POESIE EROTICHE SCELTE di Letizia Leone da Confetti  sporchi (2013) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Siamo alle docce

Siamo alle docce

Letizia Leone è nata a Roma. Si è laureata in Lettere all’università  “La Sapienza” con una tesi sulla memorialistica trecentesca e ha successivamente conseguito il perfezionamento in Linguistica con il prof. Raffaele Simone. Agli studi umanistici  ha affiancato lo studio musicale. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF organizzando corsi multidisciplinari di Educazione allo Sviluppo presso l’Università “La Sapienza”.

Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi (2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; è presente con dieci poesie nella Antologia di poesia contemporanea Come è finita la guerra di Troia nono ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Progetto Cultura, 2016)

Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (Perrone 2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da camera (Versi erotici delle maggiori poetesse italiane), Perrone Editore, 2012. Collabora con numerose riviste letterarie e organizza  laboratori di lettura e scrittura poetica.

Letizia Leone in recita

Letizia Leone in recita

Commento di Giorgio Linguaglossa

Direi che la poesia erotica di Letizia Leone è stata abbondantemente  inzuppata nelle acque lutulente e inquinate del Tevere. Della cristianità direi che ha conservato ben poco, per fortuna;  poesia immersa in un erotismo pagano, claudicante ed effimero, che va per fiammate improvvise e improvvide. L’inopportunità, la «parola inopportuna» per dirla con Bachtin, è il sigillo principe della poesia erotica moderna, da Giorgio Baffo in poi fino a Letizia Leone, è la parola che non ha riguardo per il bon ton dell’epoca della stagnazione, con tanto di pornografia gratis per tutti i gusti e la normalizzazione erotica di comunione e liberazione, la parola che si pone come incrocio  tra la visività dello sguardo erotico e la temporalità di chi percorre il tragitto dell’eros. Quello che fa la Leone è una poesia che procede per analogie fisiche e psichiche, che va per avvicinamenti e per deviazioni, per sottrazioni, per scantonamenti dalla parola diretta, per strappi metaforici; insomma la Leone fa qui un discorso diretto e indiretto, avvolgente e assertorio, si accinge alla zuffa dell’eros e la evita, saggiamente, va per approssimazioni, per la via più lunga sapendo bene che quella più breve va spesso a finire nel vicolo cieco della significazione codificata, insomma catulleggia se c’è da catulleggiare e filosofeggia se c’è da filosofare. Se la poesia, diciamo normale, si basa su una architettura invisibile, la poesia erotica deve ricercare l’ordine nel disordine dei sensi e delle parole che designano i sensi sconvolti. La metafora nella poesia erotica, di cui c’è già nel titolo un chiaro riferimento: i «confetti sporchi», deve essere invece estremamente chiara e allusiva insieme, sta qui la difficoltà del fare poesia erotica; inoltre, deve indicare l’assenza del corpo desiderato per evocarne la presenza, e sta qui un’altra perigliosa difficoltà, e deve indicare la presenza laddove invece si cela una assenza. Insomma, una procedura davvero complicata per la quale occorre un magistero stilistico che l’autrice padroneggia; il tutto dell’eros non va mai detto ma fatto intravvedere e immaginare al lettore per scorci e per affondi. Ed ecco che Letizia Leone procede per suggestioni e per immediatezze estremamente elaborate e mediate, miscelate con i ricordi di Catullo e Kavafis e un pizzico di ironisme:

Tacchi a spillo da guerra
per comprarti al mercato degli schiavi
e poi la corda cruda per tenerti legato
gioiello povero
come può esserlo il diamante.

Eros modernissimo, modernismo erotico; qui il sacro è assente (o quasi) c’è quasi la nostalgia del sacro se non fosse per quella ironia, quel crepitare di immagini che serpeggia ed aleggia in ogni componimento.

Letizia Leone, Confetti sporchi, Lepisma_Nuovo 2da Confetti sporchi Lepisma, 2013  pp. 82 € 13

I

Come
certe troie felliniane
così fedeli alle cadute

sulle pareti scrostate
aggrappandosi ai sudori
con le ali turgide e appiccicose
ai finestrini.

Gli scompartimenti pieni
la toilette occupata
noi missionari
con le bocche robuste dei vizi
e non è un film per soli
adulti,
finché il lago rotto di una grazia
dilava tregua
vicino al cuore.

Tutti i polpastrelli rosi dalle carezze
al pietrame.

III

Baccante ebbra
hai già sbranato l’Orfeo dei sogni
e seppellito i santi
in quel terreno arso
-il tuo mercato rosso sul marciapiede
per turisti-

ora hai un uomo davanti
un palato di vino
organi puri del sesso
ubriachi anche loro
ma è qui che crescono i fiori
volgari
tra i rintocchi
di chi brama l’ultimo avvento

e fa le prove del piacere

spostare un po’ la percezione
l’esperimento.
È la sazietà delle statue.

La biancheria alberghiera
al largo: bandiere
mutande tacchi giarrettiere
souvenir da circo
per la tua evoluzione animale.

.

<Ohibò la testa è nell'oblò

Ohibò la testa è nell’oblò

VII

Tutto di nascosto
la libidine che cova nelle botteghe
dell’usura:
sfioramenti
soprassalti, spasimi
sottochiave.
Uno spettro è sparito dalle camere
e dalle panchine
sbocca in una lussuria assira:
tu Semiramide annoiata
una notte in più
di carezze inferiori.
L’eternità in un’ora.

.
XI

Un po’ di rossetto sulla lingua
già infuocata
dall’esplorazione.

Zone divaricate
zone in costruzione
sotto la tua bocca
ordigno che ustiona
ad altezza di ventre
se l’andatura è inversa
è accoglienza della bestia, di spiriti
cacciati rifiutati

questo deforme amore ha solo sbagliato
cielo, ha sragionato
con le mani aperte, nere
sui seni
lui il demonio mi ha radicato
al corpo, sia benedetto
e santo se cura l’apatia.

Non è solo un organo
questa beatitudine ad orologeria.

Letizia Leone in recita

Letizia Leone in recita

XIII

…mi volevo mettere un tacco
da grattacielo
e invece rasoterra
voglio andarmene via…
(Vito Riviello)

Tutta la sera
ti ho barcollato al collo
sulla spilla di un tacco dodici
sulla suola che mi arpionava il pollice
“sono ubriaca
o sono la balena? E tu Achab
mio capitano!”

Cretina vieni a casa
sono quindici anni che ci amiamo.

.
XVI

Cercansi
amori osceni, ripugnanti, insinceri
per i reami di luce blu
streghe e nane da peep show e il principe
delle allucinazioni

accoppiamenti da sballo
con le luci a intermittenza
smorfie e grida sul palco.
Il galeotto delle voglie e cappuccetto
rosso inguainato, maschere nude
che ostentano strette e poi tutti
gli odori del sesso incartati
nel lattice rosa

sotto ammirazione degli astanti
nel lato in ombra, i sosia
magri, affilati.
Poveri paralitici
elegantemente fuori moda.

.
XXIII

Se la nobiltà è cosa liquida del sangue
io sono sabbia, siccità
femmina sconsacrata e
fusa alle parole
più impronunciabili
i mantra dell’eccitazione
che generano roghi nel tuo orecchio. Ti
voglio
uomo privato della mente razionale
per esercitare la mia pratica di profonda attenzione
ai nervi
per assorbirti nel vuoto
per riportarti alla sorgente.

Se l’eleganza è ricchezza di maniere
io sono ortica di campagna
ti imprigiono con le mie spine segrete
irriguardosa, sono cattiva
intelligenza felina sulla pelle
il mio sigillo è semplice sanguinare oleoso
tra le lenzuola
arte cattiva in crescendo di te
morto
rinato
risorto
detronizzato dall’io
derubato
nudo
specchio della mia brama.

A chi non sa
consiglio l’oro.

pant brevi per una vita breve

pant brevi per una vita breve e felice

Usarono il giardiniere
le gran dame degli atti impuri
per scalare i gradi del piacere al meglio dello strazio:

“avvicinati voluttuosa novizia,
vieni a guardarci nel vizio
osservaci
assapora con gusto
impara questa filosofia”.

Servirono il tè tra la lava
di un Vesuvio.

*

Anche l’aroma è un dio che nutre
perché Afrodite non ha atti proibiti
o penitenze,
ma il catalogo delle mele
e dei pollini in festa
liquida idea della frutta fresca
il contatto di lingua e bocca sulla colata dei pollini
che partono dalle tenebre
non meno che gli incensi:
allora quale viaggio vai assaggiando della
creazione del mondo
con lei: la mela imperatrice.

Sciogli le trecce, il tatto mercuriale
nel mordere la palla di luce
ma basterebbero gli occhi a scioglierlo
il succo carnoso in quel pomo colmo.

Compro un chilo di mele al mercato
corpi freddi che dormono il miele
e l’oro dei misteri terrestri

poi vado lezione da Eva.

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19 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, critica della poesia, critica letteraria

19 risposte a “POESIE EROTICHE SCELTE di Letizia Leone da Confetti  sporchi (2013) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Gabriele di Cione Fratini detto l'Orcagna

    Quando ho letto “Poesie erotiche” mi aspettavo il peggio e invece ho trovato delle bellissime poesie fantasiose, ricercate, un intreccio di colori, odori, parole evovative ed echi del passato. Un saluto

  2. giuseppe pern acchia

    “o che reti, troie che, e che tiro, e che trio, che eroi t….”…
    Letizia d’amor leone

  3. giuseppe pernacchia

    e il nulla risponde!
    Letizia: leonessa d’amore!

  4. Dimenticavo: scrivere poesie erotiche a mio avviso significa rotolare proprio sull’orlo del nichilismo, stare in equilibrio sull’orlo dell’orizzonte degli eventi dell’inautenticità… è che non si sa che cosa c’è appena un millimetro dopo quell’orizzonte… scrivere una poesia erotica significa sondare questa sottilissima soglia… Scrivere poesia erotica dopo “Eros e civiltà” di Marcuse è davvero un atto di eroismo, un atto socratico…

  5. “il mio sigillo è semplice sanguinare oleoso
    tra le lenzuola” (Letizia Leone).

    Scrivere questo sarebbe un atto socratico ?
    In me crea solo imbarazzo, come donna.
    Datemi la cicuta, prego!

    Giorgina Busca Gernetti

  6. Gaio Valerio Catullo, Carmen 16
    .
    Pedicabo ego vos et irrumabo,
    Aureli pathice et cinaede Furi,
    qui me ex versiculis meis putastis,
    quod sunt molliculi, parum pudicum.
    5 nam castum esse decet pium poetam
    ipsum, versiculos nihil necesse est;
    qui tum denique habent salem ac leporem,
    si sunt molliculi ac parum pudici,
    et quod pruriat incitare possunt,
    10 non dico pueris, sed his pilosis
    qui duros nequeunt movere lumbos.
    vos, quod milia multa basiorum
    legistis, male me marem putatis?
    pedicabo ego vos et irrumabo.
    *
    Ad Aurelio e Furio

    Io ve lo ficcherò su per il culo e poi in bocca,
    Aurelio succhiacazzi e Furio frocia sfondata,
    che pei miei versetti pensate, sol perché
    son teneri e gentili, ch’io sia poco pudico e virtuoso.
    5 Giacché è appropriato per un poeta onesto esser casto
    con sé stesso, ma nulla è dovuto dai suoi versetti;
    i quali hanno ora e per sempre arguzia e grazia,
    quando son tenerelli e un poco spudorati,
    e riescono a risvegliar un certo pruriginoso desiderio,
    10 non dico nei fanciulli, ma in quei vecchi pelosi
    incapaci ormai d’inarcar la schiena rattrappita.
    Voi, che avete letto de’ miei innumerevoli baci,
    pensate forse ch’io sia uomo perverso e poco virile?
    Credetemi, ve lo ficcherò su per il culo e poi in bocca.

    *****

  7. antonio sagredo

    Aphanes

    dalla raccolta ” Erotismo funerario”:

    ————————————————-
    Maschera, succhiami la morte!

    Cremato è colui che si lamenta:
    stilla odio dalla coppa equina.
    Chi si rallegra in una bara di legno
    se alle Grazie né musica, né canto sono dati?
    La mano destra genera fabbri e magie,
    la sinistra l’offesa di Orfei ferrosi.

    Nel cerchio della cera perduta
    la maschera guida il compasso.
    Fuoco, dai denti d’argilla!
    Divora il toro il ramo d’ulivo.

    Abbaia Canace, la suicida,
    sulla cieca tomba del fratello.
    Il miele di un morto Aphanes
    cola sui ratti.

    La risata di bronzo dei frassini
    è sogghigno di cervi.
    Sulla civetta
    vischio di bambole sardoniche.

    Pou? Pou? Dove? Dove?
    Recisa è la lingua: no-ci! no-ci!
    I tuoi occhi d’ambra, bovini!
    Leirion! Leirion!
    S’impicca al gelo di un tasso: Itu, Itu!

    Lo specchio di un coltello è bianca voce,
    danza d’amore la zoppa pernice.
    Il melo trionfa sulla Collina della Neve,
    nel caos dei solstizi di rame.

    Maschera, succhiami la Vita!

    Madonne turchine dal culo asinino
    sposano ratti, pipistrelli…
    ma la moneta di un’ombra è sotto la lingua
    l’ombra di una moneta.
    Lavanda o bara ospita il bianco cipresso.

    Vedi, i becchini affilano le dita,
    come coltelli,
    per vestire il morto!

    Equina è la maschera della memoria.
    Nome… segno… dono…

    È una condanna il cerchio
    tra fiaccole e lamenti:
    ruota della debita esecuzione.

    Cagna, bambolina della Nemesi,
    tra cordate di vino e sangue
    vomiti paglia all’Anno Nuovo:
    prodigio o sentenza sotto la forca.
    Il ritorno festeggi, come Tieste.
    Bevi incubi e artigli, come idromele.
    Rigurgiti fonemi, reclami, acrostici,
    carcasse di finzioni e di visioni,
    voci di bambini e orecchie di veggenti.
    Come ti lamenti – delle ali!
    Come dai banchetti sputi gemiti – di zolfo!

    antonio sagredo

    Roma, 27 ottobre 1990

  8. giuseppe pernacchia

    i miei erano degli anagrammi di “erotiche”: non erano il nulla, e come anagrammi celano i misteri…

  9. letizia leone

    Gentile Giorgina, mi ha messo davvero di buon umore… Suvvia, le mie sono poesie da educanda come ha ben capito l’Orcagna!

    • Gentile Letizia,
      mi fa piacere averla messa di buonumore. La giornata è così grigia e buia che sembra il primo di novembre, non di maggio!
      L’Orcagna, cioè Gabriele, mi fa ricordare i miei allievi che, durante una lezione di greco (l’insegnante non ero io) , alla frase: “Oggi leggeremo i poeti erotici”, spalancarono gli occhi aspettandosi chissà che. Invece erano i lirici greci!
      Giorgina

  10. Costantino Kavafis
    *
    Almeno con inganni adesso illudermi…
    Per non sentire la mia vita vuota.
    Ero tanto vicino tante volte
    quella paralisi, quella viltà…
    .
    Perché rimasi con le labbra chiuse,
    e dentro me piangeva la mia vita vuota
    e vestivano a bruno i desideri?
    .
    E tante volte ero tanto vicino
    agli occhi, e alle labbra d’amore,
    a quel sognato, a quell’amato corpo.
    E tante volte ero tanto vicino.

    Costantino Kavafis

    (Traduzione di Filippo Maria Pontani)

  11. Nel periodo che va dal 1789 al 1945, ovvero, della stabilizzazione e della decadenza della borghesia europea, il romanzo è stata la struttura dialogica significativa di questo periodo, e alla poesia è rimasta una zona ancillare e liminare che doveva occuparsi della sfera del «sublime». La poesia di Kavafis in confronto con la poesia di altre epoche della borghesia europea (il Settecento di Giorgio Baffo e il Dopo il Novecento di Letizia Leone) mostra le caratteristiche di un linguaggio che non aveva bisogno di apparire o essere sovversivo o critico, gli era sufficiente un linguaggio ancora comune, parlato da cittadini comuni. OGGI, nelle nuove condizioni di una società amministrata, che amministra anche e soprattutto l’interiorità temporalizzata degli esseri umani, non è più possibile esprimersi in una poesia erotica con il linguaggio parlato dagli altri membri della comunità; il poeta che voglia esprimersi mediante una poesia erotica non dispone di alcun linguaggio relazionale ed è costretto ad inventarsi un suo linguaggio personale. Nel mondo che si è liberato della speranza ed anche della illusione di una speranza, mi chiedo: come si fa a scrivere una poesia erotica? – In un certo senso gli anagrammi erotici di Antonio Sagredo confermano, per via indiretta, quanto andavo dicendo: non c’è più un linguaggio degli uomini comuni sul quale costruire un linguaggio secondario… e il linguaggio erotico si pone come un linguaggio secondario e terziario che deve essere acchiappato con l’acchiappafarfalle…

    • Gentile Giorgio,
      nell’introduzione alle poesie di Letizia Leone (molto spiritosa e simpatica) avevi scritto:
      “miscelate con i ricordi di Catullo e Kavafis”.
      Io, nella mia ingenuità, ho creduto di renderti onore pubblicando una poesia di Costantino Cavafis e una di Catullo (questa un po’ molto volgare).
      Mi spiace essere stata fraintesa.
      Io adoro Kavafis, anche quello “segreto”.
      Un cordiale saluto
      Giorgina

  12. antonio sagredo

    ben detto, Giorgio! Hai compreso il messaggio perfettamente!

  13. Gentilissima Giorgina Busca Gernetti,

    invece ti sono molto grato per aver citato due poesie di Catullo e di Kavafis, due poeti che hanno fondato due paradigmi irraggiungibili della poesia erotica dell’Occidente. Ma, appunto perché irraggiungibili, oggi penso che chi scriva poesia erotica incontri delle difficoltà quasi insormontabili perché o si appiattisce sulla banalità dell’eros o si perde nella cerebralità di una analitica dell’esserci erotico, oppure rifà delle quartine o terzine rifacendo il verso a echi di poeti della tradizione letteraria come ha fatto con esiti sorprendenti Patrizia Valduga (forse le sue cose migliori); altra poetessa che, da un versante opposto, ha scritto delle eccellenti poesie erotiche è stata Maria Rosaria Madonna, poesie scritte in uno pseudo-latino inventato dal linguaggio liturgico del tardo impero e dai Padri della Chiesa (le poesie sono rinvenibili su questo blog). Il tentativo di Letizia Leone invece riposa sulla possibilità che si possa fare poesia erotica a partire da un linguaggio moderno (senza ricorrere ad artifizi retorici come la Valduga e la Madonna)… ma qui i problemi si complicano perché un linguaggio erotico moderno in pratica non esiste e il poeta lo deve inventare di sana pianta, cioè deve inoltrarsi nel sentiero di una secondarietà linguistica…

    • Il poeta, di qualunque argomento scriva, è sempre un “inventor”, oltre che un “ποιητής.
      “Invenire” significa “trovare, inventare”.
      L’arte del “trobar”, del “trobar clus” e del “trobar leu” danno prova di ciò con la loro etimologia, così come il “trovatore”.
      Nulla di strano se anche un poeta di oggi deve “inventarsi” un linguaggio tutto suo.
      Giorgina

      P.S. – Conosco Patrizia Valduga e l’ho sentita leggere le sue poesie erotiche in un convegno di poeti a Torino, in cui, indegnamente o no, leggevo anch’io le mie poesie (non assolutamente erotiche, benché io abbia pubblicato proprio l’anno scorso il libro “Amores” tutto di poesie d’amore, cioè erotiche, ma non “erotiche”). Il tema del convegno era tutt’altro che l’erotismo.

  14. letizia leone

    Ringrazio Giorgio per l’opportunità di far entrare i miei versi nel circolo dialogico del blog e soprattutto per le sue notazioni critiche sempre chiarificatrici della situazione della poesia contemporanea. Circolo virtuoso ovviamente come lo è ogni critica ai testi se non fosse per il disturbo di balbettii e borborigmi che sconfinano nell’insulto: cito da Almerighi sul post di Steven Grieco “…l’erotismo poelnta e osei della Leone, giusto per citare un paio di nefandi post…”
    Consiglio a questo signor Almerighi di dirozzare un pò la sua ferinità capronesca cominciando a rispettare il lavoro altrui (in questo caso mio e della Perrone). Nefando è l’insulto gratuito.
    Al contrario io non giudico nefanda la sua poesia neomelodica napoletana:
    “Tuffati, ho un asciugamano, / la felicità è un attimo / vestito da carnevale / pronto e sfuggente arcobaleno / sazio delle sue puntate / cambia binario non destinazione / ci fai caso all’ultimo momento / quando sfili gli occhiali scuri…”(Flavio Almerighi)
    Anzi generosamente offro un consiglio per migliorare: aggiunga un Pierrot con la finta lacrima ai suoi versi, farà un figurone!
    Naturalmente rispondo qui dalla suburra per non inzaccherare le alte disquisizioni filosofiche del blog di Steven Grieco. Qui siamo un pò più sbracati tra latrine, cessi dei treni e certe ruspanti “troie felliniane”…

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