POESIE SCELTE di Salvatore Martino da Cinquant’anni di poesia (1962-2013) SUL TEMA DELL’AUTORITRATTO O DEL POETA E LO SPECCHIO O DELL’IDENTITA’

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È stato detto che l’autoritratto è il genere artistico egemone della nostra epoca, il più diffuso, ma anche il più problematico. Antonio Sagredo preferisce la dizione «Il poeta e lo specchio», ma lui intende lo specchio deformante, la figura che il poeta vede allo specchio è un Altro, ma è mediante l’immagine allo specchio che noi ci riconosciamo. Il problema dunque del «poeta e lo specchio» è quello della identità. Possiamo dire che una larghissima parte della attuale produzione letteraria del Novecento e contemporanea (romanzo e poesia) appartiene al genere dell’autoritratto, diretto o indiretto, consapevole o meno. È un genere per sua essenza altamente problematico perché ci pone in rapporto con l’Altro, perché nell’Autoritratto l’Io diventa l’Altro. Scrive Lévinas: «Il nostro rapporto col mondo, prima ancora di essere un rapporto con le cose, è un rapporto con l’Altro. È un rapporto prioritario che la tradizione metafisica occidentale ha occultato, cercando di assorbire e identificare l’altro a sé, spogliandolo della sua alterità».

Jacques Lacan afferma che lo scatto fotografico costituisce l’equivalente con cui il fotografo realizza e cattura la propria identità. Secondo Lacan, è proprio attraverso la pratica dell’autoscatto che un fotografo può giungere alla consapevolezza della propria identità. L’autoritratto però non è l’equivalente di un’esperienza allo specchio, è molto di più, è un gesto che ci porta fuori di noi  stessi, che ci costringe a fare i conti con il «mondo» e con l’Altro.

Mediante l’autoritratto ci vediamo dall’esterno, ci poniamo dal punto di vista di uno spettatore che osserva il ritratto, solo che quello spettatore siamo noi stessi. Osserviamo l’autoritratto, ci scrutiamo allo scopo di riconoscerci. Ma si tratta di una pratica innocente e puerile, in realtà è proprio mediante l’autoritratto che non ci riconosciamo del tutto nella figura rappresentata. E ci chiediamo stupiti: «ma quello lì, sono proprio io?». Nella misura in cui non ci riconosciamo del tutto, il ritratto sarà più vero. Oggi, grazie alla  tecnologia digitale siamo in grado di farci uno scatto e di rivederci immediatamente, ma non si tratta di un vero e proprio autoritratto, il selfie è un gioco rassicurante che porta al nostro riconoscimento, alla pacificazione con noi stessi. Attraverso il selfie ci sentiamo pacificati e protetti. Qui parliamo di altro, di autoritratto come costruzione della nostra identità, che è sempre una identità sociale, storica, temporale, stilistica. L’autoritratto è il mezzo artistico che ci rappresenta meglio di altri tra la verità e la menzogna, che ci rivela il codice del destino. I migliori autoritratti, quelli più veri, ci parlano d’altro piuttosto che di noi stessi, parlano esplicitamente di ciò che sta fuori di noi e del nostro rapporto con il mondo. Quanto più ci parlano di altro tanto più l’autoritratto sarà genuino, vero.

 

de chirico particolare

de chirico particolare

Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, a mezza strada tra Palermo e Agrigento, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma.

Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Nel 2015 esce l’Opera Completa del poeta in Cinquant’anni di poesia (1962-2013).

È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010  ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008 un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli

Salvatore Martino cinquantanni-di-poesia-1962-2013Da La tredicesima fatica 1980-1986

Riflesso nell’occhio giallo

Lui sta

nell’atroce sfidare la fortuna
l’inquinato potere dello specchio
la leggenda irripetibile
del gesto mai compiuto
superbo del patrimonio
che consegnarono gli avi
tutti venuti d’oltremare
il prezioso fatalismo degli arabi
la durezza degli uomini del nord
la mente speculativa del greco

Forse mi odia
ma so per certo che mi teme
cospira alla mia perdizione
Nell’angolo dove ci siamo confinati
talvolta può accadere un bacio
un addio una promessa

Mi hanno detto che nel sonno piange
ma non posso alleviare le sue pene
immaginargli un incubo diverso

Di un labirinto aperto in un crocicchio
lui solo pronuncia la parola
per evocare il filo dell’inganno

Avvolto nel mistero suo e dell’isola
discioglie la faccia
dentro la catena del silenzio

Chissà se mai potrò incontrarlo
per combaciargli o ucciderlo

.
Da Il guardiano dei cobra 1992.1996

Il prigioniero

E lui assente
da sé dalle cose
quasi un altro a ridere al suo posto
a dissertare a bere con gli amici
a guidare la macchina
confondere di un giorno il calendario
un altro a confutare l’idiozia delle stelle
i fiori che dissacrano il giardino
ostile alla misura comune
emarginato dalla stupidità
nel bozzolo che s’era costruito

Gli chiesero perché
ansiosi gli si fecero incontro
ma il suo sguardo attraversa i corpi
la disarmante lancia del sorriso

Lui assente
dalle foglie dall’aria
per divenire una leggenda un mito

Ch’egli possa remare
attorcigliato tra le canne
udire i passi invisibili del tempo
nella camera dove ogni incontro si dilata
complice di un rito
che lo apparenti ai numeri
alla soglia iniziatica dell’ombra
e il vento moltiplichi il suo nome
fino al brusio indistinto dell’eterno

salvatore martino

salvatore martino

Sempre nell’occhio giallo

Un colloquio s’attarda sulla scala
lungo una solitudine evocata
dal suo letto di piume

Da millenarie cisterne affiora l’ombra
il fratello che veglia nella stanza
da un numero periodico indicata
di corridoi e porte di emozioni

Mi aspetta solitario
con un singhiozzo lieve sulla bocca
sui muri della mia prigione
descrive intorno a me una folla
nel lungo esercizio del possibile

Rapace sentinella del mattino
compagno detestabile e sicuro
mi segue negli androni
ai margini di un prato
nel verde di una squallida panchina
lungo una balaustra
che non oso percorrere da solo
in un crocicchio che ho deciso d’ignorare

Si fondono talvolta i nostri passi
le strategie diventano comuni
uguale il dettato della sorte

M’impegna in questa lurida partita
io folgorata torre astuto alfiere
stralunata pedina
lui sordida regina pavido re
temibile cavallo
A volte gioco il nero
per confondere il bianco
nascondergli
la mossa prevedibile in agguato

-Non ti conosco
non ti ho mai incontrato
avverto il soffio dietro la mia nuca
ricordo la magia delle tue parole
il sortilegio per frantumare l’ansia-

Ho tramato congiure
nel sospetto dell’alba
e lui dorme tranquillo
nel fondo degli armadi
nel perfido giacere degli specchi
nel ballo senza suoni dei vestiti
insinua i denti sopra il mio cuscino
come un bambino si abbandona
al gelido abbraccio della libertà

Implacabile amico
servile custode dei miei sogni
mi aspetta in terra per lavarmi i piedi
dettarmi un rimprovero inatteso
un consiglio che non posso rispettare
Conversa con me di Calibano
di quella nave smarrita alla tempesta
del match di domenica a San Siro
del conto in banca che dobbiamo aprire
della fatale fedeltà di Oreste
dell’incubo acquattato nel risveglio

Manoscritto del mio incerto vagare

Quando la polvere salirà alla gola
e saremo il richiamo dove ristagna l’acqua
e l’intreccio sarà forse un ritorno
quando il colloquio diventerà una larva
e finalmente godremo del silenzio

– Guarda laggiù contro la tua finestra
il raggio esploso a combaciare la ferita

Sono saliti amici per la cena
faranno festa suoneranno per te
e tu ti sentirai rasserenato
e ti addormenterai contro il mio petto
e saranno verdissimi i tuoi sogni
e veglierai tranquillo il mio destino

Poiché tale è il letargo del mondo
che non può scalfirlo la nostra paura
gli incerti tentativi di corrompere il tempo
Il brusio attardatosi alla casa
come un evanescente laccio si dissolve
la trafitta lega delle maschere
precipita in platea –

– Sì ! Questo non era dopotutto un viaggio
non c’erano stazioni sulla carta
né spazio per saluti
sportelli dimenticati aperti
vagoni che s’incrociano
lungo nebbie di acciaio
semafori che lampeggiano il futuro
sale d’aspetto simili a prigioni

Il letto è intatto
Con la nostra figura disegnata
La minestra tiepida sul tavolo
Il bicchiere in frantumi sull’acquaio

Un vento secolare
quando hai aperto la finestra
e sei caduto
in questo itinerario irripetibile
che a niente ti conduce
perché non c’è mai stato
e tu non l’hai mai percorso
e forse non dovevi farlo

Nessuno ad attendere una lettera
che possa ridere di te
o servirti il caffè nel pomeriggio
Sei finalmente libero
in quella accettazione del vuoto
da noi sempre abitato –

– Vieni è solo la mia mano
o la tua?
Domani scelto il nero
muoverò all’attacco la Regina –

– L’Alfiere bianco
saprà come aspettarla –
salvatore martino copertina la fondazione di ninivo

Mi trovavo nel sogno in una barca con il mio fratello
e Guardiano C’erano anche dei compagni e un marinaio
Doveva essere un braccio di mare grigio e calmissimo del
nord simile a un lago senza sponde Io chiedevo notizie
sulla rotta ai compagni e al giovane nocchiero e il motivo
della fuga perché di fuga si trattava Ma non ottenevo
risposta Erano tutti morti E non provavo angoscia né
dolore solo un acuto senso di vertigine e vergogna per
loro che non avevano avuto la disperazione di resistere
Il mare cominciava a farsi denso Al posto dell’acqua mi
sembrava ci fosse un liquido vischioso una specie di olio
In preda a una violenta eccitazione presi a scuotere il
Guardiano sdraiato al mio fianco perché temevo che
quest’altro incidente potesse rallentare il precario avanzare
della barca Una caligine lattescente era caduta senza
bussola sarebbe stato impossibile orientarsi Ma quello
non rispose girò mostruosamente sul fianco rotolandomi
addosso all’infinito La sua faccia penentrava la mia
le braccia le cosce il suo sorriso m’invadevano il corpo in
una indescrivibile euforia e incominciai a cantare a voce
altissima a ridere a sognare e non ci fu più fuga né barca
né compagni soltanto e sconfinata una distesa bianca

salvatore martino 2

Da Libro della cancellazione 1996-2004

E lotteranno sempre
l’Angelo-dèmone e il bambino

Il racconto
e la folgore autunnale
le favole ascoltate da bambino
attraverso le scale
nell’antro della carbonaia
dove terrori ignoti si nascondono
come nell’altra stanza
di legna accatastata

Incominciai allora
a frequentare gli inferi
il discorso con l’Altro
che affonda nel fianco
il suo pugnale

Ma il bambino che veglia
la mia sorte
cerco di custodirlo
di lasciarlo gridare

Quando terminerà questo colloquio
forse sarò nessuno
sarò tutti
certamente qualcosa che non muore

.
Autoritratto non finito

Questa maturità che oggi mi tiene
non ha trovato quello che cercava
il sogno liberato dall’angoscia
la parola di luce

Chissà se all’ultima fermata
incontrerò i frammenti del mio specchio
come in un gioco assurdo ricomposti
e avranno finalmente la mia faccia

Preghiera al limitar dell’alba

Salito a deturpare
con la luce l’inganno
astro che ragiona della notte
la magia del rimpianto
quella solare della cancellazione

Il dio non parla
nell’ambigua dimora
ogni vendetta sua è una speranza
ogni mia ribellione un obbedire

Treccia di neve liquefatta
mi chiami dall’oracolo perduto
a quale segno mi trascini?
Come vanificare il tradimento?

Vuoto artificio
che soccorri i naufraghi
astro gelato dei mattini
crocifero dell’ansia
col tuo mantello celi la paura
nella voce sicura fioriscono
tutti i tradimenti

Quando potremo sconfinare il mito
e consacrare al vento la saliva
come una cantilena di silenzi?

Vieni a confondere le menti
dèmone bianco
a circondare i passi dell’uscita

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

La moneta di ferro

Angelo dell’inizio e della fine
segreto mormorio del mio destino
sorvegli il respiro della casa
ogni mio movimento familiare

Come un serpente
scivolato all’alba
o nell’ora più atroce
prima dell’ultimo duello
tra la notte e il mattino
prepari l’imboscata

Indovino i tuoi trucchi
i sortilegi
l’ombra evocata dallo specchio
Del mio corpo e dell’anima
conosci ogni dettaglio
della mente
Ma io non ignoro
il tuo tremore
io come te la vedo l’avventura
che percorriamo insieme
in questo letamaio

Dèmone bianco
che baci il mio cuscino
quasi assetati di vergogna
senza una lira in tasca
in questo viaggio
dimenticammo l’armatura
in un campo di ortiche
e stranamente i cavalli
erano uno

Portami sulle spalle all’altra riva
un rosso fazzoletto di saluto
l’occhio giallo perduto nell’addio

Non puoi non farlo

Neri cespugli coprono
il teatro in rovina
la maschera lasciata in camerino
il pane raffermo sulla tavola
la minestra gelata nell’acquaio
Perfetta si chiude la moneta
in entrambe le facce

Anch’io ti porterò
ai campi di narcisi in fiore
che l’isola nostra ha custodito
laggiù saremo
una bianca risacca
una canzone
un’alga perduta nella spuma

.
Sinfonia n° 6 in si minore
quella sera “Patetica”

Se lasci una fessura
incisa da una punta di coltello
e un barlume di seta
una speranza
l’occhio dell’Altro
prepara l’imboscata

Ricordo la sera di un concerto
quando un’ultima volta
gli archi intonano quel tema
per consegnarlo poi ai soli bassi
un patetico invito mi raggela
lo sguardo lucido dell’Altro
come un avvertimento
implacabile e dolce
mi spia dalla fessura

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8 commenti

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8 risposte a “POESIE SCELTE di Salvatore Martino da Cinquant’anni di poesia (1962-2013) SUL TEMA DELL’AUTORITRATTO O DEL POETA E LO SPECCHIO O DELL’IDENTITA’

  1. Ho già scritto altrove che nella poesia di Salvatore Martino un ruolo primario lo svolge la latitudine, è la latitudine che detta le tematiche e i modi essendi della sua poesia. L’allucinazione e il sogno formano l’orizzonte di senso entro il quale la poesia di Martino si muove, così poco realistica da essere stata per lungo tempo equivocata come poesia del sogno o onirica. Le poesie scelte dall’autore fanno parte delle due raccolte della maturità: Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004). Già i titoli dei libri sono onirici e indicano bene il loro contenuto, lo svolgimento dei temi è narrativo e argomentativo, segue sempre un ordine razionale degli eventi, se eventi possiamo chiamare queste tematiche, ma è paradossale che le tematiche si rivelano, a lettura ultimata, nel loro risvolto di significato, appunto, delle allucinazioni, che ci dicono molto di più di quanto ci direbbe un trattamento realistico-restaurativo delle medesime. In Martino non c’è un atteggiamento elegiaco o restaurativo, la sua ricerca è sempre proiettata verso l’ignoto e il futuro…

  2. Chissà se mai potrò incontrarlo
    per combaciargli o ucciderlo

    un uomo e il tormentato rapporto col suo doppio. Apprezzo questo autore e la sua poesia.

  3. “lo sguardo lucido dell’Altro
    come un avvertimento
    implacabile e dolce
    mi spia dalla fessura”.

    Chi conosce o riconosce la presenza dell’Altro sa per esperienza quanto sia “implacabile e dolce” il suo sguardo, il suo avvertimento, il suo invito. E’ un essere mostruoso e morbosamente affascinante, una presenza sofferta e desiderata, o almeno attesa per consuetudine.
    Nella poesia di Salvatore Martino, sempre ben scritta da ogni punto di vista, almeno per il mio gusto, l’irreale è tema prevalente del “poiein” in forma di allucinazione, di sogno, di percezione illusoria, di impressione fallace, di immagine ingannevole. Il mio totale apprezzamento è sicuro.

    Giorgina Busca Gernetti

    • Salvatore Martino

      Carissima Giorgina, oso chiamarla soltanto con il Nome, le sue parole mi insinuano al profondo pugnali di luce, nel convincimento che tutto non è poi inutile, che un dialogo poetico può sempre trascorrere tra due individui che si conoscono soltanto attraverso parole incise in un blog. Grazie. Salvatore Martino

      • Carissimo Salvatore,
        osa, osa pure anche il “tu”.
        Belle metafore: “pugnali di luce”, “parole incise”.
        Ti ringrazio e sono felice che il filo sottile non si sia spezzato e la voce, lontana nello spazio e nel tempo, non si sia spenta.
        Grazie
        Giorgina BG

  4. londadeltempo

    Caro Salvatore,

    la tua poesia non è soltanto autobiografica perché lo specchio dove ti guardi è multiprismatico e riflette , insieme a te, tutte le possibili sfaccettature di un mondo surreale e reale ad un tempo, dove si attinge alla profondità e si naviga nelle altitudini del pensiero-sogno immateriale: alto e basso finiscono per coincidere nella tessitura di anima e corpo, sogni, intuiizioni metafisiche, deliri illuminanti. Passato e futuro s’ intrecciano nel presente attualissimo di una sofferenza che, vissuta in totale accettazione, finisce per accogliere tutto il genere umano trasformandosi in visione poetica… In te, Salvatore, l’Angelo e il bambino lottano non per distruggere, ma per costruire insieme a te le fondamenta del tuo destino di poeta…così l’ombra si lascia abbracciare dalla luce, la luce dall’ombra, dando spessore a tutto quello che tu tocchi con la parola, mentre la musica si dissolve nei versi e i versi nella musica e l’anima innalza il suo canto in totale libertà..

    E lotteranno sempre
    l’Angelo-dèmone e il bambino

    Il racconto
    e la folgore autunnale
    le favole ascoltate da bambino
    attraverso le scale
    nell’antro della carbonaia
    dove terrori ignoti si nascondono
    come nell’altra stanza
    di legna accatastata

    Incominciai allora
    a frequentare gli inferi
    il discorso con l’Altro
    che affonda nel fianco
    il suo pugnale

    Ma il bambino che veglia
    la mia sorte
    cerco di custodirlo
    di lasciarlo gridare

    Quando terminerà questo colloquio
    forse sarò nessuno
    sarò tutti
    certamente qualcosa che non muore
    (Da Libro della cancellazione 1996-2004)

    E ancora l’abbraccio al mondo, alla natura e alla Bellezza
    che certo, grazie ai poeti come Salvatore Martino, salverà il mondo che,
    a sua volta, salverà la Bellezza il respiro, la luce delle “cose”che popolano
    questo pianeta:

    Angelo dell’inizio e della fine
    segreto mormorio del mio destino
    sorvegli il respiro della casa
    ogni mio movimento familiare

    Come un serpente
    scivolato all’alba
    o nell’ora più atroce
    prima dell’ultimo duello
    tra la notte e il mattino
    prepari l’imboscata…
    …………….
    Non puoi non farlo

    Neri cespugli coprono
    il teatro in rovina
    la maschera lasciata in camerino
    il pane raffermo sulla tavola
    la minestra gelata nell’acquaio
    Perfetta si chiude la moneta
    in entrambe le facce

    Anch’io ti porterò
    ai campi di narcisi in fiore
    che l’isola nostra ha custodito
    laggiù saremo
    una bianca risacca
    una canzone
    un’alga perduta nella spuma.

    Qui la purezza della voce poetca dice tutto con limpidi
    accenni e ci fa sognare una realtà invisibile
    ma intimamente legata ad un modo di vedere che va oltre
    quello che si vede, anzi che proprio perchè invisibile
    è metafisicamente reale: Grazie, Salvatore, di averci
    ricordato che la nostra storia è molto più legata al mito
    originario che non ai falsi miti di un oggi sbiadito e reso
    privo di significato dal pensiero unico dominante.

    Mariella

  5. Salvatore Martino

    Non posso che abbracciarti dolcissima Mariella per la tua analisi approfondita, appassionata,, chiara , limpida , assolutamente accostata ai testi di queste pagine. La tua semplicità del dettato, semplicità raggiunta, è una risposta eloquente a quanti scrivono usando paroloni,terminologie stravaganti, impressioni pensier ie immagini presi a prestito da altri autori. In questa domenica di un dicembre, che non vuole diventare inverno, le tue parole mi infondono coraggio e felicità in questo cammino così precario che noi poeti dobbiamo quotidianamente affrontare.

  6. david pierini

    DECALOGO DEL POETA

    I
    La poesia ha il potere di impressionare, di colpire al cuore, di illuminare a giorno…è la via privilegiata per avventurarsi nel mistero e sconfinare nella verità.

    II
    La poesia non può lanciarsi verso cieli irraggiungibili senza perdere la propria identità e partorire la sua esasperazione.

    III
    La poesia è un evento prodigioso nell’universo del poeta tanto più raro quanto più prezioso, i poeti che collezionano trofei sono clandestini nel suo regno e usurpatori del suo trono.

    IV
    La poesia è fuga dalla realtà che spinge verso la dannazione eterna finché non diventa ricerca della verità e spalanca la via della salvezza.

    V
    Quanta poesia svanisce nel nulla dopo un attimo d’effervescenza! Si dia scheletro al pensiero, corpo allo scritto perché morda la realtà e renda carne il sogno.

    VI
    E’ la poesia ogni volta a destare il poeta e non viceversa, così quando la poesia tace il poeta dorma perché scrivere è un peccato mortale quando non si ha nulla da dire.

    VII
    Ci sono poeti che scrivono quello che vivono e poeti che scrivono quello che sognano. I primi volano, i secondi camminano.

    VIII
    La poesia è una truffa e il poeta uno sciacallo quando s’avventa sulle rovine d’una tragedia e per la sua gloria ne trafuga il pianto.

    IX
    Il poeta non ha il compito di portare pochi eletti sulla vetta ad ammirare il panorama, ma il popolo in piazza a percepire il fremito della creazione.

    X
    Il poeta è un servo della parola! Del verbo che esce dalla sua bocca ne vivisezioni ogni frammento perché destinato ad esplodere nei cuori con la sua luce rivelatrice.

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