SEI POESIE di Giorgina Busca Gernetti “Ombra della sera”, “Non mi conosco”, “Nell’azzurro”, “Nella grotta”, “Nella chiaría dell’alba”, “Identità” sul TEMA DLL’AUTORITRATTO O DEL POETA E LO SPECCHIO O DELL’IDENTITA’

foto Renato Mambor

foto Renato Mambor

È stato detto che l’autoritratto è il genere artistico egemone della nostra epoca, il più diffuso, ma anche il più problematico. Antonio Sagredo preferisce la dizione «Il poeta e lo specchio», ma lui intende lo specchio deformante, la figura che il poeta vede allo specchio è un Altro, ma è mediante l’immagine allo specchio che noi ci riconosciamo. Il problema dunque del «poeta e lo specchio» è quello della identità. Possiamo dire che una larghissima parte della attuale produzione letteraria del Novecento e contemporanea (romanzo e poesia) appartiene al genere dell’autoritratto, diretto o indiretto, consapevole o meno. È un genere per sua essenza altamente problematico perché ci pone in rapporto con l’Altro, perché nell’Autoritratto l’Io diventa l’Altro. Scrive Lévinas: «Il nostro rapporto col mondo, prima ancora di essere un rapporto con le cose, è un rapporto con l’Altro. È un rapporto prioritario che la tradizione metafisica occidentale ha occultato, cercando di assorbire e identificare l’altro a sé, spogliandolo della sua alterità».

Jacques Lacan afferma che lo scatto fotografico costituisce l’equivalente con cui il fotografo realizza e cattura la propria identità. Secondo Lacan, è proprio attraverso la pratica dell’autoscatto che un fotografo può giungere alla consapevolezza della propria identità. L’autoritratto però non è l’equivalente di un’esperienza allo specchio, è molto di più, è un gesto che ci porta fuori di noi  stessi, che ci costringe a fare i conti con il «mondo» e con l’Altro.

Mediante l’autoritratto ci vediamo dall’esterno, ci poniamo dal punto di vista di uno spettatore che osserva il ritratto, solo che quello spettatore siamo noi stessi. Osserviamo l’autoritratto, ci scrutiamo allo scopo di riconoscerci. Ma si tratta di una pratica innocente e puerile, in realtà è proprio mediante l’autoritratto che non ci riconosciamo del tutto nella figura rappresentata. E ci chiediamo stupiti: «ma quello lì, sono proprio io?». Nella misura in cui non ci riconosciamo del tutto, il ritratto sarà più vero. Oggi, grazie alla  tecnologia digitale siamo in grado di farci uno scatto e di rivederci immediatamente, ma non si tratta di un vero e proprio autoritratto, il selfie è un gioco rassicurante che porta al nostro riconoscimento, alla pacificazione con noi stessi. Attraverso il selfie ci sentiamo pacificati e protetti. Qui parliamo di altro, di autoritratto come costruzione della nostra identità, che è sempre una identità sociale, storica, temporale, stilistica. L’autoritratto è il mezzo artistico che ci rappresenta meglio di altri tra la verità e la menzogna, che ci rivela il codice del destino. I migliori autoritratti, quelli più veri, ci parlano d’altro piuttosto che di noi stessi, parlano esplicitamente di ciò che sta fuori di noi e del nostro rapporto con il mondo. Quanto più ci parlano di altro tanto più l’autoritratto sarà genuino, vero.

Giorgina Busca Gernetti legge Asfodeli foto di Massimo Bertari

Giorgina Busca Gernetti legge Asfodeli foto di Massimo Bertari

Giorgina Busca Gernetti è nata a Piacenza, si è laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore  di Milano ed è stata docente di Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate (Varese), città dove tuttora vive. Ha studiato pianoforte nel Conservatorio di Piacenza. Pur avendo composto poesie fin dall’adolescenza, ha iniziato tardi a renderle note. Ha pubblicato i libri di poesia Asfodeli (1998), L’isola dei miti (1999), La luna e la memoria (2000), Ombra della sera (2002), La memoria e la parola (2005), Parole d’ombraluce (2006), Onda per onda (2007), L’anima e il lago (2010, con rassegna critica 2012²), “Amores” (2014); “Echi e sussurri” (in corso di stampa). Inoltre ha scritto il saggio su Cesare Pavese Itinerario verso il 27 agosto 1950 (in “Annali del Centro Pannunzio 2009; in estratto 2012) e i racconti Sette storie al femminile (in “Dedalusn.1, 2011; in estratto 2013).  

canciani

Ombra della sera

Esile come l’Ombra della Sera*
la mia identità, riflessa
nel fumido specchio enigmatico
della coscienza.

Lunghe discendono le ombre
dai monti, la sera;
più lunghe dietro di noi, nella luce
fioca del sole morente.
Esili e lunghe.

Forse la vera essenza
si svela nel tardo crepuscolo,
presso l’oscura soglia
della tetra notte.
Dinanzi a quel varco la mente
si desta, forse,
l’arcano comprende.
Di là balùgina un lume:
là, forse, vedrà se stessa
nitida e vera.

La mia ombra si staglia
sempre più lunga
finché c’è un barbaglio
di fioca luce anzi il tramonto.

La mia fragilità è racchiusa
nell’Ombra della Sera,
esile e lunga:
il mio segreto
nell’enigmatico sorriso etrusco.

* Statuetta “ex voto” in bronzo, databile al III sec. a.C., conservata nel Museo Etrusco Guarnacci di Volterra. La poetica denominazione, ispirata dal suggestivo allungamento del corpo di un adolescente, è attribuita a Gabriele D’Annunzio.

dal libro Ombra della sera, Genesi, Torino 2002

Non mi conosco

In un tempo lontano mi pareva
di conoscere il mio volto interiore.
Credevo di sapere
chi fosse quell’amara, triste effigie
manifesta per gli occhi trasparenti;
chi quella fioca immagine riflessa
dallo specchio dell’anima.

Ora non so chi fui, non so chi sono.
Incerto è tutto, incerta
anche l’amara immagine
che allora riconoscere sapevo.

Era “mia” la tristezza
dipinta in quell’effigie, in quelle ombre
svelate dai miei occhi, n’ero certa.
Il mio Ego potevo ravvisare,
pur chiuso dentro l’anima e la mente:
identità scolpita nel mio petto
senza vana incertezza.

Identità svanita
è questa mia diuturna scontentezza
di me, dei miei pensieri, del mio tutto.
Non so più chi io sia.
Non mi conosco.

dal libro Parole d’ombraluce, Genesi, Torino 2006

Jason Langer nightwalk_94

Jason Langer nightwalk_94

Nell’azzurro

Vedi? In quest’azzurro
che l’animo dilata
all’infinito
– non sai se è cielo o mare –
forse si sfaldano le pene
come conchiglia fragile
premuta tra le dita.

Un gabbiano si posa
sull’acqua, si lascia guardare
senza timore.
Ci cullano le onde
con timidezza
nel sereno dell’aria.
Senti che pace?

In quest’immensità
d’azzurro mi rispecchio,
indago nel mio animo
senza pudori, infingimenti.
Ascolto il sonoro silenzio
del mare, che la brezza
increspa con soffio di flauto.

Vedi? Lontano dalle rocce,
dal travaglio dei giorni,
ritrovo la mia quiete
di gabbiano senz’ali;
«la gran quiete marina»
che talora mi salva dal baleno
della burrasca
e mi dirada il velo
che nasconde il vero del mio volto.

Il gabbiano mi guarda
e improvviso s’innalza
in volo verso l’azzurro infinito.
Lo seguo come s’io volassi,
godendo del suo immenso spazio
ed annegando
nell’infinito mistero dell’animo.

Dal libro Onda per onda, Edizioni del Leone, Spinea (Ve) 2007

Nella grotta

Oscura l’acqua nella grotta buia.
Non penetrano i raggi
del sole ardente d’un meriggio estivo
nello stretto pertugio ove la barca
a stento silenziosa è scivolata.

La mano immergo nella tiepida acqua
e la ritraggo quasi fossi in sogno:
gocce d’argento dalle dita stillano
e d’argento è la mano,
bagnata ancora, nel buio irreale.

Di nuovo tuffo la mano nel mare
nero d’oscura grotta:
statua d’argento d’essere m’illudo
la mano contemplando e le mie dita
rilucenti nel buio come stelle.

Fuori la vera luce ma la mano,
opaca e scialba, perde quel lucore
che l’acqua magica, nel buio nero
della grotta d’argento, sa donare.
Solo nel buio luce?

Quale son io tra le immagini chine
a immergere la mano?
Non sono io la donna viva e pallida
che s’illude e si forgia come statua
di luminoso argento?

Statua sono io d’argento in altro tempo
nel buio della cella, nell’arcano,
in un vetusto tempio sull’acròpoli
della città dal sacro nome eterno
tra le genti nei secoli?

Io cerco, io scruto in me, io m’arrovello
per distinguere il vero dall’immagine
fatua e illusoria che la mente crea
se vede solo l’ombra del reale
ai viventi negato. 

da Echi e susurri, Polistampa, Firenze 2015 (in corso di stampa)

Nella chiaría dell’alba

Stillano rugiada le ciglia
degli abeti, dei pini.
Chiara l’alba tersa risveglia
la natura sopita.

Un brivido di vita
mi pervade le membra.

Fremono le fronde del platano
alla timida brezza,
freme il mio animo all’unisono:
ròrida foglia trèmula?

È mio l’animo fragile
che vibra in controcanto?

Mie sono le ciglia che stillano
rugiada, o forse lacrime?

Sono l’abete, il pino,
il platano fitto di fronde.
Io sono tutto e nulla
nella chiarìa dell’alba.

Variante di una precedente poesia, ora ibidem (in corso di stampa)

Identità

Non sono la fontana chioccolante
nella frescura ombrosa d’alta quercia,
ristoro per chi ha sete nel calore
della torrida estate di Canicola.

Non sono una leggera, bianca nuvola
vagante nell’azzurro in una danza
lieve che le trasforma il bel contorno
d’armonia cinto, soffice, impalpabile.

Non sono la mia ombra che mi segue
passo per passo invano. dalla luce
stampata sopra un muro scalcinato
come la scabra vita che trascino.

Chi sono io, che mi struggo nel dubbio?

Una lama di luce mi trascina
verso un fondo infinito, senza sosta,
come gorgo letale tra i marosi
del mare amaro che dianzi era amico.

Non so dove mi porti questa luce
ingannevole, forse, quasi trappola
tesa perché sprofondi in un abisso
senza un approdo certo, senza il vero.

Pena crudele inferta alla mia anima
da un dèmone malvagio che mi tenta
con la sua fatua luce fascinosa
perché mi perda per sempre nel nulla.

Non è quel Nulla cui tendere soglio,
ma un disperdersi vano, irreparabile,
di lieve polvere che il vento ignaro
solleva e via con sé lungi rapina.

Questa son io, son io. Questa son io!

(Inedito)

Annunci

23 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, Autori dei Due Mondi, Autoritratto in Poesia, Il poeta e lo specchio, l'Identità in poesia

23 risposte a “SEI POESIE di Giorgina Busca Gernetti “Ombra della sera”, “Non mi conosco”, “Nell’azzurro”, “Nella grotta”, “Nella chiaría dell’alba”, “Identità” sul TEMA DLL’AUTORITRATTO O DEL POETA E LO SPECCHIO O DELL’IDENTITA’

  1. Giuseppina Di Leo

    Un “io” dolente è al centro delle poesie di Giorgina Busca Gernetti, dal sapore esistenzale. Molto apprezzate.

    Quale son io tra le immagini chine
    a immergere la mano?
    Non sono io la donna viva e pallida
    che s’illude e si forgia come statua
    di luminoso argento?

  2. Le prime due poesie mi sembrano quelle più riuscite, anche dal punto di vista della sobrietà del lessico e della tematizzazione della tematica dell’identità. Certo, Giorgina Busca Gernetti si muove in una direzione riappropriativa della tradizione, tenta di riparare il ponte che ci univa un tempo ormai lontano alla tradizione lirica, e lo fa anche con un tocco modernizzante, ma allo stato minimale, si muove all’interno del verso libero con grande compunzione, attenta agli equilibri dinamici della versificazione. Vorrei dire che dal punto di vista del presente sia la tradizione che il futuro sono inconoscibili… mi viene in mente in proposito una asserzione di Ortega y Gasset significativa anche per quel che riguarda la possibilità di parlare della “visione” dell’essere:

    «Quando cerchiamo l’essere di qualcosa o la sua verità, cioè la cosa stessa e autentica di cui si tratta, troviamo anzitutto i suoi occultamenti, le sue maschere. L’aveva già avvertito Eraclito: la realtà si compiace di nascondersi. L’universo è a tutta prima un perenne carnevale. Siamo circondati da maschere. Gli alberi non ci lasciano vedere il bosco, le fronde non lasciano vedere l’albero, e così via.
    L’essere, la cosa stessa, è per essenza l’occulto, il coperto, è il signore della maschera. L’operazione che conduce a trovarlo sotto i suoi occultamenti è chiamata “verificare” o certificare (adverar); in modo più purista: accertare (averiguar). È rendere patente l’occulto, denudarlo dei suoi veli, dis-coprirlo. E questo modo, in cui qualcosa sta davanti a noi denudato, è la sua “verità”. Perciò è ridondante parlare della “nuda verità”».

    (Ortega y Gasset, Apuntes sobre el pensamiento, su teurgia y demiurgia, 1941)

    • Gentilissimo Giorgio,
      ti sono grata per lo spazio che mi hai dedicato nel tuo blog “L’Ombra delle parole” e per l’attenzione posta nel pubblicare le mie poesie (sei nel titolo sei, cinque nella pagina, ma forse è meglio così; per la mancanza di un articolo non importa).
      Il tuo commento non mi è molto chiaro, ma, come hai scritto ieri, i critici non debbono chiosare i loro scritti. O forse è fin troppo chiaro, oggi.
      Ti ringrazio d’aver rilevato il mio “muovermi (… ) con grande compunzione, attenta agli equilibri dinamici della versificazione”; lo prendo come un apprezzamento, oppure una semplice constatazione di fatto: io sono compunta.
      Mi lascia sconcertata la tua affermazione seguente: “dal punto di vista del presente sia la tradizione che il futuro sono inconoscibili…”.
      Io non riesco proprio a prevedere il futuro e non sono così presuntuosa da propormi come faro che illumina i poeti venturi, restando io nell’ombra (che mi piace tanto). La tradizione inconoscibile? Mah.
      La schiettezza si paga ieri come oggi.
      Comunque grazie di tutto, gentile Giorgio.

      Giorgina

    • Ultima frase del mio profilo, scritto e inviato da me: **Volutamente tace dei numerosi premi letterari, delle collaborazioni con riviste, dell’inserimento in antologie collettanee e dei suoi critici per offrire la sua poesia “nuda”.**
      .
      Ultima parte dell’interessante scritto di Ortega y Gasset, facente parte del commento di G.L. alle mie poesie:
      “E questo modo, in cui qualcosa sta davanti a noi denudato, è la sua “verità”. Perciò è ridondante parlare della “nuda verità”».

      (Ortega y Gasset, Apuntes sobre el pensamiento, su teurgia y demiurgia, 1941)
      *
      Io avevo scritto ** poesia “nuda”**, cioè senza tutta una pagina di encomi e meriti, peraltro acquisiti onestamente, senza intrallazzi, vie traverse e amicizie altolocate.
      C’è molta differenza tra il dire ** poesia “nuda”** e **“nuda verità”»”**.

      Giorgina Busca Gernetti

  3. Ora non so chi fui, non so chi sono.

    Uno dei versi a mio avviso più importanti di Giorgina Busca Gernetti, autrice raffinatissima il cui io è parte integrante della sua poetica. Come potrebbe essere altrimenti per chi poeta è per animo e vocazione? Complimenti Prof. (perdona il nomignolo che ti ho affibbiato, ma con molto affetto ti vedo così) la tua arte ragguardevole e onesta sa giungere e toccare l’animo anche più aspro.

    • Caro Flavio, il nomignolo mi riporta indietro nel tempo, nemmeno poi tanto. quando i miei allievi mi denominavano così. Le tue parole sono sincere, non incenso o elogio o “servo encomio”, perciò te ne ringrazio con serenità.

      Giorgina

  4. chiara moimas

    Ho letto con piacere le poesie di Giorgina Busca Gernetti che apprezzo anche per la puntualità e la pertinenza dei commenti sul blog. Credere a momenti di conoscere la propria anima e scoprire in altri che invece ci sfugge è dilemma che attanaglia ed induce a profonde riflessioni: i versi di Giorgina ci accompagnano in questo percorso.
    Chiara

  5. Gino Rago

    I temi neocrepuscolari, l’arte dannunzian-pascoliana del verso, con taluni sussulti linguistici posmontaliani, giungono a quell’io dolente – ben colto da Giuseppina Di Leo – volto all’estrema sintesi della weltanschauung della
    Busca Gernetti sigillata nella chiusa problematica e sottile: “Io sono tutto e nulla/ nella chiarìa dell’alba”, ad affermare “la direzione riappropriativa della tradizione” che Giorgio L. segnala nella sua pertinente nota.

    • Gentilissimo Gino Rago,
      un giudizio pertinente e articolato come il Suo mi ricompensa di molta amarezza. La ringrazio di cuore e mi scuso di non aver commentato, se non con un “mi piace”, le Sue poesie che non solo in questo blog, ma anche in altre occasioni, forse premiali, ho letto e molto apprezzato per la profondità del pensiero e la sapienza espressiva, rispettosa della tradizione mai spregevole.

      Giorgina Busca Gernetti

  6. nazariopardini

    Giorgina Busca Gernetti ci ha abituati ad una poesia calda, intensa, compatta, dove il verso, con eufonica sonorità sinfonica, tocca punte di energica liricità, affiancando, con scelta oculata e sentita, gli input emotivi, i tanti barbagli interiori, le tante inquietudini del fatto di esistere. Questo è il suo grande poièin. Una versificazione che corre pulita, snella, avvincente, completamente avversa al correlativo di stampo eliotiano. Perché è lei, il suo intimo, la sua anima, con tutto il pathos che l’alimenta, a costruire impalcature verbali di grande resa poematica; impalcature che reggono, per la loro solida struttura, plafond di gotica verticalità; di efficiente intensità epigrammatica, evitando agilmente insidie di luoghi comuni, sovrastrutture retoriche, e forme di epigonismo. Tutto questo ricorrendo ad accostamenti inconsueti di luci ed ombre, a fonosimbolismi e metaforicità di personalissima vis creativa, di complessità esistenziale; e, cosciente del rapporto della vicenda umana col tempo, e facendo del memoriale un momento di nuova vita, riesce a rendere oggettiva la sua pienezza ontologica. Una poesia polimorfica, di una plurivocità tale da contenere ogni spazio, ogni interrogativo dell’umano vivere. Dacché per lei è naturale chiamare in causa la natura, le cose semplici, gli affetti, i miti, la classicità, purché atti a concretizzare la sua vicenda: “La mia fragilità è racchiusa/nell’Ombra della Sera,/esile e lunga:/il mio segreto/nell’enigmatico sorriso etrusco”. Una vera ecfrasi; un vero accordo fra dire e sentire; fra sentire e vedere. Dove è facile sperdersi con ritmi umanamente poetici nei labirinti della nostra problematica identità: “Identità svanita/è questa mia diuturna scontentezza/di me, dei miei pensieri, del mio tutto./ Non so più chi io sia./Non mi conosco.”.

    Nazario Pardini

  7. marconofrio1971

    Poesie di grande ricerca conoscitiva, di scavo infinitesimo, di struggente chiarificazione autologica. Giorgina Busca Gernetti innalza il suo canto da un sorgente che dimora nei pressi dell’Essenza, oltre la soglia dei sentieri fallaci, la crosta delle inutili apparenze. Sfondare la superficie significa addentrarsi nel regno polisemico della complessità indeterminata. Cade la barriera divisoria tra dentro e fuori, soggetto e mondo. E allora, da lì in poi, si perlustrano abissi. Si percepiscono misteri. Si raccolgono brividi, fremiti, sgomenti. Il fuoco mentale è uno specchio interiore che rende traslucido lo sguardo e dona il coraggio di sfiorare corde profondissime, sublimi. Il retroterra “classico” e “letterario” non soffoca il vitalismo innato della voce poetica, ma anzi la fortifica, dandole corpo e peso di memoria, attraverso un ritmo interiore che solidifica l’apertura in fondamento. L’armonia finale non è un vestito prezioso sovrapposto da fuori, ma il frutto organico di una conquista. Complimenti 🙂

  8. L'”autoascultazione” qui dispiegata si salda alla Tradizione ma non la fagocita , la costeggia tra partecipazione e distacco , facendo così dell’interiorità non una coazione all’ascolto ma un invito discreto , una mano sulla spalla . Di spessore mi sembra il frequente mix natura-poesia – un tratto caratteristico di questi testi – sempre esperito con espressività calibrata e personale .
    grazie –

  9. Anche se non vi ricorro, mi piace molto la forma della poesia tradizionale, classica e lirica: pulisce il linguaggio, fa riposare la vista perché ogni parola è messa bene a fuoco , ma soprattutto rende la poesia molto accessibile, nel senso che non ti devi dannare per cercarla, ci saran sempre quei tre versi sublimi e le descrizioni che li accompagnano saranno perfette.
    Lettura da prima classe. Bio-parole restituite al loro autentico significato, non inquinate; eccellenti gli aggettivi e oneste verità; come nella poesia Non mi conosco “Identità svanita / è questa mia diuturna scontentezza”.
    La mia preferita però è Nell’azzurro, anche se trovo che il finale sia per troppa minuzia descrittivo (specie se viene il mente il più noto Naufragar).
    Ne La grotta il magnifico verso “Solo nel buio luce?”
    e l’ultima quartina di Identità, per il crescendo:
    “Non è quel Nulla cui tendere soglio,
    ma un disperdersi vano, irreparabile,
    di lieve polvere che il vento ignaro
    solleva e via con sé lungi rapina.

    Questa son io, son io. Questa son io!”

  10. Gabriele di Giovanni Fratini detto il Sassetta

    Mi hanno molto colpito Nella chiarìa dell’alba e Identità. Ma anche Nella grotta e Nell’azzurro. In pratica tutte! Un saluto.

  11. Ringrazio di cuore i poeti amici, meglio, gli amici della poesia che hanno letto con empatia e interesse i miei versi, scrivendo parole che mi hanno restituita coerente con me stessa, quale mi vedo nello specchio dell’anima.

    Giorgina Busca Gernetti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...