Roman Jakobson da “Poetica e poesia” sulla poesia di Velemir Chlebnikov e Vladimir Majakovskij con due poesie “A tutta voce” e “Il violino e un po’ nervosamente” tradotte da Paolo Statuti

cernichov-fantasie-architettoniche

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[Roman Jakobson da “Poetica e poesia” trad. it. Einaudi, 1985, pp. 3-7]

[…] Supponiamo che ci sia data un’immagine reale, una testa, e la metafora ad essa riferita sia una botte di birra. Allora, il parallelismo negativo sarà: «non è una botte di birra, ma una testa». Il parallelismo reso logico sarà il paragone: «la testa è come una botte di birra». Il parallelismo inverso sarà: «non una testa, ma una botte di birra». E infine, lo svolgimento nel tempo del parallelismo inverso sarà la metamorfosi: «la testa è diventata una botte di birra» («la testa non è più una testa, ma una botte di birra»).

Nel Diavoletto di Chlebnikov, assistiamo, in qualche modo, al processo stesso di attuazione della costruzione verbale:
L’uomo seduto (col boccale in mano):

«Offro volentieri da bere
ai miei signori ospiti.
I bordi del bicchiere schiumante
sono larghi e inondati, –
non vorreste, sfingi, un pezzetto di pesce?
La birra si innalza fino all’Ariete e al Cancro, –
però non vi piacerebbe, sfingi, un gambero?
La birra non costa più di cinque copechi,
si slancia fino alla via Lattea.
Nel mio bicchiere c’è schiuma stellare,
scorgere nel vasto cielo un vassoio con birra e antipasti
è un’usanza neo-russa».

Il bicchiere di birra assume le dimensioni dell’universo.
Lo stesso procedimento di attuazione del parallelismo inverso, come costruzione dell’intreccio, si trova nelle Memorie di un pazzo di Gogol’ e anche nel racconto di Sologub In prigione.
Un esempio di attuazione del parallelismo negativo diretto:

Egli guardò nel terem* di Marinka,
c’è là un colombo insieme a una colomba,
e se ne stanno a tubare naso a naso
e ad ali aperti si abbracciano.
E s’infiammò a Dobrynja il cuore palpitante,
e tese Dobrynja il suo robusto arco,
e mise Dobrynjuska una freccia rovente
e tirò al colombo e alla colomba,
ma finì da Marinka nell’alto terem,
proprio sullo stipite della finestrella.
E le ruppe il pettinino di vetro,
e le spezzò il fermaglietto d’argento,
e uccise a Marinka il caro amico,
e anche il giovane Tugarin Zmeevic.

[*Parte superiore delle case dei boiari, o casa in forma di torre]

Velemir Chlebnikov

Velemir Chlebnikov

Qui è attuata una formula di questo tipo: un colombo e una colomba fanno l’amore, Dobrynja tira una freccia al colombo e alla colomba: ma non sono due colombi che fanno l’amore, egli non ha tirato al colombo e alla colomba, bensì a Marinka nell’alto terem, e le ha ucciso l’amato.

Un esempio di attuazione del paragone si trova nella commedia di Chlebnikov L’errore della morte. La signora morte dice che ha la testa vuota come un bicchiere. L’ospite chiede un bicchiere. La morte si svita la testa.

Un esempio di attuazione di entrambi i membri del parallelismo, non in successione temporale ma in ordine di coesistenza: «Con viso rasato, smunto, e i lunghi capelli passa correndo lo scienziato e grida, strappandosi i capelli: “Orrore! Ho preso un pezzetto del tessuto di una pianta, della pianta più comune, e d’un tratto sotto il mio occhio armato esso, mutando con malizia i suoi tratti, è diventato il vicolo Volynskij, con la gente che va e viene, le finestre delle tende semiabbassate, qualcuno che legge e altri che semplicemente, stanchi, siedono vicini, e io non so dove andare, – nel pezzetto di pianta sotto la lente d’ingrandimento, o nel vicolo Volynskij, dove io abito. Così non sono sempre lo stesso, là e qui, sotto la lente d’ingrandimento, nel pezzetto di pianta e nel cortile di sera”» (Il diavoletto).

Vladimir Majakovskij e Lilja Brik nel 1915

Vladimir Majakovskij e Lilja Brik nel 1915

Attuazione della metafora:

A un uomo grosso e sporco
regalarono due baci.
L’uomo era goffo,
non sapeva
che farsene,
dove ficcarli.
la città,
tutta in festa,
intonava alleluja nelle cattedrali,
la gente usciva per sfoggiare abiti.
Ma nella casa dell’uomo faceva freddo,
e nelle suole c’erano dei buchi, piccoli, ovali.
Egli scelse un bacio,
quello più grosso,
e se lo infilò come una caloscia.
Ma il freddo mordeva,
lo addentò per le dita,
«E va bene,
– si adirò l’uomo, –
li getterò via questi inutili baci!.
li gettò.
E d’un tratto
spuntarono al bacio le orecchie,
prese a girare su di sé,
e gridò con una voce sottile:
«Mammina!»
L’uomo si spaventò.
Avvolse nei brandelli dell’anima il corpo tremante,
se lo portò a casa,
per metterlo in una cornice azzurra.
Frugò a lungo nella polvere, nelle valigie
(cercava la cornice).
Si volse a guardare:
il bacio giaceva disteso sul divano,
enorme,
grasso
Ecco, cresciuto,
ride,
s’infuria.

(Majakovskij)

Majakovskij lilia Brik jalta-1926

Majakovskij lilia Brik jalta-1926

Un procedimento analogo venne impiegato a scopo umoristico nel Satiricon: come i bambini capiscono il linguaggio degli adulti. Lo stesso motivo si ritrova nel romanzo di Belyj Kotik Letaev. Cfr. anche l’attuazione della metafora nella pittura illustrativa, ad es. nella miniatura bizantina.

Attuazione dell’iperbole:

Io volavo, come una bestemmia.
L’altro piede
mi insegue ancora per la strada vicina.
(Majakovskij)

majakovskij illustrazione

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L’ossimoro attuato rivela chiaramente la sua natura verbale poiché, secondo la definizione della filosofia contemporanea, se ha significato, esso non ha oggetto (come ad esempio «il cerchio quadrato»). Tale è il «Naso» gogoliano, che Kovalev considera un naso, mentre quest’ultimo scuote le spalle, è vestito in uniforme, ecc.

[…] L’abolizione del limite fra significati reali e metaforici è un fenomeno tipico del linguaggio poetico. Spesso la poesia opera con immagini reali come se fossero figure verbali (procedimento inverso di attuazione): tali sono, ad esempio, i calembours.

[…] Sulla trasformazione di immagini reali in tropi sulla loro metaforizzazione, è basato il simbolismo come scuola poetica.

Nella scienza della pittura sta apparendo una rappresentazione dello spazio come convenzione pittorica, del tempo ideografico. Ma alla scienza è ancora estraneo il problema del tempo e dello spazio come forme del linguaggio poetico. La violenza del linguaggio sullo spazio letterario è soprattutto evidente nel caso della descrizione, quando le parti che coesistono nello spazio si dispongono in successione temporale. Sulla base di ciò, Lessing persino rifiuta la poesia descrittiva…

[…] Per quanto riguarda il tempo letterario, un vasto campo di ricerca è rappresentato dall’artificio dello spostamento temporale… «Byron ha cominciato a raccontare dalla metà dell’avvenimento o dalla fine». Oppure cfr. per esempio La morte di Ivan Il’ic, dove lo scioglimento è dato prima del racconto… In Chlebnikov osserviamo l’attuazione dello spostamento temporale, per di più scoperto, cioè non motivato…

majakovskij

majakovskij

Poesia di Vladimir Majakovskij tradotta da Paolo Statuti

 
A tutta voce
(Во весь голос)

(Prima introduzione al poema)
Egregi

compagni posteri!
Scavando
nello sterco impietrito
del presente,
studiando le tenebre odierne,
voi,
forse,
chiederete anche di me.
E, forse, dirà
il vostro erudito,
con la mente
piena di questioni,
che viveva da qualche parte un tale
cantore dell’acqua bollita
e nemico acerrimo dell’acqua corrente.
Professore,
togliti gli occhiali-bicicletta!
Io stesso racconterò
del tempo
e di me dirò.
Io, fognaiolo
e portacqua,
dalla rivoluzione
richiamato,
io per il fronte ho lasciato
i signorili giardini
della poesia –
capricciosa megera.
Che giardino guarda e ammira,
figlia,
la casa,
pulisci
e stira –
io da sola l’ho piantato,
solo io l’annaffierò.
Chi versa strofe dai catini,
chi spruzza
dalla bocca –
leziosi Mitrejki,
saccenti Kudrejki –
come raccapezzarsi!
Per la melma non c’è quarantena –
mandolinano tutto il giorno:
«Tara-tena, tara-tena,
ten-n-n…»
Non è un grande onore,
se tra le rose
alzano i miei busti
nei giardinetti,
dove scatarra la tubercolosi,
dove un teppista abbraccia una puttana
e la sifilide impera.
Anch’io
della propaganda
ho le tasche piene,
anch’io
potrei scrivere
romanze su di voi, –
è più redditizio
e più allettante.
Ma io
me stesso
ho domato,
e con il piede pesante
ho schiacciato la gola
della mia canzone.
Ascoltate,
compagni posteri,
l’agitatore,
lo strillone-caporione.
Soffocando
i torrenti della poesia,
io avanzerò
tra volumi di liriche,
da vivo
ai vivi parlando.
Verrò da voi
in un futuro comunista,
non come
il melodioso bardo eseniano.
La mia poesia giungerà
attraverso i crinali dei secoli
e attraverso le teste
dei governi e dei poeti.
La mia poesia giungerà alla meta,
ma essa vi giungerà,
non come una freccia
lanciata da Cupido a sorte,
non come arriva
a un numismatico una consunta moneta
e non come arriva la luce delle stelle morte.
La mia poesia
con la fatica
sfonderà la mole degli anni
e apparirà
ponderosa,
rude,
visibile,
come ancora oggi
è visibile l’acquedotto,
eretto
dagli schiavi di Roma.
Nei tumuli di libri,
di versi seppelliti,
ritrovando per caso la ferraglia delle strofe,
voi
con rispetto
prendetela in mano,
come vecchia
arma fatale.
Io
l’orecchio
con la parola
non sono avvezzo a carezzare;
il delicato orecchio di ragazza
nei riccioli
dal doppio senso sfiorato
non arrossirà.
Dopo aver disteso in parata
le mie pagine-plotoni,
io passerò
il fronte delle strofe.
I versi stanno
pesanti come piombo,
pronti anche alla morte
e alla gloria immortale.
I poemi sono morti,
canna contro canna
dei titoli puntati
e squarciati.
L’arma
del genere
preferito,
è pronta
a lanciarsi con un grido,
s’è irrigidita
la cavalleria delle facezie,
avendo alzate delle rime
le lance acuminate.
E tutte
le truppe fino ai denti armate,
che venti anni nelle vittorie
hanno passato,
fino all’ultima
pagina
io affido a te,
proletario del pianeta.
Il nemico
della classe operaia –
è anche il mio nemico,
giurato e di vecchia data.
Ci hanno chiesto
di andare
con la bandiera rossa
anni di lavoro
e giorni di fame.
Noi aprivamo
di Marx
ogni volume,
come in casa
propria
apriamo le persiane,
ma anche senza lettura
noi sapevamo
da che parte andare,
contro chi lottare.
A noi
la dialettica
non l’ha insegnata Hegel.
Essa al suono delle lotte
nei versi è penetrata,
quando
sotto le pallottole
i borghesi fuggivano da noi,
come noi
un tempo
fuggivamo da loro.
Che
dietro ai geni
come vedova sconsolata
si trascini la gloria
in una funebre marcia –
muori, o mio verso,
muori, come semplice soldato,
come ignoti
all’attacco sono morti i nostri!
Io sputo sopra
il bronzo dei monumenti
io sputo sopra
il viscido marmo.
Grondiamo di gloria –
noi tutti noi, –
che il nostro
monumento comune
sia il socialismo
eretto
nelle lotte.
O posteri,
controllate i galleggianti dei dizionari:
dal Lete
emergeranno
i resti di parole
come «prostituzione»,
«tubercolosi»,
«blocco».
Per voi
che
siete sani e destri,
il poeta
leccava
gli sputi dei tisici
con la ruvida lingua del manifesto.
Con la coda degli anni
io divento la somiglianza
di mostri
fossili con la coda.
Compagna vita,
su,
presto bruciamo,
bruciamo
in cinque anni
il resto dei giorni.
A me
neanche un rublo
hanno portato i versi,
di ebano
non è arrivato un mobile in casa.
E tranne
una camicia fresca di bucato,
dirò sinceramente,
a me non serve niente.
Entrato
Nella Commissione di Controllo
dei luminosi
anni che verranno,
io sulla banda
di poeti
scrocconi e furfanti
solleverò
come tessera bolscevica,
i miei
libri di partito –
tutti quanti.

(1929-1930)

Lilia Brik

Lilia Brik

Il violino e un po’ nervosamente
Il violino coi nervi tesi, supplicando,
a un tratto scoppiò in pianto
così infantilmente,
che il tamburo non resse:
“Bene, bene, bene!”
E lui stesso si stancò,
non finì di ascoltare il violino,
sgattaiolò in fretta
e se ne andò.
L’orchestra estraneamente guardava
il violino che si sfogava nel pianto
senza parole
senza tempo,
e solo chissà dove
uno stupido piatto
strepitava:
“Cos’è?”
“Com’è?”
E quando il flicorno –
cornoramato,
sudato,
gridò:
“Scemo,
piagnone,
asciugati!” –
io mi alzai,
barcollando, mi arrampicai tra le note,
tra i leggii curvi per lo spavento,
chissà perché gridai:
“Mio Dio!”,
mi buttai al collo di legno:
“Sai una cosa, violino?
Noi ci somigliamo tremendamente:
ecco anch’io
urlo –
ma non so dimostrare nulla!”
I musicisti ridono:
“S’è invischiato e come!
E’ venuto dalla fidanzata di legno!
Che testa!”
Ma io – me ne frego!
Io – sono un bel tipo.
“Sai una cosa, violino?
Dai –
Vivremo insieme!
Sì?”

(1923)

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.
Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.
A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska.
Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal polacco in italiano:

Baterowicz, Marek “Canti del pianeta” Roma, Ed. Empirìa, 2010
Brzechwa, Jan “Una giornata tutta da ridere con il prof. Kleks” (Akademia
Pana Kleksa) Roma, Città Nuova, 1992
Brzechwa, Jan “Avventure di viaggio con il prof. Kleks” (Akademia pana
Kleksa), Roma, Città Nuova, 1996
Broniewski, Wladyslaw “La Comune di Parigi” Roma, Ragionamenti n.180-181
gennaio-febbraio 1989
Dobraczynski, Jan “L’invincibile armata” Casale Monferrato, Piemme, 1994
(ristampa Milano, Gribaudi, 2011)
Dobraczynski, Jan “La spada santa” (Storia di s. Paolo) Milano, Gribaudi, 2002
Dobraczynski, Jan “Il fuoco arde nel mio cuore” (santa Teresa d’Avila)
Milano, Gribaudi, 2004
Dobraczynski , Jan “Ho visto il Maestro!” (Maria Maddalena) Milano,
Gribaudi, 2005
Dobraczynski, Jan “Il cavaliere dell’Immacolata” (s. Massimiliano Kolbe)
Milano, Gribaudi, 2007
Ficowski, Jerzy “Poesie” Stilb n.7 gennaio-febbraio 1982
Ficowski, Jerzy „Il rametto dell’albero del sole” Roma, Edizioni e/o, 1985
Galczynski, K. Ildefons “Visioni di san Ildefonso ovvero Satira sull’universo”
Roma, La Fiera letteraria n.3 2 gennaio 1973
Grzesczak, Marian “Poesie” Roma, Tempo presente n. 9-10 giugno-
Agosto 1981
Małgorzata, Hillar 20 poesie, Edizioni CFR, ottobre 2013
Iwaszkiewicz, Jaroslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n. 27 7 luglio 1974
Urszula, Kozioł 20 poesie, Edizioni CFR, marzo 2014
Lesmian, Boleslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n.20 20 maggio 1973
Ewa, Lipska 20 poesie, Edizioni CFR, luglio 2014
Milosz, Czeslaw “Poesie” Roma, Tempo presente n.6 dicembre 1980
Mrozek, Slawomir “Un caso fortunato” Sipario: rassegna mensile dello
Spettacolo n. 315-316 agosto-settembre 1972 (tradotto
in collaborazione con Zbigniew Chotchowski)
Norwid, Cyprian k. “Il pianoforte di Chopin” Roma, Ragionamenti, n.183
aprile 1989
Pomianowski, Jerzy “Guida alla moderna letteratura polacca, con annessa
antologia di poeti polacchi contemporanei” Roma, Bulzoni
1973 (traduzione di 62 poesie di poeti diversi)
Poświatowska, Halina “50 poesie scelte”, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, 2014
Statuti, Paolo “Viaggio sulla cima della notte: racconti polacchi dal 1945 a
oggi” Roma, Editori Riuniti, 1988 (questo lavoro è stato molto
apprezzato da Herling-Grudzinski. Nell’antologia sono presenti
55 autori con un totale di 55 racconti)
Stryjkowski, Julian “Austeria” Roma, edizioni e/o 1984 (tradotto in
collaborazione con Aleksandra Kurczab)
Wojtyszko, Maciej “Bromba e gli altri e la saga dei Claptuni” Effelle di Marino
Fabbri Roma 1986

Przygotowane do druku: K.I. Gałczyński 20 poesie, Edizioni Joker
A. Kamieńska 50 poesie, Edizioni Joker
A. Świrszczyńska 41 posie, Edizioni Joker

Dużo wierszy umieściłem w moim blogu musashop.wordpress.com

Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal Russo in Italiano:

Blok, Aleksandr: “I dodici”, La Fiera Letteraria, 13.6.1971, N. 18
Poesia, sett. 2014, N. 296
Bagrickij, Eduard: “Il canto di Opanas”, La Fiera Letteraria, 28.5.1972, N. 22
Chlebnikov, Velemir: “La perquisizione notturna”, La Rassegna Sovietica, 1990
Poesia, aprile 2014, N. 292
Chodasevič, Vladimir: “Poesie”, Tempo Presente, giugno-luglio 1986
Cvetaeva, Marina: “Poesie”, Grafie Russe, Libro Aperto Ediz., maggio 2013
Inber, Vera: “Vas’ja il Fischio”, La Fiera Letteraria, 5.12.1971, N. 43
Majakovskij, Vladimir: “Poesie”, Grafie Russe, Libro Aperto Ediz., maggio 2013
Mandel’stam, Osip: “Poesie”, Grafie Russe, Libro Aperto Ediz., maggio 2013
“30 poesie”, Edizioni CFR, 2014
Pasternak, Boris: “30 poesie”, Edizioni CFR, 2014
Puškin, Aleksandr: “32 poesie”, Edizioni CFR, 2014

Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal Ceco in Italiano:

Havliček-Borovsky, Karel: “Elegie Tirolesi”, La Fiera Letteraria, 19.11.1972, N.47
Wolker, Jiři: “Poesie”, La Fiera Letteraria, 27.1.1974, N. 4

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12 commenti

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12 risposte a “Roman Jakobson da “Poetica e poesia” sulla poesia di Velemir Chlebnikov e Vladimir Majakovskij con due poesie “A tutta voce” e “Il violino e un po’ nervosamente” tradotte da Paolo Statuti

  1. Anzitutto è doveroso ringraziare per questi tesori che vengono tolti dalle teche e rimessi in circolo. Detto questo ho una punta d’invidia verso quegli artisti non soltanto per il loro talento, quanto perché tutto sommato la situazione era meglio delineata e il nemico o l’avversario molto più facilmente individuabile.

  2. Francesca Tuscano

    Mi permetto di intervenire in modo molto sintetico perché purtroppo non ho tempo per fare qualcosa di più, ma credo che i poeti che frequentano questo blog e altri dovrebbero leggere con grande attenzione questo ultimo post. Non solo Jakobson è stato (e secondo me è ancora) un grande maestro di lettura critica della poesia, fondata su riflessioni formali profondissime, ma il suo legame importante con Majakovskij e Chlebnikov (la cui opera rappresentò il perché della nascita del suo studio sulla poesia, che lo portò anche ad essere uno dei padri della neurolinguistica) ne fa un protagonista di uno dei momenti irripetibili della storia della poesia che ogni poeta dovrebbe avere sempre davanti a sé come esempio (umano prima ancora che stilistico) – la grande avanguardia russa che attraversò l’Ottobre. Dunque, onore al merito di Giorgio e di Paolo (delle cui traduzioni non dico nulla, perché le apprezzo sempre, e lui lo sa) che ci hanno proposto questa lettura (e ci scommetto anche di Sagredo, che sta sempre dietro ad ogni angolo di Russia e di Est che appare in queste pagine, nume tutelare – lo dico con il sorriso, ma anche seriamente – di quel genio che fu Ripellino, padre di noi tutti che ci occupiamo di slavistica).

    • Ho letto e riletto tutto di questo post per gustare pienamente sia il pregevole scritto di Jakobson sia i testi poetici di Majakovskij e Chlebnikov.
      Non sempre si ha tempo di scrivere qualcosa di degno per motivi personali che non è il caso di descrivere nel blog.
      Adoro Majakovskij per la forza interiore espressa nei versi, per l’entusiasmo vitale del suo dire. Non conoscevo Chlebnikov, perciò ringrazio coloro che mi hanno arricchita con un nuovo gioiello.
      Un saluto

      Giorgina Busca Gernetti

      • Poiché non so il russo, se non qualche parola imparata in occasioni le più disparate, ringrazio il fine traduttore Paolo Statuti che mi ha permesso di leggere le poesie. Mi scuso di non averlo fatto prima

        Giorgina Busca Gernetti

  3. antonio sagredo

    Gentile Gernetti B. Giorgina,
    dovrebbe cercare di trovare “Poesie di Chlebnikov” tradotte dal Ripellino, Einaudi (non ricordo se 1961 o 1966) – vale leggere non solo le poesie, ma anche il magistrale saggio dello slavista, che nelle lettere italiane è caso unico.
    a.s.

  4. Forse le metafore futuriste ad angolo acuto, a forma di freccia, scoccate in direzione di un futuro ben visibile, o stanno ancora volando o sono cadute anzitempo. Viene da chiedersi perché oggi non si scriva con altrettanta chiarezza in puro stile robotico (cordialmente commerciale, volgarmente culturale, superbamente patetico, consapevolmente temporaneo, morbosamente antipatico, di superficialità colta e ignorante al contempo). Invece no, prepariamo nuove armi col temperamatite, senza nemmeno un piano di marketing. Il fatto è, penso io, che non si produce poesia perché la poesia non sta nella catena produttiva: allora come oggi nasce dal nulla, da un intervallo, solo che come vecchi non pensiamo al futuro. Non siamo futuristi: due guerre mondiali, e i conti da far quadrare, hanno liberato le metafore. In cortile, come viene. Come gatti.

  5. antonio sagredo

    Cara Francesca, io ebbi la fortuna sfacciata di conoscere sia Jakobson che Sklovskij; il primo amava Ostia e Ripellino mi mandò da lui per una lettera; il secondo incontrai all’allora Italia-Urss, a piazza Esedra. Del primo ricordo gli occhietti e la sua voce – parlava un italiano degno come del resto le decine di lingue che conosceva: la mia emozione fu grandissima poi che si operò nel mio cerebro una operazione di dislocazione spaziale-temporale: mentre gli parlavo non riuscivo a credere con chi parlavo! Col secondo fu la stessa impressione, ma più sentita poi che ti faceva sentire a tuo agio: piccolo e con occhi vivacissimi:gli strinsi le mani che toccarono i grandi poeti e fissai quegli occhi che videro tante volte nel bene e nel male quei poeti. In particolare ricordai mentre gli parlavo il suo tentativo di riconciliare i due poeti che amava di più: Majakovskij e Pasternàk nel dicembre del 1929, che fu il loro ultimo incontro. Mi fece un regalo eccezionale: mi disegnò su un pezzo di carta un cavallino capriccioso. ed era il suo ricordo di un suo testo “La mossa del cavallo”, che conservo come una reliquia.

    • Francesca Tuscano

      Una fortuna immensa davvero, caro Antonio! Forse io non avrei più avuto il coraggio di lavarmi le mani, dopo averle strette a due menti e due cuori così profondi e immensi. E non sto scherzando. Ecco, adesso, oltre l’amicizia con Ripellino, ho ancora molto da invidiarti… Un giorno ci si dovrà davvero incontrare per ascoltare i tuoi ricordi, che sono storia.

  6. antonio sagredo

    Gentile Lucio M. T. il Suo pensiero “che non si produce poesia, perché la poesia non sta nella catena produttiva: allora come oggi nasce dal nulla, da un intervallo, solo che come vecchi non pensiamo al futuro” non riesco ad accettarla; intanto la Poesia non si produce, ma si “fa! e facendola “fa” i Poeti! (leggere il saggio, p.e., di Majakovkij ” Come far versi”; Pound è stato un “faber”, e tanti altri: non hanno prodotto! La Poesia non nasce dal nulla, se non per quelli che credono d’esser poeti e non lo sono affatto. Sono sulla soglia di una anzianità che non m’affanna affatto e penso sempre alla forma di una poesia futura, cioè come scriveranno i Poeti fra 50 anni p.e.? L’essere futuristi non significa affatto pensare al futuro, anzi è tutto il contrario! Lei non sa quanto i poeti futuristi (almeno quelli russi) pensassero al passato… cominciando dal più geniale di loro: Chlebnikov che voleva realizzare una tavola delle parole, un sistema periodico delle parole sulla falsa riga della tavola degli elementi chimici di Mendelev. la conoscenza della filologia antica è la base principale del futurismo russo. Ripellino avverte (come tanti seri studiosi) ” Antiveggenza ed oracolo del sospirato ritorno all’età dell’oro, il futurismo si rivela nelle sue carte antichissimo come la memoria umana. L’esperimento è in lui la riscoperta di arcaici strati della cultura, di vecchie tappe del destino dell’uomo. E qui faccio silenzio a questo mio lungo ragionamento”. Questo vale anche per il futurismo italiano, che come si sa precedette di poco quello russo…. quello italiano quando non è becero è una grande esperienza artistica… invece è
    becero come quello che fece del futurismo un vessillo guerresco e che portò alla morte migliaia di giovani! – Mi intenda bene :non è una critica rivolta a Lei, e tanto meno una lezione! Quanto alla Poesia, con la mia falsa modestia ma con grande mia consapevolezza e un pizzico di provocazione affermo che la Poesia è viva… almeno la mia! Ci vuole un tempo di maturazione per il lettore, come per qualsiasi frutto che non si conosce (assaggia)… il Poeta, qui, è da tempo maturo… è stramaturo e sta cadendo dall’albero della Conoscenza… del Bene e del Male!
    —————–
    Dal sacco/ si sparsero al suolo le cose./Ed io penso/che il mondo/è soltanto un sogghigno,/che luccica fioco/sulle labbra di un impiccato. (1908- Chlebnikov)
    ——————————————————
    Eppure compresso come sono
    sono il migliore tra voi,
    poeti lecchini!
    Un vino giovane ha un antico languore:
    è carne nel crivello dei suoni!
    Io mi rifiuto comune:
    sono un grande istrione, come Adus,
    impiccato all’albero della conoscenza,
    l’Affamato di versi sonori
    l’Inventore di parole propellenti.
    (1971- Sagredo)
    ———————————-
    Diceva Einstein che Dio non gioca a dadi.
    Lo diceva ma non ci credeva.
    Gioca la corda con l’impiccato
    e l’impiccato con la corda,
    ma non sai se è un principio o una fine.
    (2005 – Sagredo)

  7. Caro Sagredo, concordo con te sul fatto che la poesia è un fare antico. Lasciamo alla produzione il compito di soddisfare le richieste: se ho dato ad intendere il contrario me ne scuso. Accolgo volentieri la tua buona lezione, lo faccio con tutto quel che leggo su questo blog che per me è costante oggetto di studio e riflessione. Forse la poesia senza futuro nasce moribonda, soffocata nella illusoria divisione del tempo, e induce al rifacimento. Ma sono pensieri transitori, che se ne vanno scrivendo, suppongo.

  8. antonio sagredo

    Il nuovo
    come una batosta
    da attaccare
    la vita al muro
    il linguaggio ad altro polo.
    Dove le parole
    e gli oggetti
    e i sogni
    struggono il poeta
    il letterato saccente
    trova annoso
    finalmente
    critico sputo fendente.

    E la rima
    che fatica!
    rimare è trovare
    scavare
    il linguaggio più duro del faggio
    saperlo come si dovrebbe
    almeno usare
    ci vuole coraggio
    a volte come un saggio
    si rivela pedante
    accademico scolastico
    perciò bisogna rivoltarlo
    e violentarlo
    stanare il fondamento
    scacciare la ripetizione
    sfogliare
    ricacciare la sintassi
    ripudiare i sacrosanti passi.

    La posizione giusta
    come il benessere
    è un dato di fatto
    non lo dovete scordare!

    Come rose scarlatte
    i dettati dall’alto.
    Cadono città palazzi
    come ciocche di capelli.

    Le metafore non giungono
    come… come… come…
    per nutrire la gloria
    di teste granate.

    La metafora è un’arma a doppio taglio
    sintesi a priori
    di un certo bagaglio
    ha due significati
    puzza come l’aglio
    o può servire
    da comodo bagaglio.

    Per botte da orbi
    flaccidi sciacalli
    schioccano
    come pelli frustate
    le masse in mutande
    come prese di mira
    da un gioco banale
    e come fantoccio stordito
    il servo passeggia
    sui freschi miraggi
    usciti dai forni
    dei grandi capoccia.

    Oh
    i grandi capoccia
    dicono questo
    speculate
    speculate
    speculate
    speculate sui vostri consensi!
    speculate sui vostri rimorsi!
    speculate sulle vostre disgrazie!

    Come rose scarlatte
    i dettati dall’alto
    e le città
    i palazzi
    cadono
    come ciocche di capelli.

    Ed io ho visto un lago
    grande
    lassù
    umano!
    come una goccia tra i monti
    che cade estesa
    stecchita!

    a.s.

    Roma, 1968/1969/1970

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