LA COMMEDIA COME PARADIGMA DELLA CIVILTÀ OCCIDENTALE di Gianni Vacchelli L’esperienza di Dante: tra «attualità» e sfida. Per una lettura simbolica della Commedia – La Commedia come viaggio, metafora dell’Occidente e Libro delle relazioni

Dante Alighieri 2  Questa croce [di luce] è, pertanto, quella che unisce tutte le cose mediante la parola (Atti di Giovanni)

 Peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata (Dante, Cv I, iii, 4)

 La prassi di liberazione è l’azione possibile che trasforma la realtà (soggettiva e sociale), tenendo sempre come riferimento ultimo una qualsiasi vittima o comunità di vittime (E. Dussel, L’etica della liberazione nell’età della globalizzazione e dell’esclusione)

 La sfida di Dante al nostro tempo di Gianni Vacchelli

 Dante è una sfida per il nostro tempo. Se egli è «attuale» (cfr. Cv II, iii, 15; III, xiii, 5.7), come recita il titolo di questo libro, subito potremmo affermare che è sommamente «inattuale», al fuoco di una di quelle contraddizioni vitali tanto affascinanti per il Poeta, maestro di superamenti e revisioni di se stesso e della sua opera. La sua cosmovisione non è più la nostra e sembra irrimediabilmente passata. Ma l’inattualità vera (come l’attualità del resto) non è tanto cronologica, perché 700 anni e più ci dividono dal Medioevo dantesco.

Il punto è altrove: Dante è appassionato di integrazioni e tutta la sua opera è il tentativo grandioso di raccogliere i frammenti sparsi – di una vita, di un’epoca, di una filosofia, di una teologia, di una poesia, di un cosmo, di un corpo, di un’anima – per riunirli in un insieme polifonico, armonico. Non è solo il genio del Medioevo che mette ordine, crea summe e summule, crede in un kosmos ad orologio. È lo sforzo personale, interiore ed intellettuale di un uomo per trascendere le fratture, le possibili disintegrazioni. La dimensione del monaco – cioè di colui che fa unità dentro se stesso, che si raccoglie integrandosi – è archetipica: non la si onora soltanto entrando in monastero[i]. È un’aspirazione profonda dell’uomo, una sua sete costitutiva e tanti sono i modi di viverla quanti sono gli uomini. Per Dante monastero fu il mondo tutto.

 È qui che Dante ci sfida ed è «in atto»: perché noi siamo programmaticamente scissi, dualistici o monistici, spesso troppo materiali, quando non, magari per reazione, troppo aerei e spiritualitizzati. Il regno, ormai così vacillante, delle nostre specializzazioni è chiamato a giudizio dal genio universale di Dante. Ma, soprattutto, sono le nostre schizofrenie interiori, i nostri Dr. Jekyll e Mr. Hyde che ci pullulano dentro, il nostro essere “uno nessuno e centomila” ad agitarsi di fronte allo sguardo armonizzatore e sapiente del Poeta. O forse (peggio?) non sappiamo nulla dei nostri inferni, e l’Inferno di Dante, tra l’altro formidabile mappa conoscitiva di traumi e ombre, per noi è solo un ricordo sbiadito e noioso di scuola. Ma anche qui il Poeta «sto alla porta e busso» (cf. Ap 3, 20).

La Commedia non è solo un capolavoro da leggere. Ci sfida, ma soprattutto ci parla di noi e ci invita al risveglio, a vivere con profondità, ad entrare nel mistero della realtà.

L’attualità di Dante appartiene anche all’Istante – in cui si può “essere” e risolversi –, meno ai minuti (o ai secoli) che passano.

Dante Alighieri

Dante Alighieri

Il genio di Dante: un tesoro inesauribile (e da ri-scoprire?)

 Dante, con la sua Commedia, è perennemente vivo, potente, contemporaneo; la genialità poetica dantesca è penetrata anche nella memoria popolare: così Paolo e Francesca, Farinata, Ulisse, il conte Ugolino, Virgilio, Cacciaguida, Beatrice, San Bernardo, ma anche la selva oscura e le tre belve appartengono all’immaginario collettivo (ma non solo, vedremo, anche al mundus imaginalis delle nostre profondità). Stupisce poi la grande attualità linguistica[ii], pur nell’inevitabile distanza storica: Nel mezzo del cammin di nostra vita è forse l’incipit più celebre della letteratura di tutti tempi (o almeno di quella occidentale) e non sembra avere ormai 700 anni e più, tanto “ci parla” e ci conquista subito, immergendoci immediatamente in medias res, “nel mezzo della storia”. Non tutto Dante è così “trasparente”, anzi, tuttavia la sua inventiva linguistica è veramente prodigiosa, e sempre varia, inedita. Dante è anche, non dobbiamo dimenticarlo, un eccezionale narratore, capace di catturare la nostra attenzione.

 Ora, è veramente molto questo, ma non tutto. L’opera dantesca infatti è un vertice artistico (e umano), anche perché contiene in sé una straordinaria attualità esistenziale, conoscitiva, interiore e simbolica: la Commedia non è solo un libro da leggere, ma anche da vivere[iii], così come lo è stato per il Poeta. Insomma leggere diventa viaggiare: viaggiare nel mistero del libro e viaggiare dentro se stessi.

Forse il “nostro oggi”, pur così carico di contraddizioni, è il tempo opportuno per “ri-scoprire” Dante, vivendone tutte le straordinarie potenzialità poetiche ed interiori. Una leggenda medievale che iniziò a circolare subito dopo la diffusione del grande poemadiceva che avremmo compreso la Commedia dopo 7 secoli. Forse è proprio così, nani sulle spalle di giganti, come vuole Bernardo di Chartres, possiamo pure vedere oltre…

 Per una lettura simbolica, olistica

 Se siamo frammentati nella vita (e chi non lo è?), molto probabilmente lo saremo anche nella lettura (che è un atto vitale e imprescindibile: leggiamo, in qualche modo, tutte le volte che guardiamo, interpretiamo, non solo quando i nostri occhi sfilano tra le righe di un libro. Leggere è vivere). Lettori frantumati anatomizziamo e dissezioniamo quello che ci capita a tiro. Dante è un poeta di genio assoluto. Questo probabilmente è ammesso da tutti. Ma oltre che poeta (o meglio: nel suo essere poeta), Dante è molto altro ancora: teologo, filosofo, politico. Mistico. E uomo, naturalmente. Il letterato finissimo, l’artefice della parola versato in tutte le tecniche retoriche e narrative convive in lui– in tensione creativa – con l’indagatore dell’interiorità, col ricercatore dei divini misteri (che non sono solo divini, ma di tutta la realtà).

Dante Alighieri e Guido Cavalcanti

Dante Alighieri e Guido Cavalcanti

 Non possiamo più leggere Dante frantumandolo in parti. La triade uomo-poeta-mistico – meglio ancora della pur apprezzabile diade «poeta e visionario» di Dronke[iv] – non deve essere infranta a cuor leggero. Significa rischiare di non comprendere a fondo Dante. Significa ad esempio contraddire la sua intuizione trinitaria, quel sempre presente e pure misterioso numero 3 che domina la sua opera.

È un kairos, un’esigenza profonda del nostro tempo quella di incamminarci, pur tra fragilità, errori e mancanze inevitabili, verso una lettura simbolica, olistica, “intera”, capace di tenere insieme la molteplicità di un autore immenso come Dante senza ridurlo a monistica e statica unità o a dualismi laceranti. Peccati opposti ma complementari. Anche qui il pensiero trinitario dantesco ci verrà in aiuto.

Dante era appassionato di compimento. Nell’Epistola XIII, scritta per il signore di Verona Cangrande della Scala che lo aveva a lungo ospitato ed onorato, il poeta cita, tra i motivi ispiratori, il Cristo, «colui che [discese è lo stesso che anche] ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose» (Ef 4, 10) e il mistero della sua trasfigurazione (Mt 17, 1-8; Dante cita il v. 6). Il compimento del Cristo, che discese negli abissi e ascese oltre i cieli, è uno dei simboli della Commedia. Come pure la trasfigurazione, dove niente è trascurato, niente tralasciato. Tutto è integrato, assunto. Niente viene accantonato o considerato come non redimibile, inclusi il corpo e la memoria umana[v].

 La ricerca di Dante è sempre creativa, e così somma e temeraria. L’incipit del Monarchia è emblematico: guai all’uomo che ripete solamente, che non reca frutto, che non cerca con tutto se stesso di apportare qualcosa di veramente autentico nella sua personale inchiesta (cfr. Mon 1, 1-6). Se Dante ha vissuto in un continuo e straordinario superamento questa tensione conoscitiva dall’altezza del suo genio, e sarebbe caricaturale e insano volerlo imitare, pure possiamo forse seguirlo, dai nostri limiti, nello sforzo di tenere insieme la complessità della realtà, senza amputarla, con riduzionismi e semplificazioni. Nessun contributo interpretativo degno deve essere trascurato, quanto piuttosto assunto in un disegno più grande, olistico.

 Le grandi intuizioni dantesche

 Dante ama la Sapienza e la sua opera ne è intrisa. Nella sua mente e nella sua ricerca artistica con tutte le sue forze si è adoperato per «far tesoro» ed essere di essa «vaso» (cfr. Pd I, 11.14). Le intuizioni dantesche non cessano di meravigliare e se la Sapienza non è monopolio di nessuno, stupisce la concentrazione eccelsa che di Lei si dà nel poema sacro.

La visione trinitaria o, come diremo spesso nel corso del saggio con Panikkar, «cosmoteandrica»[vi], è il centro dell’universo dantesco, il fulcro della sua mistica, il perno della sua lettura del liber mundi. Dante valorizza al massimo grado la teologia trinitaria, in modi assai fertili anche per l’oggi, forse persino insuperati: soprattutto la cala nella vita, a tutti i livelli. In effetti, con buona pace del mito tecnologico, l’evoluzione non è solo lineare. Dante non usava il computer e ancora attendiamo (sia detto senza polemica) l’autore che ci darà la “nuova commedia” nell’era digitale.

 La Commedia è divina, a patto però che sia anche umana e cosmica. L’aggettivo del titolo – si sa – non è dantesco e non rende perfettamente giustizia alla sua visione del mondo: Dio in essa è non meno al centro dell’uomo e del libro della natura. Dante celebra la dignità dell’uomo con una convinzione che difficilmente si dà persino nell’umanesimo (tolti forse Pico della Mirandola, Marsilio Ficino e pochi altri). Dante canta non solo l’humanitas ma la divinitas dell’uomo. In tempo di “risorse umane”, di “debiti e crediti” o di “effetti collaterali” (così i caduti – civili per lo più – nelle nostre guerre “intelligenti”) fare memoria che l’uomo è un «piccolo cosmo» e un «dio in miniatura» non è poca cosa.

Il titolo Commedia poi, tra l’altro, testimonia, pur senza nessun facile idillio, un ottimismo di fondo, che in Dante è tutto meno che ingenuo. Colpisce però in un uomo che ha profondamente sofferto e che ha visto “l’inferno in faccia”. Pur sapendo che «un abisso chiama l’abisso» (cfr. Sal 42, 8), Dante non si arrende e ascende alla luce.

Gianni Vacchellli cop dante E ancora: la Commedia è una mappa dell’interiorità dell’uomo che sconvolge per la sua precisione, per le sue conoscenze dei cosmi delle profondità. Dante è “psicologo finissimo”, senza privilegiare però la mente. Mai dimentica il corpo e quella dimensione insondabile della realtà che può essere detta, almeno in alcune tradizioni, divina.

Se la sua cosmovisione, come accennavamo, scientificamente è superata, pure simbolicamente parla. I pianeti ancora esistono e non sono solo “quantità matematizzabili”: ci parlano di noi, sono in noi, anche se lo scientismo (non la vera scienza) l’ha dimenticato.

La Commedia è un viaggio, metafora che è nel DNA dell’Occidente (ma pure dell’Oriente, crediamo), almeno da Odisseo. È un viaggio esteriore (nella geografia, nella storia, nelle conoscenze di ogni sorta), ma soprattutto interiore. Dante è stato tutte e due: viaggiatore fuori (talvolta suo malgrado, complice l’esilio) e grandioso «intro-nauta» (internet non c’entra).

La Sapienza è eterna, ma i riflessi che di lei promanano dall’opera dantesca, abbagliano. L’uomo di oggi ne è lontano, ma anche quanto mai vicino: per desiderio, per nostalgia e realmente (almeno nei suoi momenti migliori).

 Incontri determinanti: la donna amata, il maestro…

 La Commedia è sempre libro della relazione e di relazioni: con se stessi, con il divino, con la natura. E naturalmente con gli altri: nelle relazioni più vere e autentiche l’altro non è solo diverso (alius), ma anche un secondo me (alter)[vii]. In verità sempre l’altro è me, mi fa da specchio. Persino nell’immagine più dissomigliante, sfigurata, nel fondo dell’inferno, posso ritrovarmi: in Ugolino, divoratore metaforico (e probabilmente non solo) della sua prole, Dante può conoscere se stesso e la sua umanità. In ognuno di noi c’è anche l’abietto, l’assassino; l’inferno è (anche) dentro di noi.

Eppure gli incontri determinanti, le relazioni delle relazioni della Commedia sono altre. Nulla sarebbe Dante senza Beatrice. In lei Dante vive il massimo trascendimento, l’uscita da sé, l’esodo dell’amore, ed insieme il più intenso contatto con se stesso, con la sua essenza. Beatrice è un mistero, di fronte a cui sostare in silenzio e tutto adoperarsi per comprendere. In Beatrice Dante incontra la donna, l’amore, se stesso, il Cristo, la realtà tutta, umana divina e cosmica. Beatrice è così per lui: cosmoteandrica. Si sa che gli innamorati vedono nell’amato il tutto, il totum in parte. Le proiezioni sono in agguato, le illusioni pure, ma gli innamorati possono essere gli unici svegli, gli unici reali, a contatto con la realtà. Così è per la Sulamita e il suo Diletto nel Cantico dei Cantici (cfr. Ct 8,5), così per Beatrice e il suo amato nella Commedia. Che il geniale poemetto biblico dell’amore umano-divino-cosmico sia qui citato non è certo un caso: esso è modello essenziale per la vicenda amorosa del Poeta e del «sol de li occhi miei» (Pd XXX, 75); anch’esso è libro della relazione e di relazioni.

Petrarca Beatrice è il centro della poesia dantesca: farne solo una donna o, forse peggio, solo un simbolo significa far implodere la visione del mondo dantesca, spezzarla dualisticamente o semplificarla monisticamente. Beatrice è con tutta evidenza e semplicità se stessa, una donna in carne ossa amata dal Poeta, e altro da sé, senza divisioni e senza confusioni.

Beatrice è il simbolo dell’avventura umana poetica e mistica di Dante. In lei tutto si integra, in lei è armonia, lei stessa è armonia. Se Beatrice è altro da Dante – e in quello spazio abissale e divino di diversità che si aprì nell’incontro, fu il trascendimento fondamentale, il varco di tutti i varchi, l’apertura delle aperture –, pure Beatrice è Dante. Essa è anche realtà interiore, che sia il «fondo dell’anima», il nucleo divino sigillato nelle profondità, la divinizzazione.

Ma anche senza Virgilio nulla sarebbe. Egli è il maestro esteriore e interiore. È la Ragione illuminata (non postmoderna), ma molto altro. Per Dante è il poeta dei poeti, la poesia, la classicità pagana nel suo apice, l’iniziato, il saggio e il «dolce padre». La relazione con Virgilio è tra le più straordinarie, profonde e umane della Commedia. Il mistero della non salvezza di Virgilio è probabilmente anche quello della sua salvezza. Se Virgilio è l’incompiuto, il preannunciatore, il Battista[viii], Dante è Gesù, non Erodiade/Erode. In qualunque caso non c’è decollazione del maestro in Dante, ma integrazione.

Uno dei paradossi trinitari del poema è questo: il contatto con le mie profondità, con la mia essenza è salvezza. Altrimenti rimango alienato, dannato. Eppure da soli non ci si salva. La relazione è sempre al centro: è sì con se stessi, ma anche con il prossimo. L’amicizia, l’amore intridono la Commedia e per Dante sono così, immanenti e trascendenti. Sempre.

La relazione è anche cosmica: i cieli, i pianeti, la luna, il sole e le stelle sono, dentro e fuori di noi, nostri interlocutori essenziali. La relazione è con tutta la realtà, risveglio alla Realtà.

Dante Alighieri 6Intenti dell’opera: l’esperienza sapienziale

 La Commedia vive, come sa Bachtin,

nel “tempo grande”. [Le grandi opere] infatti […] non possono vivere nel futuro se non hanno assorbito il passato: l’opera non nasce interamente oggi; se così fosse, non potrebbe neanche vivere nel futuro. È così che […] “possiamo dire che né Shakespeare né i suoi contemporanei conoscevano il ‘grande Shakespeare’ come noi adesso lo conosciamo. Comprimere nell’età elisabettiano il nostro Shakespare è assolutamente impossibile[ix].

 Questo non significa neppure, naturalmente, che Dante non vada anche passato al vaglio critico, che la Commedia sia tutta ricevibile e non, in alcune parti, “demitizzabile”. Eppure ci interessa soprattutto una sua “transmitizzazione”, che non perda di vista il logos, ma che neppure misconosca le ragioni del mythos (trinitario) che sottende il capolavoro dantesco.

La nostra intenzione pertanto è distante da studi solo filologici, pur nel rispetto (molti testi di tal natura ad esempio sono qui integrati), e non è legata unicamente al tempo storico, senza mai disprezzarlo (perché altrimenti, consciamente o meno, si viene a fare il gioco dei dominatori, che lo elidono per dirsi “naturali”). Quello che qui si ricerca riguarda la nostra interiorità, il nostro essere, le nostre origini (che non sono solo kronos, perché non siamo solo tempo). Il taglio per così dire è “sapienziale”, senza mai trascurare uno sguardo critico. Vale la pena ricordare anche che il punto di vista che attraversa il libro è quello di uno scrittore che legge un altro scrittore, tra i più grandi di sempre. La via poetica (ma anche “poietica”), letteraria è qui sentita come una delle esperienze più inclusive, più integrali, più profonde dell’esistenza umana stessa e della realtà tutta. E così, crediamo, Dante sentì.

 La Commedia è un libro scritto da un uomo che, nelle bonacce come nei marosi della vita, cercava la saggezza (o che, almeno, ad un certo punto ne fece la sua aspirazione più profonda). Scrittura e vita sono interpenetrate nel gran libro dantesco, pur non coincidendo. Da qui la nostra costante opzione in favore dell’“esperienza”, del “vissuto”, piuttosto che del “detto”. Del simbolico piuttosto che dello “storico”(che è però, al massimo, trasceso). Nel medioevo del resto la filosofia è insieme «sapienza, religione, scienza della vita spirituale, poesia e alchimia. È conoscenza di sé, di Dio e dell’universo»[x]. Non è solo pensiero razionale. La filosofia, e ancora di più la poesia – che per Dante è il sapere-sapore sommo, inclusivo di ogni altra conoscenza – è frutto dell’unione, dello hieros gamos («nozze sacre») di amore e conoscenza[xi]. Attraverso la poesia Dante si è innamorato della Sapienza, che pure s’identifica, non esaurendosi, nella poesia. Il genio ardito ed audace di Dante era sommamente libero e non poteva non amare la Sapienza, lei che non tollera di essere addomesticata e imbacuccata con i panni della serva. La Sapienza basta a se stessa, perché consustanzialmente unita allo «Spirito/vento[che] soffia dove vuole»(cfr. Gv 3, 8).

dante alighieri 4 La poesia al suo vertice in Dante è mistica. E quindi Sapienza. Per Dante poetare non è tanto creare un sistema, produrre una nuova dottrina, ma vivere secondo le leggi della sapienza. Dedicarsi alla poesia per lui è consacrarsi alla bellezza, «alla conoscenza, averne esperienza, diventare amico della Sapienza, nel senso stesso in cui Pitagora rifiutava l’appellativo di sophos, preferendogli quello di philo-sophos, che rispondeva meglio alla sua ricerca. Il filosofo è un iniziato»[xii].

La Commedia è un’iniziazione alla Sapienza. Uno poi vi accede e la vive secondo le sue capacità. Inevitabilmente almeno qualcosa di quella “trasfusione alchemica” esperita spero possa tralucere in queste righe. Il resto – specie se non intimamente vissuto e assaporato – non conta ed è chiacchiera che inchioda chi la fa. È terribile cadere nella mani della Sapienza, parafrasando san Paolo (cfr. Eb 10,31).

La parola iniziazione significa “visione in profondità”, “ingresso” in un modo di leggere l’opera diverso, nuovo (anche perché tradizionale e aperto a tutti gli apporti). Un entrare con tutto se stessi nell’interezza dell’opera, per viverne l’avventura, persino per vivere la vita (con i rischi che questa comporta). Insomma: l’impegno è richiesto, anche se il libro non è pensato per pochi. Del resto i piccoli sono nutriti col latte, ma il pane spetta agli adulti di buona volontà, che vogliono affrancarsi. Nessuno è escluso, pur che lo voglia. Come non pensare alla mirabile pagina del Convivio, dove il poeta sintetizza, con commossa partecipazione, il senso del libro:

 Intendo fare un generale convivio di ciò ch’i’ ho loro mostrato [del sapere cui ho accennato prima, rivolgendomi ai «miseri», cioè alla gente comune, che non può dedicarsi allo studio, per le mille faccende della vita], e di quello pane [cioè il commento] ch’è mestiere a così fatta vivanda [cioè le poesie raccolte e da commentare], sanza lo quale da loro non potrebbe esser mangiata (Cv I, i, 11).

[…]Questo [cioè il commento alle poesie raccolte ] sarà quello pane orzato [d’orzo] del quale si satolleranno migliaia, e a me ne soperchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade, per lo usato sole che a loro non luce (CvI, xiii, 12).

 Nel Libro dei Proverbi la Sapienza in persona ha imbandito la tavola ed invita da ogni punto della città a mangiare del suo pane e bere del suo vino (cfr. Pr 9, 2-5). Quali migliori auspici, se non questi, e sommi, per il nostro “libello”?

Pure un’iniziazione a Dante e alla sua Commedia deve alludere, piuttosto che dire, alla maniera della Sibilla. L’initium è, come ovvio, soprattutto kairologico: un in-eo, un “entro dentro il testo” nell’ottica della profondità, della concentrazione. Il testo è solo un pretesto offerto al lettore perché “tessa” il suo. Questo significa anche, in altro senso, che non si tratta tanto di tornare a Dante (il che sarebbe un integralismo ermeneutico), quanto di ripartire da Dante.

[i] Cfr. R. Panikkar, Beata semplicità. La sfida di scoprirsi monaco, Cittadella, Assisi 2007. Non è un caso che sia Panikkar il primo autore citato: la sua ermeneutica simbolica, diatopica e interculturale innerva tutta questa lettura dantesca.

[ii] G. Contini, Un’idea di Dante. Saggi danteschi, Einaudi, Torino 2001, p. 63.

[iii] «Conoscere con  “Intelletto d’Amore” significa rivivere Dante, sperimentare dentro di sé come si fa nella Mistica. Il suo viaggio non è cosa esterna, ma è il nostro viaggio interno» (S. Panunzio, Cielo e Terra. Poesia, simbolismo, sapienza nel Poema Sacro, Metapolitica. Nuovi cieli e nuova terra, Roma 2009, p. 55).

[iv] P. Dronke, Dante e le tradizioni latine medievali, il Mulino, Bologna 1998, p. 21.

[v] R. Panikkar, La realtà cosmoteandrica. Dio-uomo-mondo, Jaca Book, Milano 2004, p. 19. «La chiave essenziale è costituita dalla […] polivalenza dantesca. […] Niente va escluso, tutto compendiato in una grande sintesi» (S. Panunzio, Cielo e Terra. Poesia, simbolismo, sapienza nel Poema Sacro, cit., pp. 40-41).

[vi] Cfr. ibidem. Sulla visione cosmoteandrica panikkaiana, cfr. anche R. Panikkar, Visione trinitaria e cosmoteandrica: Dio-Uomo-Cosmo, Jaca Book, Milano 2010; sull’intuizione cosmoteandrica in Dante mi permetto di rinviare a questi miei altri contributi: L’intuizione cosmoteandrica nella Bibbia e nella Commedia dantesca. Verso nuovi orizzonti ermeneutici, in Raimon Panikkar filosofo e teologo del dialogo, Aracne, Roma 2013, pp. 209-228; Per una teologia ecologica e ecosofica inter/intraculturale. La relazione originaria Dio-Uomo-Mondo nella Bibbia e in Dante, in Atti del Convegno “Ma di’ soltanto una parola… Economia, ecologia, speranza per i nostri giorni”; Piacenza maggio 2012, Educatt, Milano 2013, pp. 183-203 (in particolare pp. 195-199).

[vii] Cfr. R. Panikkar, Pace e interculturalità, Jaca Book, Milano 2002, p. 63.

[viii] Cfr. L. Cardellino; R. Hollander.

[ix] M. Bachtin, La cultura nella tradizione russa del secolo XIX e XX, Torino, Einaudi 1980, pp. 196ss.

[x] M.-M. Davy, Iniziazione al Medioevo. La filosofia nel secolo XII, Jaca Book, Milano 1980, p. 13.

[xi] Cfr. ad es. R. Panikkar, L’esperienza filosofica dell’India, Cittadella, Assisi 2000, pp. 12ss.; Id., Saggezza come stile di vita, Ed. Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole (FI) 1993, pp. 97-101.

[xii] M.-M. Davy, Iniziazione al Medioevo. La filosofia nel secolo XII, cit., p. 15.

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19 risposte a “LA COMMEDIA COME PARADIGMA DELLA CIVILTÀ OCCIDENTALE di Gianni Vacchelli L’esperienza di Dante: tra «attualità» e sfida. Per una lettura simbolica della Commedia – La Commedia come viaggio, metafora dell’Occidente e Libro delle relazioni

  1. Sicuramente, direi che la Commedia non solo non è «attuale», ma non è neanche «inattuale», per noi abitanti della Civiltà di tipo 0 posta nell’anno Domini 2015 dell’era volgare. Anzi, proprio la lontananza della Commedia ci consente di misurare quanto la poesia italiana del Novecento sia povera e poca cosa a confronto con quella della Commedia.
    Vi siete mai chiesti perché e come mai nessun libro di poesia del Novecento si sia ispirato alla Commedia dantesca? La Commedia di Dante costituisce un paradigma della civiltà occidentale, e sicuramente la Commedia, insieme all’Hamlet di Shakespeare costituisce una pietra miliare del Canone Occidentale secondo Harold Bloom, ma è indubbio che nel Novecento italiano la Commedia risulta un grande Assente. Né l’ermetismo, né il crepuscolarismo, né il futurismo, né Lavorare stanca (1936) di Cesare Pavese, né lo sperimentalismo, né il Gruppo ’63, né tantomeno la cd. Linea lombarda, né ovviamente il minimalismo romano milanese sono stati capaci di introdurre il concetto di una moderna Commedia nella poesia italiana del Novecento. Forse il solo Pasolini con Le ceneri di Gramsci (1957) ha tentato una poesia intesa come dialogo, ragionamento tra interlocutori, e quindi Commedia (anche se in senso minore tra un vivo e un morto che non può rispondere).
    La Commedia ha creato una nuova metafora fondamentale della civiltà occidentale ma, di fatto, la poesia italiana del Novecento non l’ha saputa assimilare, non è stata capace di riprendere e continuarne l’eredità.

    Gli studiosi ritengono che la Commedia sia stata composta da Dante durante l’esilio (forse a partire dal 1304 o dal 1307); è inoltre probabile che le due prime cantiche siano state divulgate durante la vita di Alighieri, mentre il Paradiso venne pubblicato postumo. Quanto al titolo, è da osservare che nel Medioevo si era persa la nozione di tragedia e commedia come rappresentazioni sceniche; questi termini, quindi, indicavano semplicemente componimenti narrativi, che si distinguevano tra loro per diversità di contenuto (fine doloroso, personaggi socialmente e culturalmente alti, la tragedia; lieto fine, personaggi borghesi o popolari, la commedia) e per la lingua e lo stile (raffinati nella tragedia, più semplici nella commedia). La presenza nella Cmmedia di toni e argomenti quotidiani, anche se mescolati ad altri elevati ed elevatissimi, portò pertanto Dante a scegliere di intitolare Comedìa il suo poema. L’aggettivo divina, usato per primo da G. Boccaccio, divenne parte stabile del titolo dopo la sua apparizione sul frontespizio dell’edizione veneziana del 1555.

  2. Si legge con estremo piacere intellettuale il pregevole scritto di Giorgio Linguaglossa sull’utile e interessante libro di Gianni Vacchelli “L’attualità dell’esperienza di Dante”. Utile perché, come dichiara il sottotitolo, il testo è “Un’iniziazione alla Commedia”, una fiaccola per illuminare il lettore che si accinge ad addentrarsi nel complesso mondo del “divino” poema, che lo legga per la prima volta o che lo conosca già grazie agli studi scolastici, affinché lo legga in profondità e nella sua interezza di significati, come un iniziato, appunto. Interessante per la vastità e profondità degli argomenti trattati in modo fedele alla “Comedìa” dantesca.
    Non c’è atteggiamento peggiore, o almeno irritante, che far “dire” a Dante Alighieri ciò che non ha né pensato, né detto, né scritto, dimenticando o travisando le altre opere, come il “Convivio” o il “De Monarchia” o persino la “Vita Nova” e l’“Epistola XIII” a Cangrande della Scala, da cui si può apprendere nella sua completezza il pensiero del grande esule fiorentino.
    Gianni Vacchelli, invece, è del tutto fedele a Dante e il suo libro, come si evince dal saggio di Giorgio Linguaglossa, convince pienamente il lettore dell’attualità di questo divino poema persino nella lingua, benché composto ben sette secoli fa.
    Senza ripercorrere tutti i paragrafi del saggio, è ammirevole il discorso su Beatrice nella sua poliedrica valenza di donna amata e di guida spirituale, non meno di Virgilio, “maestro esteriore e interiore”. Il poema, infatti, si configura come la narrazione di un viaggio immaginario nell’Oltretomba, nei tre regni dell’Aldilà fino alla luce di Dio, ma è anche un viaggio nell’interiorità del poeta, nei meandri e negli ostacoli quasi insormontabili dell’anima traviata e tormentata, fino al rinvenimento della luce che salva e guarisce. Un viaggio dalla miseria alla felicità.
    Ecco l’attualità della “Divina Commedia” in un’epoca malata essa stessa, in cui l’uomo sensibile e desideroso di comprendere, come un eterno Ulisse, non può che compiere un viaggio metaforico nel proprio “io” per trovare una risposta, una luce che lo conduca fuori dalla malattia interiore, dalla miseria spirituale, dall’alienazione verso una vita vivibile in un mondo più sano.

    Giorgina Busca Gernetti

    • Raramente ci chiediamo le ragioni profonde per le quali è necessaria la conoscenza di un testo letterario di alta complessità come la Commedia.Dante non è solamente il padre della lingua italiana, Dante affronta con proondità e passione anche grandi questioni che ci riguardano direttamente.Egli vede sprofondare i valori della religiosità medievale e reagisce senza chiudersi nel passato e senza cedere al presente in modo passivo,ci ricorda l’importanza delle nostre scelte e che è possibile reagire criticamente anche alle maggiori catastrofi storiche, senza perdere fiducia nel futuro.Tra le righe cogliamo l’invito di Dante all’umanità futura di ribellarsi a un’esistenza sempre più omologata e custodire la propria interiorità.
      Leggere Dante vuol dire guardare lontano e scoprire la diversità storica e culturale con il fascino della distanza.
      Grazie

  3. letizia leone

    Grande libro iniziatico che s’ “infutura”, la Comedìa.
    L’attualità è in questo suo illimitato prolungamento nel futuro, l’inattualità, forse, nel suo diventare sempre più inaccessibile al lettore sprovveduto di un codice di accesso. Come ogni testo esoterico destinato alla “meditazione attiva” pare che la ricezione della Comedìa vada sempre più chiudendosi all’interno di un cenacolo di inizati alla tradizione (sempre più occulta) delle umanae litterae e della poesia.
    La sua diffusione è relativamente proporzionale alla miseria dei tempi, non a caso Gottfried Benn aveva previsto per il futuro la sopravvivenza di due tipi umani: i monaci, “le nere cocolle” e i criminali…
    Se poi andiamo a vedere la storia della ricezione del Libro dantesco, allora scopriamo che la sua riabilitazione e fama cominciano solo nell’ottocento. Prima incomprensione e disprezzo: dal “guazzabuglio mostruoso” del Cesarotti all’affermazione quasi comica del Bembo che paragona la Commedia a un campo di grano “tutto d’avene e di logli e d’erbe sterili e dannose mescolato”.
    Molti anni fa organizzai un laboratorio di scrittura con un appello alla lezione dell’Alighieri, alla sua idea di poesia, al voler resuscitare negli uomini l’amore per la giustizia ( che noi traduciamo in imparzialità, educazione estetica ed etica, amore per la cultura e desiderio di verità).
    La sua missione di poeta in esilio alla fine fu solo questa e grazie al suo ingegno ne ribaltò la condizione iniziale di scacco: “L’esilio che m’è dato, onor mi tegno”.
    Copio qui di seguito uno stralcio dagli appunti di quel fortunato seminario intitolato ” A scuola di scrittura da Dante”.

    È stato facile riscoprire l’Alighieri quale maestro esemplare in grado di coinvolgere drammaticamente ad ogni lettura, ‘una lettura infinita’ aperta ad inesauribili percorsi di significato, da praticare con la stessa devozione che si deve a un testo sacro e che ci riporta alla credenza dei cabalisti per i quali ogni versetto della Sacra Scrittura è scritto per ognuno dei suoi lettori.
    Nell’ Epistola di presentazione del “Paradiso” a Cangrande della Scala, Dante chiarifica un metodo verticale di lettura poetica, una sorta di percorso iniziatico alla comprensione di un quadruplice senso diluito nel suo poema, circoscritto si, in via definitoria, in letterale, allegorico, morale e anagogico, ma allusivo di una vertigine interpretativa senza confini.
    Una polisemia legata all’opera ma che allude a quel carattere specifico del messaggio poetico volto verso una strategia di ambiguità, “gli artifizi dell’ambiguità sono le radici stesse della poesia” (Empson).
    Dante Alighieri, malgrado la distanza temporale si è rivelato archivio nobile di ogni figura retorica e stilistica, di ogni strategia testuale all’altezza dell’arte più sublime, con il suo densissimo universo lessicale, poetico e filosofico, con la sua Commedia “summa” di tutti gli stili. Soprattutto come ha riconosciuto il Contini, peculiare della personalità dantesca è “il perpetuo sopraggiungere della riflessione tecnica accanto alla poesia, quest’associazione di concreto poetare e d’intelligenza stilistica”.
    Sperimentalismo e perizia tecnica non fini a se stessi dunque, ma sforzo e ansia di perfezione nella ricerca di identità tra lo stile e la verità delle cose, una speculazione che dà conto di tutto quel “travaglio esplorativo” e di quel “furore dell’esercizio”.
    L’impegno di Dante è linguistico, è libertà scevra da pregiudizi formali e culturali nella costruzione e fondazione di una lingua, e non solo poetica. La sua “totale spregiudicatezza verso il reale”, per dirla con il Contini, gli permette di metter mano a una esperienza della parola capace di descrivere a fondo tutto l’universo. Una parola non impaludata nella letterarietà, ma viva e densa, come deve essere la parola della poesia, e se per questo compito escatologico non può bastare “una lingua che chiami babbo o mamma”, è pur vero che serve proprio questa stessa lingua di un volgare illustre e aulico dove la voce “mamma” deve essere contemplabile insieme alla parola madre.
    È stato detto che nel Paradiso il poeta riporta a terra la mamma in carne e ossa.
    Il dantesco volgare illustre convalida quel pensiero successivo di Hölderlin della parola poetica come pilastro della lingua: “ma ciò che resta lo fondano i poeti”.

  4. Lettura per maratoneti. Bisogna essere allenati perché a guardarla, ancor prima di leggerla, sembra una strada lunga chilometri, diritta e in salita. Bisogna dimenticare il paesaggio intorno e concentrarsi sui passi, che in rumore e ritmo saranno sempre gli stessi, come quando si porta l’attenzione al respiro nella Vipassana per tenersi svegli e ben presenti. Il pericolo c’è, la terzina dantesca, come ogni scrittura in metrica chiusa che si ripete ( per quanto la divisione per tre non porti a pareggio), se da un lato meraviglia, dall’altro crea ipnosi (l’ho scoperto leggendo Pascoli, se scusate i miei salti a stambecco). Ma ne vale la pena, giunti alla vetta e guardando a ritroso, si aprirà un paesaggio immenso: che poi è quel che vede e contempla Gianni Vacchelli con rapimento. Una diritta via, per nulla smarrita.

  5. Dante Alighieri, come tutti gli altri poeti che inventarono la lingua italiana, è patrimonio dell’umanità

  6. cara Letizia Leone,
    sottoscrivo in toto le tue osservazioni sul problema dell’insuccesso della “Commedia” dantesca nei secoli scorsi… Io penso che anche il Novecento italiano non è stato in grado né di riformulare il paradigma dantesco e di accoglierlo nella propria poesia, né di riformulare e sottoporre a critica l’altro grande paradigma, quello petrarchesco. È avvenuto che tra i due paradigmi quello vincente sia stato quello petrarchesco… i tentativi di Cesare Pavese e di Pasolini sono stati eventi isolati e insufficienti a spostare il baricentro della poesia italiana del Novecento.

  7. Valerio Gaio Pedini

    E’ riscontrabile il fatto che proprio la commedia sia l’opera meno assimilata dalla letteratura poetica italiana. Perché? Perché fin da subito predominerà lo sperimentalismo del soggetto di petrarca ed una poetica della commedia e quindi una poesia dialogante sarà un tipo di poesia troppo scomoda, troppo difficile, eppure incredibilmente corale. Qual è quindi il grande vuoto nel dopo Dante e soprattutto nel novecento italiano, a parte i tentativi di Pavese con Lavorare Stanca e Pasolini con le Cenere di Gramsci e,aggiungerei, Paradiso di Giorgio Linguaglossa? Una poesia corale. Per l’appunto una poesia della commedia. Quindi, come ho detto a Giorgio, la Commedia, risulta l’opera meno italiana, eppure la base dell’epica italiana, che in Italia è mancata. Il grande vuoto riscontrabile è stata l’assenza di un poema epico cavalleresco nel ‘200 in italia, di un poema corale, che in Spagna è stato il Cantare Del Cid, il Francia La canzone di orlando e potrei continuare. In Italia a sostituire questo vuoto, ci sarà l’opera più piena e complessa dell’epica medioevale. Per l’appunto la commedia. Poi Ariosto, Bembo, Tasso, Marino tenteranno di ricucire una buco. quello del poema epico cavalleresco e in scia verranno fatti L’orlando furioso, La Gerusalemme liberata, eccetera, ricucendo un vuoto importante, ma seguendo comunque una scia petrarchesca. Così sarà poi nel ‘700, con l’azzeramento di Dante e il silenzio, nell’800 è ancora una scia Petrarchesca, pur con la riscoperta di Dante, che avrà importanza fondamentale per i Romantici europei, primo fra tutti Novalis (che non riesce però a formulare una poesia dialogante) e Blake, ma in Italia tanto fumo e la nascita di un’altra confusione: Pascoli. Il ‘900 italiano sarà pascolinizzato, seguendo quindi una scia petrarchesca, ma nessuno immaginava di fare una poesia commedia ed ancora se ne è distanti.

    • -Boiardo, non Bembo.
      -Blake illlustrò la Divina Commedia con bellissime incisioni.
      -Novalis scrisse il romanzo “Enrico di Ofterdingen”, in prosa naturalmente, rivalutando l’Alto Medioevo e strutturandolo con dialoghi, sogni e la catabasi nel regno dei morti. La sua poesia aveva altre finalità e caratteristiche.
      “pascolinizzato”?
      Giorgina Busca Gernetti

  8. Valerio Gaio Pedini

    veramente io penso che la l’innominabile decentri la questione primaria della questione affrontata da me e Giorgio. Poi che sia Boiardo o Bembo poco importa. Non è quello il fulcro del discorso. Gli svarioni sono ammessi. Non sono ammesse le incapacità teoriche e critiche. Comunque è ovvio che la Giorgina non capisca. Ha studiato, ma è priva di teorizzazione e quindi è la depressione dell’arte. Una maestrina, ma più di questo no. In Poesia Novalis tanti lo paragonano a certe opere di Goethe.In realtà il cammino ascensionale del dolore e della purificazione non solo personale, ma della storia “rivediamo la Cristianità, ossia l’Europa”, certo a scuola non te lo insegnano, ma a scuola mica fanno critica della poesia.Blake nel suo alchimismo profetico plana e compie una poesia dialogante, ergo non si ferma ad illustrarla, ma ad emularla, anche politicamente. Leggiamo qui La testimonianza della poesia di Milosz. Quindi tante cose scolastiche, ma dovrebbe andare più in profondità. Io le scuole non le ho terminate. E mi pare che i miei saggi su Klee e altri li abbia letti. Comunque saluti. Che cessi questa guerra, poiché devo guerreggiare contro i burocrati non contro alle poltrone. Metafora visiva della poltrona su cui si siede.

    • Valerio Gaio Pedini

      Comunque ovviamente trattasi di Boiardo, con L’orlando innamorato, ma non solo lui. Ne era pieno. Quindi Giorgio correggi, che sai che non amo i miei svarioni.Quello che dovevo correggere l’ho corretto, il resto l’ho enunciato.

    • @Pedini
      “Che cessi questa guerra, poiché devo guerreggiare contro i burocrati non contro alle poltrone. Metafora visiva della poltrona su cui si siede.” (Pedini)
      Non ho iniziato io la guerra, se guerra è. Smetterò di scrivere le mie osservazioni quando avrò ricevute scuse pubbliche degne di ciò che sono (non cero una poltrona reale o metaforica).
      Giorgina Busca Gernetti

    • .@Pedini
      Fatti anche svegliare e “resettare” la capacità teoretica e critica in modo da capire bene l’opera di Blake, di Novalis, di Goethe, visto che li nomini con tanta sicumera senza aver compresa la loro posizione teoretica e la loro poetica. Hai un bravissimo precettore. Che vuoi di più?
      Prof.ssa (non “maestrina”) Giorgina Busca Gernetti

  9. Il problema che abbiamo sollevato è rimasto tale e quale: il Novecento poetico italiano non è riuscito neanche a pensare di riformulare la Commedia di Dante con una nuova Commedia del Novecento. Nessun poeta e nessun pensatore italiano ha posto questo problema, così, nudo e crudo: Come fare per riformulare la Commedia di Dante?

    Cito le parole di György Lukacs tratte da Teoria del Romanzo (1911):

    «Dante assume una posizione particolare, in quanto in Dante i principi della raffigurazione, che si protendono in direzione del romanzo, vengono rimetamorfosati nell’epopea. Per Dante, principio e fine costituiscono i momenti risolutivi della vita essenziale, e tutto ciò che può acquistare significativa importanza si svolge tra questi due poli: prima dell’inizio, v’ha un inestricabile caos, dopo la fine, una sicurezza che nulla ormai può minacciare, di salvazione». (Trad. it. Sugar, 1962).

    Il problema che ieri, nel Novecento si poneva (come riformulare in termini moderni la Commedia), è rimasto tale e quale anche oggi, non mi sembra questa una domanda peregrina in tempi di minimalismo individualistico…

    • Gentile Giorgio Linguaglossa,

      “è ovvio che la Giorgina non capisca”; “Una maestrina, ma più di questo no” (Pedini).
      Come posso intervenire nei tuoi sempre eccellenti articoli con una così bassa quotazione?

      Giorgina

  10. richiamo Valerio Gaio Pedini ad esprimere le proprie idee senza accusare di cecità quelle degli altri interlocutori, nel rispetto delle idee di tutti. Solo così si può stabilire un dialogo.

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