UN POEMETTO di Gëzim Hajdari “Custode della mia uva” tratto da Delta del tuo fiume (Ensemble, 2015)  con un Commento di Giorgio Linguaglossa

da sx Gezim Hajdari Marco Onofrio Giorgio Linguaglossa Roma presentazione del libro

da sx Gezim Hajdari Marco Onofrio Giorgio Linguaglossa Roma presentazione del libro “Delta del tuo fiume” Biblioteca Rispoli 2015

 Gëzim Hajdari, è nato nel 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma.

In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera.

Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.

Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.

La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.

È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone. Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3. Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari. Dal 1992, vive come esule in Italia.

gezim-hajdari-nel-suo-studio-2006.

gezim-hajdari-nel-suo-studio-2006.

Ha pubblicato in Albania: Antologia e shiut, “Naim Frashëri”, Tirana 1990;Trup i pranishëm / Corpo presente, I edizione “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999 (in bilingue, con testo italiano a fronte). Gjëmë: Genocidi i poezisë shqipe, “Mësonjëtorja”, Tirana 2010. Ha pubblicato in Italia in bilingue: Ombra di cane/ Hije qeni, Dismisuratesti 1993; Sassi controvento/ Gurë kundërerës, Laboratorio delle Arti,1995; Antologia della pioggia/ Antologjia e shiut, Fara, 2000; Erbamara/ Barihidhët, Fara, 2001; Erbamara/ Barihidhët, (arricchita con nuovi testi rispetto alla prima edizione). Cosmo Iannone Editore 2013; Stigmate/ Vragë, Besa, 2002. II edizione Besa 2007; Spine Nere/ Gjëmba të zinj, Besa, 2004. II edizione Besa 2006; Maldiluna/ Dhimbjehëne, Besa, 2005. II edizione Besa 2007; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, Fara, 2005; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, II edizione arricchita e ampliata, Fara 2007; Puligòrga/ Peligorga, Besa, 2007; Poesie scelte 1990 – 2007, EdizioniControluce 2008; Poesie scelte 1990-2007, II edizione (arricchita con nuovi testi). EdizioniControluce 2014; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007 (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2008; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007, II edizione (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2014; Corpo presente/ Trup i pranishëm, Besa 2011; Nur. Eresia e besa/ Nur. Herezia dhe besa, Edizioni Ensemble 2012; I canti dei nizam/ Këngët e nizamit (i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012; Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rroftë kënga e gjelit në fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013.

Libri reportage di viaggio: San Pedro Cutud. Viaggio nell’inferno del tropico, Fara, 2004; Muzungu, Diario in nero, Besa, 2006. Libri sull’opera di Hajdari: Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari, a cura di Andrea Gazzoni. Cosmo Iannone Editore 2010. La besa violata. Eresia e vivificazione nell’opera di Gëzim Hajdari, a cura di Alessandra Mattei. Edizioni Ensemble 2014. Ha tradotto in albanese: L’antologia Poesie /Poezi, ( con testo italiano a fronte) di Amedeo di Sora. “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999. Forse la vita è un cavallo che vola, / Ndoshta jeta është një kalë fluturak, (con testo italiano a fronte, Edizioni Empiria 2000. L’antologia/ Eshka dhe guri/ Il muschio e la pietra (con testo italiano a fronte) di Luigi Manzi. Besa 2004.

Ha tradotto in italiano: I canti dei nizam/ Këngët e nizamit(i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012. Leggenda della mia nascita/ Legjenda e lindjes sime (con testo albanese a fronte) di Besnik Mustafaj. Edizioni Ensemble 2012. Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rrofte kenga e gjelit ne fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013 – È co-curatore in italiano: dell’antologia I canti della vita (con testo arabo a fronte) del maggior poeta tunisino del Novecento, Abū’l-Qāsim Ash-Shābb, Di Girolamo Editore 2008. È curatore e co-traduttore (insieme ad Andrea Gazzoni) dell’antologia Dove le parole non si spezzano (con testo originale a fronte) del poeta più importante delle Filippine, Gémino H. Abad, (Edizioni Ensemble 2014).

da dx Giorgio Linguaglossa Lucia Gaddo Letizia Leone Salvatore Martino e, a sx  Gezim Hajdari Roma presentazione del libro Delta del tuo fiume aprile 2015 Bibl Rispoli

da dx Giorgio Linguaglossa Lucia Gaddo Letizia Leone Salvatore Martino e, a sx Gezim Hajdari Roma presentazione del libro Delta del tuo fiume aprile 2015 Bibl Rispoli

Ha pubblicato in Italia in edizione bilingue: Ombra di cane/ Hije qeni, Dismisuratesti 1993; Sassi controvento/ Gurë kundërerës, Laboratorio delle Arti,1995; Antologia della pioggia/ Antologjia e shiut, Fara, 2000; Erbamara/ Barihidhët, Fara, 2001; Erbamara/ Barihidhët, (arricchita con nuovi testi rispetto alla prima edizione). Cosmo Iannone Editore 2013; Stigmate/ Vragë, Besa, 2002. II edizione Besa 2007; Spine Nere/ Gjëmba të zinj, Besa, 2004. II edizione Besa 2006; Maldiluna/ Dhimbjehëne, Besa, 2005. II edizione Besa 2007; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, Fara, 2005; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, II edizione arricchita e ampliata, Fara 2007; Puligòrga/ Peligorga, Besa, 2007; Poesie scelte 1990 – 2007, EdizioniControluce 2008; Poesie scelte 1990-2007, II edizione (arricchita con nuovi testi). EdizioniControluce 2014; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007 (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2008; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007, II edizione (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2014; Corpo presente/ Trup i pranishëm, Besa 2011; Nur. Eresia e besa/ Nur. Herezia dhe besa, Edizioni Ensemble 2012; I canti dei nizam/ Këngët e nizamit (i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012; Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rroftë kënga e gjelit në fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013. Libri reportage di viaggio: San Pedro Cutud. Viaggio nell’inferno del tropico, Fara, 2004; Muzungu, Diario in nero, Besa, 2006 – Libri sull’opera di Hajdari: Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari, a cura di Andrea Gazzoni. Cosmo Iannone Editore 2010. La besa violata. Eresia e vivificazione nell’opera di Gëzim Hajdari, a cura di Alessandra Mattei. Edizioni Ensemble 2014

Ha tradotto in albanese: L’antologia Poesie /Poezi, ( con testo italiano a fronte) di Amedeo di Sora. “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999. Forse la vita è un cavallo che vola, / Ndoshta jeta është një kalë fluturak, (con testo italiano a fronte, Edizioni Empiria 2000. L’antologia/ Eshka dhe guri/ Il muschio e la pietra (con testo italiano a fronte) di Luigi Manzi. Besa 2004.

Ha tradotto in italiano: I canti dei nizam/ Këngët e nizamit(i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012. Leggenda della mia nascita/ Legjenda e lindjes sime (con testo albanese a fronte) di Besnik Mustafaj. Edizioni Ensemble 2012. Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rrofte kenga e gjelit ne fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013 – È co-curatore in italiano: dell’antologia I canti della vita (con testo arabo a fronte) del maggior poeta tunisino del Novecento, Abū’l-Qāsim Ash-Shābb, Di Girolamo Editore 2008. È curatore e co-traduttore (insieme ad Andrea Gazzoni) dell’antologia Dove le parole non si spezzano (con testo originale a fronte) del poeta più importante delle Filippine, Gémino H. Abad, (Edizioni Ensemble 2014).

dal Risvolto di copertina del libro di Giorgio Linguaglossa

Il logos poetico di Gëzim Hajdari è governato dalla legge dell’identità nella molteplicità poiché parte dalla presa d’atto dell’esilio fisico e spirituale del parlante il quale non abita più la patria, la Heimat del linguaggio e del paesaggio, perché ne è stato escluso da un ingiusto esilio. Privato della propria patria, il parlante è  costretto a peregrinare di terra in terra, a mescolare il proprio idioma con quello di altri paesi e di altre Lingue, il suo sarà un canto dell’erranza e della trasfusione di Lingue nella Lingua universale-primordiale che sola può ospitare il canto dell’erranza. Al pari di un aedo antico, Hajdari parla la «lingua degli antenati, lo kiswahili», si mescola con altri erranti di tutte le lingue e di tutti i paesi, costretto ad inseguire il proprio destino come un Fato pagano: il canto della fedeltà e dell’infedeltà alla propria Lingua e al proprio popolo, di qui il Tragico che incombe su ogni parola pronunciata, il giganteggiamento dell’io, il canto dell’addio («Vado via Europa, vecchia puttana viziata… Addio Europa di muri, impronte delle dita e tombe d’acqua»); infatti la forma di questa poesia  è calcata, alla maniera antica, su quella dell’epicedio e dell’inno. È la voce dell’oracolo antico che parla («Io venivo dai luoghi dell’oracolo di Delfi»), che si rivolge all’antica deità-femminile della «savana», del mondo femminile da lungo tempo scomparso che è compito dell’aedo riportare in vita.

Gezim Hajdari delta-del-tuo-fiume cop(Tratto da Delta del tuo fiume. Ensemble, 2015)

Gëzim Hajdari

ROJË I VERËS SIME

Burrë skifter mbërritur nga toka e gurtë e Drasisë,
larguar nga atdheu yt në pranverë,
natën, nën shi,
i mposhtur,
pa një shtërngim dore,
dëgjoje kët’ thirrje vajzërore në muzg:
mos e braktis vreshtën time në pjekje,
jam e re, kam ende dëshirë për ty,
për dimrat e tu,
për shirat e tua,
për hijen tënde të huaj.

Trupi im prej kaprolleje dridhet,
eja t’më shuash, po digjem horë,
flakët ma pushtojnë gjoksin prush,
lëkura ime vallzon,
venat e mia këndojnë,
gjinjtë e mi fërgëllojnë,
buzët e mia të gjakëruara përvëlojnë,
hëna e errët e mbivetes sime
çel lule erotike gjithë aromë.

Harroje ezilin e hidhët,
tokën tënde njerkë në Lindje,
përtej detit të errët,
shqipet e zeza dykrerëshe që ta shqyejnë pa mëshirë
mishin e dobët ballë kalimtarëve.

Në Ballkanin tënd,
delirë dhe pluhur,
askush s’të pret,
veç mallkimit të xhinëve.

Dua të ta lehtësoj plagosjen e gurëve në trup
dhe dhimbjen e gjëmbave të zinj ngulur në lëkurë
me mushtin e dëlirë të verës sime.
Mos kij frikë nga shpirtrat e ligë,
asnjë njeri me të zeza s’troket në derën tënde të vjetër,
askush s’të ndjek pas për të të thikuar.
Ka kohë para se librat e tu – murgj të hidhëruar –
ta varrosin në heshtje trupin tënd
majëkodrës së errët.

Dorëzohu lakmisë sime dashurore tok me xhinët
e vragat e tua,
mirëprite thirrjen time prej gruaje
në kët’ gadishull të drishshëm me trupa zezakësh të mbytur.
Perënditë të zbritën nga Alpet e Arbërsië
për të të vënë në provë dashurie,
për të të shpallur të barabartë me to,
për t’më takuar mua, vashëz të arrirë
mbërritur në Çoçari nga detet e Jugut,
lajmëtare e ezilantëve në ikje.
Shqipëria jote, nënë dhe kuçedër,
të ka lindur e rritur
për të të shqyer mes gurëve
e mallkuar trupin,
gjuhën tënde
dhe sytë e tu
gjer në verbëri.

Mos i kthe sytë nga vendi ballkanas,
në lëkurën tënde veç gjëmba e vraga të thella,
majëkodrave të vendlindjes prehet terrori i viteve të gjelbër .

Burrë ezilant,
jam vreshta jote në mbretërinë tokësore,
lindur nga rropullitë e dheut të kuq të Saturnit,
për të të dehur me nektarin tim vajzëror
e ta humbësh rrugën e kthimit në Darsi,
për të të bërë të vdesësh e të rilindësh mijëra herë në ezil.
Dua të jem e burgosura e gjogut tënd të egër,
dua të jem himn i kërcellit tënd të epshëm.

Ti je pika që më ushqen me ezil,
më vadit si shiu i rrëmbyer në vjeshtë dheun e çarë,
më mban zgjuar e gjallë në gadishullin me tërmete,
më fekondon nga stina në stinë me hëna të plota
dhe mbyll qarkun tim,
dua të marr frymë me lëkurën tënde ezilante.

Burrë fshatar,
dua të fekondohem në vendlindjen tënde të hershme,
majëkodrës së errët me tërshërë të gjelbër
ku ndeshen demat e gjakosur hamulloreve
dhe ndërzehen rrufetë,
Dua t’i jap jetë një fisi të ri
sepse lufta jote prej guerrieri të vazhdojë,
sepse emri yt gdhendur mbi gurë të jetojë ndër shekuj
dhe Verbi yt mbretëroftë në mbretërinë e Njerëzve.

Puthi buzët e mia të tulta,
kafshoji thumbat e gjirit tim siç kafshoje kokrrat e razakisë
së kuqe në Hajdaraj,
Puthi gjinjtë e mi si dy pjeshka të kodrave të vendlindjes,
të ëmbël si hallva të vendit tënd Lindor,
si pekmez mani të kuq përgatitur nga Nur.
Shijoje frutin e lëngët të luginës sime të freskët
që parfumon si myshku i blirit në pyllin e Çapokut ,
e mirëprite natën time-perlë në shtratin me gurë stralli.
Përshkoje trupin tim dorëzuar me arkanin tënd,
pije qafën time prej kaprolleje,
shtërngoji me duart e tua prej profeti hiret e mia,
pëmendi gishtata e mi filiza pranverorë.

Burrë Laokont,
hyj në korijen time të etur tok me gjëmimet
e vetëtimat e provincës tënde bujqësore,
shuaje etjen time te burimi yt.

Jam vera rubinë e shtatorit që kullon
në oborrin e Verbit tënd shtegëtar
dhe ti, ezilant e rojtar i vreshtës sime plot musht.
Krahët e mi: degë që të shënjtërojnë,
duart e mia: lastarë që më lidhin duarve të tua,
gishtat e mi: rrënj që presin të lërojnë trupin tënd të pjekur,
dikur bari dhish.

Dashuria jote ezilante,
dashuria jote e huaj në kalim,
dashuria jote herezi,
dashuria jote pjellori blasfeme.

Burrë dem që parfumon eros,
sapo më vështron, unë lagem,
sapo më fshik, unë ndjehem grua,
sapo më zotëron, u dorëzohem xhinëve të tu,
sapo më prek gjer në fund, unë klith,
kur ti më lëron me plugun tënd, qaj nga gëzimi,
kur ti derdhesh, ndjej energinë tënde erotike
teksa përshkonë lëkurën time të lëmuar
si fëshfërima e erës që fshik valët
e dunave në shkretirë ;
jam duna jote,
ikja jote,
kur ti vdes tek unë, une ringjallem tek ty.

Burrë ballkanas,
jam robinja jote,
dua të blihem prej teje në pazarin e luleve.
Trupi im, kalorëse e çarmatosur,
gati për tu përshkuar nga shpata jote e pafajshme.
Lëshoji shirat e tu të bardhë pyllit tim të zi
e shëmbi argjinaturat e brishta të ujrave të mi.
Dua t’i ulërij botes se unë të dëshiroj,
dua t’i rrefej botes se unë dashuroj një burrë,
dua t’i klith para botës se ti je burrë
dhe unë jam grua.
Dua t’i ndaloj njerëzit në rrugë e tu them:
«e di që s’ju intereson aspak por unë dashuroj një burrë epik!»

Burrë guerrier i Lindjes,
mbërthemë me trupin e fuqishëm mashkullor
si një dem i harbuar i Shegasit ,
shfletomë siç shfleton era pranverore
sythat e lajthatës në zabelin e zhveshur,
gjelbëromë me lavën tënde të vakët pjellore
siç gjelbëron oazi mes rërës në shkretëtirë,
dhe bëj që nga perla ime të lindin fruta erotike
me ngjashmërinë tënde.
Të himnizoj siç celebrohet një kult hyjnor në Darsi,
të shënjtëroj siç shënjtëroheshin perënditë
në Arbërinë e lashtë,
jam Zana e Tempullit tend,
rojë e flakës së përjetshme.

Burrë Uliks,
jam Sirena jote,
e do të bëj çmos të jetë i gjatë udhëtimi yt,
do të të mbështjellë me mjegulla të verbëra,
e do të të shoqëroj me këngë detare
do të të udhëheq nëpër portet e panjohur të detit mesdhe
gjatë kthimit për në Itakë
dhe ti ndërmend gjithnjë Arbërinë tënde.

Gezim Hajdari colline di Fondi, 2006

Gezim Hajdari colline di Fondi, 2006

CUSTODE DELLA MIA UVA

Uomo falco che giungi dalla terra petrosa di Darsìa ,
fuggito dalla tua patria in primavera,
di notte, sotto la pioggia,
sconfitto,
senza una stretta di mano,
ascolta il mio richiamo di fanciulla:
non abbandonare la mia vigna acerba,
sono giovane, ho ancora voglia di te,
dei tuoi inverni,
delle tue piogge,
della tua ombra straniera.

Il mio corpo di puledra trema,
vieni a domare l’incendio,
le fiamme invadono il mio ventre focoso,
la mia pelle danza,
le mie vene cantano,
i miei seni fremono,
le mie labbra rosse ardono,
la luna oscura del mio pube
germoglia fiori di eros.

Dimentica l’amaro esilio,
la tua terra matrigna dell’Est,
oltre il mare negro,
le nere aquile a due teste che divorano impietosamente
la tua debole carne
di fronte ai passanti.

Nei tuoi Balcani,
delirio e polvere,
nessuno ti attende,
solo la maledizione dei xhin ;

Voglio lenire le ferite di pietra sul tuo corpo
e le spine nere conficate nella tua pelle
con il mosto candido della mia uva.
Non temere gli spiriti maligni,
nessun uomo nero bussa alla tua vecchia porta,
né qualcuno ti insegue per accoltellarti.
C’è tempo prima che i tuoi libri – monaci mesti –
seppelliscano in silenzio la tua salma
in cima alla collina buia.

Concediti alla mia brama d’amore con i tuoi xhin
e le tue stigmate,
accogli il mio richiamo di donna
in questa penisola tremante di corpi negri annegati.
Gli dei ti hanno fatto scendere dalle alpi dell’Arbëria
per metterti alla prova d’amore,
per proclamarti pari a loro,
per incontrare me, giovane fanciulla
giunta in Ciociaria dai mari del Sud
messaggera degli esuli in fuga.
La tua Albania, madre e gorgone,
ti ha fatto nascere e crescere
per divorarti tra i sassi,
maledicendo il tuo corpo,
la tua lingua
e i tuoi occhi
fino ad accecarti.
Non voltarti indietro per vedere il paese balcanico,
nella tua pelle solo spine nere e stigmate profonde,
in cima alle colline native giacce il terrore degli anni verdi

Uomo esule,
sono la tua vigna nel regno della Terra,
sorta dalle viscere del suolo rosso di Saturno,
per farti inebriare con il mio nettare di fanciulla
e farti perdere la via del ritorno alla tua Darsìa,
per farti morire e rinascere mille volte in esilio.
Voglio essere prigioniera del tuo destriero selvatico,
come il campo arato sotto le piogge d’autunno,
voglio essere inno del tuo giunco flessibile.

Tu sei la goccia che mi nutre di esilio,
mi bagna come la pioggia bagna il suolo spaccato in autunno,
mi tiene sveglia, viva nella penisola di terremoti
mi feconda di stagione in stagione con la luna piena
e chiude il mio cerchio,
voglio respirare tramite la tua pelle esule.

Uomo contadino,
voglio essere fecondato nel tuo villaggio di una volta,
in cima alla collina buia di biada verde
dove si scontrano i tori insanguinati nei campi trebbiati
e si fecondano i fulmini.
Voglio partorire una nuova stirpe
perché la tua lotta da guerriero continui,
perché il tuo nome inciso sulle pietre si tramandi nei secoli
e il tuo Verbo regni nel regno degli Uomini.

Bacia le mie labbra carnose,
mordi i mie capezzoli come mordevi i chicchi rossi
del razakì ad Hajdaraj,
bacia i mie seni come le pesche della collina del tuo villaggio,
dolci come halwa del tuo Oriente,
come il pekmez di gelso rosso che ti preparava Nur .
Assapori il frutto succoso della mia valle
che profuma come il muschio del tiglio del bosco di Çapok ,
e cogli nel tuo letto di pietra focaia la mia notte-conchiglia.
Percorri il mio corpo arreso con il tuo arcano,
bevi il mio collo di cerbiatta,
stringi tra le tue mani da profeta le mie grazie,
nomina le mie dita rami di primavera.

Uomo Laocoonte,
entra nella mia selva assetata insieme ai tuoi tuoni
e ai lampi della tua provincia agricola,
spegni la mia sete nel tuo sorgente.

Sono l’uva candida di settembre che cola
nella corte del tuo Verbo errante
e tu, esule e custode della mia vigna.
Le mie braccia: rami che ti santificano,
le mie mani: corde che mi legano alle tue mani,
le mie dita: radici che attendono di scavare nel tuo corpo maturo:
un tempo pastore di capre.

Il tuo amore esule,
il tuo amore straniero di passaggio,
il tuo amore eresia,
il tuo amore fertilità blasfema.

Uomo toro che profumi di eros,
appena mi guardi, mi inumidisco,
appena mi sfiori, mi sento donna,

appena mi possiedi, mi arrendo ai tuoi xhin.
Quando tu mi tocchi fino in fondo, io grido,
quando tu mi scavi con il tuo vomero, piango di gioia,
quando tu ti versi in me, sento la tua energia erotica
percorre la mia pelle nuda
come il soffio del vento che sfiora le onde
delle dune del deserto;
sono la tua duna,
la tua fuga,
quando tu muori in me, io rinasco in te.

Uomo balcanico,
sono la tua robinjë ,
voglio essere comprata da te al mercato dei fiori.
Il mio corpo è una soldatessa disarmata,
pronto per essere infilzata dalla tua spada innocente.
Lancia le tue bianche piogge sulla mia foresta nera
e rompi gli argini fragili della mie acque.
Voglio urlare al mondo che ti desidero,
voglio confessare al mondo che io amo un uomo,
voglio gridare al mondo che sei uomo
ed io sono donna.
Voglio fermare la gente per strada e dire:
«so che non ti importa nulla ma io amo un uomo epico!»

Uomo guerriero dell’Est,
afferrami con il tuo corpo muscoloso,
come un toro selvatico di Shegas ,
sfogliami come sfoglia il vento di primavera
le gemme del siliquastro nel bosco spoglio,
inverdirmi con la tua tiepida lava fertile
come inverdisce l’oasi in mezzo alla sabbia del deserto.
e fai sì che dalla mia conchiglia sorgano frutti di eros
a tua somiglianza.
Ti amo come se celebrassi un culto divino in Darsìa,
ti santifico come venivano santificate gli dei
nella antica Arbëria,
sono la Sacerdotessa del tuo Tempio,
custode della sua fiamma eterna.

Uomo Ulisse,
sono la tua Sirena,
farò sì che lungo sia il viaggio,
ti avvolgerò con nebbie cieche,
e ti accompagnerò con canti marini,
ti guiderò per i porti sconosciuti del mare nostrum
al ritorno nella tua Itaca,
e tu rammenta sempre la tua Arbëria.

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50 commenti

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50 risposte a “UN POEMETTO di Gëzim Hajdari “Custode della mia uva” tratto da Delta del tuo fiume (Ensemble, 2015)  con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Derrida scrive:

    “La filosofia può essere considerata come una cartolina postale che è stata scritta con l’intenzione di arrivare a destinazione ma che in realtà non lo fa. La filosofia che raggiunge la destinazione e che si distrugge in quest’ ultima cessa di essere filosofia vera” (“La carte postale”).

    che si potrebbe parafrasare così:

    “La poesia può essere considerata come una cartolina postale che è stata scritta con l’intenzione di arrivare a destinazione ma che in realtà non lo fa. La poesia che raggiunge la destinazione e che si distrugge in quest’ ultima cessa di essere poesia vera”

  2. Avevo già apprezzato il poeta albanese Gëzim Hajdari in alcuni post precedenti, in particolare in quello che presentava il commento di Marco Onofrio a questo stesso libro di poesie.
    Ripeto in parte il mio commento d’allora.
    Pare che la grande, vera poesia debba nascere dal dolore, molto spesso dall’esilio, come ben dimostrano Dante Alighieri nella “Divina Commedia” e Ugo Foscolo nel sonetto “A Zacinto”. Spesso, come nel Foscolo e in Gëzim Hajdari, la nostalgia della patria lontana si unisce alla memoria dell’infanzia trascorsa in quel luogo sacro. Ma se nel poeta greco (così gli piaceva essere pensato) la bella Zacinto era evocata con immagini luminose e mitologiche, nel poeta Hajdari l’Albania è sì rimpianta, ma al tempo stesso è ricordata e insieme respinta come matrigna che nutre i suoi figli per divorarli come un uccello rapace.
    “Dimentica l’amaro esilio,
    la tua terra matrigna dell’Est,
    oltre il mare negro,
    le nere aquile a due teste che divorano impietosamente
    la tua debole carne
    di fronte ai passanti.”
    Ma nel poemetto “Custode della mia uva” appare come consolazione e salvezza una fanciulla che offre il suo amore e il suo intenso desiderio all’uomo esule, fuggito solo, sconfitto, di notte, sotto la pioggia.
    La poesia d’amore di Gëzim Hajdari mi ha ricordato il “Cantico dei Cantici” per la delicatezza delle immagini tratte dalla natura (vigna acerba, uva bianca, pesche, chicchi rossi, puledra… ) e per la finezza del linguaggio, pur nelle invocazioni o descrizioni erotiche, Anche questo è un pregio, almeno per il mio gusto.

    Giorgina Busca Gernetti

  3. Lucia Gaddo Zanovello

    Di questo Autore apprezzo grandemente la capacità straordinaria (e la sensibilità) di trasferire fuori dalla caducità del tempo ciò che è essenziale alla pienezza della felicità (per quanto breve, essendo umana), verso una dimensione quasi oltremondana.
    In questo caso il poeta vi riesce mirabilmente dissertando dell’atto che dà vita alla vita e vita trasfonde nell’altro; egli usa l’unico tono per me possibile per parlare dell’argomento, mantiene cioè l’aspetto descrittivo al livello allusivo, per quanto inequivocabile; ne esce purissima la sola sacralità gestuale, valida per tutto ciò che sta in Natura, a cominciare dalle creature dell’umana cerchia.
    E l’uva è già di per sé metafora di vita, di gioia e di trasformazione, per eccellenza.

    • “Tu sei la goccia che mi nutre di esilio,
      mi bagna come la pioggia bagna il suolo spaccato in autunno”

      Condiviso l’opinione di Lucia Gaddo Zanovello: Hajdari proietta con i suoi versi il lettore in una dimensione mai sfiorata dal tempo e dalla sua caducità; è una realtà che trascende se stessa, sfociando quasi in un’ atmosfera metafisica (parola che chiaramente andrebbe presa con le pinze) , a mio parere.

      • ma che le pinze siano tenaci, perché una cosa è essere e portare il lettore fuori del tempo (perfetto per Gëzim Hajdari), altra cosa è trascendere il reale ed entrare nella metafisica.
        GBG

        • Personalmente non sono d’accordo, ma rispetto chiaramente il suo parere: le “pinze” tendevano a sottolineare come il termine “Metafisica” sia stato usato per i fini più diversi e con i significati più disparati, dunque andrebbe prima definito; parlavo di “atmosfera metafisica”- anche perché porta alla trascendenza dal tempo- , non di “Metafisica” come branca della filosofia o di “Poesia Metafisica”…Non saprei entrare nella metafisica fattualmente, dunque non intendevo quello.
          “E’ una realtà che trascende se stessa” , secondo me, perché il dolore particolare del poeta albanese, sedimentato nei suoi ricordi come nei suoi versi, tende a diventare perfettamente (e in modo meraviglioso) paradigma del dolore umano…Ma mi starò sicuramente sbagliando, chissà!

          M.M.

  4. In genere l’arte non è effimera e nemmeno la scrittura sfugge secondo me a questo stato di cose. Hajdari è fuori tempo, concordo con quanto scrive Lucia Gaddo Zanovello, la sua scrittura riesce a spostarsi su una dimensione diversa rispetto alla normalità, all’uso comune, all’incapacità di molta scritura nostrana e non. E poi c’è l’amore che trasuda da questi versi, l’amore in tutte le sue sfaccettature, che fugge il tempo ma sa mostrarsi. Bravo Gezim!

  5. Gabriele di Cione Fratini detto l'Orcagna

    Preferisco i testi brevi, snelli e ritmati di “Peligorga” (un uccello solitario che vive sulle rive dei fiumi), unica raccolta che ho letto integralmente di questo autore. Un saluto.

  6. “Uomo falco”;”Uomo esule”: “Uomo contadino ; “Uomo Laocoonte”; “Uomo toro”; “Uomo balcanico”; “Uomo guerriero dell’Est”; “Uomo Ulisse”.
    Dal punto di vista formale Gëzim Hajdari predilige senza dubbio l’anafora, come ha dimostrato in modo persino ossessivo nella poesia pubblicata tempo fa in cui ogni verso iniziava con l’espressione “Fare il contadino”.
    Tra le varie definizioni/analogie, mi soffermerei ora su Laocoonte, veggente troiano vittima di Posidone affinché gli Achei vincessero la guerra di Troia per mezzo del celebre cavallo. Hajdari è anche questo, metaforicamente.
    .
    “Uomo Ulisse”. Gëzim, esule innocente, è costretto a vagare per terre e mari come Ulisse, ma con una duplice meta: Itaca, come Ulisse nell’ “Odissea” di Omero o nella poesia di Kavafis, oppure chissà… I versi dicono
    ” Uomo Ulisse,
    sono la tua Sirena,
    farò sì che lungo sia il viaggio,
    ti avvolgerò con nebbie cieche,
    e ti accompagnerò con canti marini,
    ti guiderò per i porti sconosciuti del mare nostrum
    al ritorno nella tua Itaca,
    e tu rammenta sempre la tua Arbëria.”
    Chissà che la sua Arbëria non rimanga solo un ricordo.
    .
    Ora l’analogia “Uomo contadino”. La fanciulla cerbiatta dice:
    “Voglio partorire una nuova stirpe
    perché la tua lotta da guerriero continui,
    perché il tuo nome inciso sulle pietre si tramandi nei secoli
    e il tuo Verbo regni nel regno degli Uomini.”
    E’ questo il Verbo di Gëzim Hajdari, veggente e profeta di un’umanità migliore, nata dall’unione sacra dell’uomo e della donna fusi in un amore totale, alluso poeticamente con metafore di una poeticità unica, rara, innocente.

    Giorgina Busca Gernetti

  7. C’è un aspetto, che è molto interessante e che dà un senso a tutto il poemetto. Ed è un aspetto duplice: da una parte Hajdari fa parlare di sé -dunque descrive sé stesso come in una visione riflessa – la sua donna, dall’altro questa donna ha tutti gli attributi di una dea – anzi, della Grande Dea, generatrice di vita e salvifica – e, attraverso il suo amore divinizzante, l’uomo si fa dio. E’ una rappresentazione dell’amore fra i due esseri primordiali, l’Uomo e la Donna, all’inizio dei tempi. Dunque, fuori dal tempo storico, che pure emerge a tratti negli accenni agli eventi dolorosi dell’esilio, ai cibi, ai luoghi della terra perduta. Ma perde la sua storicità, dunque entra nel tempo del mito, proprio per il linguaggio epico, antico, per quella lingua universale che sta all’origine di ogni lingua.
    E’ la Dea che parla attraverso la bocca della donna e, come è proprio della Grande Dea, della Potnia Mediterranea, si svela attraverso le sue molte forme: i frutti della terra, gli animali, gli elementi.
    Ha ragione Lucia Gaddo Zanovello, che molto bene accenna a tutto questo.
    L’immagine che Hajdari ha di sé è quella nobile dell’esule che percorre la terra alla ricerca di una patria – luogo o persona – che in realtà porta costantemente dentro di sé, una patria che è un luogo dell’anima e, come tale, numinosa.
    Quella che, attraverso la fanciulla, che chiaramente è un essere reale ma trasfigurato, parla, è in realtà l’Anima di Jung. E può farlo solo con questo linguaggio antico, con la poesia del mito.
    Non conosco l’albanese, ma la resa in un italiano splendido e raffinatissimo, la sonorità nobile dei suoni, fa onore al traduttore – Giorgio – che da poeta par suo dà a questo testo in italiano la bellezza di un originale.

    • andrea

      Sono da attribuire a GH sia il testo albanese che quello italiano. Pià che di traduzione, dovremmo parlare di poesia bilingue o translingue.

      • Ah, mia distrazione! Ma che in qualche modo conferma il giudizio sull’impressione di un originale. Davvero peccato non conoscere l’albanese, perché un aspetto molto interessante dello scrivere in due lingue – soprattutto poesia – è un argomento che mi interessa e mi piacerebbe sapere da Hajdari se l’italiano è una “traduzione” vera e propria del testo albanese (che suppongo abbia preceduto l’italiano) oppure una riscrittura, almeno in parte, in una lingua diversa ma che lui chiaramente conosce con tanta profonda grazia. Perché a me succede che, se scrivo una poesia direttamente in inglese, mi riesce difficile semplicemente tradurla in italiano, ma mi accorgo che in qualche modo devo “riadattarla” alla mia lingua e in parte ricrearla. Lo stesso avviene – almeno in parte – se traduco un mio testo dall’italiano all’inglese. Una diversa lingua chiede una diversa forma. E’ un aspetto interessantissimo della traduzione (o, per meglio dire, dell’autotraduzione) poetica.

        • Da quanto ho appurato proprio pochi minuti fa, il poeta Gëzim Hajdari si esprime perfettamente in lingua italiana.
          Giorgina Busca Gernetti

          • Gabriele di Cione Fratini detto l'Orcagna

            si esprime… ma la domanda è: pensa in lingua italiana? sogno in lingua italiana? da bambino giocava in lingua italiana? Se la risposta è no, a mio parere bisogna parlare di “traduzioni” di se stesso, del proprio pensiero dalla lingua madre a un’altra.

            • Nel caso che mi riguarda sono certa che pensasse in italiano. Nelle poesie, dopo anni in Italia e la laurea in Lettere Moderne a “La Sapienza”, io credo che possegga più che sufficientemente la nostra lingua, tanto da pensare i versi in italiano, oppure contemporaneamente nelle due lingue. Contemporaneamente, non prima in albanese e poi la traduzione in italiano. Però è una mia supposizione. Glielo chiederò.
              GBG

              • Gabriele di Cione Fratini detto l'Orcagna

                Sarebbe interessante chiederglielo anche alla presentazione, per capire come nascono questi testi. Un saluto.

              • Aggiungo la questione dei giochi da bambino e dei sogni. Da bambino G.H. viveva in Albania, perciò parlava in albanese sia giocando sia dialogando con i familiari, io credo.
                Quanto ai sogni, la mente è così libera che non si potrebbe dire, a freddo, in che lingua G.H. sogni. Io penserei in albanese.
                GBG

                • La questione che ponevo non era se conoscesse perfettamente l’italiano. E’ chiaro che è così. Mi riferivo al fatto della creazione diretta o meno di un testo in una lingua che non è la propria. A me accade con l’inglese. Ecco perché poi la versione italiana – se quella inglese è venuta prima – va “ripensata” non semplicemente tradotta. La cosa è molto più importante di quanto possa apparire, perché pone l’accento sulla genesi profonda del linguaggio poetico, non è una semplice questione di traduzione, versione o conoscenza o meno della lingua.
                  In effetti, dopo alcuni anni che vivevo in Inghilterra, sognavo in inglese e non in italiano. E ancora oggi può succedere che ci siano parole che mi vengono in inglese e solo dopo in italiano. Credo riguardi il grado di interiorizzazione non solo di una lingua non tua, ma di una visione del mondo.

                  • La mia frase nel primo commento era “che pensasse in iitaliano”; la seconda era “che possegga più che sufficientemente la nostra lingua, tanto da pensare i versi in italiano, oppure contemporaneamente nelle due lingue.” Da ciò si evince che, nel primo caso mi riferivo a una comunicazione semplice, molto più semplice della composizione di un poemetto. Nella seconda intendevo dire che ormai Gezim Hajdari è bilingue, perciò può facilmente pensare e scrivere sia in italiano sia in albanese. Lo posso affermare dietro l’esempio di un amico poeta altoatesino bilingue che pensa e scrive (e certamente ha giocato da bimbo a Bolzano) in entrambe le lingue.
                    Aggiungo che molti anni fa, in preparazione aile numerose composizioni in latino per gli esami universitari, poi per l’esame d’abilitazione, infine per i concorsi, ero divenuta bilingue anch’io, pensando direttamente in latino lo svolgimento del tema. Evidentemente avevo una buona conoscenza della lingua latina, altrimenti non avrei potuto farlo. Tutto qui.
                    La traduzione è un’altra cosa.
                    La genesi della poesia e tutto un altro discorso, indipendentemente dalla lingua del poeta.
                    Come al solito tra me e lei c’è un muro d’incomprensione.
                    Mi spiace.
                    Cordiali saluti
                    Giorgina Busca Gernetti

  8. Eros porta l’esule in volo verso la terra con i sentimenti e le emozioni degli amanti. Vivaddio esiste ancora qualcuno in grado di toccare la verità con mano, come si trattasse di cosa fisica. Il dolore di Hajdari lo senti, e così il suo amore. Il pensiero si fa servo di un dio maggiore, l’insegnamento che ne traggo è questo. E’ una lezione di fiducia verso le parole e il loro suono primordiale. La metafora si distende, prolifica e si fa canto. Ha ragione Hajdari, la poesia è contadina, non vive solo di nebbia e smarrimenti, non si perde nel contemporaneo ma lo attraversa come fosse nulla.

  9. Ivan Pozzoni

    Ho avuto, ahimé!, su segnalazione di un amico docente, la sfortuna di visionare alcuni testi di Gëzim Hajdari. Mi ha colpito – artisticamente, si intende, mai umanamente- la nullità del personaggio culturale. Sconsiglio a tutti di buttare via del tempo nel leggere simili chicche di non-cultura, simili contenitori di luoghi comuni. Ragazzi, ne ho letti di scrittori noiosi: mai come costui (mia MERA OPINIONE artistica), salve rarissime eccezioni. Da evitare AL 101% (la lettura dei testi).

  10. Ivan Pozzoni

    Ognuno è libero di esprimere la sua opinione. Fortunatamente, l’80% degli addetti ai lavori, con cui ho la fortuna di dialogare, è d’accordo con me: o ha una valutazione bassissima (come i testi meritano) o, meglio ancora, non sanno nemmeno di chi si stia discutendo e messi davanti ai testi, senza nomi e cognomi, li considerano vuoti e noiosi. Concordo al 102% con costoro.

  11. Ivan Pozzoni

    Il paese non è libero (sfortunatamente). Per me, invece, è così; ed è così – tanto da meravigliarmene- per moltissimi altri addetti ai lavori (fortunatamente). Tra l’altro ho la fortuna di essere apprezzato e stampato con i maggiori autori albanesi del momento, riuniti in una delle massime riviste albanesi in circolazione (stampata in esilio a Bruxelles), e, tra essi, ho trovato condivisione al 103%.

    Noi non condividiamo reciprocamente una valutazione: capita! Il tempo sarà il miglior giudice. 🙂

    Questo autore tocca livelli di noia quasi simili ai livelli del vate di Taranto. [chiaramente, ogni mio riferimento è artistico, e non tocca MAI la dignità umana dell’autore. Per cortesia, mi raccomando!] Io è difficile che stronchi un autore: con De Angelis, colpevole l’essere incappato in una brutta selezione di suoi testi, non appena ricevute in dono le sue opere (maggiore visione d’insieme), ho dovuto fare marcia indietro (con reciproco gradimento umano). Con costui è impossibile (artisticamente): vuoto, noia e luoghi comuni. Dopo aver letto Villa non butto via tempo con costui, e consiglio a chi ha fiducia del mio spessore culturale, di non buttarne via, orientandosi ad altro. Piuttosto leggete Sagredo! C’è maggiore energia, anomalia, “follia”. Noia, vuoto, luoghi comuni.

    • beh, almeno un piccolo sforzo per motivare… non dico qualche esempio, ché so andrai a pescare dove ti conviene, ma un giudizio di noia è personalistico ( a me annoia Pasternak, ma non vuol dire che lo consideri poeta scadente). E non bastano i pareri di altri sconosciuti per avvalorare questo giudizio. Da un uomo con la tua esperienza mi aspetterei qualcosa di più. Da quel poco che so le novità non vengono mai riconosciute, è “normale”…

  12. Ivan Pozzoni

    Noia, vuoto, luoghi comuni. Già ho buttato via troppo tempo, figurati se vado a isolare i brani noiosi, vuoti e di luogo comune. Scegline uno a caso: c’è una fortunatissima evidenza autonoma. Scemo io, su consiglio (negativo) di un noto docente universitario romano, ad avere visionato i suoi testi, buttando via un sacco di tempo. Novità? Pare Foscolo ai Pascoli! Se è “considerato tra i maggiori poeti viventi” siamo messi davvero bene. I testi tuoi che ho letto sono nettamente migliori.

    [Però non mi va di “aprire” una polemichetta inutile: ciò che ho detto, lo credo fermamente: se volessi stroncare uno dei maggiori “poeti viventi” avrei luogo adatto (rivista internazionale) e motiverei bene. Siccome, da oggi, continuerò ad ignorare uno dei maggiori poeti viventi (!!!), come lo ignoravo prima di avere avuto la sventura (in termini di tempo buttato) di leggerlo, non avrei niente altro da dire].

    Continuerò ad occuparmi, ad alto livello, di Guareschi, Erminio Juvalta e dei testi “omerici”, cioè di reale cultura. Il tempo mi frega! Più che verso questo autore di nicchia, non meritevole di attenzione alcuna, la mia era una mera invettiva contro il tempo! Quanto tempo buttato, nella vita!

  13. fons auctoritatis

    “non mi va di “aprire” una polemichetta inutile” scrive Pozzoni, dopo aver aperto una polemichetta inutile: una mossettina retorica tra le più scontate e arrugginite che ci siano. “Quanto tempo buttato”, ripete: beh, proprio buttato no, perchè il fine di questo leone della tastiera sembra infatti darci informazioni su se stesso, io io io io io (il pronome pidocchio, per dirla co Gadda). Di quest’io leonino veniamo a sapere: 1) che è esperto di testi noiosi, categoria buona se dovessimo discutere di discoteche, non di libri; 2) che ha “mere” opinioni artistiche, quindi utili come un “I like” su Facebook; 3) che dialoga con “addetti ai lavori” non precisati ma per qualche ragione oscura autorevoli; 4) che tiene accurate statistiche dei pareri (mere opinioni aristiche?) dei detti “addetti ai lavori” e le sventola davanti al nostro naso un po’ come il Berlusconi più istrionesco mostrava improbabili pile di fogli A4 nello studio di Bruno Vespa per vantare un’improbabile autorevolezza; 5) che misura la poesia con “valutazioni” (gli “I like” degli addetti), il cui metro non è motvato, ma dire che le “valutazioni” ci sono aggiinge sempre quella crosta di autorevolezza inesistente; 6) che ci sono “addetti” che non conoscono Hajdari, il che è informazione di nessun significato; 7) che il nostro leone è così bravo da fare lega con autori “maggiori” in una rivista “massima” – e qui partono gli applausi: “però, il Pozzoni!”; 8) che è amico di De Angelis, bene, è una bella cosa l’amicizia, ma sparare il nome per ricavarne un’ombra d’autorevolezza per sé è ridicolo; 9) che da leone-quasi-volpe prova a solleticare l’amor proprio di altre voci nel blog per screditare Hajdari con comparazioni inutili, tecnica retorica che impariamo ad usare con successo più o meno alle elementari; 10) che – ecce auctoritas – il leone da tastiera è in rapporti con un docente universitario romano, così noto da essere anonimo, e che in quanto docente accademico – eccheccazzo! – contribuisce alla causa del leone con i suoi due etti di autorità accademica; 11) che l’anonimo accademico non ama la poesia di Hajdari, ma prodiga consigli “negativi”, professorialmente autorevoli, senza dubbio; 12) che il leone non ha neanche sfoderato gli artigli, perchè potrebbe aprire le dighe nientemeno che su una “rivista internazionale” (e anche qui spera che il lettore dica: “però, il Pozzoni, c’ha anche una rivista internazionale a portata di tastiera); 13) che questa polemichetta serve a promuovere il suo “spessore culturale”, grazie al quale potrà prodigare consigli autorevolissimi garantiti e validati da tutte le fontes auctoritatis snocciolate via via; 14) che il leone da tastiera si occupa di testi “ad alto livello”, altissimo, altissimo, sognando codazzi di ammiratori che lo raggiungano a tali imprecisate alture; 15) che si occupa di “reale cultura”, espressione che, di là della maldestra autopromozione, ci lascia l’impressione di una carie nascosta: non solo la suprefluità di dirci che si occupa di “cultura” (termine un po’ vago, ma pareva già non dubitabile che il leone non s’occupasse di laterizi), ma addirittura (squilli di tromba) di “reale” cultura, con l’aggettivo generatore di autorità messo lì come una toppa sul vuoto. Tempo perso quello del Pozzoni? Al contrario: la pubblicità (di se stessi) è l’anima del commercio. Credetemi, prima di scrivere mi sono consultato con un premio Nobel, cinque poeti, dieci senati accademici e cento riviste internanzionali

    • gabriele fratini

      Ragazzi adoro le “polemichette inutili”, un passatempo degno delle migliori settimane enigmistiche, e vi ringrazio per questa riuscitissima. Sarebbe meglio comunque firmarsi altrimenti si può scrivere qualsiasi cosa. Tutti i leoni da tastiera hanno un forte ego, ma ci sono leoni con un nome e leoni anonimi. Saluti.

      • Ivan Pozzoni

        Gabriele, c’è un motivo: non si firmano perché sono NESSUNO, e essendo NESSUNO, continuano a scrivere esimie minchiate, con errori logici e ortografici. La differenza è che IO – a differenza di costoro- ho un “io” che si chiama Ivan Pozzoni, con un curriculum studiorum di spessore internazionale. Quindi non mi VERGOGNO nello scrivere di ciò che faccio e ciò che credo (col mio nome e cognome). Questi indignitosi vigliacchi, che si nascondono dietro l’anonimato, semplicemente “non sono un cazzo”. Perché io sono io, e loro non sono un cazzo: hanno cinque pubblicazioni sul giornalino del loro paesino e scrivono commentini anonimi sui blog.

        Loro sono tempo buttato dall’umanità!

        Più Pozzoni e meno cojoni (slogan).

        Altre risposte sarebbero inutili: sono anonimi, e resteranno anonimi, tra cinque minuti, un anno, dieci anni, cento anni. 🙂 Comunque, vuoto, noia, luoghi comuni.

        Studiatevi bene i miei scritti: svilupperete anche voi un minimo di intelletto: favorendo l’evoluzione dalla scimmia al cane (almeno). 🙂

        Potrei ribattere dettagliatamente:
        1] i testi noiosi sono da segnalare (come i thread noiosi sui blog);
        2] chi sostiene, nel 2015, l’esistenza dei “giudizi estetici”, è teoreticamente un idiota;
        3] tendenzialmente un “addetto ai lavori”, cioè un tecnico, è abbastanza autorevole. Ricordo a nessuno che è un reato riportare opinioni altrui su blog senza autorizzazione scritta;
        4] a differenza degli idioti tengo in considerazione le opinioni dei tecnici (seri). Purtroppo c’è chi scambia opinioni dei tecnici con opinionisti di Maria De Filippi;
        5] non significa niente
        6] c’è chi dice che Hajdari è “uno dei maggiori poeti viventi”: chissà come mai non lo conosce quasi nessuno. Potrebbe essere uno dei maggiori poeti viventi sconosciuti, come mia nonna?
        7] c’è chi riesce, e chi non ha l’attitudine (essendo un minus habens);
        8] non sono amico di De Angelis; è De Angelis ad essere amico mio;
        9] Per chi ha fatto le elementari…
        10] Non con UN docente romano: con la totalità dei docenti universitari italiani, e molti stranieri. Ricordo a nessuno che è un reato riportare opinioni altrui su blog senza autorizzazione scritta;
        11] minchiata;
        12] sono direttore di rivista internazionale. Però, tendenzialmente, non uso la mia: mi faccio ospitare dalle altre.
        13] Il “mio spessore culturale” c’è, è saldo: non deve muoversi. E, sinceramente, delle vostre opinioni anonime (e anche il 90% delle non anonime) non me ne è mai fregato un cazzo.
        14] Quando avrete i vostri volumi a Cambridge, Harvard, Princeton, Yale, Oxford e in un estesissimo elenco di biblioteche universitarie, dialogheremo alla pari. Attualmente è un dialogo tra un serio e un nessuno.
        15] Di “cultura” cazzara si occupano bene tutti (significanza del binomio finto/reale).

        Più Pozzoni e meno cojoni (slogan II).

        Finalmente: chi è l’idiota? NESSUNO! 🙂

    • Ambra Simeone

      Un blog è da fatto per suscitare dei commenti e un blog di poesia è fatto per suscitarne anche di molto critici. Ognuno può dire quel che pensa di ciò che è pubblicato. Se poi si vuole un blog fatto di soli adepti degli autori proposti e pubblicati, si crei un gruppo chiuso su facebook con la possibilità di sbattere fuori tutti i non adepti. La critica di Ivan è fondata almeno quanto le adulazioni venute dagli altri commentatori.

      Per quanto riguarda il commento in anonimato non mi prolungo più di tanto, dato che considero la vigliaccheria di molto più spregevole di una sana critica.

      • Ambra, a me Hajdari piace, perché è un poeta vero e vigoroso, ne avessimo! Per cui non mi considero affatto suo adulatore, anche perché a cosa mi servirebbe?, ma suo estimatore. Il che è diverso. Ivan ha il sacrosanto diritto di esprimere e argomentare il suo punto di vista, e fa bene, io il mio.

  14. caro Ivan,
    io rispetto il tuo giudizio al pari di quello di chiunque altro, il blog come sai è aperto ad ogni giudizio (estetico o non), purché il giudizio sia espresso senza espressioni sprezzanti e denigratorie o offensive.
    Tu hai scritto che i testi di Hajdari sono «noiosi»; lascia che ti dica che questo non è propriamente un giudizio ma una impressione soggettiva. Ergo, tu hai espresso una tua impressione soggettiva che non è ancora diventato un giudizio estetico.
    E poi un dettaglio ancora: tu scrivi che sei stato spinto a scrivere la tua impressione negativa dei testi di Hajdari “su consiglio (negativo) di un noto docente universitario romano”. Bene, è lecito chiederti il nome e il cognome di questo “docente” che non vuole essere pronunciato? O che forse ha qualcosa da nascondere? Se ha lanciato un sasso, mostri anche la mano.
    Infine, un’ultima precisazione: io sono un estimatore della produzione poetica di Gezim Hajdari e ne ho scritto in sede di critica, ma non mi considero un “adulatore” di chicchessia, i miei giudizi (estetici) li ho sempre scritti e argomentati.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Giorgio,
      chiaramente, il mio thread sprezzante si riferiva a chi denigra, diffama e ingiuria SENZA METTERE NOME E COGNOME. Quindi è un disprezzo, giustificato, che si orienta a NESSUNO (nessun nome e cognome) in concreto. Si rivolge alla categoria astratta dei denigratori anonimi e vili.

      Però un blog che tollera da sempre questa situazione (anonimi), è un blog che valorizza i vigliacchi, i vili e i cazzoni. Quindi, Giorgio, o, da responsabile, cancelli l’elenco di sproloqui ANONIMI indirizzati a mio nome, o da responsabile, mi comunichi l’indirizzo IP del vile, che, non appena si smaschererà (mi scriva un’email, all’indirizzo ivan.pozzoni@gmail.com, avrà il resoconto di tutta la storia, con un sorriso di disprezzo).

      Per il resto:
      1] lascia che ti dica che “non-noiosi” è una impressione soggettiva, come noiosi. Quando, studiando un minimo di filosofia analitica (attuale), senza fermarvi a Marx e a Heidegger, comprenderete che tutti i giudizi estetici siano una “impressione soggettiva” (cfr. emotivismo), sarà tardissimo.
      2] Non sono stato spinto a fare niente: un docente universitario romano mi ha (s)sconsigliato i testi di Hajdari e, io, incuriosito, ne ho letti alcuni (capa tosta). Io ho sempre considerato Hajdari uno scrittore (non un uomo) senza valore artistico: non desideravo, tuttavia, fare lo stesso errore che ho fatto con De Angelis. Poteva anche non sconsigliarmeli: li ho trovati vuoti, noiosi e densi di luoghi comuni. Questo è un “giudizio estetico”, cioè una “una impressione soggettiva” da rispettare. Come ribadisco: è reato diffondere i contenuti di una email senza l’autorizzazione di chi l’ha scritta. Quindi, chi è il mio amico restano cavoli miei, non avendo nessun dovere di fare nomi e cognomi (non si è consumato nessun reato, fortunatamente): se vorrà, con nome e cognome, scriverà di Hajdari su rivista o non ne scriverà affatto;
      3] fai bene ad argomentare le tue “impressioni soggettive”. Io anche argomento le mie: Gezim Hajdari non è “uno dei maggiori poeti viventi”, perché è noioso, vuoto, e denso di luoghi comuni. Dare altre spiegazioni significherebbe dare troppa attenzione a chi non ne merita.

      C’est compris? 🙂

      Da buon responsabile, secondo norma di legge, adesso o cancella il commento anonimo denigratorio nei miei confronti o comunica a me, cioè l’interessato, di chi si tratta, o, cortesemente, se lo sai, segnalagli di mettersi in contatto con me. So che c’è gente che di me ha il terrore: non lo mangio mica… ahahahah

  15. Giuseppe Panetta

    IO finissimo dopo aver perso circa 10 kg e 100 punti percentuale di colesterolo. Mi tormentano i trigliceridi, troppa accademia sballa i valori.
    Concordo sui grandissimi filosofi ma è Magrelli ad essere inclassificabile.

  16. Giuseppe Panetta

    Caro Giorgio, io ho solo fatto una rosa di nomi e non una graduatoria, a mio personalissimo gusto. Sono un lettore prima che scrittore e non sono abituato a ungere nessuno. Sono così lontano da conventi e conventicole, da sempre, tanto che sconto questo isolamento cercato e difeso ad oltranza. Non brigo, non promuovo, non frequento, non sponsorizzo amici. Facebook non c’è l’ho (mi ricollego all’articolo apparso oggi sull’ombra).
    Posso dunque permettermi di elencare quelli che secondo il mio gusto considero dei bravi scrittori. Se dico Moimas, Ventura, De Palchi, Sagredo (sangue e sagrato non l’ ho scritto a caso), Pozzoni, Simeone, Flavio , Tosi e pochi altri ancora, tra cui qualche giovane, che significa? Che ungo? E quale ingranaggio? Io semplicemente leggo questi autori e li stimo, li riconosco. E non mi aspetto certo che loro riconoscano me. Dovrebbe essere nell’ordine delle cose, semplicemente.

    Posso, dunque, permettermi, a mio personale gusto, affermare che l’ autore di questa pagina non rientra nelle letture che mi interessa fare. Mentre mi diverto molto a leggere Magrelli, un po’ meno il De Angelis che trovo cupo, serioso e provinciale.
    Che chiuda Lo Specchio, che sbianchi del tutto Einaudi, che Garzanti non pubblichi più poesia, non me ne frega niente, l’ha detto Almerighi e tu l’hai condiviso, il sistema non è riformabile.

    Io continuo ad amare i versi e a piantare bulbi nel mio giardino.

  17. “so che non ti importa nulla ma io amo un uomo epico!”
    è poesia epica, d’altro tempo, altri luoghi, quotidianità vissute diversamente. Ce ne vuole prima di formulare un giudizio di valore… ciao

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