majakovskij mise in uso la sua famosa “scaletta” stilistica, i poeti-colleghi lo incolparono di essere un imbroglione: allora i poeti venivano pagati in base alla quantità dei versi e Majakovskij riceveva due-tre volte di più per versi di analoga “lunghezza”. Secondo le parole di Majakovskij la rima doveva ingombrare tutte le righe  che davano forma ad un unico pensiero, stare insieme. Egli poneva la parola più importante alla fine della riga e ci adattava la rima a qualsiasi costo.

                               La cattiva Lilia

Con le donne Majakovskij ebbe e non ebbe fortuna allo stesso tempo. I biografi definiscono ad una sola voce Lilia Brik come il suo più grande amore. Effettivamente il poeta le scriveva: “ Io amo, amo nonostante e grazie a tutto, ho amato, amo e amerò, se sarai cattiva con me o affettuosa, mia o di una altro”. Ma Lilia Yure’vna viveva senza problemi col marito Osip Brik. Dopo la sua morte nel 1945 scriverà: “Quando si è ucciso Majakovskij, è morto un grande poeta. Ma quando è morto Osip, sono morta io”.

                                Il beniamino della folla

Vladimir Goldshmidt camminava accanto a Majakovskij e raccontava a voce alta i suoi successi:

-Ecco, sono a Mosca da un mese e già mi conoscono tutti. Faccio serate – ovazioni copiose, centinaia di letterine, non riesco a liberarmi delle signorine. Che volete…la fama…

Incontro a loro saliva sulla collina una pattuglia di guardie rosse. Majakovskij si avvicinò al bordo del marciapiedi e si rivolse alle guardie rosse:

-Buongiorno, compagni!

Dalle fila delle guardie rosse risposero amichevolmente e allegramente:

– Buongiorno, compagno Majakovskij!

Il poeta si voltò verso il “futurista della vita” e, ridendo, disse:

-Eccola la fama, ecco la notorietà … E allora! Rilanciate, giovanotto!

                                            Puskin lo so a memoria

A Tiblisi si svolgeva una serata sul tema “Figure della letteratura sovietica”. Cominciarono a porre a Majakovskji diverse domande.

Domanda: “Come valutate Dem’jan Bednyj?”

M: “Lo leggo”

D: “ E Esenin?” (Erano passati circa due mesi dalla sua morte)

M: “In generale guardo ai funerali con preconcetto”

D: “Con quali soldi andate all’estero?”
M: “Con i vostri!”

D: “Date spesso un’occhiata a Puskin?”
M: ”Non do mai un’occhiata a Puskin. Io Puskin lo so a memoria”

                                      

Lilia Brik

Lilia Brik

 Tra i primi

Politecnico, Vladimir Majakovskij prende parte ad un dibattito sull’internazionalismo proletario:

-In mezzo ai Russi mi sento russo, in mezzo ai Georgiani mi sento georgiano…

Domanda dalla sala:

-E in mezzo ai cretini?

Risposta:

-In mezzo ai cretini ci sto per la  prima volta.

Tatiana-Yakovleva

Tatiana-Yakovleva

da Lettera a Tatiana Yakovleva

                                                     “Tu non pensare

socchiudendo semplicemente gli occhi

da sotto gli archi raddrizzati.*

Vieni qui,

vieni al crocevia

delle mie grandi

e sgraziate mani.

Non vuoi?

Resta e passa l’inverno,

e questa

offesa

la metteremo sul conto comune.

Io in ogni caso

ti

prenderò un giorno –

da sola

o assieme a Parigi.

(1928)

*(ndt ) Dalle foto si vede che la Yakovleva si dipingeva le sopracciglia come fossero una linea diritta.

                                        

Majakovskij

Majakovskij

                                                  La musa irraggiungibile

Oltre a Lilia Brik il poeta ebbe altre innamorate. Una di loro la conobbe a Parigi, quando vi andò per delle letture. Questa musa si chiamava Tatiana Yakovleva. Come sempre, se ne innamorò perdutamente. Lei, invece, lo respingeva con delicatezza. Majakovskij dilapidò l’intero suo considerevole compenso in un “tour” francese in un negozio di fiori e chiese di mandarle  ogni giorno dei fiori. E loro lo fecero. Allora ed anche all’epoca della seconda guerra mondiale. Questi fiori le salvarono la vita. La Yakovleva li cambiava in cibo. Dopo, ovviamente, i soldi finirono ma lei continuò a ricevere i fiori fino alla morte: questo ormai andava a vantaggio del negozio di fiori.

                                             Chi vuole un cazzotto sul grugno?

Il futurista Majakovskij era famoso per le sue uscite villane e per il suo non comune aspetto esteriore. Una volta uscì sul palcoscenico a leggere i suoi versi ditirambici ad un pubblico che si era radunato per burlarsi di lui: esce tenendo le mani nelle tasche dei pantaloni, con la sigaretta  serrata all’angolo della bocca sprezzantemente storta. Era alto di statura, forte e ben proporzionato a vedersi, i tratti del suo viso erano penetranti e grandi. Legge ora alzando la voce fino ad un ruggito ora borbottando svogliatamente sotto il suo naso: finito di leggere si rivolge al pubblico già con linguaggio prosastico: “… Quelli che desiderano un pugno sul grugno sono pregati di mettersi in fila”.

                                              Majakovskij e i suoi viaggi

Dopo un viaggio all’estero chiesero a Majakovskij:

-Vladimir Vladimirovic, com’è laggiù a Montecarlo, molto chic?

Rispose:

-Molto, come da noi nell’albergo “La grande Mosca”.

Allora gli chiesero:

-Voi avete viaggiato molto. Sarebbe interessante sapere: quale città ritenete la più bella del mondo?

La risposta fu:

-Vjatka.*

(ndt) Fino al 1934 nome della città di Kirov

                                                  

majakovskij e lilia brik

Majakovskij Lilia Brik Jalta-1926

E in ogni caso … Lilia

Il poeta regalò alla sua amata Lilia un anello con le sue iniziali: facendolo girare, queste lettere formavano senza fine la parola “ljubljù”. *

*(ndt) in russo ti amo

Il giorno successivo alla morte del poeta sui giornali fu pubblicata una sua lettera scritta alla vigilia del decesso. Eccone un brano:

“A tutti.

Del fatto che muoio non incolpate nessuno e, vi prego, non fate pettegolezzi. Il defunto non lo sopportava assolutamente. Mamma, sorelle e compagni, perdonate – questa non è una soluzione (agli altri non lo consiglio) ma io non avevo vie d’uscita. Lilia, amami. Compagno governo, la mia famiglia è Lilia Brik, la mamma, le sorelle e Veronica Vitol’dova Polonskaja*. Se riuscirai a procurar loro una vita tranquilla – grazie. Date i versi iniziati ai Brik, loro li distruggeranno. Come si dice, l’incidente è chiuso, la barca dell’amore si è infranta contro la vita quotidiana. Sono in pari con la vita e non ho con nessuno conti in sospeso di reciproci dolori, sciagure e offese.

Siate felici, voi che restate

Vladimir Majakovskij”

*(ndt) Attrice, figlia di un celebre attore del cinema muto e moglie dell’attore M. Jansin,  fu dal maggio 1929  la compagna del poeta. Fu l’ultima persona a vederlo ed assistette al suo suicidio

majakovskij-brik-pasternak

majakovskij-brik-pasternak

L’INNO DEGLI ONANISTI

Noi,

onanisti

ragazzi

dalle larghe spalle!

Non

ci attirerai

con la tetta carnosa!

Non

ci sedurrai

con una fica da niente!

Hai finito con la destra?

Lavora con la sinistra!!!

***

Trombare ci è necessario

come ai cinesi

il riso.

Non si stuferà di drizzarsi il cazzo

come un pilone radio trasmittente!

In entrambi i buchini

sbircia.

Non prendere la sifilide

                                                                   Altrimenti

davanti ai dottori

ti dovrai contorcere!

***

Ehi, onanisti,

gridate “urrah”!

La macchina del fottere

è sistemata,

ai vostri servigi

qualsiasi buchino

perfino

il buco

della serratura!!!

***

Giaccio

sulla donna

di un altro.

Il soffitto

si incolla

alla pelle.

Ma noi non ci lagniamo –

facciamo i comunisti

in barba

alla borghese

Europa!

Che il mio cazzo

come un pilone si innalzi!

Per me fa lo stesso

chi mi sta sotto –

la moglie di un ministro

o un inserviente!

***

Voi amate le rose?

Ed io ci caco sopra!

Il paese ha bisogno di locomotive,

abbiamo bisogno di metallo!

Compagno!

Non fare “oh”!

Non fare “ah”!

Non tirare le redini!

Ora che hai completato il piano

mandali tutti

a fare in culo

non l’hai completato –

da solo

vattene

a fare

in culo.

vladimir majakovskij

vladimir majakovskij

CHI SONO LE PUTTANE

                                                                       Le puttane

non sono quelle

che per il pane

davanti

e dietro

ci danno

le fiche,

che Dio le perdoni!

Le puttane sono invece queste

le bugiarde,

quelle che succhiano

i soldi

senza farti

scopare.

Ecco le puttane

vere,

che se ne vadano a fare in culo!

***

Poesia di Vladimir Majakovskij tradotta da Paolo Statuti

A tutta voce (1929-1930)
(Во весь голос)

(Prima introduzione al poema)
Egregi
compagni posteri!
Scavando
nello sterco impietrito
del presente,
studiando le tenebre odierne,
voi,
forse,
chiederete anche di me.
E, forse, dirà
il vostro erudito,
con la mente
piena di questioni,
che viveva da qualche parte un tale
cantore dell’acqua bollita
e nemico acerrimo dell’acqua corrente.
Professore,
togliti gli occhiali-bicicletta!
Io stesso racconterò
del tempo
e di me dirò.
Io, fognaiolo
e portacqua,
dalla rivoluzione
richiamato,
io per il fronte ho lasciato
i signorili giardini
della poesia –
capricciosa megera.
Che giardino guarda e ammira,
figlia,
la casa,
pulisci
e stira –
io da sola l’ho piantato,
solo io l’annaffierò.
Chi versa strofe dai catini,
chi spruzza
dalla bocca –
leziosi Mitrejki,
saccenti Kudrejki –
come raccapezzarsi!
Per la melma non c’è quarantena –
mandolinano tutto il giorno:
«Tara-tena, tara-tena,
ten-n-n…»
Non è un grande onore,
se tra le rose
alzano i miei busti
nei giardinetti,
dove scatarra la tubercolosi,
dove un teppista abbraccia una puttana
e la sifilide impera.
Anch’io
della propaganda
ho le tasche piene,
anch’io
potrei scrivere
romanze su di voi, –
è più redditizio
e più allettante.
Ma io
me stesso
ho domato,
e con il piede pesante
ho schiacciato la gola
della mia canzone.
Ascoltate,
compagni posteri,
l’agitatore,
lo strillone-caporione.
Soffocando
i torrenti della poesia,
io avanzerò
tra volumi di liriche,
da vivo
ai vivi parlando.
Verrò da voi
in un futuro comunista,
non come
il melodioso bardo eseniano.
La mia poesia giungerà
attraverso i crinali dei secoli
e attraverso le teste
dei governi e dei poeti.
La mia poesia giungerà alla meta,
ma essa vi giungerà,
non come una freccia
lanciata da Cupido a sorte,
non come arriva
a un numismatico una consunta moneta
e non come arriva la luce delle stelle morte.
La mia poesia
con la fatica
sfonderà la mole degli anni
e apparirà
ponderosa,
rude,
visibile,
come ancora oggi
è visibile l’acquedotto,
eretto
dagli schiavi di Roma.
Nei tumuli di libri,
di versi seppelliti,
ritrovando per caso la ferraglia delle strofe,
voi
con rispetto
prendetela in mano,
come vecchia
arma fatale.
Io
l’orecchio
con la parola
non sono avvezzo a carezzare;
il delicato orecchio di ragazza
nei riccioli
dal doppio senso sfiorato
non arrossirà.
Dopo aver disteso in parata
le mie pagine-plotoni,
io passerò
il fronte delle strofe.
I versi stanno
pesanti come piombo,
pronti anche alla morte
e alla gloria immortale.
I poemi sono morti,
canna contro canna
dei titoli puntati
e squarciati.
L’arma
del genere
preferito,
è pronta
a lanciarsi con un grido,
s’è irrigidita
la cavalleria delle facezie,
avendo alzate delle rime
le lance acuminate.
E tutte
le truppe fino ai denti armate,
che venti anni nelle vittorie
hanno passato,
fino all’ultima
pagina
io affido a te,
proletario del pianeta.
Il nemico
della classe operaia –
è anche il mio nemico,
giurato e di vecchia data.
Ci hanno chiesto
di andare
con la bandiera rossa
anni di lavoro
e giorni di fame.
Noi aprivamo
di Marx
ogni volume,
come in casa
propria
apriamo le persiane,
ma anche senza lettura
noi sapevamo
da che parte andare,
contro chi lottare.
A noi
la dialettica
non l’ha insegnata Hegel.
Essa al suono delle lotte
nei versi è penetrata,
quando
sotto le pallottole
i borghesi fuggivano da noi,
come noi
un tempo
fuggivamo da loro.
Che
dietro ai geni
come vedova sconsolata
si trascini la gloria
in una funebre marcia –
muori, o mio verso,
muori, come semplice soldato,
come ignoti
all’attacco sono morti i nostri!
Io sputo sopra
il bronzo dei monumenti
io sputo sopra
il viscido marmo.
Grondiamo di gloria –
noi tutti noi, –
che il nostro
monumento comune
sia il socialismo
eretto
nelle lotte.
O posteri,
controllate i galleggianti dei dizionari:
dal Lete
emergeranno
i resti di parole
come «prostituzione»,
«tubercolosi»,
«blocco».
Per voi
che
siete sani e destri,
il poeta
leccava
gli sputi dei tisici
con la ruvida lingua del manifesto.
Con la coda degli anni
io divento la somiglianza
di mostri
fossili con la coda.
Compagna vita,
su,
presto bruciamo,
bruciamo
in cinque anni
il resto dei giorni.
A me
neanche un rublo
hanno portato i versi,
di ebano
non è arrivato un mobile in casa.
E tranne
una camicia fresca di bucato,
dirò sinceramente,
a me non serve niente.
Entrato
Nella Commissione di Controllo
dei luminosi
anni che verranno,
io sulla banda
di poeti
scrocconi e furfanti
solleverò
come tessera bolscevica,
i miei
libri di partito –
tutti quanti.

V.M. cadavere

V.M. cadavere «Come si dice, l’incidente è chiuso, la barca dell’amore si è infranta contro la vita quotidiana»

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48 commenti

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48 risposte a “POESIE OSCENE INEDITE di Vladimir Majakovskij (1893-1930) “L’inno degli onanisti”, “Chi sono le puttane”,  da “A tutta voce”, da “Lettera a Tatiana Yakovleva”, Pettegolezzi, Equivoci, Smargiassate di Majakovskij a cura di Donata De Bartolomeo e Poesia di Vladimir Majakovskij tradotta da Paolo Statuti “A tutta voce” (1929-1930)

  1. Smargiassate, Equivoci, Poesie oscene, Poesie futuriste, battute di spirito, insulti, tutto ciò fa parte del bagaglio normale della vita e della poesia di Majakovskij – Lui poeta come mangia e beve vino o scopa la donna di un altro, senza ombre, senza sensi di colpa, nella convinzione che il Futuro è già arrivato, è già qui con noi, tra di noi e il poeta non deve fare altro che raccoglierlo, il poeta non è un impiegato del catasto, non è un burocrate della parola o un impiegato della cultura piccolo borghese, la poesia è libertà, sfrenata e senza alcuna regola che non sia stata accettata in prima persona dal poeta.
    Poesia e Rivoluzione, un connubio che Majakovskij pagò con la vita.
    Sono stato giorni fa ad un convegno sulla poesia contemporanea italiana ed ho visto i poeti di oggi imbalsamati nel loro educato mondo piccolo borghese… che differenza!… mi sono sentito triste. Tutto qui.
    Un grazie a Donata De Bartolomeo che ci ha dato questo piccolo rublo della Rivoluzione moscovita degli anni Trenta…

  2. Io adoro Majakovskij. Seppure pudica e “compunta”, non mi scandalizzo o infastidisco nel leggere certe parole o pensare certe immagini volgari/oscene che nel linguaggio quotidiano reale non sopporto perché mi disgustano, in Majakovskij, invece, riconosco che sono poesia futurista.
    Cito come esempio un brano della poesia “L’inno degli onanisti:
    “Giaccio

    sulla donna

    di un altro.

    Il soffitto

    si incolla

    alla pelle.

    Ma noi non ci lagniamo –

    facciamo i comunisti

    in barba

    alla borghese

    Europa!”
    ***
    Che volete di più. Tutto in comune, quindi…

    Giorgina Busca Gernetti

    • Nel ringraziare Donata De Bartolomeo per la sapiente introduzione e l’ottima traduzione offerte in questo articolo, ricordo due frasi di “commiato” analoghe, sebbene così diversi i personaggi e le ragioni del loro suicidio ( ma gli altri riescono davvero a capire le ragioni profonde di un suicidio?).
      .
      “Del fatto che muoio non incolpate nessuno e, vi prego, non fate pettegolezzi.” (Vladimir Majakovskji,14 aprile 1930).
      *
      «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». (Cesare Pavese, 27 agosto 1950)

      GBG

  3. Gino Rago

    Tante e tutte alte le prove di Donata De Bartolomeo nel suo viaggio nella poesia russa; ma questa volta la sua opera di traduzione di taluni ben selezionati componimenti poetici di Majakovskij ha una spinta emotiva in più per almeno due ragioni: segnala l’alienato rapporto maschio – femmina a letto come concausa della decadenza europea e ricorda le grandi possibilità della Parola, capace di crescere con il lettore, se non si lascia
    svuotare e imprigionare in una sorta di fermo immagine.
    Che poi sono le ragioni della spossatezza noiosa di buona parte della poesia contemporanea, stigmatizzata da Giorgio L. nel suo commento:
    una poesia in cui più non si riconciliano cielo e terra, tempo ed eternità…

  4. A me non pare che Majakovskij “segnali l’alienato rapporto maschio – femmina a letto come concausa della decadenza europea”, come scrive nel suo pregevole commento Gino Rago.
    A letto in Russia e nell’Europa occidentale, negli anni Venti, Trenta e a seguire, credo che uomo e donna abbiano fatto e facciano ciò che vogliono, si sbizzarriscano in “quel che in camera si puote” (Dante).
    Il problema sta piuttosto nella libertà di Majakovskji. che fa e dice, scrive e grida a voce spiegata, mentre in Occidente regna l’ipocrisia borghese: si fa ma non si dice; non si scrive a meno che uno non si chiami Gabriele D’Annunzio. La commedia “La moglie ideale” di Marco Praga (1890) lo dimostra in modo chiarissimo. In Ibsen è già un po’ diverso.

    Giorgina Busca Gernetti

  5. A me sembra chiaro che in queste poesie oscene il bersaglio di Majakovskij sia crescente la burocratizzazione del paese, la priorità da colpire è data ai “piani quinquennali”, alla concezione dell’«amore borghese in Europa», alla ipocrisia dei rapporti personali e sociali che già si profilava in quell’epoca che aveva visto il trionfo della rivoluzione comunista e proletaria.

    Ora che hai completato il piano
    mandali tutti
    a fare in culo
    non l’hai completato –
    da solo
    vattene
    a fare
    in culo.

    La polemica contro le “puttane vere”, anche questo mi sembra un chiaro riferimento a quelle puttane dei comunisti che stanno facendo della Russia un paese irriconoscibile…

    Le puttane sono invece queste
    le bugiarde,
    quelle che succhiano
    i soldi
    senza farti
    scopare.

    Insomma, a me sembrano chiari i riferimenti, dietro la facile smargiassata dei versi osceni, alla realtà sociopolitica del paese che si avvia a diventare un paese burocratico comunista, con una casta di burocrati che detiene il regolo di ciò che è giusto dire e fare…
    I compagni comunisti di una volta sono diventati «puttane»:

    Ecco le puttane
    vere,
    che se ne vadano a fare in culo!

  6. Giaccio

    sulla donna

    di un altro.

    Il soffitto

    si incolla

    alla pelle.

    Ma noi non ci lagniamo –

    facciamo i comunisti

    in barba

    alla borghese

    Europa!

    Che il mio cazzo

    come un pilone si innalzi!

    Per me fa lo stesso

    chi mi sta sotto –

    la moglie di un ministro

    o un inserviente!
    *
    Vladimir Majakovskij (“Inno degli Onanisti”)
    *
    “facciamo i comunisti / in barba / alla borghese / Europa!”

    Chiarissimo!

    GBG

  7. Gino Rago

    Cara Giorgina BG,
    non Majakovskij ma Donata D.B. segnala l’alienato rapporto…già scegliendo di proporre le magnifiche traduzioni di ben precisi componimenti
    majakovskijani: i veri bersagli di VM sono stati invece ben enucleati da Giorgio L. e valgono ancora oggi, per i sistemi politici e socio-economici
    del nostro tempo. Ma – e mi dolgo dell’omissione – la vera mia frase era:
    “…l’attuale, alienato rapporto…” in cuore avendo lo strazio del femminicidio
    ormai eletto a regola al Nord, al Centro, al Sud.

    • Gentile Gino Rago,

      la ringrazio d’aver completata la sua frase che perfettamente si adatta all’attuale rapporto anche più che alienato tra uomo e donna.
      Anch’io ho in mente tante azioni orrende contro le donne, in particolare una di cui non preciso i particolari perché raccapriccianti, su cui il processo penale si sta svolgendo nel nostro (per competenza territoriale) Tribunale di Busto Arsizio (Va).
      Quanto a Majakovskij, distinguerei tra l’epoca dell’illusione e quella della delusione. Di quest’ultima ha scritto benissimo Giorgio Linguaglossa.
      Io, per mio piacere personale, ricordo una poesia che parla d’altro (cioè non burocrazia, non p***, non c***, non f***, non sc*** e simili).
      *
      Pena
      In una vaga disperazione il vento
      si dibatteva disumanamente.
      Gocce di sangue annerendosi
      si gemmavano sulle labbra d’ ardesia.
      E uscì, a isolarsi nella notte,
      vedova la luna.
      V. M.

    • Caro Gino Rago,
      per evitare equivoci e fraintendimenti, pur nei rapporti cortesi e amichevoli, rilevo che anche sintatticamente è chiaro che il soggetto di “segnala l’alienato rapporto maschio – femmina a letto come concausa della decadenza europea” è “la sua opera di traduzione” che rimanda alla bravissima Donata D.B.. Però mi chiedo come possa la De Bartolomeo segnalare un concetto se non lo ha trovato prima nei versi del poeta di cui parla, cioè V.M. Ecco perché io ho scritto che non mi sembra che V.M. segnali etc. etc. Per esempio io non posso segnalare il ghibellinismo di Dante Alighieri se non ho letto versi danteschi che lo attestino.
      Ora penso che tutto sia chiaro, a parte l’eventuale interpretazione letterale o metaforica delle p*** di cui scrive il poeta.

      Giorgina

  8. Gabriele di Giovanni Fratini detto il Sassetta

    Majaloski… l’altra faccia dell’istrione russo. Interessante lettura, utile a conoscere meglio l’autore. Un saluto.

  9. chiara moimas

    per lenire la tristezza di Giorgio…

    Dirò che invidio il nostro Linguaglossa
    che può seguir poetici convegni
    e sembra certo anche che lui possa
    portar in alto od affossar gli ingegni.

    D’erudizione mai piena è la fossa
    e buona cosa è lanciar dei segni
    per evitar che a rompersi le ossa
    vadano quelli d’ogni verso indegni.

    Racconta il nostro ch’è tutt’un grigiore,
    non c’è nessun che osi uscir dal branco,
    ognun la testa china all’editore

    non irruento sembra, ma già stanco.
    Non vive più il poeta sognatore
    che a convenzione mai presta il suo fianco!
    (Chiara M)

  10. In queste poesie oscene di Majakovskij risulta chiarissima una caratteristica: la grande libertà delle composizioni che assommano insieme una grande libertà ottica ad una grande libertà acustica; l’uno e l’altro elemento interagisce con un elemento sottostante: il quadro del crescente conformismo del comunismo in una sola nazione che sta prendendo piede in Russia. Quanto più aumenta il conformismo nazionale tanto più l’energia dei versi di Majakovskij cerca di esplodere… e non è un caso, credo, che questa energia, diciamo sottotraccia, esploda proprio nel 1930, qualche mese prima del “suicidio” di Majakovskij, quando le condizioni del conformismo si stanno generalizzando e stabilizzando in un regime dispotico e dittatoriale. Ormai è chiaro che Majakovskij non ha più una ragion d’essere, non può più sopravvivere in Russia, non può più parlare, tantomeno in poesia, ecco la ragione profonda delle sue smargiassate.

    È un po’ (mutatis mutandis) quello che succede oggi in Italia davanti alle poesie edulcorate e dabbene di un Magrelli e dei magrelliani (che ben corrispondono con la situazione di stagnazione e di conformismo del quadro letterario, politico e sociale nazionale) che vengono accolte come un capolavoro. E, in effetti, lo sono per davvero un capolavoro, ma per le ragioni opposte direi.

    • Gabriele di Giovanni Fratini detto il Sassetta

      In realtà anche Magrelli ha scritto rime “oscene” giocose (tipo l’haiku del tunnel: Tunnel del cazzo/ Giornale appena aperto/ Cazzo di tunnel… e altre), perciò definirlo “edulcorato” e “dabbene” è darne una lettura parziale. Buona serata.

      • caro Gabriele Di Giovanni Fratini,

        non basta riempire le proprie poesie con parole oscene o scurrili per farne delle poesie controcorrente o anticonformiste, in realtà, proprio l’esempio che tu citi (l’haiku con la parola “cazzo” ripetuta) rivela l’ansia di un poeta istituzionale che vuole apparire anticonformista e irriguardoso della buona educazione letteraria, Io personalmente non ho mai scritto neanche una parola scurrile nelle mie poesie, ma non perchè io sia più educato Magrelli, quanto perché non ho alcun bisogno di ricorrere a parole scurrili per fare poesia o apparire antiletterario.

        • Che soddisfazione! Pensavo d’essere l’unica a non aver MAI detto o scritto una sola parola scurrile in vita mia. Anche le mie poesie d’amore (il libro “Amores”) non contengono alcuna parola o allusione o immagine che non sia “pura siccome un angelo” (G. Verdi, “La Traviata”).
          Io, poi, non voglio nemmeno apparire antiletteraria!

          GBG

          • cara Giorgina,

            in realtà le poesie oscene di Majakovskij sono perfettamente in linea con il suo tragitto poetico, sono poesie impegnate per la rivoluzione… insomma, voglio dire che Majakovskij non aveva bisogno di ricorrere a una “parola inopportuna” (Bachtin) per apparire antiletterario o anticonformista, voglio dire che il poeta russo non aveva nessuna intenzione di fare “antipoesia”, lui faceva poesia in tutti i modi e comunque. Invece, certi poeti minimalisti (Buffoni e Magrelli) fanno di tutto per apparire anticonformisti o eversivi, adottano abiti scurrili (più il primo che il secondo, anche perché meno dotato) per colpire il lettore sprovveduto, ma, a mio avviso, restano poeti istituzionali, cioè adottati dalle istituzioni…

            • Caro Giorgio,
              sapevo da prima e ancor meglio ho capito ieri ciò che tu scrivi.
              Vladimir Majakovskij non aveva bisogno di tali “mezzucci”. Era futurista e scriveva in piena libertà. Inoltre, come rivoluzionario convinto, scriveva parole “pure” e, nell’ultimo periodo (quello della delusione) parole “scurrili” secondo la sua ispirazione e il suo stato d’animo. Ho postato tra i miei commenti una splendida poesia “pulita” intitolata “Pena”. Quelle pubblicate ieri sono lo sfogo di un uomo fiero che vede crollare tutti i suoi ideali.
              Se per lui Poesia è Vita e viceversa, nel 1930 che Poesia avrebbe mai potuto comporre se non un urlo sboccato prima di morire (prima di essere assassinato)?
              Grazie e un caro saluto

              Giorgina

  11. Io do per scontato che Majakovski fu ucciso, quindi la lettera “A tutti” deve essere considerata una montatura. Non giudico la traduzione delle poesie “oscene” di Majakovski, ma a mio avviso esse non sono che un barlume della sua genialità poetica.

    • Gentile Paolo Statuti,
      sono convinta che molti suicidi (plur. di suicidio) siano in realtà delle uccisioni mascherate e che molti suicidi (plur. di suicidio) avvertano da tempo la loro sorte e quasi sentano i passi leggeri della morte sempre più vicini.
      Ecco la lettera quando l’ora è vicina.

      Giorgina

      • “Era disteso su un fianco, il viso rivolto alla parete, cupo, grande, sotto un lenzuolo tirato fino al mento, con la bocca semiaperta come uno che stia dormendo. Voltando con fierezza le spalle a tutti, egli, anche così disteso, persino in quel sonno si slanciava caparbiamente chissà dove e chissà dove se ne andava. Il volto riportava ai tempi in cui egli si era definito bello, ventiduenne, poiché la morte aveva irrigidito la mimica, che quasi mai riesce ad afferrare nelle sue grinfie. Era l’espressione con cui si comincia la vita, non quella con cui la si finisce. Era imbronciato e sdegnato“.
        .
        Boris Pasternak vide il cadavere e descrisse così il volto del trentasettenne drammaturgo e cantore della rivoluzione bolscevica nella Russia post-zarista, destinata a diventare Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

      • molti suicidi (plur. di suicidio) avvertano da tempo…
        CORRIGE: molti suicidi (plurale di “suicida”)
        Mi scuso per la distrazione.
        GBG

  12. silvana baroni

    cari amici tutti, potremmo evitare di chiamarle oscene?
    senza volere potremmo trovarci seduti in un salotto dabbene…
    questa è poesia vera, vuole veri anche noi, pretende ascolto e non aggettivazioni

    • Il blog “L’Ombra delle Parole” non è inferiore a “un salotto dabbene…”
      *
      OSCENO
      Dal lat. obscenus, obscaenus, in origine ‘infausto, di malaugurio’, poi ‘turpe, laido, indecente, sconcio’ .
      1- che offende gravemente il senso del pudore, soprattutto per quanto si riferisce all’ambito della sessualità
      2- esempi: parole, frasi oscene; usare un linguaggio osceno.
      *
      Nessuno, me compresa, ha negato che le opere di Maiakovskij qui postate siano vera poesia.
      Il linguaggio scurrile ha una sua specifica ragione d’essere, come ha ben affermato Giorgio Linguaglossa nel commento scritto nello spazio azzurro qui sopra.

      Giorgina Busca Gernetti

      • “Ormai è chiaro che Majakovskij non ha più una ragion d’essere, non può più sopravvivere in Russia, non può più parlare, tantomeno in poesia, ecco la ragione profonda delle sue smargiassate.” . Affermazione di Giorgio Linguaglossa cui faccio riferimento nella mia frase “Il linguaggio scurrile ha una sua specifica ragione d’essere, come ha ben affermato Giorgio Linguaglossa… “.
        Non possono che essere “smargiassate” le sequele di immagini, di parole e di frasi scurrili che si leggono nelle poesie di Majakovskij in questo post.
        Ho letto molte altre sue poesie pregne di finezza d’animo, ricche di immagini tanto delicate quanto il linguaggio.

        Giorgina BG

  13. Gentile Silvana, io odio la polemica ma mi permetta di affermare che anche nella poesia vige il principio “De gustibus”…Ho tradotto poesie ben superiori di Majakovskij, e ciò che è vera poesia per lei non significa che debba esserlo per tutti.

  14. Allora, come dire…contenti voi – contenti tutti, passo e chiudo.

  15. Voi amate le rose?
    Ed io ci caco sopra!
    Il paese ha bisogno di locomotive,
    abbiamo bisogno di metallo!

    Mi sembra che non ci sia epigrafe più icastica di questi versi di Majakovskij, che, ovviamente, non sono affatto osceni, direi che sono eterni. In essi si legge chiaramente l’antinomia tra la Poesia e la Rivoluzione, ormai Majakovskij era arrivato al dunque, non poteva più fingere di non vedere l’abisso che si spalancava ogni giorno di più tra la sua poesia e gli esiti della rivoluzione che si era trasformata in un regime dittatoriale. Cos’altro restava da fare a Majakovskij se non togliersi dai piedi? Non dimentichiamoci che il Poeta e la sua poesia sono una intima e segreta cosa, si identificano sempre, non si possono fare due pesi e due misure, l’una (la Poesia) è l’unità di misura dell’altro (il poeta), il suo Autoritratto.

  16. Poesia di Vladimir Majakovskij tradotta da Paolo Statuti

    A tutta voce (1929-1930)
    (Во весь голос)

    (Prima introduzione al poema)
    Egregi
    compagni posteri!
    Scavando
    nello sterco impietrito
    del presente,
    studiando le tenebre odierne,
    voi,
    forse,
    chiederete anche di me.
    E, forse, dirà
    il vostro erudito,
    con la mente
    piena di questioni,
    che viveva da qualche parte un tale
    cantore dell’acqua bollita
    e nemico acerrimo dell’acqua corrente.
    Professore,
    togliti gli occhiali-bicicletta!
    Io stesso racconterò
    del tempo
    e di me dirò.
    Io, fognaiolo
    e portacqua,
    dalla rivoluzione
    richiamato,
    io per il fronte ho lasciato
    i signorili giardini
    della poesia –
    capricciosa megera.
    Che giardino guarda e ammira,
    figlia,
    la casa,
    pulisci
    e stira –
    io da sola l’ho piantato,
    solo io l’annaffierò.
    Chi versa strofe dai catini,
    chi spruzza
    dalla bocca –
    leziosi Mitrejki,
    saccenti Kudrejki –
    come raccapezzarsi!
    Per la melma non c’è quarantena –
    mandolinano tutto il giorno:
    «Tara-tena, tara-tena,
    ten-n-n…»
    Non è un grande onore,
    se tra le rose
    alzano i miei busti
    nei giardinetti,
    dove scatarra la tubercolosi,
    dove un teppista abbraccia una puttana
    e la sifilide impera.
    Anch’io
    della propaganda
    ho le tasche piene,
    anch’io
    potrei scrivere
    romanze su di voi, –
    è più redditizio
    e più allettante.
    Ma io
    me stesso
    ho domato,
    e con il piede pesante
    ho schiacciato la gola
    della mia canzone.
    Ascoltate,
    compagni posteri,
    l’agitatore,
    lo strillone-caporione.
    Soffocando
    i torrenti della poesia,
    io avanzerò
    tra volumi di liriche,
    da vivo
    ai vivi parlando.
    Verrò da voi
    in un futuro comunista,
    non come
    il melodioso bardo eseniano.
    La mia poesia giungerà
    attraverso i crinali dei secoli
    e attraverso le teste
    dei governi e dei poeti.
    La mia poesia giungerà alla meta,
    ma essa vi giungerà,
    non come una freccia
    lanciata da Cupido a sorte,
    non come arriva
    a un numismatico una consunta moneta
    e non come arriva la luce delle stelle morte.
    La mia poesia
    con la fatica
    sfonderà la mole degli anni
    e apparirà
    ponderosa,
    rude,
    visibile,
    come ancora oggi
    è visibile l’acquedotto,
    eretto
    dagli schiavi di Roma.
    Nei tumuli di libri,
    di versi seppelliti,
    ritrovando per caso la ferraglia delle strofe,
    voi
    con rispetto
    prendetela in mano,
    come vecchia
    arma fatale.
    Io
    l’orecchio
    con la parola
    non sono avvezzo a carezzare;
    il delicato orecchio di ragazza
    nei riccioli
    dal doppio senso sfiorato
    non arrossirà.
    Dopo aver disteso in parata
    le mie pagine-plotoni,
    io passerò
    il fronte delle strofe.
    I versi stanno
    pesanti come piombo,
    pronti anche alla morte
    e alla gloria immortale.
    I poemi sono morti,
    canna contro canna
    dei titoli puntati
    e squarciati.
    L’arma
    del genere
    preferito,
    è pronta
    a lanciarsi con un grido,
    s’è irrigidita
    la cavalleria delle facezie,
    avendo alzate delle rime
    le lance acuminate.
    E tutte
    le truppe fino ai denti armate,
    che venti anni nelle vittorie
    hanno passato,
    fino all’ultima
    pagina
    io affido a te,
    proletario del pianeta.
    Il nemico
    della classe operaia –
    è anche il mio nemico,
    giurato e di vecchia data.
    Ci hanno chiesto
    di andare
    con la bandiera rossa
    anni di lavoro
    e giorni di fame.
    Noi aprivamo
    di Marx
    ogni volume,
    come in casa
    propria
    apriamo le persiane,
    ma anche senza lettura
    noi sapevamo
    da che parte andare,
    contro chi lottare.
    A noi
    la dialettica
    non l’ha insegnata Hegel.
    Essa al suono delle lotte
    nei versi è penetrata,
    quando
    sotto le pallottole
    i borghesi fuggivano da noi,
    come noi
    un tempo
    fuggivamo da loro.
    Che
    dietro ai geni
    come vedova sconsolata
    si trascini la gloria
    in una funebre marcia –
    muori, o mio verso,
    muori, come semplice soldato,
    come ignoti
    all’attacco sono morti i nostri!
    Io sputo sopra
    il bronzo dei monumenti
    io sputo sopra
    il viscido marmo.
    Grondiamo di gloria –
    noi tutti noi, –
    che il nostro
    monumento comune
    sia il socialismo
    eretto
    nelle lotte.
    O posteri,
    controllate i galleggianti dei dizionari:
    dal Lete
    emergeranno
    i resti di parole
    come «prostituzione»,
    «tubercolosi»,
    «blocco».
    Per voi
    che
    siete sani e destri,
    il poeta
    leccava
    gli sputi dei tisici
    con la ruvida lingua del manifesto.
    Con la coda degli anni
    io divento la somiglianza
    di mostri
    fossili con la coda.
    Compagna vita,
    su,
    presto bruciamo,
    bruciamo
    in cinque anni
    il resto dei giorni.
    A me
    neanche un rublo
    hanno portato i versi,
    di ebano
    non è arrivato un mobile in casa.
    E tranne
    una camicia fresca di bucato,
    dirò sinceramente,
    a me non serve niente.
    Entrato
    Nella Commissione di Controllo
    dei luminosi
    anni che verranno,
    io sulla banda
    di poeti
    scrocconi e furfanti
    solleverò
    come tessera bolscevica,
    i miei
    libri di partito –
    tutti quanti.

  17. Il mio cruccio è sulla metafora, giacché è inutile far notare che oggi, e per quel che ne so nemmeno ieri, non esiste un marxista altrettanto gagliardo: qui la metafora è, diciamo, alla Paternak :
    … dietro ai geni
    come vedova sconsolata
    si trascini la gloria
    in una funebre marcia
    ( nulla da dire su Pasternak ma la metafora semplice, come questo e come quello, oggi è proprio un tarlo per chiunque scriva); mentre qui è proprio Majakovskij:
    muori, o mio verso,
    muori, come semplice soldato

  18. Scrive Arthur Schopenhauer su “Parerga” paragrafo 298-300, «Sulla lingua e sulle parole» : «Le consonanti sono lo scheletro e le vocali sono la carne delle parole. Quello è… inalterabile, questa è assai variabile invece quanto a colore, caratteristiche e quantità. Pertanto le parole mantengono in generale piuttosto compiutamente le loro consonanti, nonostante migrino attraverso i secoli o piuttosto da una lingua all’altra, e però cambiano facilmente le loro vocali…».

    Mi piace riportare questa riflessione del filosofo tedesco che in sostanza ci dice che ogni poeta poeta avendo in mente (in modo più o meno conscio) una propria sensibilità verso lo scheletro o la carne delle parole.

  19. Ringrazio tutti per le parole di apprezzamento (ed anche per quelle contrarie…) che avete avuto nei confronti della mia proposta: come sempre su questo blog ne è scaturito un dibattito stimolante ed appassionante.
    Grazie a tutti voi

  20. Come sempre brava Donata Di Bartolomeo che ringrazio. Un po’ meno per i contenuti dell’articolo, qui si vuol far santo chi santo non è.

  21. SoniaLambertini

    L’ha ribloggato su sonia lambertini.

  22. antonio sagredo

    è sempre divertente leggere quanto scrivono sui poeti russi quelli che non sono slavisti…
    ma la foto su di Majakovskij non è la foto del suo cadavere, ma appartiene alla sequenza di un film quando era giovanissimo.

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