Archivi del giorno: 30 aprile 2015

UN POEMETTO di Gëzim Hajdari “Custode della mia uva” tratto da Delta del tuo fiume (Ensemble, 2015)  con un Commento di Giorgio Linguaglossa

da sx Gezim Hajdari Marco Onofrio Giorgio Linguaglossa Roma presentazione del libro

da sx Gezim Hajdari Marco Onofrio Giorgio Linguaglossa Roma presentazione del libro “Delta del tuo fiume” Biblioteca Rispoli 2015

 Gëzim Hajdari, è nato nel 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma.

In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera.

Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.

Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.

La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.

È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone. Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3. Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari. Dal 1992, vive come esule in Italia.

gezim-hajdari-nel-suo-studio-2006.

gezim-hajdari-nel-suo-studio-2006.

Ha pubblicato in Albania: Antologia e shiut, “Naim Frashëri”, Tirana 1990;Trup i pranishëm / Corpo presente, I edizione “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999 (in bilingue, con testo italiano a fronte). Gjëmë: Genocidi i poezisë shqipe, “Mësonjëtorja”, Tirana 2010. Ha pubblicato in Italia in bilingue: Ombra di cane/ Hije qeni, Dismisuratesti 1993; Sassi controvento/ Gurë kundërerës, Laboratorio delle Arti,1995; Antologia della pioggia/ Antologjia e shiut, Fara, 2000; Erbamara/ Barihidhët, Fara, 2001; Erbamara/ Barihidhët, (arricchita con nuovi testi rispetto alla prima edizione). Cosmo Iannone Editore 2013; Stigmate/ Vragë, Besa, 2002. II edizione Besa 2007; Spine Nere/ Gjëmba të zinj, Besa, 2004. II edizione Besa 2006; Maldiluna/ Dhimbjehëne, Besa, 2005. II edizione Besa 2007; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, Fara, 2005; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, II edizione arricchita e ampliata, Fara 2007; Puligòrga/ Peligorga, Besa, 2007; Poesie scelte 1990 – 2007, EdizioniControluce 2008; Poesie scelte 1990-2007, II edizione (arricchita con nuovi testi). EdizioniControluce 2014; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007 (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2008; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007, II edizione (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2014; Corpo presente/ Trup i pranishëm, Besa 2011; Nur. Eresia e besa/ Nur. Herezia dhe besa, Edizioni Ensemble 2012; I canti dei nizam/ Këngët e nizamit (i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012; Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rroftë kënga e gjelit në fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013.

Libri reportage di viaggio: San Pedro Cutud. Viaggio nell’inferno del tropico, Fara, 2004; Muzungu, Diario in nero, Besa, 2006. Libri sull’opera di Hajdari: Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari, a cura di Andrea Gazzoni. Cosmo Iannone Editore 2010. La besa violata. Eresia e vivificazione nell’opera di Gëzim Hajdari, a cura di Alessandra Mattei. Edizioni Ensemble 2014. Ha tradotto in albanese: L’antologia Poesie /Poezi, ( con testo italiano a fronte) di Amedeo di Sora. “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999. Forse la vita è un cavallo che vola, / Ndoshta jeta është një kalë fluturak, (con testo italiano a fronte, Edizioni Empiria 2000. L’antologia/ Eshka dhe guri/ Il muschio e la pietra (con testo italiano a fronte) di Luigi Manzi. Besa 2004.

Ha tradotto in italiano: I canti dei nizam/ Këngët e nizamit(i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012. Leggenda della mia nascita/ Legjenda e lindjes sime (con testo albanese a fronte) di Besnik Mustafaj. Edizioni Ensemble 2012. Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rrofte kenga e gjelit ne fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013 – È co-curatore in italiano: dell’antologia I canti della vita (con testo arabo a fronte) del maggior poeta tunisino del Novecento, Abū’l-Qāsim Ash-Shābb, Di Girolamo Editore 2008. È curatore e co-traduttore (insieme ad Andrea Gazzoni) dell’antologia Dove le parole non si spezzano (con testo originale a fronte) del poeta più importante delle Filippine, Gémino H. Abad, (Edizioni Ensemble 2014).

da dx Giorgio Linguaglossa Lucia Gaddo Letizia Leone Salvatore Martino e, a sx  Gezim Hajdari Roma presentazione del libro Delta del tuo fiume aprile 2015 Bibl Rispoli

da dx Giorgio Linguaglossa Lucia Gaddo Letizia Leone Salvatore Martino e, a sx Gezim Hajdari, Roma presentazione del libro Delta del tuo fiume aprile 2015 Bibl Rispoli

Ha pubblicato in Italia in edizione bilingue: Ombra di cane/ Hije qeni, Dismisuratesti 1993; Sassi controvento/ Gurë kundërerës, Laboratorio delle Arti,1995; Antologia della pioggia/ Antologjia e shiut, Fara, 2000; Erbamara/ Barihidhët, Fara, 2001; Erbamara/ Barihidhët, (arricchita con nuovi testi rispetto alla prima edizione). Cosmo Iannone Editore 2013; Stigmate/ Vragë, Besa, 2002. II edizione Besa 2007; Spine Nere/ Gjëmba të zinj, Besa, 2004. II edizione Besa 2006; Maldiluna/ Dhimbjehëne, Besa, 2005. II edizione Besa 2007; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, Fara, 2005; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, II edizione arricchita e ampliata, Fara 2007; Puligòrga/ Peligorga, Besa, 2007; Poesie scelte 1990 – 2007, EdizioniControluce 2008; Poesie scelte 1990-2007, II edizione (arricchita con nuovi testi). EdizioniControluce 2014; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007 (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2008; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007, II edizione (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2014; Corpo presente/ Trup i pranishëm, Besa 2011; Nur. Eresia e besa/ Nur. Herezia dhe besa, Edizioni Ensemble 2012; I canti dei nizam/ Këngët e nizamit (i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012; Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rroftë kënga e gjelit në fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013. Libri reportage di viaggio: San Pedro Cutud. Viaggio nell’inferno del tropico, Fara, 2004; Muzungu, Diario in nero, Besa, 2006 – Libri sull’opera di Hajdari: Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari, a cura di Andrea Gazzoni. Cosmo Iannone Editore 2010. La besa violata. Eresia e vivificazione nell’opera di Gëzim Hajdari, a cura di Alessandra Mattei. Edizioni Ensemble 2014

Ha tradotto in albanese: L’antologia Poesie /Poezi, ( con testo italiano a fronte) di Amedeo di Sora. “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999. Forse la vita è un cavallo che vola, / Ndoshta jeta është një kalë fluturak, (con testo italiano a fronte, Edizioni Empiria 2000. L’antologia/ Eshka dhe guri/ Il muschio e la pietra (con testo italiano a fronte) di Luigi Manzi. Besa 2004.

Ha tradotto in italiano: I canti dei nizam/ Këngët e nizamit(i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012. Leggenda della mia nascita/ Legjenda e lindjes sime (con testo albanese a fronte) di Besnik Mustafaj. Edizioni Ensemble 2012. Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rrofte kenga e gjelit ne fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013 – È co-curatore in italiano: dell’antologia I canti della vita (con testo arabo a fronte) del maggior poeta tunisino del Novecento, Abū’l-Qāsim Ash-Shābb, Di Girolamo Editore 2008. È curatore e co-traduttore (insieme ad Andrea Gazzoni) dell’antologia Dove le parole non si spezzano (con testo originale a fronte) del poeta più importante delle Filippine, Gémino H. Abad, (Edizioni Ensemble 2014).

dal Risvolto di copertina del libro di Giorgio Linguaglossa

Il logos poetico di Gëzim Hajdari è governato dalla legge dell’identità nella molteplicità poiché parte dalla presa d’atto dell’esilio fisico e spirituale del parlante il quale non abita più la patria, la Heimat del linguaggio e del paesaggio, perché ne è stato escluso da un ingiusto esilio. Privato della propria patria, il parlante è  costretto a peregrinare di terra in terra, a mescolare il proprio idioma con quello di altri paesi e di altre Lingue, il suo sarà un canto dell’erranza e della trasfusione di Lingue nella Lingua universale-primordiale che sola può ospitare il canto dell’erranza. Al pari di un aedo antico, Hajdari parla la «lingua degli antenati, lo kiswahili», si mescola con altri erranti di tutte le lingue e di tutti i paesi, costretto ad inseguire il proprio destino come un Fato pagano: il canto della fedeltà e dell’infedeltà alla propria Lingua e al proprio popolo, di qui il Tragico che incombe su ogni parola pronunciata, il giganteggiamento dell’io, il canto dell’addio («Vado via Europa, vecchia puttana viziata… Addio Europa di muri, impronte delle dita e tombe d’acqua»); infatti la forma di questa poesia  è calcata, alla maniera antica, su quella dell’epicedio e dell’inno. È la voce dell’oracolo antico che parla («Io venivo dai luoghi dell’oracolo di Delfi»), che si rivolge all’antica deità-femminile della «savana», del mondo femminile da lungo tempo scomparso che è compito dell’aedo riportare in vita.

Gezim Hajdari delta-del-tuo-fiume cop(Tratto da Delta del tuo fiume. Ensemble, 2015)

Gëzim Hajdari

ROJË I VERËS SIME

Burrë skifter mbërritur nga toka e gurtë e Drasisë,
larguar nga atdheu yt në pranverë,
natën, nën shi,
i mposhtur,
pa një shtërngim dore,
dëgjoje kët’ thirrje vajzërore në muzg:
mos e braktis vreshtën time në pjekje,
jam e re, kam ende dëshirë për ty,
për dimrat e tu,
për shirat e tua,
për hijen tënde të huaj.

Trupi im prej kaprolleje dridhet,
eja t’më shuash, po digjem horë,
flakët ma pushtojnë gjoksin prush,
lëkura ime vallzon,
venat e mia këndojnë,
gjinjtë e mi fërgëllojnë,
buzët e mia të gjakëruara përvëlojnë,
hëna e errët e mbivetes sime
çel lule erotike gjithë aromë.

Harroje ezilin e hidhët,
tokën tënde njerkë në Lindje,
përtej detit të errët,
shqipet e zeza dykrerëshe që ta shqyejnë pa mëshirë
mishin e dobët ballë kalimtarëve.

Në Ballkanin tënd,
delirë dhe pluhur,
askush s’të pret,
veç mallkimit të xhinëve.

Dua të ta lehtësoj plagosjen e gurëve në trup
dhe dhimbjen e gjëmbave të zinj ngulur në lëkurë
me mushtin e dëlirë të verës sime.
Mos kij frikë nga shpirtrat e ligë,
asnjë njeri me të zeza s’troket në derën tënde të vjetër,
askush s’të ndjek pas për të të thikuar.
Ka kohë para se librat e tu – murgj të hidhëruar –
ta varrosin në heshtje trupin tënd
majëkodrës së errët.

Dorëzohu lakmisë sime dashurore tok me xhinët
e vragat e tua,
mirëprite thirrjen time prej gruaje
në kët’ gadishull të drishshëm me trupa zezakësh të mbytur.
Perënditë të zbritën nga Alpet e Arbërsië
për të të vënë në provë dashurie,
për të të shpallur të barabartë me to,
për t’më takuar mua, vashëz të arrirë
mbërritur në Çoçari nga detet e Jugut,
lajmëtare e ezilantëve në ikje.
Shqipëria jote, nënë dhe kuçedër,
të ka lindur e rritur
për të të shqyer mes gurëve
e mallkuar trupin,
gjuhën tënde
dhe sytë e tu
gjer në verbëri.

Mos i kthe sytë nga vendi ballkanas,
në lëkurën tënde veç gjëmba e vraga të thella,
majëkodrave të vendlindjes prehet terrori i viteve të gjelbër .

Burrë ezilant,
jam vreshta jote në mbretërinë tokësore,
lindur nga rropullitë e dheut të kuq të Saturnit,
për të të dehur me nektarin tim vajzëror
e ta humbësh rrugën e kthimit në Darsi,
për të të bërë të vdesësh e të rilindësh mijëra herë në ezil.
Dua të jem e burgosura e gjogut tënd të egër,
dua të jem himn i kërcellit tënd të epshëm.

Ti je pika që më ushqen me ezil,
më vadit si shiu i rrëmbyer në vjeshtë dheun e çarë,
më mban zgjuar e gjallë në gadishullin me tërmete,
më fekondon nga stina në stinë me hëna të plota
dhe mbyll qarkun tim,
dua të marr frymë me lëkurën tënde ezilante.

Burrë fshatar,
dua të fekondohem në vendlindjen tënde të hershme,
majëkodrës së errët me tërshërë të gjelbër
ku ndeshen demat e gjakosur hamulloreve
dhe ndërzehen rrufetë,
Dua t’i jap jetë një fisi të ri
sepse lufta jote prej guerrieri të vazhdojë,
sepse emri yt gdhendur mbi gurë të jetojë ndër shekuj
dhe Verbi yt mbretëroftë në mbretërinë e Njerëzve.

Puthi buzët e mia të tulta,
kafshoji thumbat e gjirit tim siç kafshoje kokrrat e razakisë
së kuqe në Hajdaraj,
Puthi gjinjtë e mi si dy pjeshka të kodrave të vendlindjes,
të ëmbël si hallva të vendit tënd Lindor,
si pekmez mani të kuq përgatitur nga Nur.
Shijoje frutin e lëngët të luginës sime të freskët
që parfumon si myshku i blirit në pyllin e Çapokut ,
e mirëprite natën time-perlë në shtratin me gurë stralli.
Përshkoje trupin tim dorëzuar me arkanin tënd,
pije qafën time prej kaprolleje,
shtërngoji me duart e tua prej profeti hiret e mia,
pëmendi gishtata e mi filiza pranverorë.

Burrë Laokont,
hyj në korijen time të etur tok me gjëmimet
e vetëtimat e provincës tënde bujqësore,
shuaje etjen time te burimi yt.

Jam vera rubinë e shtatorit që kullon
në oborrin e Verbit tënd shtegëtar
dhe ti, ezilant e rojtar i vreshtës sime plot musht.
Krahët e mi: degë që të shënjtërojnë,
duart e mia: lastarë që më lidhin duarve të tua,
gishtat e mi: rrënj që presin të lërojnë trupin tënd të pjekur,
dikur bari dhish.

Dashuria jote ezilante,
dashuria jote e huaj në kalim,
dashuria jote herezi,
dashuria jote pjellori blasfeme.

Burrë dem që parfumon eros,
sapo më vështron, unë lagem,
sapo më fshik, unë ndjehem grua,
sapo më zotëron, u dorëzohem xhinëve të tu,
sapo më prek gjer në fund, unë klith,
kur ti më lëron me plugun tënd, qaj nga gëzimi,
kur ti derdhesh, ndjej energinë tënde erotike
teksa përshkonë lëkurën time të lëmuar
si fëshfërima e erës që fshik valët
e dunave në shkretirë ;
jam duna jote,
ikja jote,
kur ti vdes tek unë, une ringjallem tek ty.

Burrë ballkanas,
jam robinja jote,
dua të blihem prej teje në pazarin e luleve.
Trupi im, kalorëse e çarmatosur,
gati për tu përshkuar nga shpata jote e pafajshme.
Lëshoji shirat e tu të bardhë pyllit tim të zi
e shëmbi argjinaturat e brishta të ujrave të mi.
Dua t’i ulërij botes se unë të dëshiroj,
dua t’i rrefej botes se unë dashuroj një burrë,
dua t’i klith para botës se ti je burrë
dhe unë jam grua.
Dua t’i ndaloj njerëzit në rrugë e tu them:
«e di që s’ju intereson aspak por unë dashuroj një burrë epik!»

Burrë guerrier i Lindjes,
mbërthemë me trupin e fuqishëm mashkullor
si një dem i harbuar i Shegasit ,
shfletomë siç shfleton era pranverore
sythat e lajthatës në zabelin e zhveshur,
gjelbëromë me lavën tënde të vakët pjellore
siç gjelbëron oazi mes rërës në shkretëtirë,
dhe bëj që nga perla ime të lindin fruta erotike
me ngjashmërinë tënde.
Të himnizoj siç celebrohet një kult hyjnor në Darsi,
të shënjtëroj siç shënjtëroheshin perënditë
në Arbërinë e lashtë,
jam Zana e Tempullit tend,
rojë e flakës së përjetshme.

Burrë Uliks,
jam Sirena jote,
e do të bëj çmos të jetë i gjatë udhëtimi yt,
do të të mbështjellë me mjegulla të verbëra,
e do të të shoqëroj me këngë detare
do të të udhëheq nëpër portet e panjohur të detit mesdhe
gjatë kthimit për në Itakë
dhe ti ndërmend gjithnjë Arbërinë tënde.

Gezim Hajdari colline di Fondi, 2006

Gezim Hajdari colline di Fondi, 2006

CUSTODE DELLA MIA UVA

Uomo falco che giungi dalla terra petrosa di Darsìa ,
fuggito dalla tua patria in primavera,
di notte, sotto la pioggia,
sconfitto,
senza una stretta di mano,
ascolta il mio richiamo di fanciulla:
non abbandonare la mia vigna acerba,
sono giovane, ho ancora voglia di te,
dei tuoi inverni,
delle tue piogge,
della tua ombra straniera.

Il mio corpo di puledra trema,
vieni a domare l’incendio,
le fiamme invadono il mio ventre focoso,
la mia pelle danza,
le mie vene cantano,
i miei seni fremono,
le mie labbra rosse ardono,
la luna oscura del mio pube
germoglia fiori di eros.

Dimentica l’amaro esilio,
la tua terra matrigna dell’Est,
oltre il mare negro,
le nere aquile a due teste che divorano impietosamente
la tua debole carne
di fronte ai passanti.

Nei tuoi Balcani,
delirio e polvere,
nessuno ti attende,
solo la maledizione dei xhin ;

Voglio lenire le ferite di pietra sul tuo corpo
e le spine nere conficate nella tua pelle
con il mosto candido della mia uva.
Non temere gli spiriti maligni,
nessun uomo nero bussa alla tua vecchia porta,
né qualcuno ti insegue per accoltellarti.
C’è tempo prima che i tuoi libri – monaci mesti –
seppelliscano in silenzio la tua salma
in cima alla collina buia.

Concediti alla mia brama d’amore con i tuoi xhin
e le tue stigmate,
accogli il mio richiamo di donna
in questa penisola tremante di corpi negri annegati.
Gli dei ti hanno fatto scendere dalle alpi dell’Arbëria
per metterti alla prova d’amore,
per proclamarti pari a loro,
per incontrare me, giovane fanciulla
giunta in Ciociaria dai mari del Sud
messaggera degli esuli in fuga.
La tua Albania, madre e gorgone,
ti ha fatto nascere e crescere
per divorarti tra i sassi,
maledicendo il tuo corpo,
la tua lingua
e i tuoi occhi
fino ad accecarti.
Non voltarti indietro per vedere il paese balcanico,
nella tua pelle solo spine nere e stigmate profonde,
in cima alle colline native giacce il terrore degli anni verdi

Uomo esule,
sono la tua vigna nel regno della Terra,
sorta dalle viscere del suolo rosso di Saturno,
per farti inebriare con il mio nettare di fanciulla
e farti perdere la via del ritorno alla tua Darsìa,
per farti morire e rinascere mille volte in esilio.
Voglio essere prigioniera del tuo destriero selvatico,
come il campo arato sotto le piogge d’autunno,
voglio essere inno del tuo giunco flessibile.

Tu sei la goccia che mi nutre di esilio,
mi bagna come la pioggia bagna il suolo spaccato in autunno,
mi tiene sveglia, viva nella penisola di terremoti
mi feconda di stagione in stagione con la luna piena
e chiude il mio cerchio,
voglio respirare tramite la tua pelle esule.

Uomo contadino,
voglio essere fecondato nel tuo villaggio di una volta,
in cima alla collina buia di biada verde
dove si scontrano i tori insanguinati nei campi trebbiati
e si fecondano i fulmini.
Voglio partorire una nuova stirpe
perché la tua lotta da guerriero continui,
perché il tuo nome inciso sulle pietre si tramandi nei secoli
e il tuo Verbo regni nel regno degli Uomini.

Bacia le mie labbra carnose,
mordi i mie capezzoli come mordevi i chicchi rossi
del razakì ad Hajdaraj,
bacia i mie seni come le pesche della collina del tuo villaggio,
dolci come halwa del tuo Oriente,
come il pekmez di gelso rosso che ti preparava Nur .
Assapori il frutto succoso della mia valle
che profuma come il muschio del tiglio del bosco di Çapok ,
e cogli nel tuo letto di pietra focaia la mia notte-conchiglia.
Percorri il mio corpo arreso con il tuo arcano,
bevi il mio collo di cerbiatta,
stringi tra le tue mani da profeta le mie grazie,
nomina le mie dita rami di primavera.

Uomo Laocoonte,
entra nella mia selva assetata insieme ai tuoi tuoni
e ai lampi della tua provincia agricola,
spegni la mia sete nel tuo sorgente.

Sono l’uva candida di settembre che cola
nella corte del tuo Verbo errante
e tu, esule e custode della mia vigna.
Le mie braccia: rami che ti santificano,
le mie mani: corde che mi legano alle tue mani,
le mie dita: radici che attendono di scavare nel tuo corpo maturo:
un tempo pastore di capre.

Il tuo amore esule,
il tuo amore straniero di passaggio,
il tuo amore eresia,
il tuo amore fertilità blasfema.

Uomo toro che profumi di eros,
appena mi guardi, mi inumidisco,
appena mi sfiori, mi sento donna,

appena mi possiedi, mi arrendo ai tuoi xhin.
Quando tu mi tocchi fino in fondo, io grido,
quando tu mi scavi con il tuo vomero, piango di gioia,
quando tu ti versi in me, sento la tua energia erotica
percorre la mia pelle nuda
come il soffio del vento che sfiora le onde
delle dune del deserto;
sono la tua duna,
la tua fuga,
quando tu muori in me, io rinasco in te.

Uomo balcanico,
sono la tua robinjë ,
voglio essere comprata da te al mercato dei fiori.
Il mio corpo è una soldatessa disarmata,
pronto per essere infilzata dalla tua spada innocente.
Lancia le tue bianche piogge sulla mia foresta nera
e rompi gli argini fragili della mie acque.
Voglio urlare al mondo che ti desidero,
voglio confessare al mondo che io amo un uomo,
voglio gridare al mondo che sei uomo
ed io sono donna.
Voglio fermare la gente per strada e dire:
«so che non ti importa nulla ma io amo un uomo epico!»

Uomo guerriero dell’Est,
afferrami con il tuo corpo muscoloso,
come un toro selvatico di Shegas ,
sfogliami come sfoglia il vento di primavera
le gemme del siliquastro nel bosco spoglio,
inverdirmi con la tua tiepida lava fertile
come inverdisce l’oasi in mezzo alla sabbia del deserto.
e fai sì che dalla mia conchiglia sorgano frutti di eros
a tua somiglianza.
Ti amo come se celebrassi un culto divino in Darsìa,
ti santifico come venivano santificate gli dei
nella antica Arbëria,
sono la Sacerdotessa del tuo Tempio,
custode della sua fiamma eterna.

Uomo Ulisse,
sono la tua Sirena,
farò sì che lungo sia il viaggio,
ti avvolgerò con nebbie cieche,
e ti accompagnerò con canti marini,
ti guiderò per i porti sconosciuti del mare nostrum
al ritorno nella tua Itaca,
e tu rammenta sempre la tua Arbëria.

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