Archivi del giorno: 13 aprile 2015

QUINDICI POESIE di Michaìl Jùr’evič LÈRMONTOV (1814-1841) tradotte da Paolo Statuti con Presentazione di Antonio Sagredo

bello ritratto di donnaLe 15 poesie che qui presentiamo tradotte da Paolo Statuti hanno il pregio (lo stesso che ha contraddistinto le 32 poesie di Puškin tradotte dallo stesso) della chiarezza e semplicità che sfiora l’ostentazione tale è la bravura del traduttore, che unisce l’uso e il rispetto della rima (nella lingua russa dell’epoca era quasi un obbligo per rispettare e distinguere i vari generi di poesia, p.e. la lirica dall’epica) là dove è possibile, ed è possibile quasi sempre per il traduttore. Per alcuni traduttori di Lermontov, e cito il più recente Roberto Michilli (la cui qualità della traduzione è notevole), fare a meno della rima è come trovare una sorta di scorciatoia, come dire che usare la rima è troppo faticoso (trovare le parole intendo che hanno un’assonanza) e forse va a discapito della musicalità del verso. Paolo Statuti invece della rima ne fa un obbligo e la attua, e non stona affatto poi che  egli stesso è musicista; la musicalità del verso è garantita, ed è piacevole leggere questi versi poi che anche la filologia è rispettata: senso e contenuto vanno di pari passo, la precisione garantita. Le poesie scelte dal traduttore sono tra le più importanti e conosciute del poeta; per quanto mi riguarda plaudo a questa sua non ultima fatica, che è pure un suo piacere, e nostro poi che ci prepariamo a leggere. Spero di aver scritto una introduzione (segue qui sotto) che sia chiara anche per un lettore che di cose slave sa poco o niente

 (Antonio Sagredo)

Michail Jur'evič Lermontov ritratto, 1830

Michail Jur’evič Lermontov ritratto, 1830

Con magistrale sintesi Ettore Lo Gatto, fondatore della slavistica italiana, distingue la grandezza di Lèrmontov  da quella di  Puškin. Scrive il celeberrimo  slavista:”  Come  Puškin, Lèrmontov  fu prima di tutto poeta lirico e come Puškin diede il colorito, o il tono che dir si voglia, della liricità o del lirismo, anche a tutte le altre forme di creazione letteraria che affrontò, con una intensità così eccezionale da essere in contrasto con l’insistenza con cui egli lavorò intorno ad alcune opere, come i due poemi Demon (Il demone, 1841) e Mcyri (il novizio, 1839), la cui elaborazione, e specialmente quella del primo, durò parecchi anni. Sia l’ansia di fare, sia la preoccupazione di raggiungere la perfezione, furono conseguenza di uno stesso stato d’animo, in contrasto con la concezione espressa da Puškin nella poesia. Il poeta,  fino a quando Apollo non chiama al sacrificio, il poeta è «tra le insignificanti creature del mondo forse la più insignificante». Lèrmontov sentiva di essere chiamato sempre al «sacrificio». 1)

Da Puškin è ovvio che si sentisse  attratto – e mi spieghi qualcuno perché non avrebbe dovuto sentirsi attratto! – ma non apparteneva alla Pleiade di Puškin: sfuggiva all’epigonismo con tutto il suo talento! Il suo terrore era che qualche poco avveduto critico lo definisse epigono di Puškin! Noi sappiamo ora che non lo è stato mai. Lermontov pagò carissimo e a prezzo della sua vita la sua ammirazione sconfinata per Puškin, e a causa di una sua poesia dedicata a lui, La morte del poeta, fu mandato in esilio nel Caucaso, e qui cominciò a rovinarsi la sua vita, ma non la sua arte.

Fu più un emulo che un epigono di Puškin questo è certo, ma un emulo singolarissimo poi che esserlo stato  “ non esclude ma non afferma che egli potesse esserne considerato il continuatore… fu la sua una eredità personale più apparente che effettiva”, 2); e il fatto che ambedue i poeti sentissero sacra la missione del poeta non significa ancor più legarli, poi che tale missione era  il fulcro su cui girava ogni grande poeta romantico europeo.

Lo zar Nicola I, questo macellaio dei poeti russi, espulse Lermontov  dal corpo militare di appartenenza,   dove  aveva il  grado di ufficiale degli Ussari della Guardia e lo inviò in un reggimento in linea sul Caucaso, ma del Caucaso ne fu così impregnato che ne divenne  il maggiore cantore.

Il punto è che il potere non poteva permettere, sopportare, che un altro poeta di singolare potenza subentrasse a Puškin nel ruolo di fustigatore a tutto spiano dei costumi russi e costruì anche per Lermontov  un micidiale intrigo zarista talmente subdolo che in circostanze poco chiare portò all’uccisione  in duello del poeta: aveva 27 anni!. Dieci di meno di Puškin! Si può immaginare benissimo cosa avrebbe potuto e voluto scrivere ancora per ulteriori dieci anni. Ucciderlo alla stessa età di Puškin avrebbe significato per il potere un tale svelamento che l’avrebbe condotto, non a confessare il delitto, ma ad escogitare chi sa quali alibi aberranti; e di tali alibi la storia del potere russo e poi sovietico ci ha ben abituati, ma non certo convinti!

Se Puškin cercò sempre una serenità  intellettuale che gli permetteva di comporre con più equilibrio le sue opere per poi distanziarsene, a Lermontov  tale serenità era negata, egli fu ancor più byroniano dello stesso Byron! Non gli bastò averlo introiettato, per cercare una perfezione compositiva come in Puškin, doveva assolutamente andare oltre, anche mentalmente, per raggiungerla, e ci riuscì superando in se stesso il suo stesso modello: Byron! In questo egli distanzia tutti i poeti europei romantici di cui si nutrì  a piene mani. Mise da parte il poeta d’Albione anche con l’aiuto dell’ironia corrosiva di un poeta germanico, Heinrich Heine (questo poeta così amato un secolo dopo da Majakovskij); è forse dalle letture di alcune opere di Heine che il suo romanticismo divenne realistico, ma l’apporto di Puškin non è da trascurare… insomma il romanticismo sta per finire e tocca al realismo gogoliano tratteggiare con ferocia e sarcasmo la società post-romantica russa… il realismo in Europa, all’indomani della morte di Lermontov,  aveva decretato già la morte del romanticismo e dato già straordinari esempi, specie in Francia.

Egocentrismo, ribellione, frenesia spinta senza requie oltre limiti inimmaginabili, passioni divoranti, ecc. concorsero alla composizione della sua opera più amata in Russia Il demone (trionfo della assoluta solitudine: l’IO, la Natura e il sentimento in lotta perenne): specchio dello spirito russo disvelato!   Tale stato eruttivo-intellettivo suo proprio ha fatto pensare che la elaborazione delle sue composizioni raramente fosse definitiva – gli mancò il tempo forse perché si rafforzasse in lui questo aspetto tecnico? Non lo sapremo mai. – Certo è che nelle sue poesie è soltanto apparente questa non definita strutturazione formale.

Michail Jur'evič Lermontov copTre sue poesie, in un cero senso liriche, segnano tali passaggi discontinui, formali e contenutistici, tutti assoggettati al suo IO fuori da qualsiasi regola esistenziale: Meditazione (critica feroce alla società russa), Non credere a te stesso e Il poeta… queste tre composizioni hanno come obiettivo comune il segnare l’alto significato della parola libertà: libertà del poeta e libertà del popolo; destinate queste due libertà a distanziarsi sempre di più, e la poesia dedicata alla morte di Puškin forse è la più rappresentativa di tale distacco… per i poeti russi così legati alle sorti libertarie del popolo (ancora una volta pensate alla fine del tribuno Majakovskij) questo significa rabbia, sconforto e tant’altro. I passaggi dall’Io al Noi e poi di nuovo all’Io  sono traumatici, da schiantare anche il poeta più solido.

Le poesie epiche, quelle che interessano la natura del paesaggio del Caucaso sono le meno complicate psicologicamente, poi che nel poeta la natura caucasica stempera in parte le sue passioni divoranti, che se mai sono tenute a bada come in Tamara, in Disputa, in DaryTereka (I doni del Terek), in Kinžal(Il pugnale) e in Le tre palme. Ebbe in gran considerazione le sorti delle popolazioni caucasiche e nello stesso tempo il ruolo del destino della Russia in confronto ad esse.

Tenendo sempre presenti puntigliosamente  le fonti storiche e folcloristiche, Lermontov scrisse: saggi (come il saggio prosastico Vadim), poesie liriche ed epiche, drammi, racconti brevi e lunghi,  (come il racconto in versi, ma non epico Saška) poemi morali e forse scherzosi, poemetti in forma di ballata (come il Canto del mercante Kalašnikov, in cui finalmente Lermontov si libera di Byron segnando una comunione tra ballata romantica e canto popolare rendendo indistinguibili i due generi); anche il teatro interessò Lermontov… compose cinque drammi, sia in prosa che in versi. Ma il gruppo dei cinque racconti che pubblicò sotto il titolo di Un eroe del nostro tempo (il personaggio, comune ai racconti, Pečòrin è universalmente noto) meritano una attenzione particolare poi che si presenta come la sola opera finalmente realizzata compiutamente; lo stesso poeta scrive di questo suo lavoro:  “E un ritratto, ma non di un solo uomo, è un ritratto composto con in vizi di tutta la nostra generazione, nel loro pieno sviluppo”.

La comparazione tra l’Onegin di Puškin e il Pečorin di Lemontov fu rilevata dalla critica militante, in specie dal maggior critico radicale Vissarion G. Belinskij, ma a ben vedere le distinzioni servono a poco poi che i due personaggi erano le due facce della stessa moneta.

Ricordiamo qui, senza nominarli, gli essenziali e vari e numerosi apporti critici di Ettore Lo Gatto; la traduzione della poesia Meditazione di G. Maver, 1929; di L. Gančikov, “La religiosità di Lermontov” in Europa orientale, 1936; di A.M. Ripellino: “lntroduzione alle traduzioni di T. Landolfi di liriche e poemi”, Einaudi, 1963; di W. Giusti: “Il demone e l’angelo. Lermontov e la Russia del suo tempo”, Messina-Firenze 1968;; il saggio  di A. M. Ripellino “Materiali per uno studio sulla poesia di Lermontov”, (dove tratteggia un tema a lui caro: il demonismo); ed infine di  Henry Troyat “L’Étrange Destin de Lermontov” del 1952. Inoltre gli studi dei maggiori formalisti russi, in primis di Jurij N.Tynjanov, Viktor Šklovskij, ecc.

  • Lo Gatto, La letteratura russa moderna, Sansoni 1968, p. 163
  • p. 162
Michail Jur'evič Lermontov

Michail Jur’evič Lermontov

Poesie di Michail Lermontov tradotte da Paolo Statuti

Preghiera

Non incolparmi, Onnipotente,
E non punirmi, t’imploro,
Se il buio funebre della terra
Con le sue passioni io adoro;
Se di rado nell’anima entra
Il torrente della tua parola viva;
Se nell’errore la mia mente
Vaga lontano dalla tua riva;
Se trabocca dal mio petto
La lava dell’ispirazione;
Se i selvaggi fermenti
Offuscano la mia visione;
Se questa terra mi è angusta,
Di penetrare in te ho paura, ed io
Spesso i canti del peccato
Prego, non te, mio Dio.

Ma estingui questa magica fiamma,
Il fuoco che tutto distrugge,
Trasforma il mio cuore in pietra,
Ferma lo sguardo che si strugge,
Dalla tremenda sete di versi
Fa’ ch’io sia libero, o creatore,
E allora sulla via della salvezza
A te di nuovo mi volgerò, o Signore.

(1829)

La mia casa

La mia casa è sotto la volta celeste,
Dove risuonano i canti soltanto,
Dove ogni scintilla di vita risplende,
Ma per il poeta lo spazio è tanto.

Dal tetto egli arriva alle stelle,
E il lungo sentiero tra le mura,
Chi ci abita, non con lo sguardo,
Ma con la sua anima misura.

La verità è nel cuore dell’uomo,
Il sacro seme dell’eternità:
Spazio senza fine, secoli interi,
In un baleno esso abbraccerà.

E la mia bella casa onnipotente
Per questo sentimento è costruita,
Dovrò soffrire a lungo in essa,
E solo in essa avrà quiete la mia vita.

(1830)

Il mendicante

Sulla porta di un santo convento
Un poveretto chiedeva la carità,
Magro, sofferente ed oppresso
Dalla fame, dalla sete, dalla povertà.

Chiedeva solo un pezzo di pane,
E lo sguardo mostrava la sua pena,
E qualcuno un sasso posò
Sulla sua mano distesa.

Così io imploravo il tuo amore
Con pianto amaro e ardente;
Così i miei sentimenti migliori
Eran delusi da te per sempre!

(1830)

Michail Jur'evič Lermontov bambino

Michail Jur’evič Lermontov bambino

Sole d’autunno

Io amo il sole d’autunno, quando
Tra nuvole e nebbie si fa largo,
E getta un pallido morto raggio
Sull’albero cullato dal vento,
E sull’umida steppa. Io amo il sole,
C’è qualcosa nello sguardo d’addio
Del grande astro simile all’occulta pena
Dell’amore tradito; non più freddo
Esso è in sé, ma la natura
E tutto ciò che può sentire e vedere,
Non provano il suo calore; così è
Il cuore: in esso è ancora vivo il fuoco,
Ma la gente un giorno non lo capì,
E da allora negli occhi brillare non deve,
E le guance non sfiorerà in eterno.
Perché di nuovo il cuore sottoporre
A parole di dubbio e allo scherno?

(1830 o 1831)

Il mio demone

1

La somma dei mali è il suo elemento;
Volando tra nembi scuri e foschi,
Egli ama le fatali tempeste,
La spuma dei fiumi e il fruscio dei boschi;
Egli ama le notti cupe,
Le nebbie, la pallida luna,
I sorrisi amari e gli occhi
Che non sanno il sonno né lacrima alcuna.

2

Le ciarle futili del mondo
Egli è avvezzo ad ascoltare,
Egli deride le parole di saluto
E ogni credente ama beffeggiare;
Estraneo all’amore e alla pietà,
Dal cibo terreno è sfamato,
Ingoia ingordo il fumo dello scontro
E il vapore del sangue versato.

3

Se nasce un nuovo sofferente,
Lo spirito del padre egli affligge,
Egli è qui col severo sarcasmo
E la rozza gravità dell’effige;
E quando qualcuno già discende
Con l’animo tremante nel sepolcro,
Trascorre con lui l’ultima ora,
Senza dare al malato alcun conforto.

4

L’altero demone non mi lascerà,
Finché in vita io sarò,
E la mia mente prenderà a illuminare
Come un magnifico falò;
Mostrerà un’immagine di perfezione
E poi per sempre la toglierà
E, datomi un presagio di letizia,
Da lui non avrò mai felicità.

(1831)

Michail Jur'evič Lermontov

Michail Jur’evič Lermontov

No, non sono Byron…

No, non sono Byron, sono un altro
Eletto ancora sconosciuto,
Come lui, dal mondo vessato,
Ma con l’anima russa io sono nato.
Cominciai presto, finirò prima,
Non molto compierà la mia mente;
Nella mia anima, come nell’oceano,
Giacciono le mie speranze infrante.
Chi può, o tenebroso oceano,
Conoscere i tuoi segreti? Qualcuno
Narrerà alle folle i miei pensieri?
Io sono Dio – o non sono nessuno!

(1832)

La vela

Biancheggia una vela solitaria
Nella nebbia azzurra del mare!..
Cosa cerca nel paese lontano?
Cos’ha lasciato nel paese natale?..

Giocano le onde – il vento sibila,
E l’albero si piega e geme…
Ahimé, – la fortuna non cerca
E dalla fortuna non viene!

Sotto ha la corrente azzurra,
Sopra – del sole l’effige dorata…
Ma essa, inquieta, cerca la tempesta,
Come se in questa la quiete fosse data!

(1832)

Preghiera

O Madre di Dio, sono qui in preghiera
Davanti al tuo volto come intensa luce,
Non la salvezza, non la gratitudine,
Né il pentimento a te mi conduce,

Non per la mia anima deserta, l’anima mia
Di ramingo senza patria ti prego nel profondo,
Ma voglio affidare a te una vergine innocente,
A te che proteggi dal gelido mondo.

Circonda di felicità chi è degno d’averla,
Dagli compagni benigni in abbondanza,
Una bella giovinezza, una serena vecchiaia,
Al cuore mite dai la pace della speranza.

E quando si avvicinerà l’ora dell’addio,
Tu manda per vegliare al letto del dolore,
Sia in chiassoso mattino o in notte silente,
L’anima leggiadra dell’angelo migliore.

(1837)

Il pugnale

Ti amo, mio pugnale d’acciaio intarsiato,
Compagno gelido che abbaglia.
Un georgiano per la vendetta ti forgiò,
Un circasso ti affilò per la battaglia.
Una bianca mano a me ti ha donato
In segno di ricordo nella separazione,
E la prima volta non sangue da te colò,
Ma una tersa lacrima-perla di afflizione.

E fissando i neri occhi su di me,
Ricolmi di segreto dolore,
Come il tuo acciaio sul tremulo fuoco,
Erano a volte buio, a volte splendore.

Datomi per compagno, pegno muto d’amore,
Su di te il viandante può contare:
Come te, come te, amico mio d’acciaio,
La mia anima è salda e non potrà cambiare.

(1838)

Michail Jur'evič Lermontov 3

Preghiera

In un momento arduo della vita,
Quando la tristezza stringe il cuore:
Una prodigiosa preghiera
Io recito a memoria.

C’è un’intensità beata
Nell’armonia della parola viva,
E in essa inesplicabile
Un sacro incanto spira.

Dall’anima come un grave peso
La coscienza rotola via distante –
E si vuol credere, e si vuol piangere
Ed è un lieve, così lieve istante…

(1839)

Le nuvole

Nuvole celesti eternamente erranti!
Sulla steppa azzurra come perle infilate,
Dal caro nord verso il meridione
Scorrete, come me, esiliate.
Cosa vi spinge: Il volere del destino?
Una segreta invidia? Un’ira manifesta?
O vi opprime il peso di un delitto?
O degli amici la venefica maldicenza?

No, vi hanno annoiato gli aridi campi…
A voi sono estranee passioni e pene;
In eterno fredde e in eterno libere,
Voi una patria e un esilio non avete.

(1840)

Il profeta

Dal giorno in cui il giudice eterno
Mi ha dato del profeta l’onniscienza,
Negli occhi degli uomini io leggo
Pagine di rabbia e di violenza.

A predicare presi allora i precetti
Della verità e dell’amore alla gente:
Cominciarono a coprirmi d’insulti
E a tirarmi pietre follemente.

Mi cosparsi il capo di cenere,
Come un mendico fuggendo la città,
Ed ora come uccello nel deserto vivo,
Mangiando solo ciò che Dio mi dà;

La creatura terrestre m’è sottomessa,
Le leggi del Signore rispettando,
E le stelle mi ascoltano di notte,
Coi raggi lietamente giocando.

E quando nella città chiassosa
Entro a volte con passo affrettato,
I vecchi dicono ai bambini
Con un sorrisetto malcelato:

«Guardate: ecco un esempio per voi!
Egli superbo da noi è fuggito;
Lo sciocco pensava: ciò che dice Dio
Dalla mia bocca è uscito!

Guardatelo, bambini miei:
Che figura pallida e trista!
Guardate com’è magro e nudo,
E come ridono alla sua vista!»

(1841)

Il sogno

Nella valle del Daghestan infocata
Col piombo nel petto immobile stavo;
Dalla ferita ancora fumante,
A goccia a goccia il mio sangue versavo.

Giacevo solo sulla sabbia della valle;
Sporgenze di rocce premevano intorno,
E il sole bruciava le gialle sommità
E pur me – ma io dormivo, come morto.

Rischiarato dai fuochi nel paese natale
Un banchetto sognavo in quel mentre.
Giovani donne inghirlandate
Parlavano di me allegramente.

Ma, ignorando la lieta conversazione,
Una di loro sedeva sola e pensosa,
La sua giovane anima era triste
E immersa Dio solo sa in che cosa;

E sognava il Daghestan, dove giaceva
Un cadavere a lei noto, nel cui petto
Fumando, anneriva la ferita,
Da cui il sangue colava ormai freddo.

(1841)

Michail Jur'evič Lermontov

Michail Jur’evič Lermontov

La rupe

Passò la notte una nube dorata
Sul petto di una rupe immensa;
La mattina si rimise in cammino,
Giocando nell’azzurro immersa;

Ma una traccia umida in una ruga
Della millenaria rupe ha lasciata.
E la rupe è lì sola e pensosa,
E nel deserto piange sconsolata.

(1841)

Tamara

Nella profonda gola di Dar’jal,
Dove il Terek fruga nelle nebbie cupe,
Un antico bastione si ergeva,
Nereggiando su una nera nube.

In questa torre alta e angusta
La zarina Tamara viveva:
Assai bella, come angelo celeste,
Come demone, perfida e altera.

E là nella nebbia di mezzanotte
Brillava un lumino dorato,
Attirava l’attenzione dei viandanti,
Chiamava a un riposo incantato.

E si udiva la voce di Tamara:
C’era in essa desiderio e passione,
Una magia onnipotente,
Una inesplicabile persuasione.

Verso la voce dell’invisibile peri
Un mercante o un pastore andava:
Davanti a lui si apriva la porta,
Un tetro eunuco lo invitava.

In un soffice letto di piume,
Vestita di broccato porporino,
Ella aspettava l’ospite…Frizzanti
Eran pronte due coppe di vino.

S’intrecciavano le dita degli amanti,
Le labbra si toccavano ardenti,
La notte intera risonavano là
Assai strani e selvaggi accenti.

Come se in quel vuoto bastione
Cento giovani e cento fanciulle,
Fossero insieme a un banchetto funebre,
O per celebrare nozze notturne.

Ma appena la luce del mattino
Si posava sui picchi montani,
Nella torre buio e silenzio
Di nuovo regnavan sovrani.

Solo il Terek nella gola Dar’jal,
Il silenzio rombando rompeva;
L’onda urtava contro l’onda,
L’onda dietro l’onda correva;

E con pianto il corpo muto
Si affrettavano a portar via;
Alla finestra qualcosa biancheggiava,
E risonava una parola: addio.

Ed era un sì tenero lasciarsi,
La voce era dolce e fremente,
Come se estasi d’incontro e carezze
D’amore promettesse per sempre.

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