OTTO POESIE SCELTE di Elia Malagò  da Golena (2014) “Acufeni”, “Prova d’orchestra – acufeni”, “Abisso”, “Paura”, “La sorte”, “Non vorrei”, “Ordito”

Enrico Baj I funerali del'anarchico Pinelli

Enrico Baj I funerali del’anarchico Pinelli

 Elia Malagò è nata a Felonica (Mn) nel 1948, abita a Mantova da più di vent’anni, dopo altrettanti trascorsi a Bologna. Ha collaborato dagli esordi con la Forum Quinta generazione, curandone le pubblicazioni fino alla chiusura nel “95. Promuove attività legate alla lettura e alla scrittura.

Saggistica:

Le cadenze della memoria – il mito presso i popoli primitivi, Signorelli, 1982. Con Gianluca Prosperi ha curato l’antologia Care donne (Quinta generazione, Forlì,1980) e la riedizione di Forse un viso tra mille di Umberto Bellintani (Passigli, 2014)

Prosa:

Dieci racconti – gente del fiume (Q/G,1968); La casa grande (Q/G, 1975); Pirata dentro (Q/G, 1985); L’ombra ripresa (Sabatelli, 88, 1 ed.; Tre lune, 1999, 2 ed.)

Poesia:

Ci dev’essere un posto (Città di Vita, 1967); Saranno gli altri a testimoniare (Q/G, 1968); I discorsi di sempre (Q/G, 1970); Una carta di re a cavallo (Città di Vita, 1971); Di un’impossibile maturità (Q/G, 1975); Buffa sonagliera (Q/G, 1978); pita pitela (Q/G,1982); Maree (Q/G, 1986); Soprav(v)ento (Gazebo, Firenze 1996); Incauta solitudine (Passigli, 2010); L’orto dei semplici (2010-2011) (Associazione culturale “La luna”, FM, 2012), Golena (Lietocolle, dicembre 2014)

da Golena (LietoColle, dicembre 2014) pp. 60 € 13

«La golena è quella striscia di terra tra un arginello di contenimento di Po – che è sempre letto suo – e l’argine maestro, quello che difende i nostri paesi della bassa-bassa dall’acqua che è più alta delle case. Paesi benedettini e matildici fino alle bocche del Polesine che inizia all’altezza di casa mia, “di là dalle acque”. Lì si coltivano filari di pioppi e c’erano case per lo più bovarili. Dopo l’alluvione del ’51, che è il primo ricordo della mia infanzia, dalla golena siamo usciti, riconoscendola terra di Po e le casse sono diventate negli anni casematte. Che hanno accolto le nostre incursioni di bambini e adolescenti. Ecco tutto quello che c’è da sapere del luogo.

Le parole sono del 2012 e sono il diario di un dolore; le interrompe il terremoto del 20 maggio».

(Elia Malagò)

dall’intervista a Elia Malagò su “Golena” il Po e le sue storie – Gazzetta di Mantova
Abbiamo rivolto a Elia Malagò alcune domande partendo proprio dal titolo del libro, che sembra rievocare la precarietà che viviamo oggi. Cosa rappresenta per lei la golena?

Beh, la golena è la poesia stessa. La golena è un non luogo nel senso che è tanti luoghi. Non appartiene a nessuno, è una terra di tutti; una riserva di senso. Possiamo anche dire che la golena è il liquido amniotico, il ventre materno e che la fisicità gioca un ruolo importante in queste sue nuove poesie? Sì, perché volevo dire non del dolore in sé, ma dell’incontro con il dolore. La poesia parte dall’ un’esperienza chiave del corpo perchè anche il dolore psicologico, il lutto passano attraverso la fisicità. Per questo, per esempio, parlo di acufeni, i fastidiosi ronzii delle orecchie che però danno voce a delle cose che hai dentro e che cercano le parole per uscire allo scoperto. E poi c’è il cuore, questo strano muscolo che spesso dimentichiamo essere di lato, non al centro del petto. Così capita, quando crediamo di essere o avere qualcuno nel cuore, di dimenticare che siamo pur sempre di lato nella vita altrui.

[…] in questo caso la poesia si è come imposta. Golena ha la misura del passo, del cammino. E al contrario di quello che si può pensare non sono i passi che percorrono la golena o gli argini di Felonica, di casa mia. Ma è il passo della quotidianità, delle strade di città. Ed è il ritmo del passo, il passo stesso che tira su le parole. Non ho dovuto cercare le parole, sono venute lungo il cammino verso l’edicola, il bar, la libreria, il supermercato. Per questo Golena ha un passo narrativo e una sorta di pensiero unico… Questa raccolta, infatti, è nata come un pensare senza soluzione di continuità. C’è un discorso unitario e non ho dovuto lavorare per organizzare l’ordine delle poesie, sono andate a posto quasi da sole. “Che la memoria sia questo tornare a casa / a ogni giro di boa / per riempire il paniere di nomi?”: le origini, il passato, le radici, la terra, la sacralità del grande fiume sono temi centrali nelle poesie eppure Golena ha uno sguardo lucido e preciso sul presente e un occhio quasi profetico sul futuro…

.

giorgio de chirico cavalli

giorgio de chirico cavalli

Acufeni

Ci sono domeniche di nebbia
a caligine che scende sulla bassa come fosse un pianoro
docile e bagnata
slavina le ore e le condensa tra le tredici e
quel che resta di luce
la bolla d’aria che sospesa nella testa
ti naviga dentro e intorno

ti accorgi dopo
che non se ne va più.

.
Prova d’orchestra – acufeni

Tam tam da merli passeri e tortorine ormai stanziali tam
tamme tamm-e-tam l’invasione che oscura il cielo
più rapida sul pelo dell’acqua
l’onda meticcia che storna
per la sosta al crocevia
nel conto alla rovescia
del semaforo sospeso al cambio di luce

( il verde inceppato sul giallo
balbetta salta un tempo
sospende il passo e
il cuore
a precipizio nella cappa di un vecchio camino)
…..
L’ho avvertito per caso
su uno shampoo rapido senza i tempi del grigio a erodere il bianco
sottile e ispido al tatto – ma cosa vuoi mai confondere
ho sentito il cane rapido dal cortile :
ma dove siete chè il tempo è finito
ancora salvare le vostre vite di riporto
non questa volta. –

Di nascosto sberciata la squadra già in volo
l’assetto dell’ala larga a stringere il cuneo in capo
il tamburo in tre tempi
sul fil di lana

prima del sibilo della caduta
nel silenzio sospeso di un tempo che non scorre
e non si lascia contare.

Gli acufeni sono i ronzii della terra
che ti naviga in testa
si prende tendini e cuffia
dirige la pancia e lascia aperta la valvola
a metà del turgore
fetori e sazietà.

L’acufene è il piano segreto che smorza l’incanto e
si piazza a due passi dal rìo sul bordo di un incontro.
Non c’è amico che tenga.
La testa s’impalla e il cuore a lato
farnetica.

L’acufene raddoppia chè le orecchie
son eco. Pietra di tufo e argilla
come pane senza lievito.

Vai dove sai che non devi
Elia Malagò Golena copertina

abisso

Mi sono persa che ormai avevo intravisto
un attracco come quando mi sono annegata

adesso gli esperti in assalto diranno che
non succede così e colì
le anomalìe colà e le corde in secca cosà
le celle fotografiche hanno catturato
un girino e la sciarpa anche la mano
in tasca un anello

i cani pazienti quasi in diretta scandagliano zolle
e onde anche i bidoni del rusco
mi sono persa
mi hanno persa a due passi
dalla buca delle lettere a due passi
di un’onda fratta a un passo da me

a un passo da me
che fissavo un girino
smarrito

.
Non vorrei

riavvolgere il nastro

riprendermi imparata la strada
tra belvederi a contare gli anelli
delle colline oltre la spianata
di una pianura sprofondata sotto il mare
ogni tanto sotto un campanile senza l’ombra
di silenzio e nudità
che mi trafigge in un faccia a vista di mattoni inchiavardati
una carezza muta di lunghe estati
assolate e ruvide

Né seguire questa cavedagna di xanax
slargarla puntandola dritta al cielo
per una tregua

Il tempo che stana il segreto
è un fucile sparato di zolfo giallastro
un’aura che secca cade a terra e solleva la polvere

giorgio de chirico I cavalli di Diomede serigrafia

giorgio de chirico I cavalli di Diomede serigrafia

paura

la paura è una fissità dell’occhio
che s’inceppa e non c’è lanterna che regali
frequenze basse
si resta fissi sulla retina di un robot che gira sotto e dal basso

di lato senti che il nervo bloccato
non si arrende al comando e neanche all’amore
immobile,
piuttosto che aprire
lascia spegnere l’iride
e il suo firmamento

ti manda all’inferno finalmente

.
la sorte

venire al mondo al centro o di lato
è una questione di barre in cielo distrazioni
di stelle e magneti a braccio di ferro
ali di farfalle pelose e qualche cavalletta
con zampe d’acciaio a fusione rapida.

Qui o là è un capriccio che mette radici
da inaffiare notte e giorno di sale e fiele
prima che cerchino argini e, in dote, la nebbia. Forte e
densa come una colata d’altoforno, nutre viole
e regala una margherita parpagliona
puzzolente e chiara.
Basta non sfogliarla chè tanto non ti ama –

del resto
perché mai dovrebbe.

.
Ordito
(deux et deux quatre/ quatre et quatre huit/ huit et huit font seize../Répétez! dit le maitre)

Alla fine
dove anche le virgole sono aria che si arena
tra le corde

impari che non si impara per tutto il tempo
passato a disfare e tenere a mente il passaggio
e lo scarto
i fili nuovi s’ingarbugliano appena più in là

quel che c’è da sapere lo sai la prima volta che anneghi

mai che riconosca l’onda
né la vecchia rubilia a segnale

.
dalla aletta interna della copertina

.
perché
ci sono giorni che devi tornare a casa
anche se la tua è salnitro tra calce e malta

sono i richiami che ti fanno tornare
perché non c’è altrove

controvento a braccia aperte fino
a che tiene il laccetto delle scarpe ballerine

basta conservare nella tasca interna, a lato del cuore,
le tre monete e una melagrana secca

come da bambini quando s’andava
sotto l’argine a piangere insieme

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6 commenti

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6 risposte a “OTTO POESIE SCELTE di Elia Malagò  da Golena (2014) “Acufeni”, “Prova d’orchestra – acufeni”, “Abisso”, “Paura”, “La sorte”, “Non vorrei”, “Ordito”

  1. Che cos’è l’acufene? Riprendo da Wikipedia:

    «Un acufene (tinnitus in lingua latina ed inglese), in medicina, è un disturbo uditivo costituito da rumori (come fischi, ronzii, fruscii, pulsazioni ecc.) che l’orecchio percepisce come fastidiosi a tal punto da influire sulla qualità della vita del soggetto che ne è affetto.
    Esso non è classificabile come una malattia, ma è piuttosto una condizione che può derivare da una vasta pluralità di cause. Tra di esse si possono includere: danni neurologici (ad esempio dovuti a sclerosi multipla), infezioni dell’orecchio, stress ossidativo, stress emotivo, presenza di corpi estranei nell’orecchio, allergie nasali che impediscono (o inducono) il drenaggio dei fluidi, accumulo di cerume e l’esposizione a suoni di elevato volume. La sospensione dell’assunzione di benzodiazepine può essere anch’essa una causa. L’acufene può essere un accompagnamento della perdita dell’udito neurosensoriale o una conseguenza della perdita dell’udito congenita, oppure può essere anche un effetto collaterale di alcuni farmaci (acufene ototossico).
    L’acufene è solitamente un fenomeno soggettivo, tale da non poter essere misurato oggettivamente. La condizione è spesso valutata clinicamente su una semplice scala da “lieve” a “catastrofico” in base agli effetti che esso comporta, come ad esempio l’interferenza con il sonno e sulle normali attività quotidiane.
    Se viene individuata una causa di fondo, il suo trattamento può portare a miglioramenti. In caso contrario, in genere si ricorre alla psicoterapia. Al 2013, non vi sono farmaci efficaci. La condizione è frequente, con una prevalenza che si attesta tra il circa 10% ÷ 15% delle persone, la cui maggioranza dimostra di tollerarla bene, dimostrandosi un problema significativo solo nel 1-2% degli individui».

    La poesia di Elia Malagò si pone come una sorta di traslazione tra i rumori degli eventi catastrofici quali inondazioni di fiumi etc e l’apparato uditivo mentale che recepisce quei rumori e li traduce in dolore; la poesia nasce dal ricordo traumatico dei rumori alluvionali, una specie di fotografia fatta in parole degli eventi acufenici, e quindi un dolore che diventa parole…

  2. Più che acufeni starei sulla golena. E starei sulla pianura alluvionale che è madre benigna e maligna di questo splendido e riuscito tentativo di porre poesia. Non conoscevo Malagò andrò a leggerne ancora.

  3. Ho scoperto la poesia di Elia Malagò per caso, avendo tra le mani la plaquette “L’orto dei semplici” (2012), e già il titolo insolito e contro la corrente del buon pessimo gusto dei giorni nostri, mi convinse ad aprire la plaquette e leggervi dentro. Rimasi subito colpito dal taglio forte, sicuro della sua dizione, l’impiego del verso perfettamente personalizzato sui bisogni espressivi dell’autrice, il lessico sospeso tra il massimo di concretezza e il massimo di astrazione consentita, le pause all’interno del verso che la punteggiatura sobria lasciava al lettore, la capacità di cambiare registro improvvisamente, con dei salti logici mai gratuiti né forzati; insomma mi convinsi che l’autrice era di indubbio valore, e così le ho chiesto queste ulteriori poesie tratte dal volumetto “Golena” che mi parevano esemplificative del suo modo di fare poesia, modo antico, il modo del buon fabbro e del buon falegname, dove senti quasi le mani che hanno piallato il legno delle parole e l’odore dei trucioli, il sapore denso della falegnameria.. C’è nella Malagò un elemento che vorrei sottolineare e che apprezzo molto quando leggo poesia: la capacità di tenere la versificazione sotto compressione, sotto vuoto, la capacità di metterla in una scatola stretta e di ascoltarne il rumore (il rumore delle parole) finita la lettura. Ecco, io sono convinto che un buon testo di poesia si rivela a lettura finita, dalla sua capacità di dire al lettore più cose di quante ne siano state scritte. E la poesia della Malagò è senz’altro una poesia che suggerisce più cose, spesso discordanti, al lettore…

  4. Lucia Gaddo Zanovello

    Quello che mi affascina di questa Autrice è il suo modo singolare di descrivere l’indescrivibile: la nebbia della bassa che permea fino all’anima cose e persone e “che slavina le ore e le condensa tra le tredici e/ quel che resta di luce”; il tam tam dei richiami orchestrati fra stormi da uccelli stanziali e non, con i loro vai e vieni sonori e di ali, quasi lo smistamento avvenisse al ritmo delle luci di misteriosi semafori: “…l’invasione che oscura il cielo/ più rapida sul pelo dell’acqua/ l’onda meticcia che storna/ per la sosta al crocevia/ nel conto alla rovescia/ del semaforo sospeso al cambio di luce”; l’avvertimento che improvvisamente sembra dare il cane in cortile ‘alle nostre vite da riporto’ e cioè che stavolta non ci potrà salvare, che il nostro tempo è finito e la caduta avviene in un sibilo “nel silenzio sospeso di un tempo che non scorre/ e non si lascia contare.”
    Riflettendo, forse intorno alla propria fragilità, la poetessa ammette: “Mi sono persa che ormai avevo intravisto/ un attracco come quando mi sono annegata” e sostiene: “ la paura è una fissità dell’occhio/ che s’inceppa… piuttosto che aprire/ lascia spegnere l’iride/ e il suo firmamento”.
    In conclusione, proprio quando la vita pare un vano cercare: “Alla fine/ dove anche le virgole sono aria che si arena/ tra le corde/ impari che non si impara per tutto il tempo”, si capisce che “quel che c’è da sapere lo sai la prima volta che anneghi” e fa quasi un po’ rabbia che mai si sappiano riconoscere “l’onda/ né la vecchia rubilia a segnale”.

  5. Chi soffre di acufeni (rumori uditivi continui, senza sosta e senza cure definitive, con differenti intensità e tipicità di “rumori”) e chi assume xanax ha tutta la mia solidarietà.
    La golena o banchina è una terra di mezzo “e regala una margherita parpagliona puzzolente e chiara.
    Basta non sfogliarla chè tanto non ti ama – ”

    GP

  6. “Cavedagna di xanax” a parte, esclusi gli “acufeni” (preferirei i tintinnìi, persino i sibili e i ronzii), in queste poesie di Elia Malagò apprezzo l’evocazione della pianura sommersa dalla nebbia che ben conosco, perché è propria della mia città di nascita e di tutta la Bassa Padana.
    Anche la golena esercita un fascino particolare su chi vi è nato e cresciuto accanto o vi ritorna dopo lungo tempo. Golena madre e matrigna.
    E’ un non luogo per natura poiché non appartiene a nessuno degli uomini che incautamente vi costruiscono case o vi coltivano frumento (“Il mulino del Po” di Bacchelli); solo i pioppi possono essere piantumati nelle celebri “boschine” quasi immerse nell’acqua limacciosa. Quando il Po è in secca le boschine sono luoghi di passeggio e di amori fugaci, ma quando il Po si gonfia ed esonda i pioppi si piegano come canne e lasciano emergere dall’acqua vorticosa solo le chiome lucenti. Poi torna la calma.
    La golena, tra l’argine maggiore e il piccolo argine, è terra precaria, evanescente, affidata solo alla collera o alla calma del Po. Quando le acque si ritirano dopo l’inondazione, delle case costruite sul terreno golenale restano gli scheletri, vere e proprie casematte in cui i ragazzi vanno a giuocare.
    Talvolta spuntano dall’acqua solo il campanile della chiesa e qualche tetto diruto, se gli uomini avidi e incauti hanno invaso le terre del Po con le loro costruzioni, dimenticando che il Pater Padus, quando vuole, se le riprende seminando devastazione.
    Delicate le figure dei bimbi che vanno a piangere insieme sotto l’argine: “basta conservare nella tasca interna, a lato del cuore, / le tre monete e una melagrana secca.

    Giorgina Busca Gernetti
    .

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