CINQUE POESIE di Andrzej Mandalian (1926) “Lamento per San Giorgio”, “La gattara”, “Elogio dell’incoerenza” “Tempo scaduto” Presentazione e traduzione di Paolo Statuti

 

Patrick Caulfield  (1936-2005)

Patrick Caulfield (1936-2005)

Andrzej Mandalian, poeta, prosatore, sceneggiatore cinematografico polacco, nacque a Shangai il 6 dicembre 1926. La madre polacca e il padre armeno erano membri del Komintern (Internazionale Comunista). Nel periodo delle grandi purghe staliniane il padre venne fucilato nel 1939 e la madre fu imprigionata. Sarà rimessa in libertà soltanto alla fine della II guerra mondiale. Mandalian iniziò gli studi di medicina a Mosca e, tornato in Polonia nel 1947, li portò a termine a Varsavia nel 1951. Con Tadeusz Borowski, Wiktor Woroszylski e Tadeusz Konwicki faceva parte del gruppo dei “brufolosi”, così chiamati ironicamente a causa della loro giovane età. Essi erano convinti fautori del realismo socialista ed elogiavano il regime politico polacco. Già in URSS aveva scritto i suoi primi versi. In quel periodo la sua prima lingua era l’armeno, che in seguito dimenticherà quasi del tutto, la seconda era il russo e la terza il polacco. Dopo la morte di Stalin trovò nel rapporto Chruščov il nome di chi aveva ucciso il padre. “Mi soffia negli occhi un vento nero” – scrisse nella sua “Autocritica” del 1956. Inoltre nel 1955 era stato pubblicato il famoso “Poema per gli adulti” di Adam Ważyk (v. il poema nella mia traduzione in musashop.wordpress.com) – un’aspra critica dello stalinismo imperante in Polonia in quegli anni, pietra miliare nella cosiddetta letteratura del disgelo. Come molti altri, anche Mandalian ebbe il suo ravvedimento politico e passò all’opposizione. Ma da quel momento tacque a lungo come poeta, dedicandosi alla traduzione della poesia armena e soprattutto russa (Gumiljov, Mandel’štam, Brodskij, Okudžava, Evtušenko). Scrisse anche alcune sceneggiature cinematografiche, tra le quali quella per il film “La dama di picche”, per la regia di Janusz Morgenstein e Jerzy Domaradzki.

Grazie alle insistenze degli amici tornò alla poesia, “a fatica e senza troppa convinzione” – come egli affermò – , pubblicando nel 1976 la raccolta “Paesaggio con cometa” e nel 1981 “Esorcismi”. Nel 1976 firmò la protesta contro le modifiche restrittive della costituzione e cominciò a collaborare con la stampa clandestina. Dopo un altro ventennio di silenzio e dopo la morte nel 2000 dell’amata consorte Joanna, slavista, saggista e professoressa di scienze filologiche, Mandalian pubblicò un volume di commoventi versi dal titolo “Brandello di sudario”. Il ciclo “Campana a morto” è un colloquio lirico con la defunta, profondamente personale, riflessivo, sussurrato. Il poeta parla della sua situazione esistenziale, della vita, e soprattutto della scomparsa della persona più cara.

Nel 1985 uscirono i racconti lirici brevi “Non sia mai” e nel 1993 la raccolta di racconti autobiografici “L’orchestra rossa”, la cui azione si svolge durante la II guerra mondiale, e descrive la difficile odissea verso lo spirito polacco, vissuta dal figlio di entusiasti e al tempo stesso vittime della rivoluzione comunista. Il critico letterario Ryszard Matuszewski afferma che questo quadro rappresentato attraverso la storia della realtà sovietica, è disegnato con una vena umoristica demistificatrice alla maniera gogoliana.

L’ultima raccolta di versi di Mandalian s’intitola “Il poema della partenza” (2007). E’ un reportage poetico finemente costruito nello scenario della Stazione Centrale di Varsavia, una metafora del nostro viaggio terreno. Incontriamo con il poeta gli emarginati della città: senzatetto, mendicanti, ubriachi di ogni tipo, la donna della latrina, la prostituta della stazione, la vecchia che si prende cura dei gatti… Dice la scrittrice Joanna Szczęsna: “… è come scendere nei vari cerchi dell’inferno dantesco, come una meditazione sulla Passione del Signore… La grandezza di questo poema è in ciò che costituisce il mistero della vera poesia, che tocca le corde dell’anima, che avvicina a ciò che non si può definire e che non si lascia definire, che rende familiare l’ineluttabile.”

                                                                                                (Paolo Statuti)

Patrick Caulfield

Patrick Caulfield

Andrzej Mandalian

Lamento per san Giorgio

San Giorgio non esiste Non è morto
Né trafitto dalla lancia né con la lancia in mano
Né vincitore né morto da prode Non sulla sella
Né gettato di sella Non fu
Sottoposto a dura prova dai pagani
Né venduto né condannato al martirio
Né immerso nel piombo nella pece nell’immondizia
San Giorgio non è mai esistito
San Giorgio non fu san Giorgio
Le deposizioni di testimoni degni di fede
Non permettono di stabilire l’identità
Si parla di subdole icone
Di leggenda fraintesa L’armatura non era un’armatura
Il cavallo non era un cavallo le gesta non erano gesta
La vergine presente al fatto è scomparsa senza tracce
L’occhio della provvidenza ammicca anziché rispondere
E non servono più le tavole dipinte
Le tele stillanti oro la pietra rozzamente scolpita
San Giorgio non esiste
Il canone della virtù cavalleresca fu creato
In circostanze sospette
Secondo alcuni da un paio di zingari
che vagabondavano con la luna e con la favola eterna
Secondo altri in una locanda da frati questuanti
Con la mani vuote certo ma col boccale pieno
A servizio di qualche impostore vagabondo
La Chiesa accolse la notizia con la dovuta riserva
Ma il popolo la prese subito per buona
Il drago affollò le terre il cavaliere levò la lancia
Per difendere le caste fanciulle e i dolci neonati
Adesso è tutto un abbaglio una sembianza illusoria
Ben presto si saprà che il drago non sputava fuoco
Né sferzava con la coda E’ vero diamine
Il mondo non si compone più di quattro elementi
Il mondo finisce
S’adegua all’occhio ingannatore
Che scorge solo il multiforme anziché l’unità
Nessuno bada più alla liturgia ambrosiana
Nulla più vale la parola di papa Gelasio
San Giorgio è stato abolito
Tutto in regola
Nessuno più cavalcherà nei campi con la bianca armatura
Con la rossa croce
Nessuno più si mostrerà alle schiere presso Gerusalemme
Nulla rimarrà della leggenda nulla resterà delle gesta
Ma che accadrà della fanciulla
Fino a quando deve mantenersi casta
Che accadrà dei neonati
Fino a quando si riuscirà a tacere
In verità vi chiedo
Chi ucciderà il drago
Noi mansueti e poveri di spirito
Che facciamo fiduciosi la pace umili misericordiosi
Sempre puri di cuore Noi che soffriamo
Noi che piangiamo che abbiamo fame e sete
Noi la cui salvezza è tutta in questa frase
La realtà è menzognera e la vita fallace
Strappandoci a brandelli gli abiti da lutto noi gridiamo
San Giorgio non esiste
Guidaci san Giorgio!

(1972)

Andrzej Mandalian

Andrzej Mandalian

La gattara

La gattara
ha il viso come nelle tele fiamminghe,
caparbio.
La bocca chiusa come una lampo,
solo dagli occhi di tanto in tanto
irradia un chiarore di latta.
I gatti sono nei sotterranei,
uno con l’orecchio lacerato,
un altro con la cicatrice negli occhi
(segno dei tornei
per la preda del tunnel).
Da un marciapiede all’altro.
I gatti sono riccamente colorati,
rossicci e striati,
sporchi a festa,
screziati come per la domenica.
La polizia è tollerante,
sa che è stata perdonata loro ogni illegalità
da quando hanno preso i sentieri dei giusti.
La gattara
ha il viso di una suora,
i colori: nero e bianco.
Dagli occhi irradia il suo chiarore celeste.
Nella borsa di plastica ha gli avanzi
per quelli che frequentano gli abissi della stazione,
per quello comprato nel sacco,
per quello che si nasconde dietro il recinto,
e per quello che mostra la coda.
La polizia chiude un occhio:
– Forse in ogni canale hanno già superato il test di utilità.
La gattara non risponde.
Sicura dell’inutilità del mondo intero,
cammina nella valle dell’ombra, ma non la teme,
va per la sua strada,
chiede qualcosa per i gatti.
– Come si strofinano a lei – sorride un poliziotto.
Lei si sbaglia, capo, non si strofinano affatto a lei,
ma è lei che si strofina a loro.
Dagli occhi irradia il ricordo del rogo,
il fuoco e il chiarore.
Ancora sente l’odore di bruciato,
in gola la puzza del pelo annerito,
in bocca il sapore della cenere.
Sia che chieda qualcosa per i gatti,
o qualcosa per se stessa –
grida per avere amore.

* * *

Dov’è ciò che non è e non è mai stato?
Dov’è ciò che è
e che sempre sarà?
La vita se n’è andata con la nebbia – come fumo della pipa,
il sogno è cessato come la luna di chissà quale quarto,
sul verde prato come nella favola dell’infanzia
tra i cari amici i cani la lepre hanno sbranato (*).
Dov’è ciò che non è e non è mai stato?
Là, dov’è ciò che è
e che sempre sarà.

(*) Favoletta in versi di Ignacy Krasicki (1735-1801), in cui gli amici animali si rifiutano di proteggere la lepre (N.d.T.)

Elogio dell’incoerenza

– Eppure in questo deve esserci un senso! –
si lamenta con passione uno da dietro un pilastro.
La sua voce ha un unico tono,
un’ottava più alta dello sfondo della stazione,
solo un lieve affanno deforma le finali delle frasi.
– Niente succede senza un motivo qualsiasi,
ma non c’è nessuna causa – si rammarica da dietro il pilastro.
La sua faccia contratta in un cammeo
sarebbe priva di espressione,
se non fosse quel tratto nel fossile:
le labbra tremanti.
– Ma che diavolo dice? – chiede uno tra la folla.
– Quando non c’è nessuna causa,
non c’è un rapporto di causa-effetto! – chiarisce da dietro il pilastro.
– Treno espresso… da… a… – si soffoca rauco l’altoparlante.
– La trascendenza non la spieghi a parole…
In noi è umano solo l’inconoscibile – prosegue quello.
– E’ del tutto sbronzo – commenta uno tra la folla.
– La vita è bella,
ma in noi c’è tanta umanità,
quanta incoerenza –
coprendo il fragore del treno, si sporge dal pilastro.
– Porca puttana, ma è pazzo! Fermalo! – grida uno tra la folla.
Ma l’uomo è più svelto, è più deciso
delle ruote che girano…
– Era ubriaco fradicio – dice uno tra la folla.

Tempo scaduto

– Partenza, tempo scaduto – buffoneggia un ubriaco
scimmiottando il ferroviere,
mentre quello diligente
fischia sul predellino del vagone.
E hai appena chiesto quanto tempo ci è rimasto…
Tanto quanto ne hai impiegato nella dura lotta col finestrino.
Non supereremo questa fragile
lucente barriera del suono,
da cui tra poco spariranno le nostre ombre tremanti.
Non scambieremo parole di addio,
condannati al balbettio dei gesti,
al muto movimento delle labbra indocili,
dalle quali ormai nessuno leggerà
alcun messaggio.
Ciò che c’era da dire,
non verrà detto.
O misero linguaggio del corpo!
In fin dei conti niente di grave:
accettazione dell’assenza,
separazione dei sensi.
Ci è successo di separarci…
In fin dei conti è solo il silenzio
nelle cornette sollevate in fretta
quando squillano i telefoni di notte.
E anche la disperata corsa cieca sul marciapiede
dietro il battito che muore
e l’immergersi nell’oscurità
delle luci che a poco a poco si spengono.
– Devo andare da mia madre, non ho i soldi per il biglietto –
mi balbetta un ubriaco tra i binari.
Tiro fuori dalla tasca qualche banconota sgualcita.

10 commenti

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10 risposte a “CINQUE POESIE di Andrzej Mandalian (1926) “Lamento per San Giorgio”, “La gattara”, “Elogio dell’incoerenza” “Tempo scaduto” Presentazione e traduzione di Paolo Statuti

  1. Complimenti a Paolo Statuti per la traduzione di queste bellissime poesie.

  2. “Guidaci san Giorgio!”
    Giorgina Busca Gernetti figlia di Giorgio

    (più tardi, dopo un’attenta lettura, qualche parola meditata)

    • “Fino a quando si riuscirà a tacere”. In questo verso della poesia “Lamento per san Giorgio” mi sembra che il poeta polacco Andrzej Mandalian esprima la condizione di estrema sofferenza di chi vive in un Paese in cui gli intellettuali non possono scrivere liberamente e persino certi Santi molto amati dal popolo, per di più simbolo della lotta tra il Bene e il Male, con vittoria finale del Bene, sono soppressi perché “pericolosi”.
      Poco importa se la lotta e l’uccisione del drago da parte del Cavaliere Giorgio per difendere una principessa è una leggenda nata nel Medioevo, divulgata dalla “Legenda Aurea” di Jacopo da Varagine: di sicuro, convalidato dalla storia, c’è il Cavaliere Giorgio, cristiano, che esprime la simbologia enunciata prima, cioè la lotta contro il Male con spirito cavalleresco, spirito di lotta contro l’oppressione.
      Perciò “San Giorgio non esiste” per gli oppressori, ma il poeta afferma ed esorta: “Guidaci san Giorgio!”.
      Da un simile Poeta non ci si può che aspettare una scrittura dolente ma al contempo fiera e persino ironica (ironia molto amara), specialmente quando raffigura il mondo dei diseredati che vivono nello squallore della Stazione Centrale di Varsavia, come “La gattara”, povera donna simile a una pittura fiamminga, amorevole e sollecita nel procurare un po’ di cibo a quei poveri derelitti, ma consapevole dei roghi di gatti, opera della malvagità umana. Forse è la più bella tale poesia, specie nell’attenzione, oltre che alla gattara, a tutti i vari gatti nei loro colori o ferite di battaglie per una gattina o il possesso del territorio.
      Tragico e ironico per l’argomento il dialogo tra senzatetto e un ubriaco, sempre alla stazione, nella poesia “Elogio dell’incoerenza” ed egualmente tragico l’altro dialogo in “Tempo scaduto”, dove la miseria è assoluta ma non ha cancellato l’umanità verso gli altri poveretti.
      “– Devo andare da mia madre, non ho i soldi per il biglietto –
      mi balbetta un ubriaco tra i binari.
      Tiro fuori dalla tasca qualche banconota sgualcita.”
      *
      Un sentito ringraziamento a Paolo Statuti per questo dono di vera poesia mirabilmente tradotta

      Giorgina Busca Gernetti

      • “La trascendenza non la spieghi a parole…
        In noi è umano solo l’inconoscibile – prosegue quello.
        – E’ del tutto sbronzo – commenta uno tra la folla.
        – La vita è bella,
        ma in noi c’è tanta umanità,
        quanta incoerenza –”

        Esempio notevole dello stile ironico-amaro nel testo “Elogio dell’incoerenza” del poeta Andrzej Mandalian. Perfetta l’ambientazione nella Stazione Centrale di Varsavia. Io ne immagino una rappresentazione teatrale con uno scenario congruente ma ridotto all’essenziale. Ne uscirebbe un teatro in stile beckettiano.

        Giorgina Busca Gernetti

  3. Grazie Giorgio e grazie Mariano. Andrzej Mandalian è uno di quei poeti che non hanno in Polonia il posto e l’apprezzamento che meriterebbero. A tale proposito ho chiesto un parere allo storico e critico letterario Jarosław Fazan, che insegna critica contemporanea alla Facoltà di Lingua e Letteratura Polacca dell’Università Jaghellonica di Cracovia. Ecco cosa mi ha risposto: “Apprezzo molto la sua decisione di pubblicare le poesie di Mandalian nel suo blog. Questo poeta purtroppo è uno dei tanti poeti polacchi del XX secolo sottovalutati o dimenticati. Per Mandalian non c’è stato nessuno, tra gli studiosi e i saggisti, che abbia preso a cuore la sua poesia, a differenza di quanto accaduto per altri poeti di livello inferiore, ma più fortunati di lui….La poesia oggi in generale non è molto popolare, e ha perso gran parte della sua importanza culturale e sociale, ciò non toglie tuttavia che in Polonia essa goda ancora di ottima salute, e che venga tradotta volentieri in molte lingue.” Potrà sembrare un’assurdità, ma quando in un paese come la Polonia ci sono tanti veri poeti, non è fatale che
    qualcuno di essi venga involontariamente perso di vista? Uno di loro ad esempio è Tomasz Gluziński, che io considero eccezionale e di cui sto traducendo una decina di poesie che pubblicherò presto con un suo profilo sul mio blog.

  4. molto bello il brano dedicato alla gattara, e comunque tutti all’altezza, un grazie a Paolo Statuti per la cura che dimostra nei confronti di questa e tanta altra poesia.

  5. Gino Rago

    “…La trascendenza non la spieghi a parole…/ In noi è umano solo l’inconoscibile…”: idee da vertiginosa ebbrezza; e, poi, in “Tempo scaduto”,
    Pessoa aleggia come pura brezza marina ( ” I viaggi
    sono i viaggiatori…”). Bravi Paolo Statuti e Giorgio L. per quest’altra occasione ad alta carica emotiva.

  6. Gentile Paolo Statuti,
    mi spiace che la pervicacia di alcuni nel discutere per difendere il proprio punto circa un altro post abbia distolta l’attenzione dei lettori da questa pregevole scelta di poesie dal “Poema della partenza” di Andrzej Mandalian.
    La ringrazio ancora per la buona poesia che offre qui e nel Suo blog, da me visitato anche oggi, e La saluto cordialmente

    Giorgina Busca Gernetti.

    “Guidaci san Giorgio!”

  7. Gentile Giorgina, la Sua attenzione per il mio blog e il Suo apprezzamento per la poesia che offro sono un prezioso stimolo a continuare sulla strada intrapresa. Grazie.

  8. Complimenti al traduttore Paolo Statuti e a Andrzej Mandalian il quale si rivela essere un poeta di alto profilo, e per confermare questa mia impressione è sufficiente leggere e rileggere la prima poesia “Lamento per San Giorgio”, tutta centrata sulla famosa leggenda del santo che con la spada sguainata uccide il Drago… E quando mai un santo cattolico sguaina la spada e uccide? È evidente che qui siamo davanti ad un caso di sovrapposizione di un precedente eroe pagano… ma non è questo il punto, il punto è che la poesia si sviluppa attraverso una serie di negazioni:

    San Giorgio non esiste Non è morto
    Né trafitto dalla lancia né con la lancia in mano
    Né vincitore né morto da prode Non sulla sella
    Né gettato di sella Non fu
    Sottoposto a dura prova dai pagani
    Né venduto né condannato al martirio
    Né immerso nel piombo nella pece nell’immondizia
    San Giorgio non è mai esistito
    San Giorgio non fu san Giorgio…

    e si sa che scrivere una poesia al negativo, come questa, non è affatto una cosa semplice. La composizione si sviluppa attraverso una percussione di negazioni (non è questo né quello), che è il migliore stimolo all’esercizio dell’intelligenza, un vero e proprio tour de force, una indagine su un delitto compiuto ad opera di un santo che si rivela poi essere nient’affatto un santo ma un manigoldo, un assassino, e niente altro.
    Complimenti.

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