POESIE SCELTE di Maria Grazia Calandrone dal libro “Come per mezzo di una briglia ardente” (2005) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

 Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964, vive a Roma): poetessa, drammaturga, artista visiva, performer, organizzatrice culturale, autrice e conduttrice di programmi culturali per Radio 3, critica letteraria per il quotidiano “il manifesto”, scrive per “la 27ora” del “Corriere della Sera” e cura la rubrica di inediti “Cantiere Poesia” per il mensile internazionale “Poesia”, collabora con il quadrimestrale di cinema “Rifrazioni” e con la rivista di arte e psicoanalisi “Il Corpo” e codirige la collana di poesia “i domani” per Aragno Editore. Tiene laboratori di poesia nelle scuole, nelle carceri e con i malati di Alzheimer. Sta lavorando a Ti chiamavo col pianto, libro-inchiesta sulle vittime della giustizia minorile in Italia.

Libri: Pietra di paragone (Tracce, 1998 – edizione-premio Nuove Scrittrici 1997), La scimmia randagia (Crocetti, 2003 – premio Pasolini Opera Prima), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005) La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010 – premio Napoli), Atto di vita nascente (LietoColle, 2010), L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox, cd di sue letture dei propri testi (luca sossella, 2011), La vita chiara (transeuropa, 2011) e Serie fossile (Crocetti, 2015); è in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012); la sua prosa Salvare Caino è in Nell’occhio di chi guarda (Donzelli, 2014).

Ha composto, con Michele Caccamo, Dalla sua bocca. Riscritture da undici appunti inediti di Alda Merini (Zona, 2013) e, con Amarji, Rosa dell’Animale (At-Takwin, Damasco e Zona, 2014 – prefazione di Adonis), ha scritto tre monologhi per Sonia Bergamasco (La scimmia bianca dei miracoli, Pochi avvenimenti, felicità assoluta e Elle) e Gernika, frammenti poematici intorno alla Guerra Civile Spagnola, per la compagnia internazionale “Théatre en vol”. Sue sillogi compaiono in antologie e riviste di numerosi Paesi Europei e delle due Americhe: segnaliamo le antologie La realidad en la palabra (Editorial Brujas, 2005), Caminos del agua (Monte Avila Latinoamericanas, 2008) e Antologia italikes poieses (Odós Panós, 2011); ha curato per Adonis, l’antologia Voci della Poesia Italiana Contemporanea: Un’Antologia Breve (L’Altro, 2012 – Beirut e Damasco), nella quale è inserita. Con la silloge Illustrazioni ha vinto, nel 1993, l’XI edizione del premio Montale per l’inedito e, dallo stesso anno, viene invitata nei più rilevanti festival nazionali e internazionali; nel 2007 ha interpretato Il Desiderio preso per la coda di Pablo Picasso per Radio 3 (regia di Giorgio Marini, con Silvia Bre, Anna Cascella, Iolanda Insana, Laura Pugno, Maria Luisa Spaziani e Sara Ventroni); dal 2009 porta in scena in Italia e in Europa il videoconcerto Senza bagaglio (finalista “RomaEuropa webfactory” 2009), realizzato con Stefano Savi Scarponi; nel 2010 il suo testo My language is the rose, scelto dal compositore malese Chie Tsang, è finalista in “Unique Forms of Continuity in Space” in Melbourne, Australia; sempre nel 2010 è scelta come rappresentante della poesia italiana e diretta da Lucie Kralova in “Evropa jedna báseň”, documentario andato in onda il 28.8.12 in Česká Televize; nel 2012 fa parte del progetto RAI TV “UnoMattina Poesia”, collabora con Rai Letteratura e con il musicista Canio Loguercio ed è vincitrice del Premio Haiku dell’Istituto Giapponese di Cultura; comincia nel 2013 una collaborazione con Cult Book (Rai 3) ed è nella video installazione Ritratto continuo di Francesca Montinaro, esposta alla Galleria d’Arte Moderna di Roma.

La sua poesia è tradotta in: arabo, ceco, francese, giapponese, greco, inglese, iraniano, olandese, portoghese, romeno, russo, serbo, sloveno, spagnolo (Spagna, Argentina, Cile, Ecuador, Messico, Venezuela), svedese, tedesco e turco. Il suo sito è www.mariagraziacalandrone.it

Jason Langer, 2001

Jason Langer, 2001

Commento di Giorgio Linguaglossa

Maria Grazia Calandrone ha preso atto che la «Forma» è diventata «gelatinosa». La  «Forma» si fa carico di molteplici significati che si sono destrutturati, che non si sono ancora realizzati e che mai si realizzeranno, che rimangono invisibili, non dati, non leggibili. La «Forma» è ormai diventata non abitabile. Dopo Kafka e Beckett la frammentarietà della forma parla per se stessa, di se stessa, e indica, per via indiretta, la impossibilità di leggere il reale, di parlare al reale. La forma della poesia è diventata un contenitore di significanti de-strutturati, cioè priva di legislazione, senza regole, e quindi libera e liberata, anche da se stessa, e dall’onere improprio di porsi come rappresentazione di un oggetto, dalla servitù di designare un «reale». La «Forma» (tra virgolette) ha qui esaurito il mandato della secondarietà per porsi come unico baluardo al senso che non c’è, alla reificazione del senso.
Non è un caso che le prime parole del libro della Calandrone inizino con il rimando alla «selva oscura» della Commedia dantesca:

La selva automatica e squillante, l’anonimato azzurro
ma non etereo: scrupoloso
piuttosto, di un cantiere che muova tutta insieme sotto sforzo la meccanica
munita di contrappesi di mercurio, trivelle
di affondamento e bracci…

Siamo in un mondo non più rappresentabile (che non sta più davanti ad un soggetto che osserva), e quindi non orientabile in una «Forma», tantomeno chiusa o algebrica o aperta che sia. Non c’è nessuna matematica o lessematica applicabile a questa «Forma», se non una matematica per sottrazione, per diversione topologica (ma non toponomastica, perché è assente in questa poesia qualsiasi toponomastica, qualsiasi mappa per l’orientamento delle direzioni). E non c’è nemmeno un «viaggio» che sia rappresentabile e presentabile in termini di una edulcorata presentabilità borghese. Insomma, la realtà non è più citabile nemmeno per via e per mezzo di citazioni illustri o meno; c’è una machinerie che gioca con macchine desuete e celibi alla Duchamp dove scorrono e si scontrano biglie rumorose e indisciplinate in «una luce semicieca» in «una infinitesima porzione della nostra unanime sostanza terrestre» e «la evanescenza del cielo / e la sua effervescenza di ali…». Il «viaggio» borghese qui conosce la sua fine, o meglio, la sua implosione, è un viaggio bombardato, segmentato e ridotto a lessemi e a relitti non codificabili e non organizzabili in un discorso di senso compiuto, perché c’è un discorso laddove c’è ancora un senso rinvenibile, per quanto disarticolato e frantumato.

La realtà è diventata muta, l’universo è dissonante, e la «Forma» è qualcosa che è divenuta estranea sia al concetto di rappresentazione che a quello di testimonianza; non deve testimoniare nulla a nessuno, perché non c’è nulla di cui render testimonianza, la «Forma» non è un luogo tranquillamente abitabile né facilmente accessibile se non come luogo sottoposto a continui scossoni e deragliamenti direzionali. Un luogo terremotato e terremotabile. Il fatto è che soltanto attraverso questa «Forma» può parlare il non-identico, cioè il reale, ma come un di-fuori, un di-lato, un esterno di cui noi siamo semplici e passivi spettatori di un reale che non può comunicarci altro che la sua lingua straniera.

«La materia ha il peso e l’esattezza che ci serve / a dividerci come nuotando, come arcieri che scoccano. Abbiamo convincimenti da laboratorio angelico: nell’acuto, nel perno / del cronografo, nel / fulgido…».

Qui non è  il soggetto che parla, che riproduce, rappresenta qualcosa di esterno a sé, è una entità indifferenziata che si esprime attraverso i verbi all’infinito e declinati al passivo e attraverso un linguaggio ridotto al gradiente minimale:

Ecco.
Davanti. Non possiamo che essere
davanti. La schermaglia caprina degli aceri echeggia, rimacina…

In questo tipo di poesia le particelle neutre del discorso sono spesso impiegate alla fine (oltre che all’inizio come si conviene) del verso, come a tentare di disciplinare il traffico lessematico ormai impazzito in un sistema semaforico neutro e neutralizzato da agenti di un altro sistema solare che sono scesi sulla terra e la abbiamo colonizzata ad insaputa dei terrestri. «L’espressione è il volto addolorato delle opere» scrive Adorno. Appunto, in questa poesia l’espressione viene stravolta da un dolore anestetizzato, posto sotto controllo; è un dolore insonoro, non percepibile mediante il sistema nervoso centrale e periferico, è questo il motivo della insonorità di fondo di questa poesia, o meglio, della sua sonorità ma come di una lingua straniera; è un dolore in-significante, per questo i lessemi corrispondono a fonemi anestetizzati, svirilizzati, svuotati di significazione.

Maria Grazia Calandrone non ha nulla da rappresentare o da testimoniare circa la presentabilità della sua epoca, circa la degradazione e la catastrofe avvenuta, e non ha da dire neanche alcunché circa il non-senso della realtà (posto che vi sia una realtà degna di questo nome). Di qui il suo asintattismo, la dis-locazione sistematica dei versi secondo un dis-ordine sistematico, di qui la dis-locazione di frasari anestetizzati (comunque privati di capacità comunicativa), non più visti come un sistema vascolare di lessemi che concordano o discordano in qualche modo pur scomposto e dissonante. Il fatto è che la Calandrone ha fatto propria la tesi secondo cui il «reale» sia un qualcosa non più comunicabile e non più leggibile mediante gli strumenti linguistici tradizionali, e che per questo compito non resta altro che percorrere l’ultimo passo che resta da fare: la sistematica liquidazione della unità metrica di base, l’endecasillabo e la sua sostituzione con unità frastiche articolate e disarticolate a secondo delle necessità.

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years - 1915 to 1923 - to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, ...

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years – 1915 to 1923 – to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, …

da Maria Grazia Calandrone Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005) pp. 72 € 7

La selva automatica e squillante, l’anonimato azzurro
ma non etereo: scrupoloso
piuttosto, di un cantiere che muova tutta insieme sotto sforzo la meccanica
munita di contrappesi di mercurio, trivelle
di affondamento e bracci
che individuano una infinitesima porzione della nostra unanime sostanza terrestre
e la sollevano (con il lamento
dei giunti ridotto a un fiato dalle cromosfere
dei cuscinetti): la collocano
dove si prende senza consenso alla terra
data la grossolana efficacia
del peso. Così la evanescenza del cielo
e la sua effervescenza di ali
fermissime stanno ancorate al suolo come una milizia. Nessuno
vola. Non sono
reparti contraffatti dalla controluce. Non sono
i frantumi tonanti delle nostre anime
posti nel mezzo di una domanda
vuota e rovente, la strumentazione di un volo che non si può rifare
per venire
immatricolati in un corpo la cui tendenza insurrezionale
dimostra tutto, tutto il dolore taciuto.

*

La materia ha il peso e l’esattezza che ci serve
a dividerci come nuotando, come arcieri che scoccano. Abbiamo
convincimenti da laboratorio angelico: nell’acuto, nel perno
del cronografo, nel
fulgido. La sfoglia calda della superficie sostiene
una comune interezza, l’incedere
lauto e canoro delle pallonate – spezzoni: curve, torsioni della vela
dell’esistenza tutta che non si vorrebbe
pronta. O sangue malinconico o vascello legato
a cose come – la schiuma
– l’ombra – la consistenza agrosalina del sangue, la miseria climatica
dell’unghia, la midolla
radiografica dell’osso
quasi scoperto – o
l’argilla che rode
il tubo
gommato – il vulnere
ingoiato
nella ferma
poderosa. Questo volto rifatto sconosciuto è una cosa
che rimbomba e approssima a niente
l’automatismo del respiro. Entra
nella memoria
nella fermezza della caccia
e nella discriminazione senza profitto
dell’amore. Datele
coscienza:
la pietà che apre gli occhi. Sempre, sopra
ogni fortuna, avrei chiesto che tu non fossi morta.

*

Maria Grazia Calandrone 28.4.15 foto Omri Lior

Maria Grazia Calandrone 28.4.15 foto Omri Lior

Ecco.
Davanti. Non possiamo che essere
davanti. La schermaglia caprina degli aceri echeggia, rimacina
rosso doloso,
pneuma
di tende su un biancore di mote di paeselli – al di là
del bollore invernale dell’interno
sul palinsesto delle ringhiere
che paiono un ancoraggio del nulla
alla terrazza planare, e quel vetro
premuto in basso con la bocca
è appannato e smagliante, dove tocca
il respiro il vetro
comincia a esistere, unto
dalla neve e dal profumo d’alga
del tuo respiro – cosa
che appare a un tratto fondamentale, cose come la nebbia e i paraventi
o gettare le reti
nelle occasioni felici, spingere avanti il peso
caucasico e sbendato e senza peso di un corpo
già qualunque – una zona
franca che chiede di essere
liberata
dalla stele di intelligenza chirurgica, lasciata a un semivuoto
passo di uccello con tutto il respiro
preso da una lentezza subumana
come la forza esercitata dal vento sui bancali
in travertino, l’imprevisto tumulto di una lanugine. Di essi, nessuno.

*

Lo scoppio nelle camere
di combustione (la combustione
della grafia legata all’emisfera nella quale il corpo fu incominciato
– incomincia ogni giorno –
ad esistere prima per iscritto e dolcemente poi
a desistere
a cedere un calore di sottana alle sponde
di acciaio cromato) con l’elevato grado di fermezza prodotta
dal cobalto
della schiuma marina. Nel letto
vinilico i residui del nòcciolo
radioattivo: cuore vicino al flusso della lava, vene senza esercizio – un fulmine
globulare – le feritoie di olio e di bitume – perché il letto ha grandezza e superfici
– navate – o è un Reno gelato
e plebeo – piccole fruste che sbandano le truppe (e nei reparti
vige una generale ritirata
verso il santuario, la porta occidentale). Siete navi
condotte dal vento come per mezzo di una lunga briglia
a figure interne che tendono alla sequenza e alla stasi.
Siete corpi iniziati dal nome e da quel nome
– mamma – evaporate
con quegli occhi iniziali
scacciati
dal dolore e dal freddo come bestie.

*
Maria Grazia Calandrone Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005)

La domesticità insorta e molto altro
disordine: abitacoli in ferro verniciato sugli spalti di malva rifatta
costa d’inverno e cerea
neve contumaciale: spalmata in buchi
semplici, fosse
cellulari, scardinamenti: terra
crepata dalla insostenibile
vibrazione del vero. Ma altre volte arriva come un editto
annunciandosi al branco che ciondola su materassi d’erba accrescitiva
del cielo sui depositi vulcanici: spazi rimossi dai merli che cantano
primitivi e coerenti, senza traccia
nel becco
del lago amniotico – subliminale
amnesia, inclinazione all’eresia degli astri
che dondolano appesi per le chiome alle volte
e alle volte irradiano dimenticando.

*

Il dolore disinfetta, ha una disciplina e una inclinazione
grammaticale – soprattutto
ai lati delle strade dove l’asfalto come noi è incline
alla luccicante consecutio
segnaletica – e il carburo sfibrato del respiro
ha un odore essenziale: segatura bagnata nel calcio
di edifici scolastici
o cielo che cospira su teste grandi come frontiere marittime con l’acqua limpida e orefice che lavora – il cielo
svaligiato dalle sue ampie nuvole di pioggia – di uccelli
depurati, soffocati dal vapore nativo. Per deduzione
da quelle teste – e per associazione con i pesci soffianti e candenti del fondo – emerge
il vero: il mastodontico, la segretezza. L’ospite
viene senza disturbare
ed è stato vagliato.

*

Il quadrilatero senza spessore
che contiene la spina perimetrale e bianca
del posteggio forma nella materia
un disegno morale, il termine effettivo di una pulsione
conciliativa tra il diffondimento integrale
delle nostre pròtesi
e la organizzazione del possesso: questo smalto
– questa linea brillante amaranto che costeggia i ciuffi migliorati dal sole dei campi
ribatte interiormente
luce refrigerata – mercuriale.

*

Abbandoniamo l’incuria volontaria dei nostri estatici allusi frammenti su molti guanciali: i solchi
delle vite nelle biancherie degli alberghi sono i lacci degli anni
nel tornio
del tronco: quadri del suo infinito accrescimento. Nessuno
è estraneo: legifera dal buio del nostro sangue
una sola lingua: tiene il posto
di questo impasto
di carne nella propria sopravvivenza
idroelettrica, di questo ingorgo pieno di nobiltà e desiderio tra gli scuri
sostrati di giustizia e i portici – distesi su un banco di dormiveglia. Il poco
che uno a uno lasciamo da ricordare: un giardino
una piastra malata di vanità e di vero
dove è in sospeso la bacca della nostra semiincoscienza
provvisoria, pertanto perdutamente
necessaria. I bambini (i bambini!)
fanno giri di vite nel destino.

*

foto Elsa Martinelli, 1967

foto Elsa Martinelli, 1967

V
Il corpo deposto come un attrezzo

E’ più arduo indovinare il passaggio di quello che non ci modifica.
Da quale disaffezione della memoria provenga il commiato, il pentimento degli abbandonati e dei morenti
lungo l’ultimo intenso vorticare di foglie
che se ne va per le finestre. Ciò che entra di sabato in quel brusìo di farfalle ha sordità
del rotolìo di un carro tra le felci, l’autonomia della stagionatura
di corpi non comuni, incamminati
su raggi di sole. Come una primizia – o il rimpianto nel fondo
delle coppe: i morti sprofondati
acutamente nella grazia delle loro stalle.
O terra intrisa dal corpo lento e testuale del sole, uscito
tra boschine lacustri.

*

La pelle bianca dei morti – la croce quieta delle costole nell’acqua oleosa: un bollore appartato – le diatomee
fin dove la luce
tocca lo scalmo argenteo del palato.

*

Io sono nella mia morte – sono dove nessuno più mi cerca:
infelice come una bambina – felice come una bambina.

*

E tu violenta e rassegnata nella vestìna smalvita: una reliquia
nel suo fiammeggiare
preparata a una muta capienza. Ti poso sulla seggiola
come un vestito vuoto
e bianco. Mio piccolo legno di tabernacolo.

 

Annunci

26 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, Autori dei Due Mondi, critica della poesia, critica letteraria

26 risposte a “POESIE SCELTE di Maria Grazia Calandrone dal libro “Come per mezzo di una briglia ardente” (2005) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Gino Rago

    “il carburo sfibrato”; il “calcio di edifici”; “le feritoie di olio e di bitume” ; “letto vinilico”, “nocciolo radioattivo”, “acciaio cromato” e il “cobalto della schiuma
    marina”…L’Autrice osa molto linguisticamente parlando in questa sua poesia che ho subito amato, per quel suo lessico sapiente e coraggioso
    che giunge alla “luce refrigerata-mercuriale” in una sorta di “sopravvivenza
    idroelettrica”: e in questi componimenti vibra il “tempo”, caro a Giorgio Linguaglossa, conducente alla metafora tridimensionale, nella consapevolezza eraclitea che “via in alto via in basso una sola la medesima”.

  2. attansio cavalli

    poesia (poesia?) troppo “classificabile” e troppo “datata”: non ho nulla altro da dire a questa troppo tradotta… troppo valutata e ancora troppo di tutto!

  3. Bravissima. Magari poi mi verrà un commento più ragionato, intanto noto che ha familiarità con il noi che è scelta di confidenza e condivisione ( a dispetto delle complicazioni formali della sua scrittura – ma neanche tanto se si considera che al verso libero ci ha abbondantemente preparato il secolo scorso). Poi utilizza le parole per legare materiali solidi e vegetali – come per affrancarsi, per sfida? – che a me fanno pensare a certe sculture di Kounellis… la spina perimetrale e bianca / del posteggio forma nella materia / un disegno morale
    gli esempi quasi non si contano. E’ alta carpenteria, ci vuole una testa da scultore per trattare le parole a questo modo. Penso che andrò a leggerla, anche perché vorrei cogliere meglio il senso della sua poetica: queste dieci/undici poesie, tanto incalzanti, sembrano dire molto ma forse è ancora poco. Grazie. Ora rileggo.

  4. Conobbi Maria Grazia Calandrone, che ringrazio pubblicamente per la prefazione che scrisse per il mio libro Vice dei miei occhi, a Riccione nell’edizione 2006 di Parco Poesia. Quando vidi questa piccola donna scura, insignificante all’apparenza, alzarsi e leggere le proprie poesie capii qualcosa di più su cos’é poesia e cos’é incontrarla. Quindi pienamente d’accordo con Tosi e Rago, molto meno con Sagredo.

  5. Ricevo alla mia email e trascrivo il commento della poetessa Laura Canciani:

    caro Giorgio,

    tu hai scritto nel primo brano del tuo commento critico che la “forma” della poesia della Calandrone è diventata un contenitore di significati de-strutturati. Vuoi dirci se è un giudizio critico di ordine generale oppure se è un rilievo che tu rivolgi alla poesia dell’autrice in argomento? – ti pregherei di riportare il brano per intero. Grazie e saluti.

    «Maria Grazia Calandrone ha preso atto che la «Forma» è diventata «gelatinosa». La «Forma» si fa carico di molteplici significati che si sono destrutturati, che non si sono ancora realizzati e che mai si realizzeranno, che rimangono invisibili, non dati, non leggibili. La «Forma» è ormai diventata non abitabile. Dopo Kafka e Beckett la frammentarietà della forma parla per se stessa, di se stessa, e indica, per via indiretta, la impossibilità di leggere il reale, di parlare al reale. La forma della poesia è diventata un contenitore di significanti de-strutturati, cioè priva di legislazione, senza regole, e quindi libera e liberata, anche da se stessa, e dall’onere improprio di porsi come rappresentazione di un oggetto, dalla servitù di designare un «reale». La «Forma» (tra virgolette) ha qui esaurito il mandato della secondarietà per porsi come unico baluardo al senso che non c’è, alla reificazione del senso».

  6. cari Laura e Lucio,

    non credo che quando un critico scrive un pezzo critico debba poi spiegare quanto scritto con ulteriori chiose esplicative. Non ho mai avuto notizia di un critico che spieghi i suoi scritti critici una volta pubblicati. Da quando Nietzsche ha scritto che “tutto è interpretazione”, come c’è una ermeneutica dei testi narrativi, figurativi e poetici, c’è anche una ermeneutica dei testi saggistici, ciascuno, a secondo della propria sensibilità e intelligenza, è libero di interpretare il testo critico nel modo che ritiene più corretto.

  7. antonio sagredo

    Non direi affatto che la Calandrone sia insignificante, anzi , è tutt’altro: una bella donna, alta e slanciata: l’ho osservata in una serata di lettura di poesie a Roma, e devo confessare che mi piacerebbe parlare con lei, come dire trascorrere un serata – sempre che la quotidianità sua e mia lo possa permettere – e parlare dei poeti russi, per esempio.
    Antonio Sagredo

  8. Credo proprio di essere stato frainteso, comunque orami così gira il mondo. Ad majora.

  9. Gino Rago

    In ogni suo intervento critico, Giorgio L., senza dichiarazioni esplicite, invita
    i lettori – i poeti, soprattutto – e i cosiddetti “addetti ai lavori”, a considerare seriamente un fatto, per uscire dal fondo del sacco in cui si è cacciata la
    poesia italiana contemporanea: le parti del discorso non sono nove…
    Altre “particelle” esistono per Giorgio e sta ai poeti trovarle: perciò ho amato la poesia di Maria Grazia Calandrone, la quale ha stabilito, efficacemente, un contatto tra parola di poesia e Fermi, fra le Muse
    e Plank, fra Calliope e l’ideterminazione di Heisenberg. E non è davvero poco. E G. Linguaglossa questo ha colto e verso questo volge anche la sua ricerca poetica che tende alla metafora tridimensionale…

  10. di solito, quando scrivo un commento, evito di esprimere apprezzamenti all’autore dei testi per un motivo molto semplice, che l’apprezzamento personale lascia sempre il tempo che trova perché si tratta pur sempre di un giudizio personale, e quindi parziale e legato alla contingenza… quello che invece mi sta a cuore quando leggo un testo e lo commento, è di sceverare la problematica oggettiva dei testi o le problematiche extratestuali con le quali i testi dialogano. Comunque sia, mio personale convincimento è che il libro della Calandrone contiene dei testi ai quali va il mio personale apprezzamento per la loro versatilità e la tecnicalità che dimostra l’autrice nel trattare il verso libero; apprezzamento però che, dal mio punto di vista di critico, è però assolutamente secondario rispetto alle problematiche ermeneutiche che il testo fa scaturire.

  11. antonio sagredo

    a proposito gli ultimi versi su…

    ———————————–
    I wormholes
    (nero inesisten)

    Sugli altari dei raccapricci la Vulgata si stropicciava con l’alloro il sembiante di una massa che
    al potere del Vuoto donava una gloria indegna, e la sua maschera di biacca dai ghigni era segnata dell’universo, perché sinistri fossero i vagiti di disturbi quantici, e i terrori di un cunicolo una prova cardinale dell’essere l’uomo simile all’orrore di un Dio in fuga: un tarlo – involontario! – si pensa,

    come una barbarie ignota che, prima di un inizio, alla materia oscura volgesse una atavica supplica e il riconoscimento di una verità teatrale, come una finzione simulata il primordiale atto del Divino: un infinito, noi sappiamo, che scaltro recita oltre la siepe distanze purulenti e strutture insensate sul segno zodiacale che detiene la mia destinazione, e un nero inesisten-te una marcia teoria ci trastulla.

    E il Tempo prima di uno zero?! Sagittarius A: il porto dove battelli del pensiero un cantuccio
    di sogni inattuali e disattesi ormeggiano tra marosi rotti dal fragore di fallimenti e filosofie spicciole, e la prua la direzione nega alla rotta inseguita per galassie, per dimensioni, invano…
    e nulla sappiamo al di qua della nostra conoscenza, e al di là del – tutto!

    Antonio Sagredo

    Roma, 31 maggio 2014

    • COPIA-INCOLLA
      “Non sono accettati commenti con poesie dei commentatori o d’altri. Inviate i vostri testi ai componenti la redazione per un eventuale inserimento nel blog.”
      Dalle “responsabilità” del blog “L’Ombra delle Parole”

  12. Gino Rago

    Del resto, Maria Grazia cara, regge con tutta la sua forza metaforica della presenza vera nell’assenza l’idea/ intuizione del “fermione” di Ettore Majorana, geniale persino nella sua scomparsa…
    Come geniali, d’altronde, sanno essere taluni commenti di Sagredo.

  13. antonio sagredo

    Il mio Testamento fu ed è un Dedalo dove Pizie e Arpie
    reclamano dagli Ordini la mia dissipazione, e il Canto
    d’una parola che crocefissa manca un fine non spiegato
    o assenta il Fondamento che la genera e la nega sussistente.

    antonio sagredo
    Vermicino, 2005

  14. Per evitare fraintendimenti, chiarisco che i miei appunti COPIA-INCOLLA si riferiscono alla pubblicazione di proprie poesie come commento a testi altrui.
    Non contengono nessun giudizio di merito o demerito su tali poesie.
    Giorgina Busca Gernetti

  15. all’amico Antonio Sagredo,

    rinnovo i miei privati complimenti per il testo inserito (fermo restando che i testi devono essere inviati ai componenti la redazione per un eventuale inserimento nel blog), però avrei (e non creo di essere il solo) bisogno di una tua didascalica spiegazione al testo medesimo. Grazie.

  16. antonio sagredo

    Caro Giorgio, perdonami e devono perdonarmi tutti quelli a cui procuro la
    sofferenza di leggere. (non tutti mi perdoneranno: voglio croceffiggermi, forse?, per la mia oscurità? Antichissima storiella!).- Posso (meglio:devo)
    offrire le spiegazioni di taluni miei versi soltanto ai miei traduttori, che ovviamente chiedono chiarimenti (e che essendo capacissimi di tradurre per mia fortuna sono in numero parecchio limitato). Comunque prometto qualche chiarimento ( ma sarei felicissimo che qualche mio lettore potesse farlo al posto mio: la mia gioia massima è quella d’esser compreso, e se non sono sarò compreso… non fa niente: sarà il Tempo a chiarire… forse). La semplicità non mi è stata concessa dalla Natura, e invidio coloro che scrivono semplicemente, tanto semplicemente che le loro acque scorrrono senza lasciare traccia: segno che le loro acque sono purissime, come le loro fonti!; mentre le mie sono inquinatissime, talmente tanto che non esiste alcuna cura affinchè tutti, al contarrio, possano abbeverarsi.
    >>>>>>>>>>>> Tornando alla signora Calandrone, penso che il giudizio di Linguaglossa sia stato un pochino eccessivo, perché comunque ognuno di noi, Poeti compresi, rappresenta o testimonia qualcosa.
    >>>> Intanto “ la sistematica liquidazione della unità metrica di base, l’endecasillabo e la sua sostituzione con unità frastiche articolate e disarticolate a secondo delle necessità” (Linguaglosa), per me richiede una assenza o mancanza di comunicazione capace di astenersi dal “reale”, che si è inutilmente proclamato imperatore…
    >>>> dunque ancora una volta ha ragione Roman Jakobson quando sostiene che “ è necessario procedere dal suono nell’atto in chi lo produce e dalla sensazione acustica dell’ascoltatore…” “…e che la parola [del Poeta] è presente nella nostra coscienza linguistica senza che i confini acustici siano indispensabili [da qui ] e che perciò venne [viene] riconosciuta l’esistenza di elementi che non richiedono alcuna realizzazione motoria o acustica” [è un pòco il mio caso] – e infine aggiunge Jakobson che “ le matafore spaziali che sono coinvolte negli elementi costitutivi del metro minacciano di alterare l’essenza del verso.” [da qui, che] “ la conclusione della poesia è segnata da uno stabile equlibrio accentuale”. (da > Autoritratto di un linguista).
    >>>>> Per quanto mi riguarda, i miei intimi e interiori “accenti teatrali” obbediscono a tenere vivo questo equlibrio. Quando salutai Jakobson (fui inviato da Ripellino perché gli consegnassi una lettera) mi disse
    espressamente: “Attento al Tempo… esso deve essere reversibile e irriversibile, nello stesso istante, nella mente del Poeta, altrimenti la Poesia non ha senso d’esistere, non si genera!”.
    Ed ecco che nei miei versi in generemi attengo a questo principio… in questi versi che pubblico è più che visibile. Grazie
    a.s.
    —–
    Non disturbare le mie fasciate ossa:
    la maschera soffre di visioni incurabili,
    ma le lagrime sono rancide allo specchio,
    come se Cassandra avesse smarrito il suo responso.

    E fingo la spirale di una foglia che l’imbelle
    autunno, come una sbandata vita, al vento
    non decapita i circoli con false geometrie,
    dimostrando che un reale assioma è irreversibile.

    (2005)
    —————————————–

    Quando tutta la notte si è consumata come una candela
    pensavo chi potevo esser stato io nell’attraversarla indenne.
    Di me restava di un notturno nulla solo un calco… come
    uno specchio tracciava il riflesso suo nudo e una luce insonne.

    E mentre lei si spegneva io m’aggiravo in essa senza capire del suo tempo il senso e del suo spazio se avesse un infinito… ed io in lei che mi scivolava via mentre del corpo mio non sapevo il moto e del mio cerebro imbelle a percepire la mia presenza.

    È quella notte di cui cerco la memoria e la sua assenza quand’io
    in lei ero non mancante e sentivo le mie orme scalfire le sue oscure luci lubrificate dai cristalli dei miei occhi… e lei se ne andava via per terminare sfinita il suo arco in una irreversibile

    parabola… e io ero a lei una ignota maschera che sbirciava col trucco la sua voce illuminata come se a una quinta nerastra una parte avessero assegnata le parole e non a uno sfinito corpo che nella notte affidava la propria identità recidiva al suo – svanire!

    Antonio Sagredo

    Roma, 21 dicembre 2014,
    (tra l’ora quinta e la sesta)

  17. Caro Antonio Sagredo,
    semplificando un po’, direi che la poesia di Calandrone rientra
    1) nel tipo di costruzione del testo secondo l’asse sintagmatico (o della successione temporale);
    2) la tua poesia invece rientra nel tipo di testo costruito secondo un asse paradigmatico (l’asse delle equivalenze).

    La differenza è questa: nel caso della costruzione del testo secondo un asse sintagmatico, gli elementi del testo appaiono come segnali di certi codici o gruppi di codici (tendenze, generi, tipi di intreccio, versi, prosa) che già esistono nella coscienza di chi li percepisce. Nella poesia della CALANDRONE SI VERIFICA UN CONFLITTO TRA IL RITMO E IL METRO, tal che il ritmo tende a modificare il metro, e viceversa. E qui siamo pur sempre all’interno di un meccanismo ampiamente collaudato dalla tradizione stilistica del Novecento che il lettore colto ben conosce e può identificare.

    Nella tua poesia, invece, è in vigore prevalentemente un meccanismo de-automatizzante che agisce a livello di sistema; questo meccanismo de-automatizzante agisce prevalentemente sull’asse delle equivalenze e sull’asse delle parafasi e delle perifasi, cosicché interviene ad esempio una deformazione nella distribuzione funzionale degli aggettivi assemblati ai sostantivi (una deformazione semasiologica). In egual misura la deformazione tende ad agire sul ritmo e sul metro, operando così una ulteriore perturbazione dell’informazione che richiede al lettore un continuo adeguamento dei codici di decrittazione per stare al passo dei codici di esecuzione predisposti dall’autore. Infine, nella tua poesia si verifica anche una sempre maggiore divaricazione (non corrispondenza) tra il livello ritmico e quello fonologico. CON IL CHE, IL POVERO LETTORE è COSTRETTO AD INSEGUIRE LE VARIAZIONI INTRODOTTE MEDIANTE UN CONTINUO NUOVO APPRESTAMENTO DI NUOVI SUBCODICI INTERPRETATIVI. Va da sé che la decrittazione dei tuoi testi richiede al lettore un surplus di cognizioni e una attenzione spasmodica (e questo a prescindere dal livello estetico dei testi). Insomma, la tua poesia richiede un lettore attentissimo e preparato, però è vero anche il contrario, c’è un carico di responsabilità anche a carico dell’autore il quale non deve aggravare il pondus delle difficoltà interpretative con. agglutinazioni speciose e superflue dell’asse paradigmatico.

    Spero di essere stato chiaro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...