POESIE SUL TEMA DELL’AUTORITRATTO o DELL’IDENTITA’ (ovvero, il poeta allo specchio) – Poesie di Kikuo Takano (1927-1998) “Lo specchio”, “In me” – Poesie di Bertolt Brecht (1898-1956) “Scacciato per buone ragioni”, “A coloro che verranno”

hopkins Autoritratto

john hopkins Autoritratto

 (È esteso l’invito a tutti i lettori del blog ad inviare proprie poesie alla email di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com sul tema dell’Autoritratto o del Poeta e lo specchio, ovvero, sul tema dell’Identità)

 È stato detto che l’autoritratto è il genere artistico egemone della nostra epoca, il più diffuso, ma anche il più problematico. Antonio Sagredo preferisce la dizione «Il poeta e lo specchio», ma lui intende lo specchio deformante, la figura che il poeta vede allo specchio è un Altro, ma è mediante l’immagine allo specchio che noi ci riconosciamo. Il problema dunque del «poeta e lo specchio» è quello della identità. Possiamo dire che una larghissima parte della attuale produzione letteraria del Novecento e contemporanea (romanzo e poesia) appartiene al genere dell’autoritratto, diretto o indiretto, consapevole o meno. È un genere per sua essenza altamente problematico perché ci pone in rapporto con l’Altro, perché nell’Autoritratto l’Io diventa l’Altro. Scrive Lévinas: «Il nostro rapporto col mondo, prima ancora di essere un rapporto con le cose, è un rapporto con l’Altro. È un rapporto prioritario che la tradizione metafisica occidentale ha occultato, cercando di assorbire e identificare l’altro a sé, spogliandolo della sua alterità».

Jacques Lacan afferma che lo scatto fotografico costituisce l’equivalente con cui il fotografo realizza e cattura la propria identità. Secondo Lacan, è proprio attraverso la pratica dell’autoscatto che un fotografo può giungere alla consapevolezza della propria identità.

L’autoritratto però non è l’equivalente di un’esperienza allo specchio, è molto di più, è un gesto che ci porta fuori di noi  stessi, che ci costringe a fare i conti con il «mondo» e con l’Altro.

Mediante l’autoritratto ci vediamo dall’esterno, ci poniamo dal punto di vista di uno spettatore che osserva il ritratto, solo che quello spettatore siamo noi stessi. Osserviamo l’autoritratto, ci scrutiamo allo scopo di riconoscerci. Ma si tratta di una pratica innocente e puerile, in realtà è proprio mediante l’autoritratto che non ci riconosciamo del tutto nella figura rappresentata. E ci chiediamo stupiti: «ma quello lì, sono proprio io?». Nella misura in cui non ci riconosciamo del tutto, il ritratto sarà più vero. Oggi, grazie alla  tecnologia digitale siamo in grado di farci uno scatto e di rivederci immediatamente, ma non si tratta di un vero e proprio autoritratto, il selfie è un gioco rassicurante che porta al nostro riconoscimento, alla pacificazione con noi stessi. Attraverso il selfie ci sentiamo pacificati e protetti. Qui parliamo di altro, di autoritratto come costruzione della nostra identità, che è sempre una identità sociale, storica, temporale, stilistica. L’autoritratto è il mezzo artistico che ci rappresenta meglio di altri tra la verità e la menzogna, che ci rivela il codice del destino. I migliori autoritratti, quelli più veri, ci parlano d’altro piuttosto che di noi stessi, parlano esplicitamente di ciò che sta fuori di noi e del nostro rapporto con il mondo. Quanto più ci parlano di altro tanto più l’autoritratto sarà genuino, vero.

Kikuo Takano è nato a Niibo, nell'isola di Sado, Giappone, nel 1927

Kikuo Takano è nato a Niibo, nell’isola di Sado, Giappone, nel 1927

Kikuo Takano

 Kikuo Takano nato a Sado nel 1927 muore nel 1998, laureato all’università di Utsunomiya. L’anno dopo la fine della guerra cominciò a scrivere poesia. Su invito di Nobuo Ayukawa aderì al gruppo di intellettuali raccolto intorno alla rivista “Arechi” sostenuto da Ryuichi Tamura e da altrì e pubblicò in quella antologia. Concentrato sul senso dell’essere, e sulla metafisica della vita, Takano si interroga instancabilmente, in una poesia commossa e molto particolare, le cui basi filosofiche possono definirsi ontologiche piuttosto che esistenzialiste. Ha pubblicato La trottola, L’esistenza, Le tenebre come tenebre, Per incontrare ed altre raccolte. Ha scritto anche testi per musiche corali, inni e canti liturgici. In Italia, per Empirìa, ha pubblicato nel 1996 L’anima dell’acqua (a cura di Yasuko Matsumoto e Massimo Giannotta) e per la Fondazione Piazzolla nel 1999 Secchio senza fondo.

In me

In me c’è qualcosa di rotto.
Sono come l’orologio che si ferma
poco dopo averlo caricato,
come il piatto incrinato che non torna
nuovo se anche
lo incolli con cura.

In me c’è qualcosa di schiacciato.
Sono come il tubetto di dentifricio
quando nulla ne esce
se anche lo premi,
come la pallina da ping-pong ammaccata
che non può tenere più in gioco
nemmeno un buon giocatore.

Ci sono oggetti distrutti e schiacciati
dal principio, senza motivo, in me:
l’ombrello che non sta aperto, il violino
fuori uso e i sandali coi cinturini rotti,
il rubinetto intasato, il flauto
sfiatato, la lampada consumata.

Eppure non mi perdo d’animo,
l’ira non mi trascina, né mi tormento
come una volta, anzi mi auguro
di potermi riempire
di quelle cose inutili,
restando distrutto e schiacciato,
in questo trovando il mio orgoglio.

Lo specchio

Che oggetto triste
hanno inventato gli uomini!
Chiunque si specchia
sta di fronte a se stesso
e chi pone la domanda
è, al tempo stesso, l’interrogato.
Per entrare più a fondo
l’uomo deve fare il contrario,
allontanarsi.

(da L’infiammata assenza Edizioni del Leone, 2005 cura e traduzione di Yasuko Matsumoto e Renato Minore)

Bertolt Breht  LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

Bertolt Breht LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Berthold Brecht (che poi semplificò il suo nome in Bertolt) nacque ad Augusta, in Baviera, nel 1898 da una famiglia discretamente agiata, della borghesia industriale.
Nel 1917 si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Monaco, ma poi passò a quella di medicina perché era più facile, per uno studente di quel corso, evitare il servizio militare. Proprio in quegli anni pubblicò poesie e opere teatrali. Nel 1922 riscosse un discreto successo con Tamburi nella notte e nello stesso anno si sposò con l’attrice Marianne Zoff. Nel 1924 si trasferì a Berlino e nel ’27, fallito il primo matrimonio, si sposò con un’altra attrice, Helen Weigel, da cui ebbe due figli. A Berlino si affermò come drammaturgo e fece amicizia e collaborò con molti musicisti del tempi come Kurt Weil e Paul Hindemith.
All’avvento del nazismo al potere, nel 1933, Brecht con la famiglia dalla Germania in volontario esilio: andò in Danimarca e vi rimase fino al 1939, manifestando idee comuniste, anche se non si iscrisse mai al partito. Alla vigilia della seconda guerra mondiale dalla Danimarca passò in Svezia e di qui in Finlandia e in Russia per approdare, infine, negli Stati Uniti d’America dove si stabilì in California, a Santa Monica, fino al 1946 vivendo quasi totalmente isolato. Sospettato di attività antiamericane, nel 1948 rientrò in Europa e si stabilì a Berlino Est dove, malgrado il suo professato comunismo, fu guardato con sospetto per le sue posizioni polemiche e per il suo individualismo. Tuttavia le sue opere erano rappresentate ovunque e proprio a Berlino egli organizzò la compagnia teatrale Deutsches Ensemble (1949) che divenne ampiamente famosa in tutta Europa. Brecht morì a Berlino nell’agosto 1956 per infarto cardiaco.

La Raccolta Steffin di Brecht comprende poesie composte fra il 1937 e il 1940).

 

Bertolt Brecht

 Scacciato per buone ragioni

Io son cresciuto figlio
di benestanti. I miei genitori mi hanno
messo un colletto ed educato
nelle abitudini di chi è servito
e istruito nell’arte di dare ordini. Però
quando fui adulto e mi guardai intorno
non mi piacque la gente della mia classe,
né dare ordini né esser servito.
E io lasciai la mia classe e feci lega
con la gente del basso ceto.

Così hanno allevato un traditore, istruito
nelle loro arti; e costui
li tradisce al nemico.

Sì, dico in giro i loro segreti. In mezzo al popolo
sto e spiego
come ingannano, quelli, e predico quel che verrà, perché io
sono introdotto nei loro piani.
Il latino dei loro preti venali
lo traduco parola per parola in lingua volgare, dove
si rivela un imbroglio. La bilancia della loro giustizia
la tiro giù e mostro
i falsi pesi. E le loro spie riferiscono
che siedo con i depredati quando
tramano la rivolta.

Essi m’han diffidato e m’hanno tolto
quel che col mio lavoro ho guadagnato. E quando non mi sono emendato
mi hanno dato la caccia; ma
ormai in casa mia
soltanto scritti c’erano, che svelavano
le loro trame contro il popolo. Così
m’han perseguito con un mandato di cattura
che mi imputa una mentalità degradata, cioè
la mentalità dei degradati.

Dove giungo, sono uno marcato a fuoco
per tutti i possidenti; ma i nullatenenti
leggono il mandato di cattura e
mi concedono un rifugio. Quelli, io sento
dire allora, per scacciarti avevano
buone ragioni.

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno ... (B. Brecht)

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno … (B. Brecht)

A coloro che verranno

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha ancora ricevuta.

Quali tempi sono questi quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’angoscia?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che faccio m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri, sono perduto.)

“Mangia e bevi, – Mi dicono: – E sii contento di averne”
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

II

Nelle città venni al tempo del disordine
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo, le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

III

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa la voce roca. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

(1939)
(da Poesie di Svendborg (1939) Traduzione di Franco Fortini, Einaudi, 1976)

 

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9 commenti

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9 risposte a “POESIE SUL TEMA DELL’AUTORITRATTO o DELL’IDENTITA’ (ovvero, il poeta allo specchio) – Poesie di Kikuo Takano (1927-1998) “Lo specchio”, “In me” – Poesie di Bertolt Brecht (1898-1956) “Scacciato per buone ragioni”, “A coloro che verranno”

  1. VITTORIO ALFIERI, Autoritratto
    .
    Sublime specchio di veraci detti,
    Mostrami in corpo e in anima qual sono:
    Capelli, or radi in fronte, e rossi pretti;
    Lunga statura, e capo a terra prono;
    .
    Sottil persona in su due stinchi schietti;
    Bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono;
    Giusto naso, bel labro, e denti eletti;
    Pallido in volto, piú che un re sul trono:
    .
    Or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;
    Irato sempre, e non maligno mai;
    La mente e il cor meco in perpetua lite:
    .
    Per lo piú mesto, e talor lieto assai,
    Or stimandomi Achille, ed or Tersite:
    Uom, se’ tu grande, o vil? Muori, e il saprai.
    .
    ***

    UGO FOSCOLO, Autoritratto
    .
    Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
    crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
    labbro tumido acceso, e tersi denti,
    .
    giuste membra; vestir semplice eletto,
    ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
    sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;
    avverso al mondo, avversi a me gli eventi.
    .
    talor di lingua, e spesso di man prode;
    mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,
    pronto, iracondo, inquieto, tenace:
    .
    di vizi ricco e di virtù, do lode
    alla ragion, ma corro ove al cor piace:
    morte sol mi darà fama e riposo.
    *
    Voci diverse per autoritratti

    Giorgina Busca Gernetti

  2. Gabriele Gaulli Fratini detto il Baciccio

    Ai testi puntualmente riportati da Giorgina Busca Gernetti aggiungo quello di Alessandro Manzoni che si ispira ai precendenti…

    Capel bruno: alta fronte; occhio loquace:
    Naso non grande e non soverchio umile:
    Tonda la gota e di color vivace:
    Stretto labbro e vermiglio: e bocca esile:

    Lingua or spedita or tarda, e non mai vile,
    Che il ver favella apertamente, o tace.
    Giovin d’anni e di senno; non audace:
    Duro di modi, ma di cor gentile.

    La gloria amo e le selve e il biondo iddio:
    Spregio, non odio mai: m’attristo spesso:
    Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.

    A l’ira presto, e più presto al perdono:
    Poco noto ad altrui, poco a me stesso:
    Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.

  3. E ora GIACOMO LEOPARDI, Autoritratto (in prosa)
    .
    1818 (Lettera a Pietro Giordani)
    … in somma io mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo in quel tempo che mi s’andava formando e mi si doveva assodare la complessione. E mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio per tutta la vita, e rendutomi l’aspetto miserabile, e dispregevolissima tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardino i più …
    ***
    1819 (per il passaporto)
    Età 21 anni. Statura piccola. Capelli neri. Sopracciglia nere. Occhi cerulei. Naso ordinario. Bocca regolare. Mento simile. Carnagione pallida. Professione possidente.
    ***
    1830 (Lettera dedicatoria agli Amici Fiorentini)
    Ma io non aveva appena vent’anni, quando da quella infermità di nervi e di viscere, che privandomi della mia vita, non mi dà speranza di morte, quel mio solo bene [i “cari studi”] mi fu ridotto a meno che a mezzo; poi, due anni prima dei trenta, mi è stato tolto del tutto, e credo oramai per sempre. Ben sapete che queste medesime carte io non ho potuto leggere, e per emendarle m’è convenuto servirmi degli occhi e della mano d’altri. … Ho perduto tutto: sono un tronco che sente e pena.

    GBG

  4. Grazie Giorgina,

    per aver trascritto per noi i pensieri di Leopardi. La malattia di Leopardi è stata probabilmente un segnale che il corpo stremato per anni di studio matto e disperatissimo lanciava ad una mente che aveva fame di conoscenza. Tutto ha un prezzo, in specie la genialità, ed è un prezzo altissimo che il genio deve pagare, innanzitutto a se stesso (al proprio corpo) e poi agli altri (alla comunità). E la comunità, in specie quella letteraria, mal sopporta che ci sia in giro una persona geniale che, di fatto, oscura tutti gli altri attori.
    In fin dei conti Leopardi nelle sue più belle poesie ci ha lasciato un autoritratto (indiretto) della sua persona, della sua sensibilità, dei suoi pensieri più profondi… E questa profondità Leopardi l’ha trovata quando ha avuto a disposizione un pensiero che gli permetteva di andare in profondità, una sorta di trivella del terreno…

    Recentemente ho scritto ad una persona che mi chiedeva delle cose questo pensiero:
    … ti volevo dire che con il verso libero non ci sono più regole, tanto meno regole ferree, siamo diventati tutti liberi, e così ci siamo liberati dal peso di dover sottostare alla tradizione, ma siamo anche precipitati in una schiavitù ancora più grande, quella di non avere più il “limite” che ci governa e ci dice quando andare a capo, e allora credo che bisogna studiare gli altri grandi poeti per rubare a loro il segreto di come e quando andare a capo con il verso libero… ma poi il discrimine lo dobbiamo trovare noi, e oserei dire dentro noi stessi, nelle nostre profondità… io ad esempio ho scoperto un mio regolo perché me lo suggeriscono le mie immagini profonde che stavano lì da sempre, che chiamerei le immagini trasformazionali, quelle immagini che sono i nostri ricordi dell’infanzia, i ricordi lontanissimi, sono loro che ci guidano e ci indicano la via. Poi, ovviamente, c’è la capacità della scrittura letteraria che bisogna imparare e padroneggiare, ma la scrittura letteraria non potrebbe mai farci diventare poeti se non scendiamo nelle nostre profondità, quelle profondità che sono solo nostre… Insomma, volevo dirti che solo ascoltando profondamente se stessi impareremo a stabilire qual è la lunghezza del verso, quali sono le lunghezze delle nostre immagini e così via… Non vorrei che tu mi prendessi per un mistico, sono un materialista che ama la materia, ma la materia ha un peso, una gravità… le parole anche hanno un loro peso, una gravità che, inserite in un nostro pentagramma, risuonano come campane la domenica… per esempio io per tanti anni non ho sentito più musica e ascoltavo soltanto il canto degli uccelli… ed è stata una scuola insuperabile, essi sono stati i miei veri maestri.

    • Grazie, Giorgio, per le belle e preziose parole.
      I “Canti” leopardiani sono il suo più fedele ritratto interiore. Pensa all’idillio “Alla luna”, oppure alla canzone “A se stesso”!
      Quanto all’andare a capo nella poesia in metro libero, io ho il supporto della musica classica. in cui trovo ritmi, iterazioni e note evidenziate che mi indicano il punto della frase in cui troncare e andare a capo. Nella lettura ad alta voce ciò è evidentissimo.
      Il musicista per eccellenza era il mio canarino, compositore di melodie veramente magistrali.
      Un caro saluto
      Giorgina

  5. antonio sagredo

    a Giacomo Leopardi

    Infanzia infinita

    Per quanto tu sia cristallina sei inquietante,
    (nei tuoi quadranti la crudeltà gioca
    la sua parte) tu sei l’antagonista ad ogni legge
    del presente, e il capriccio e il pianto sono la tua arma
    primordiale, e t’affatichi nel generare intrecci e trame
    evolutive, e della storia che ti precede non hai gli assioni
    e i cardini su cui puntare il caso, ma il caos iniziale
    ti è da guida e non distingue la passione che ti sferza
    da una finzione che assegna solo ad uno specchio
    l’immensità che ti circonda… e tu sei il centro unico
    mancato ad ogni istante di un cortile che invano ti protegge.

    Non conosci del cipresso i rami coi suoi funebri latrati, e la sua fine
    e i nastri viola che sventolano dietro a una livida corteccia,
    un nitrito per vanità equina hai generato e una rivolta
    e un sembiante hai scambiato per uno spettro… hai scarnito il trionfo
    di un vessillo come un’arteria che non sa il mistero della sua corsa!
    Così si rallenta la visione di un pulsare irrevocabile, ed è ingannato
    quel diritto che una soglia giudica tradito da un vano speculare.

    Il furore e il riso… e ti sei assolto da una condanna inesistente
    per una colpa che ti sei inventato inorridita,
    e di ritornare umana a malincuore è più che una farsa –
    è una finzione!

    Antonio Sagredo

    Roma, 15 dicembre 2011
    (47 minuti all’ora prima)

  6. La solitudine è un uomo
    uno spazio un nulla
    tra le scelte
    e quello che poteva essere,
    quintali di buche
    profondità mai misurate
    il pianto non sgorga
    i bottoni d’oro sulla giacca
    sempre più pesanti.

  7. Caro Sagredo,

    la parola con cui termina la tua poesia è «finzione», essa ci riporta a quella di «gioco» come «rappresentazione» di «attori» su di una «scena» con degli spettatori che stanno davanti alla scena come noi stiamo davanti allo specchio. Aspettiamo che si parli di noi.

    L’immagine allo specchio ci rivela il nostro sembiante come un «gioco» di significanti e di significati, di codici e di geroglifici inscritti tra le pieghe del nostro volto. In questo contesto di «gioco» la Parola, nel suo significato, si fa ambigua. E questa ambiguità è l’origine del «lutto», l’infinito impedimento al dispiegarsi dell’adempimento nel tempo della «Storia». La storia individuale è quindi una ripetizione del «gioco luttuoso» del Trauerspiel, ripetizione infinita della rottura, dell’incongiungibilità di suono e significato, della dif-ferenza tra significante e significato, del parlare con la ciarla. Nel frattempo:

    i bottoni d’oro sulla giacca
    sempre più pesanti.

  8. …nel modello inflazionario sull’origine del nostro universo, si postula l’esistenza di infiniti universi (compreso il nostro), come fossero delle bolle, separati da immensi spazi vuoti, ma tale teoria non sarà mai dimostrabile, in quanto appunto tratta di cose che sarebbero al di fuori del nostro universo, per cui la veridicità di tali supposizioni resterà sempre un mistero.

    RIcordo che qualche scienziato anni fa ha proposto la teoria dello specchio, secondo questa teoria tutti gli universi si specchierebbero in questo specchio….

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