SEI POESIE di Ugo Magnanti da “L’edificio fermo” (2015) “Entrata”, “Quinta stanza” “Decima stanza”, Venticinquesima stanza”, “Quarantesima stanza”, “Uscita”, con due Appunti critici di Giorgio Linguaglossa e Cristina Annino

Labirinto

Labirinto

 Ugo Magnanti e nato e vive nelle città di Anzio e Nettuno, dove lavora come insegnante di materie letterarie in un istituto superiore. Poeta e promotore culturale, ha ideato e diretto numerosi eventi letterari in diverse città italiane, fra cui la rassegna “Nettuno Fiera di Poesia 2010”. Pur privilegiando l’oralità e l’azione della poesia, ha pubblicato, fra l’altro, la raccolta Rapido blé, Ume, 2003, la poesia d’arte “Pronostico”, con 2 acquerelli originali di Eugenia Serafini, Artecom-onlus, 2011, e le plaquette 20 risacche, Acume, 2007, Poesie del santo che non sei, Akkuaria, 2009, Il battito argentino, Alla pasticceria del pesce, 2011. Ha partecipato con sue poesie-oggetto a varie mostre e ha curato azioni, fra cui Otto poeti nell’immondizia, Poesie vomitate contro la Turbogas, il body poem Notte di Valpurga, Sicilia Poetry Bike (con Enrico Pietrangeli), Icaro e Dedalo Ditirambi No Turbogas, BiciNuragica-Poesia. Nel 2012 ha rappresentato, insieme ad altri poeti, la poesia italiana al 49° Festival Internazionale degli Scrittori di Belgrado.

Ugo Magnanti Copertina L'edificio fermo«Il poemetto è strutturato secondo un disegno razionale. È una voce monologante che prende la parola. Un labirinto di quaranta stanze per quaranta composizioni più una Entrata e una Uscita. Dunque, un numero pari per una versificazione che privilegia il novenario e il settenario (numeri dispari). Si dirà che i conti non tornano, e invece tornano e ritornano come un martello percussivo seguendo la via indiretta della mano sinistra. Quello di Magnanti è un discorso poetico incentrato sulla disseminazione dell’io. Le poesie cominciano ad ogni stanza daccapo come un pensiero rimosso che non può essere pronunciato. Per 42 volte Magnanti si prova a ricominciare daccapo, alla ricerca del «nome» che sfugge. La versificazione procede per contiguità e per affinità, in modo razionale come può essere razionale un incubo o un sogno sospeso tra i realia del sogno e il nulla, un viaggio all’interno del nichilismo interrotto, qua e là, da presenze umane irriconoscibili («Un estraneo che mi /viene incontro sulla /strada…») dove l’«io» è una «figura» altra, sospesa nella sua dimensione di inessenza e di alterità».

(Giorgio Linguaglossa)

«Verticalmente dunque, per la fisicità che ogni poemetto ci lascia intravedere, immagino l’autore più che aprire porte ideali, salire invece le scale di un approfondimento interiore, con addosso “un’allegria operaia […]” come scrive nella Quarta stanza, componimento dove mi sembra che raggiunga quasi la perfezione, per compostezza e fluidità di linguaggio. Molte sarebbero comunque le poesie da segnalare, in questo libro dove l’esame del poeta, su di sé e sul mondo, ci viene offerto con una freschezza linguistica invidiabile, nonostante l’evidente complessità che l’origina».

(Cristina Annino)

da L’edificio fermo Fusibilialibri 2015 pp. 68 € 13

Ugo Magnanti

Ugo Magnanti

ENTRATA

È solo un palazzo fra tanti,
un prodigio sollevato dal
deserto, è tutto ciò che
spazia al crepuscolo davanti
alla sua ombra isolana.
Per giorni lenti il cancello
si è infuocato, e la statale
che gli sfolgora accanto si è
fatta ipnotica, riflessa su vetri
di assenzio, in un riverbero
che risveglia le vertigini.
È affiorato col vento, come
un nervo smisurato, sotto
nuvole che non hanno forma,
fra la luce e gli abbandoni
che respirano dai muri, così
riconosco l’avido bisogno
di essere covato, di essere
unito a una lontana striscia
di sole, sprofondato in un
abbraccio senza piombo,
come se svanisse la memoria,
e se per fare tanta leggerezza
si dovesse attraversare l’atrio
dove qualche mosca gravita,
e sgorgare offuscati nel cortile,
nel torrido sfacelo di un paese.
È questo il mito che mi viene
dietro, e mi commuove come
un tesoro di versi inceneriti,
povera curva di polvere!, oggi
tremano le crepe del muretto
e le erbacce saziano l’aria,
perciò nessuno smentirà
le mille cose perse o sfiorate,
e quelle ancora mormorate
ai miei miraggi vacanzieri.
Un germoglio ha spaccato
il mattone sul terrazzo, e
non è servito a riscaldarmi
il sangue, ma solo a scoprire
un sogno così uguale al mondo.
Ho molti battiti nuovi,
e molti volti alzati al cielo
per formare la scia bianca
e la sagoma dell’aeroplano,
tanto l’estate vista da qui, sarà
sempre il difficile teatro a cui
non appartengo, e non avrò
tempo per essere un altro.

QUINTA STANZA

Ciò che il giorno
ha seminato, con una
lama fatta per squarciare
l’occasione di guardarmi
in faccia, è il raccolto
aspro delle notti senza
sonno, dove un deserto
mi trascina, e cambia
le parole dette o non
dette, soprattutto
quelle vili, come oscure
bestiole da interrare,
col ventre gonfio e riverso.
Se qualcosa mi plasma
appartiene a queste
scene, che fanno di me
una pianta agghiacciata
in qualche crepa.
Eppure ogni ora viene
e smette di essere
immensa, e mi riporta
al sole, a una speranza
stupida che traffica
con le reliquie, ma è
pur sempre una speranza.

DECIMA STANZA

Io non sono, nessuno è, uno
zodiaco di vetro da rompere
con il martello, tanto per
vederlo in pezzi, e non
fargli prevedere quello
che accadrà quando il giorno
avrà smesso di risvegliarsi
nelle mani di un altro.
Se la mia guancia stordita
splende a casa con me
per l’ennesima volta,
non ho più gambe
che sguscino su un
prato, né voci spezzate
che rivelino l’erba,
e non so più cambiare
col pensiero il tragitto
di una blatta sulla sabbia,
facendo finta che siano
miei, i suoi ripensamenti.
Così non ho più abbracci
e non sono più l’uomo di
prima: se il desiderio da
scegliere è uno solo, sono
via per un’odissea bugiarda.

Ugo Magnanti

Ugo Magnanti

VENTICINQUESIMA STANZA

Se ho sbagliato qualche
verso, per caso o per abuso,
o per imperizia, non ne ho
fatto certo un dramma,
perché tutto si muoveva
dentro l’edificio fermo, e
spesso la parola mi mancava.
Ma questi che ora leggi
li ho scritti per quando finirà,
e se sono sbagliati li ho
sbagliati volentieri: forse
la mano sorpresa a navigare,
stavolta voleva solo vivere.
Non è più importante
che siano fatti bene,
già è tanto che festeggino
la pace con chi è stato
misero e radioso, e solo per
questo merita di sciogliersi.
E soprattutto invocano
il coraggio, e vogliono il fuoco:
sono stati sepolti con me
nel grembo dell’estate,
mai sopporterebbero
il buio di una bara.

QUARANTESIMA STANZA

Non spero che il rivolo
ostruito, di colpo mi
riveli chissà cosa, solo
perché si torce e scende
verso il suo tombino
come se mormorasse
da un’infanzia sfatta,
o nelle faccende da sbrigare
prima che sia mezzogiorno
e una sirena di metallo
suoni, mettendo
addosso a chi è eremita
un po’ di appartenenza.
Sebbene lo sguardo
recitante si approssimi
alla pioggia, e il monotono
mattino che si spande
accarezzi un’intuizione,
la lotta di vento e rami
avviene dove non c’è
mondo dietro il mondo
che trabocca, nella banalità
del temporale che non sa
fare a meno della gioia,
sotto uno squarcio di sole.

USCITA

Non ci sono che ore
viziose in una vita,
allora non puoi fingere
che il respiro sia cessato
per crederti migliore.
Spudorato e già pronto
a ritornare vivo, senti
come è imperdonabile
il tuo desiderio, e come
non è fatto per finire.

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18 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, critica letteraria, poesia italiana contemporanea

18 risposte a “SEI POESIE di Ugo Magnanti da “L’edificio fermo” (2015) “Entrata”, “Quinta stanza” “Decima stanza”, Venticinquesima stanza”, “Quarantesima stanza”, “Uscita”, con due Appunti critici di Giorgio Linguaglossa e Cristina Annino

  1. Per giorni lenti il cancello
    si è infuocato, e la statale
    che gli sfolgora accanto si è
    fatta ipnotica,

    fino a poco fa Magnanti mi era del tutto sconosciuto: si sentono durante la lettura il profondo senso dell’osservazione quasi senza orientamento, l’elaborazione fino alla tigna frmatasi sull’edificio fermo. IMU poetry come poesia del futuro, non saprei, sicuramente se pur privo di chissà quali punte di genio ho trovato questo autore molto interessante.

  2. Ivan Pozzoni

    Io conosco Magnanti e apprezzo i suoi testi da anni. Sono contento che stia, da tempo, trovando uno spazio adeguato. Ugo è un uomo degno, umile, di spessore culturale:

    Se ho sbagliato qualche
    verso, per caso o per abuso,
    o per imperizia, non ne ho
    fatto certo un dramma,
    perché tutto si muoveva
    dentro l’edificio fermo, e
    spesso la parola mi mancava.

    Sfatiamo il mito, ribadito da alcuni, che le new entry sono sempre bastonate o offese. Sono bastonate e offese certe new entry, imbarazzanti ed arroganti. Ugo Magnanti è una ottima new entry!

    Sebbene lo sguardo
    recitante si approssimi
    alla pioggia, e il monotono
    mattino che si spande
    accarezzi un’intuizione,
    la lotta di vento e rami
    avviene dove non c’è
    mondo dietro il mondo
    che trabocca, nella banalità
    del temporale che non sa
    fare a meno della gioia,
    sotto uno squarcio di sole.

    • Gabriele Gaulli Fratini detto il Baciccio

      PS Le offese alle new entry in passato hanno preceduto le risposte delle new entry stesse quindi non è un mito è una triste realtà.

      V’è chi noiar la gente
      Pretende impunemente;
      Ma se dagli altri poi noia riceve,
      Sopportar non la vuole, ancor che lieve.
      (Luigi Fiacchi, 1754-1825)

      • Ivan Pozzoni

        Caro Gabriele: ognuno di noi è libero, su ogni medium, di dare un’opinione costruens o destruens sui testi altrui. Non è detto che la critica destruens sia un atto d’odio, o di disistima umana. Io sono abituato a comportarmi con massima libertà: a] se una new entry non mi colpisce, non scrivo; b] se una new entry mi colpisce negativamente, scrivo negativamente; c] se una new entry mi colpisce positivamente, scrivo positivamente. Scrivo due righe di apprezzamento o di disistima estetica, non essendo un critico. Sui temi importanti, cerco di approfondire. Se le new entry percepiscono la “stroncatura” o il commento di disistima come un’offesa individuale, sono cavolacci loro. L’essere umano non c’entra niente: non è un attentato alla dignità umana sostenere che i testi di uno fanno schifo e i testi di un altro sono belli (de gustibus non disputandum est?). Poi starà agli addetti ai lavori l’apportare analisi filologiche sui testi. Io non ne ho interesse. Per esempio, Ugo Magnanti è un (non raro) esempio di ottimo scrittore e di uomo degno. Non disdegno sottolinearlo.

        • Gabriele Gaulli Fratini detto il Baciccio

          Non mi riferivo alle semplici critiche. Ma se si accusa qualcuno di copiare è normale che risponda. Idem se si dà del demenziale o del truffaldino. O parolacce anche. Ciao.

          • Ivan Pozzoni

            Caro Gabriele: ognuno ha il suo stile. Io, chiaramente, ho il vezzo di discutere del mio operato: non mi risulta di avere mai fatto ciò che tu dici. Spesso l’ho subito. Parolacce, a iosa. Però neutre. Io ho iniziato, con un grosso fraintendimento, ironizzando su Giorgina (e mi sono scusato, spiegando cosa accadde) e litigando con Almerighi e Panetta (che, attualmente, considero amici). Poi ho imparato ad usare un tono distaccato. Però non chiedetemi di rinunciare all’ironia, al sarcasmo, alla beffa: mi scrivono, con estrema ironia, che ho il “difetto di avere un’intelligenza”. Ne vado fiero. Senza ironia, brancolerei nel buio: toglietemi tutto, non il mio braille. Detto ciò: rinnovo la mia ammirazione verso Ugo Magnanti, che non vedrei a suo agio a lavorare di lima. Picchia duro, col martello.

            Io non sono, nessuno è, uno
            zodiaco di vetro da rompere
            con il martello, tanto per
            vederlo in pezzi, e non
            fargli prevedere quello
            che accadrà quando il giorno
            avrà smesso di risvegliarsi
            nelle mani di un altro.

        • Caro Ivan,
          ricordi come mi hai accolta (new entry) con insulti di ogni genere?
          Giorgina BG

          • Ivan Pozzoni

            No, Giorgina: se ironia e beffa sono considerati insulti e offese, non mi ci ritrovo. Io non ti ho mai insultata: ho ironizzato e ti ho sfottuta. E tu conosci benissimo il motivo che mi condusse al fraintendimento. E, siccome sei una donna seria, di fine intelletto, hai compreso che cosa fu, ancora mi scrivi, e il fatto non si è MAI ripetuto. MAI! Questo è confermato da interi mesi di rapporti sereni e non litigiosi.

            • “Beffa” e “sfottere” non mi si dovevano rivolgere per nessun motivo. Però è vero che non l’hai più fatto. Che anche tu fossi una “new entry” non ha alcun peso. Comunque è una cosa passata, ma ancora viva nella mia memoria.
              G.B.G.

              • Ivan Pozzoni

                Però scriviamone tra noi: hai la mia email. Questa conversazione non merita di “disturbare” i bei versi di Ugo. Non trovi?

                • Giustissimo! Però vale per tutti.
                  GBG

                  • Ivan Pozzoni

                    Hai ragione. ti saluto caramente (come sai)

                  • Ivan Pozzoni

                    Però, adesso, anche tu hai un “pegno” da pagare. Che ne dici dei versi dell’artista Magnanti? Io li trovo convincenti. Mi interessa una tua opinione.

                    • Esprimo la mia opinione sui versi di Ugo Magnanti non come “pegno” da pagare perché il tempo dei giuochi è ormai lontano, almeno per me.
                      Lo faccio seriamente.
                      Non ho mai apprezzato lo stile di poesia in cui il verso termina con una preposizione (es. di, da), con un pronome (mi, ti), oppure con il verbo “è” che, da un punto di vista metrico, vale due sillabe e quindi fa sì che un settenario diventi un ottonario. Una maggior precisione metrica e un assiduo “labor limae” mi sembrerebbero necessari per il mio gusto personale espresso prima.
                      Inoltre, senza voler polemizzare con altri commentatori che stimo, una poesia siffatta, sempre da un punto di vista formale, a me sembra vicina alla prosa, scandita con gli “a capo” ogni sette o nove sillabe.
                      Peccato, perché i pensieri espressi nel poemetto sono pregevoli.

                      Giorgina Busca Gernetti

          • Ivan Pozzoni

            Poi ero una new entry anche io! 🙂

  3. Gabriele Gaulli Fratini detto il Baciccio

    Letture gradevoli, che forse lo sarebbero state ancor più se sfrondate di qualche verso , e mi riferisco ai testi più lunghi tipo l’entrata. Un saluto.

  4. Gino Rago

    “La lotta di vento e rami/ avviene dove non c’è/ mondo dietro il mondo…”:
    versi lontani sia dalla neoavanguardia, sia da quelle prove di poesia-prosa
    minimali di marca lombarda, milanese in particolare, che propongono una poesia consapevole cui, tuttavia, non guasterebbe affatto un calibrato lavoro di lima

  5. Eppure ogni ora viene
    e smette di essere
    immensa, e mi riporta
    al sole, a una speranza
    stupida che traffica
    con le reliquie, ma è
    pur sempre una speranza.

    Ci sono autori tristi che badano a lasciare un filo di speranza e altri, felici, che si preoccupano di non trascurare il dolore. In questa nenia esistenziale si profila una terza possibilità: quella di sostare nell’equidistanza, come sfiduciati, increduli di tutto, anche di sé. Con voce leopardiana, Magnanti sembra più attento a sorvegliare che a osservare: che cada dal cielo l’inconveniente di un’epifania.

    È questo il mito che mi viene
    dietro, e mi commuove come
    un tesoro di versi inceneriti,
    povera curva di polvere!

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