CINQUE POESIE INEDITE di Francesco De Girolamo SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

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L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Herbert List

Herbert List

Francesco De Girolamo è nato a Taranto nel 1957 ma vive da molti anni a Roma, dove, oltre che di poesia, si è occupato di teatro, avendo curato la regia di diversi spettacoli, tra cui: “Le sette maschere” ispirato a Kahlil Gibran (1992) ed “Il piacere di dirsi addio” da Jules Renard (1996).
Ha pubblicato le raccolte poetiche: Piccolo libro da guanciale (Dalia Editrice, 1990), con introduzione di Gabriella Sobrino; La lingua degli angeli (Edizioni del Leone, 1997); Nel nome dell’ombra (Ibiskos Editrice, 1998), con una nota critica di Gino Scartaghiande; La radice e l’ala (Edizioni del Leone, 2000), con prefazione di Elio Pecora; Fruscio d’assenza – Haiku della quinta stagione – (Gazebo Libri, 2009); e Paradigma (LietoColle, 2010), con introduzione di Giorgio Linguaglossa.
E’ presente nelle antologie: Poesia dell’esilio (Arlem Edizioni, 1998), Poesia degli anni ’90 (Edizioni Scettro del Re, 2000), Haiku negli anni (Empiria, 2005), Calpestare l’oblio (Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana, Argo, 2010) e Quanti di poesia – Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria – a cura di Roberto Maggiani (Edizioni L’Arca Felice, 2011). Suoi articoli letterari e recensioni sono stati pubblicati su: “Tempi Moderni”, “Le reti di Dedalus”, “La Mosca di Milano”, “Polimnia” e su diversi blog e siti specializzati di Poesia e Critica.
Nel 1999 è stato scelto tra i rappresentanti della Poesia italiana alla “Fiera del libro” di Gerusalemme.
Ha collaborato dal 1994 al 2000 con l’organizzazione di “Invito alla lettura” a Castel Sant’Angelo e nel 2006 con il “RomaPoesia – Festival della Parola”. Nel 2007 è stato Responsabile Territoriale per il Lazio del Sindacato Nazionale Scrittori. Si sono occupate criticamente della sua opera, tra le altre, le riviste: “Poesia”, “Folium”, “Poiesis”, “La Recherche” e “Atelier”.

 Not Vidal Moon 1995

Not Vidal Moon 1995

Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

«Non c’è modello né secondarietà che sottendano l’interrogazione del discorso poetico del romano Francesco De Girolamo (nato nel 1957) e del campano Gianni Iasimone (nato a Pietravairano nel 1958). Essa è sola di fronte a se stessa, gira attorno al fantasma di un «io» scomparso del quale restano soltanto ambigue e sibilline tracce sulla carta assorbente del «nulla», una danza apotropaica attorno al feticcio dell’«io». Perché non c’è più un principio di qualcosa, né a posteriori, né a priori. Crollato, sgretolatosi il fondamento, è caduta anche l’illusione di poter operare un discorso poetico su una parola radicalmente nuova o radicalmente antica. Se l’avanguardia era pur avanguardia di qualcosa che stava dietro di essa, oggi, dopo l’ingresso nel Dopo il Moderno, è caduta anche l’ipotesi, peraltro suggestiva, che esista la possibilità di operare per il discorso poetico in una sorta di retroguardia di un qualcosa. È qui che il discorso poetico come era stato condiviso (dalla Tradizione e dall’Antitradizione) nel Novecento si è venuto a sgretolare come un macigno di roccia tramutatasi in sabbia e, progressivamente, in sabbie mobili… De Girolamo parte da lì, dal punto in cui pratica come un foro nel terreno alla ricerca di un misterioso combustibile: l’interrogazione  del fondamento che non c’è più. Iasimone invece ritorna lì. Non c’è più un «soggetto» e non c’è più un «oggetto», per questo l’interrogazione poetica del poeta romano ruota attorno ad una «assenza» (mentre l’«io» di Iasimone ruota attorno ad una «presenza»), dove non c’è più un parapetto o un corrimano cui appoggiarsi nel procedere; ma se è il fondamento che occorre interrogare (pur se fondamento non c’è), è questa interrogazione l’unica condizione necessaria, pur se insufficiente, a crearne il senso. Ma può esistere un «senso» privo di un «fondamento»? Può esistere un discorso poetico che faccia a meno di ogni oggettualità che non sia una interrogazione di un «io» assente? Può esistere un discorso poetico che elegga un mondo di oggetti là dove gli oggetti sono scomparsi, inghiottiti dal «nulla» del capitale finanziario globale, e dai suoi templi invisibili, che attraversa come un fluido invisibile i tubi catodici e i vasi comunicanti dei terminals della nostra vita quotidiana? Inghiottiti dal nulla dei simulacra dietro i quali ci sono le immagini (vuote e fittizie) degli oggetti? – Di fatto, nella terra di nessuno del Dopo il Moderno, lo spazio dei linguaggi poetici si è ulteriormente ristretto, si è come evaporato dopo una giornale di sole. In questa vetrina universale qual è l’emporio globale delle merci, ciò che luccica è il simulacro di un «oggetto» assente. In verità, se verità c’è, non v’è più uno «spazio» nel senso novecentesco deputato ai linguaggi poetici dove sia possibile operare degli excursus, non v’è più una legittimazione territoriale di ciò che è «poetico» e di ciò che non lo è, e quindi al linguaggio poetico non rimane altro che interrogarsi sulla propria legittimità e autosufficienza. È caduto dentro un baratro il vecchio concetto dell’autosufficienza dell’arte, sembra passato un millennio dal tempo in cui si narrava dei discorsi sull’autonomia e sull’eteronomia dell’arte. È ancora possibile ipotizzare l’esistenza di un discorso poetico? E su quale fondamento? E su quale gamma di retorizzazioni? Non è più un problema di poetiche normative, sembra suggerirci De Girolamo, né più di linguaggi, quel che resta al fondo della questione è soltanto la funesta eleganza dell’interrogazione portata all’estrema possibilità o l’intimo rigore dello scandaglio «metafisico», questo sì, per l’intervenuto assottigliamento del mondo «fisico»: poiché v’è metafisica soltanto là dove quello che resta è soltanto una assenza che non rimanda ad alcuna presenza. Il che rimanda, di ritorno, alla necessità di instaurare un logos fondato sulla interrogazione, sulla differenza problematologica domanda-risposta e non sull’indifferenziazione proposizionalista delle ultimissime poetiche epigoniche e acritiche che oscillano tra un agriturismo consolatorio alla Umberto Piersanti e il lodo dell’elegia melanconica nella quale eccelle la poesia femminile di Mariangela Gualtieri e dell’innumerevole schiera di azzimate sacerdotesse del poiein.

Quel «declino dell’ontologia», quel declino, per dirla in termini più comprensibili, delle oggettualità, di cui ci ha parlato Vattimo sembrerebbe condurci alla soglia del declinare e del deragliare di tutte le arti «deboli» e «povere»: in primo luogo la «poesia», non avremmo più nulla di cui narrare. La poesia di Francesco De Girolamo prende forza proprio da questa intima debolezza del discorso poetico del Dopo il Moderno che non può fondarsi su alcun «fondamento», dalla «leggerezza» della rima che investe sia il «soggetto» che l’«oggetto». Se c’è una poesia particolarmente sensibile a questa problematica è quella di Francesco De Girolamo il quale riutilizza i rottami e i lacerti «eleganti» del crepuscolarismo più astuto  per recapitare alcune felicissime sortite nei retaggi della rima invisibile che serpeggia come un marchio di luttuosa «eleganza» nella sua poesia.

 Quello che vedo non è quello che penso;
quello che dico non è quello che sento;
i miei amici sono i miei nemici;
l’io che non sono ha ucciso l’io che ero.
»

(da Giorgio Linguaglossa Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea  Società Editrice Fiorentina, 2013, pp. 148 € 14)

Francesco De Girolamo

Francesco De Girolamo

Alba sull’erba

Quel risveglio sull’erba, fra gli sterpi
già inondati di bianco, il vento nuovo
che faceva bandiere dispiegate
dei nostri variopinti cenci appesi.
Io che ti dissi: “Scattami una foto,
fa’ presto!” E prima che potesse
svanire dal mio volto qualche traccia
di quell’istante, catturasti il mio sguardo.
Io non ero mai stata così tanto
fieramente felice, e mi chiedevo:
“Per quanto ancora lo vedrò, il miracolo?
Sarà davvero irrimediabilmente unica,
come dicono i saggi ed i poeti,
questa quieta vittoria, questo canto
di cui non sentirò mai più le note,
questa vetta di cui non scorgerò
mai più la via? No, io non voglio
che sia così; fermalo tu, ti prego,
questo istante, che io non possa negare
mai d’averlo vissuto, o rinnegarlo
senza pudore, alle strida del gallo,
dicendo ancora: era soltanto un sogno.”
Ma tu eri là, e lo sai che era vero;
e quella foto in cui quel viso sembra
non chiedere più nulla – oh, sì – è la mia.
Ed era vera quella stella viola,
scomparsa d’improvviso, e quelle luci
sfolgoranti nell’ombra come occhi
di mille amanti, insonni, alle finestre.
Tu lo sai che era vero, ed eravamo
noi, lì, unici e irripetibili,
contro il mondo, o con esso,
disposti a tutto al cenno di uno sguardo,
di quello sguardo ormai così lontano,
quasi impietrito nella luce azzurra
di quel mattino; e che ora sembra venga
da un altro mondo, da qualche altra vita.

Margini

Altrove, chissà dove,
dovunque io sia,
vorrei sempre essere.
E dovunque io arrivi
un richiamo muto
sembra attirarmi lontano da lì.
Ma in ogni posto è sempre
troppo presto o già tardi;
fa sempre troppo freddo
o troppo caldo.
E tutta quella gente per la strada
sembra sempre che parli e che sorrida
secondo un’unica filosofia,
la più vile.
Spesso c’è un’ombra grigia tra di loro
che si aggira furtiva
dicendo di essere Me.
Tu non starlo a sentire,
“quello” non sono io, credimi:
di certo io sono altrove.
Scaccialo finché puoi, quell’impostore,
dalla tua casa e dal tuo cuore.
E poi vieni a cercarmi,
ovunque io sia,
e stanami da questi odiosi margini;
e costringimi ad essere,
non ciò che io vorrei essere,
ma ciò che la mia Vita vuole io sia.
Io certo avrò paura
e dirò: “Lasciami!”
E tu allora conducimi, trascinami,
sulla via più tortuosa;
ricordamelo sempre, se puoi,
gridamelo,
che la mia casa è lontana.

Inverso

Io abito un abisso umido e vivo
e buio e caldo ed alto e senza fine
e cado ovunque vada la sua ombra che vaga
e salgo verso il nulla come un’onda sempre in moto
nel vuoto chiaro di vento e fuoco
e sento dentro me come un inverso
aspro universo inerme in me sospeso
che un altro me contende a un altro senso.

Passaggio

E’ da qui che devo passare
se voglio andare oltre, non so dove;
che possa dire infine: “Ci sono!”
Per strade senza strada devo portare
questo gorgo che in gola mi brucia
ed aprire le braccia verso un vuoto
in cui fiorisca la luce
che non ferisce.

Sette volte

Dunque mi hai trovato,
mi hai snidato, alla fine,
pur nascosto com’ero in una luce non mia,
e non mi hai perdonato di esserci,
di conoscere il tuo nome segreto,
di entrare nel tuo cuore ad occhi chiusi
senza avere paura
del tuo bugiardo silenzio indifeso.
Dunque ti allontanerai da me
sette volte prima di trafiggermi
con la tua indifferenza;
mi chiamerai dove il mio passo
non può arrivare senza condurre con sé
la mano ed il respiro della morte.
Potrai dimenticare le mie parole
quando cancellerai l’eco dei miei occhi
dal gelo riarso della tua anima?

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57 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea

57 risposte a “CINQUE POESIE INEDITE di Francesco De Girolamo SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

  1. Inverso, Passaggio e Sette Volte sono secondo me le migliori in assoluto delle cinque proposte di questo bravo autore. Le altre ahimè, pur partendo da una buona idea iniziale poi si sfilacciano un po’, cadendomi in un senso leggero di noia, ma sicuramente sarà una mia impressione. Nel complesso trovo sia una buona proposta. Vediamo ora cosa ne penseranno l’ottimo Sagredo e i F.lli Pernacchia, che mi sembra stiano diventando numerosi almeno quanto i fratelli del musical Sette spose per sette fratelli.

    • Ivan Pozzoni

      Concordo esclusivamente con il tuo secondo giudizio: sfilacciamento e noia. “L’interrogazione poetica del poeta romano ruota attorno ad una «assenza»”: certo, un «assenza» di senso, e di obiettivi estetici. Sopravvalutato, totalmente. Spero che Sagredo sia d’accordo con il mio giudizio (meramente) estetico: noia mortale.

  2. Gabriele Gaulli Fratini detto il Baciccio

    Ho apprezzato la musicalità della prima poesia, ma un po’ in tutte, e lo sbandare tra riflessioni e quotidianità, tutto avvolto in un linguaggio comprensibile. Un saluto.

    • Gabriele Gaulli Fratini detto il Baciccio

      PS… scusatemi, ho pensato: se Pernacchia è Pernacchia, allora io sono il Baciccio 🙂

  3. Imitatore di versi flosci smerciati da pochettini che si spacciano “poeti”.
    Sentimentale, maniera epidermica da impallidire coloro che hanno gusti severamente onesti. Inoltre usa il titolo “Paradigma”, appropriandolo dalla mia raccolta PARADIGMA (2000), pubblicata dieci anni prima della sua, e dalla edizione PARADIGMA-Tutte le poesie (2006), pubblicata quattro anni anni prima della sua. Se non ne era al corrente, Giorgio L., che gli fece
    l’introduzione, e LietoColle, avrebbero dovuto obbligare De Girolamo a cambiare titolo. A Giorgio e all’editore di LietoColle espressi in merito una opinione peggiore di quella che si legge qui. Lasciai correre per non vedermi impegolato con avvocati italiani che mi avrebbero comunque fregato.

    • Beh, caro De Palchi, guardi il bicchiere mezzo pieno, gli avvocati italiani non sanno l’inglese, tanto meno l’anglo americano. Le è poi arrivata la mia procellaria?

      • Per Flavio.
        Non tutti gli avvocati ignorano l’inglese e l’anglo-americano.
        Il mio “avvocato di fiducia” ha clienti che parlano solo l’inglese, quindi…
        Giorgina

        • Gabriele Gaulli Fratini detto il Baciccio

          Un altro caso di plagio dopo Albano-Michael Jackson ?? 🙂 :O

          • Direi proprio di sì. Non da parte mia, ben s’intende, ma da parte di una persona che … Però io ho trascorso quasi tre anni d’inferno (che, se andrà bene, finiranno entro questo mese) perché la procedura è lenta, i piatti della bilancia simbolica non sono precisi, anzi, pendono dove qualcuno vuole che pendano, infine capita che chi si vede derubato del frutto del suo ingegno (come lo definisce la Legge sui diritti d’autore), se si lamenta, diventa lui il colpevole. E’ una situazione kafkiana.
            Meglio non pensarci troppo, altrimenti la mia salute peggiora ancora di più.
            Grazie
            Giorgina

  4. Ad Alfredo De Palchi rispondo che quando scrissi l’introduzione non sapevo del titolo “Paradigma” che De Girolamo avrebbe voluto dare al suo volume di poesie altrimenti gli avrei quantomeno fatto presente che esisteva un titolo eguale a quello che De Palchi aveva dato al suo libro antologico. Comunque, credo che si tratta di una coincidenza alla quale Francesco De Girolamo non aveva pensato probabilmente perché ignorava che esistesse un “Paradigma” di De Palchi.

    • Gentile Giorgio,

      è l’editore che, quando decide insieme all’autore il titolo del libro da pubblicare (titolo molte volte proposto dall’autore stesso, come sempre per i miei libri) deve controllare in appositi elenchi (es. Catalogo OPAC SBN) se esista qualche libro con lo stesso titolo. Si tratta sempre di libri muniti di cod. ISBN, altrimenti non avviene la registrazione nelle Biblioteche Nazionali e quindi nei Cataloghi.
      Se il titolo è formato da una sola parola (come il mio libro “Asfodeli”), è lecito utilizzarlo per un altro libro solo se, invece che di poesia, come il mio, tratta di botanica, di mitologia o d’altro. Altrimenti si deve mettere l’articolo o altro elemento che eviti il calco del “mio” titolo (“Gli Asfodeli”).
      Idem se il titolo è formato da più parole.
      Fonte: Legge sul diritto d’autore

      Giorgina

  5. Trovo semplicemente ridicola la convinzione di Alfredo De Palchi, di cui mi era giunta, non molto tempo fa, trasversalmente, notizia, secondo la quale io mi sarei appropriato del suo titolo “Paradigma”. Quando pubblicai la mia raccolta, personalmente, non sapevo neanche della sua esistenza (né del libro in questione, né del suo autore) ed ero sicuramente in buona compagnia, dato che nessuno, tra tutti coloro che collaborarono all’uscita dell mio volume, sia in ambito editoriale che critico, vi fece minimamente cenno. D’altra parte, successivamente, mi sono debitamente informato su questo particolare dettaglio giuridico del diritto d’autore, ed ho saputo che il titolo di un’opera costituito da una singola parola “comune” non può in alcun modo considerasi proprietà esclusiva di un autore. Chiederei quindi a De Palchi di piantarla con questa sua asserzione diffamatoria nei miei confronti, che finirebbe, paradossalmente, a livello di pura correttezza e onestà intellettuale, per ritorcersi proprio contro di lui, dal momento che ben prima del suo “Paradigma”, oltre a diversi altri autori non noti di saggistica e di poesia, il titolo è stato utilizzato anche da un Poeta come Elio Filippo Accrocca (“Paradigma”, poesie con traduzione in francese a fronte di Arthur Praillet, Origine, Lussemburgo 1972). Dovrei quindi concludere, secondo la sua bizzarra visione della proprietà letteraria, che sia stato proprio LUI il primo ad appropriarsi, illecitamente e proditoriamente, del titolo di un’opera altrui, con l’aggravante che il povero, ma grande, autore di Portonaccio, era scomparso dieci anni prima. Ovviamente sono troppo indignato dal tono diffamatorio di questo intervento per poter replicare ai suoi “giudizi” sulla mia poesia, che peraltro, per la totale disistima che ho di lui e della sua tardiva “corte”, mi interessano ben poco. Spero proprio che Linguaglossa non “censuri” indebitamente questo mio intervento, per una sua valutazione opportunistica, non imparziale, della vicenda, altrimenti lo riterrei corresponsabile di una diffamazione nei miei riguardi, senza diritto di replica, ed agirei di conseguenza…
    Francesco De Girolamo

  6. giacomo pernacchia

    Non so se sono versi: ho dubbi ! – ma certoè che leggendo. come tanto altri di altri poeti, sono parole che scivolano e nulla rimane… è meglio che non scriva più!

    • Valerio Gaio Pedini

      Dubito che Alfredo malato debba essere attaccato da un francesco di Girolamo qualunque. Ed ancora si ricasca su diffamazioni, che non esistono, mentre le minacce del Francesco sono evidenti. allora che significa? Che se Alfredo (grande don Chisciotte della situazione attacca anche un palo…). Non corresse ai ripari Francesco, ma fosse più eroico, magari si guadagnerebbe la stima di un grande uomo e di un grande poeta. se non conosce De Palchi, non si vanti della sua totale ignoranza.

      • Ecco le schiere dei poveri [omissis della Redazione] che sollevano goffamente gli scudi a difesa del loro nuovo Intoccabile “Sire”. Tutto ciò mi ricorda troppo una commedia di Ionesco, più che Cervates. Il mio eroismo riguarda me, non se ne occupi lei, Valerio Gaio (???) Quanto alla conoscenza di De Palchi, ho detto che non lo conoscevo al momento dell’uscita della mia raccolta, nel 2010, come quasi tutti, d’altronde. In altri post che lo riguardano, anche molti addetti ai lavori hanno ammesso di averlo “scoperto” da poco. Ora lo conosco, ma sarò libero di non apprezzarlo? [Omissis della Redazione]
        Francesco DE GIROLAMO

        • Io non reggo la coda a nessuno. Io non ho Re o “Sire” perché sono repubblicana di pensiero e libera da ogni condizionamento di gruppi e “parrocchie”. Lascerei da parte la Storia italiana dal 28 ottobre 1922 al 25 aprile 1945. Chi è senza peccato, avendone l’età, scagli la prima pietra!
          Giorgina Busca Gernetti

  7. michele pernacchia

    Questo De Girolamo passerà ( anzi : non passerà affatto!) nella storia delle cagate italiote senza lasciare traccia; tra l’altro è mancante anche di follia, che è sostanza essenziale di un poeta, e prende tutto sul serio, che è segno di imbecillità! Picasso e Michelangelo dicevano più o meno la stessa cosa: leggere/vedere per non leggere/vedere.
    Michele, fratello di Giacomo Pernacchia: fratelli siamesi

  8. Desidero esprimere tutta la mia stima e solidarietà al Sig. Alfredo de Palchi di cui conosco l’esistenza almeno dal 2000. Rispetto la sua lagnanza circa il titolo “Paradigma” perché ha ragione, come ho scritto nel (noioso) post sulla scelta del titolo di un libro secondo la legge del diritto d’autore.
    Mi spiace che si avveri anche per lui ciò che è capitato a me. Se ci si lamenta di qualcosa, di un torto subìto, si diventa, chissà perché, colpevoli e incomincia a echeggiare la parola “diffamazione”.
    Non Se la prenda, gentile Alfredo de Palchi. Siamo in molti a stimarLa .

    Giorgina Busca Gernetti

    • Ivan Pozzoni

      Concordo con la Prof.ssa Busca Gernetti: con tutti i “repubbli-chini” noiosi che circolano nel sottobosco dell’arte italiana, dare del «repubblichino», come se fosse uno stigma, a chi trascorse, innocente, sei anni in carcere, mi appare fuori luogo e scorretto. Poi dei «repubblichini» – come chi non ignora la storia dovrebbe aver sentore- molti divennero comunisti, molti democristiani, molti liberali, molti senza-stile… Mi ripeto: la noia regna sovrana.

  9. A nome della Redazione richiamo tutti gli interlocutori del blog ad osservare le regole di buona educazione e di rispetto di tutti gli interlocutori astenendosi dal pronunciare parole scurrili e sconvenienti ad un blog di letteratura.

    Inoltre, la Redazione non condivide questo vezzo di liquidare in modo sprezzante opere di letteratura, le opinioni espresse devono sempre attenersi al linguaggio critico motivando e argomentando adeguatamente le proprie convinzioni.

  10. antonio0 sagredo

    MI permetto gentilmente di entrare con passi diplomatici entro questa tenzone che sta assumendo toni direi antipatici; da una parte Alfredo ha una sua dignità da difendere e da espandere a chi voglia accoglierla. Ma il De Girolamo che è moltissimo più giovane del De Palchi dovrebbe avere almeno la bontà di non essere troppo dis-avventuroso, e direi anche che è andato oltre un certo limite. Quindi spero che questa incresciosa situazione si chiuda subito, e che ognuno vada per la sua strada. Certo è che il De Girolamo dovrà ancora sudare per trovare una sua forma che originale credo ancora non lo sia, ma ha buone possibilità di riuscire. Grazie, e non voglio alcuna risposta.

    • marconofrio1971

      Caro Sagredo, per dovere di onestà consentimi questa osservazione. Perché evochi a discapito di De Girolamo il fatto che è “moltissimo più giovane” di De Palchi, e non fai la stessa cosa per Valerio Gaio, che – a dispetto delle sue (talvolta geniali) intemperanze – è il più giovane di tutti? Cos’è, De Girolamo deve portare rispetto reverenziale, mentre altri sono “legibus soluti”? Due pesi e due misure? E’ il caso forse di darsi una regolata generale. Non è possibile (non vogliamo) che l’Ombra si trasformi in un’arena dove gli ospiti vengono aggrediti e fatti a pezzi. La scena che tende a riproporsi è questa: c’è un poeta che, di volta in volta, propone i suoi testi; e c’è un consesso di “soloni” che fa pollice recto o verso. Come se il poeta pendesse dalle labbra degli eventuali commentatori, o dovesse sapere da loro se vale o meno,.o come deve evolvere la sua ricerca. Il confronto delle idee non dovrebbe mai trascendere in accuse, offese o inutili polemiche. Qualcuno oggi ha per l’appunto scritto che le poesie di De Girolamo sono “cagate pazzesche” (commento poi rimosso dalla redazione), e non mi pare questo il modo più urbano di accogliere un ospite nel blog. Se poi quest’ospite risponde “per le rime”, dovremmo anche considerare ciò che ha provocato la sua reazione…

  11. Ambra Simeone

    Il signore De Girolamo chieda scusa a tutti! Gli si dà visibilità e poi offende? Questo e davvero troppo!

  12. Stendiamo un velo pietoso su questa ultima affermazione piena di sconcertante “candore”. Io qui sono stato invitato. E non credo proprio di dover chiedere scusa a nessuno. Buone cose.

    • Ambra Simeone

      Proprio perché è ospite, dovrebbe quantomeno comportarsi con un può più di rispetto verso le persone che la stanno ospitando, leggendo e commentando!

      • Gabriele Gaulli Fratini detto il Baciccio

        Ogni volta che si accoglie con offese o critiche oltre i confini dell’educazione una new entry, che piacciano o no le sue poesie, per me è un’occasione persa. Credo che ognuno che pubblica sul blog sia animato quanto meno da sincera passione per la poesia e almeno questo dovrebbe accomunarci. Buona serata a tutti.

        • Gabriele Gaulli Fratini detto il Baciccio

          PS il “sistema” mi ha pubblicato il commento come risposta ad Ambra ma chiaramente non era un messaggio rivolto a lei ma generale.

        • Ivan Pozzoni

          Per me ogni discorso è chiuso: alle 11.00 di stamattina, de gustibus, commentavo dei versi, senza voler offendere UMANAMENTE nessuno. Ho continuato a non offendere nessuno. Ho semplicemente rilevato che certi riferimenti alla vita di ciascuno di noi, tutti inclusi, sono fuori luogo. Ribadisco il giudizio sui versi: de gustibus (certamente errore mio e di altri). Sul resto, mi faccio una bella risata, e non mi curo. Saluti a tutti.

  13. Faccio presente a Francesco De Girolamo che l’Ombra delle Parole è un blog libero dove ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni, fermo restando la libertà della Redazione di censurare le espressioni considerate offensive verso altri interlocutori del blog. Il blog non ha amici privilegiati o nemici giurati ma è uno spazio di libera riflessione collettiva. Gli Autori sono perciò liberi di controbattere e intervenire ma senza trascendere in frasi offensive e gratuite. Questo almeno è il principio cui si attiene il blog e spero che tutti siano d’accordo su questo punto. Altre volte sono state espresse valutazioni negative verso le opere degli Autori senza però che gli ospiti si siano sentiti in dovere di minacciare querele per diffamazione.

  14. antonio sagredo

    quello che non possiede De Girolamo è l’autoironia, il riso, il gioco, il gusto del torneare… la Poesia non ama il buon senso che è prerogativa del permaloso… il su nominato non ha offeso nessuno se non lui stesso: questo gli è sfuggito, e questo vuol dire che ha poco rispetto per quello che scrive, ed è come ho già scritto: deve sudare per raggiungere una forma “solida”, la sua è ancora liquida e scivola via come se non avesse scritto nulla! Perdonatemi tutti, voi vi siete accessi per un non-nulla.
    Il ragazzo Gaio ha tutti i diritti di dire la sua su ognuno di noi – nel bene e nel male – perché il suo talento è innegabile, anche nella risposta al De Girolamo ha mostrato di non avere quel buon senso, che possiede colui che non -crea- nulla. E ora datemi il piacere di congedarvi con un sorriso.

    a. s.

  15. Trovo strabiliante quanto ho letto a commento in calce ai versi di Di Girolamo, poeta a mio avviso, rimarco, niente affatto male nel breve, ma che si perde un po’ quando allunga. Parere mio. Poi ho visto cose che, francamente non sono degne. Ho visto la famiglia Pernacchia scatenarsi (evidentemente i fagioli Valfrutta di cui il buon Sagredo fa largo uso, hanno generato questa scia di str…). Ho visto chi ha rincarato la dose pur rimanendo nel lecito della critica (Pozzoni), ho visto altri scrivere commenti di cui potevano fare a meno, un under venti che andrebbe come minimo sculacciato. Bravi e talentuosi sì, presuntuosi no, mi spiace. L’unico che salvo in questa scia di commenti è Fratini, che ha onestamente espresso il suo parere su quanto aveva letto e lo ha fatto con correttezza e onestà intellettuale. Salvo la Prof.ssa Busca Gernetti per la correttezza dei suoi interventi. Altri no per l’indegna gazzarra che hanno scatenato su un blog che si propone di essere importante crocevia sullo stato dell’arte della poesia italiana. Vergognamoci un po’ tutti, Di Girolamo compreso, che anziché reagire da uomo e da artista, è scaduto nelal solita manfrina delle azioni legali. Ripeto, vergognamoci tutti, qui si sta tentando di costruire una proposta seria e credibile, ci si può scontrare, si può usare l’arma del dileggio, magari anche offendersi le madr, ma abbassarsi a questo livello da asilo mariuccia, No. Riflettiamo bene su oggi, ci siamo lasciati andare a centinaia di commenti sul minimalismo e altre cose francamente opinabili solo per svettare, quando i post del giorno dopo, alludo a Rossella Seller, alludo a Silvana Baroni, sono passati praticamente inosservati. E’ un po’ che noto questa deriva personalistica, e tanto snobismo: ci vantiamo di essere menti libere, contrarie ai brutti andazzi della poesia e dell’editoria in Italia, poi ci riduciamo a creare l’ennesima camarilla? Scusate lo sfogo, ma spero di avere fornito qualche spunto di riflessione e tutto il senso della mia incazzatura. Linguaglossa e il suo staff ci hanno messo in mano uno strumento e un corcevia davvero pregiati e fuori dal normale, pedagogicamente ci viene fornito quotidianamente un autore, uno spunto di riflessione nuovo. Ebbene sì, io prima di conoscerlo sull’Ombra, non sapevo nemmeno chi era Alfredo De Palchi, ora so chi è e mi sento arricchito. Per cui vogliamo trasformare questo strumento nel classico volante messo in mano a uno scimpanzé (senza offesa per la simpatica Cita)? Spero di non avere tediato nessuno, ma vi giunga forte e chiaro il senso più netto e profondo della mia incazzatura. Buona notte.

  16. fratelli pernacchia

    ben detto (?!) Almerighi e ora vada a dormire

    • Vedo con piacere che la poesia accende gli animi, ma non dovrebbe essere a discapito della moderazione e della serenità di giudizio, Per quanto riguarda la poesia di De Girolamo, trovo che sia troppo incentrata sull’io mentre a me piace quella che volge lo sguardo intorno, altrove, oltre se stessi. L’io è una zavorra che dovrebbe essere usata il meno possibile, a mio avviso.

  17. Premetto che nel mio primo commento non ho parlato di plagio, ma di possibile approprazione di un titolo (una parola), discutibile; e ho parlato che forse De Girolamo non se ne rese conto, sia per ignoranza della situazione, e sia per volerla ignorare.

    Me l’aspettavo che il cavaliere rusticano sarebbe uscito dall’anonimato per salire con versi, meglio fossero rimasti inediti, sul palcoscenico dello spot, chiamandomi repubblichino. Per la verità, a diciasatte anni ero più cosciente dei miei simili più anziani; li ritenevo italiani traditori di tutto e di tutti; infatti fu così, banderuole di viltà particolare che si addice al tipo De Girolamo. Non me ne vanto e neppure mi vergogno, ma che lui appartenga a una qualsiasi parte politica mafiosa a me tanto non m’importa. Dai primi anni 1950 io mi presento anarchico comunista fascista monarchico socialista liberale democratico = anarchico e non a hiacchere.

    Ammetto che In un senso De Girolamo abbia ragione, motivo per difendersi con rabbia, giusto, contro poco gloriose asserzioni, alcune di esse circa il titolo pensate e dimenticate cinque anni fa per non dargli la possibilità di ricevere pubblicità gratuita; tuttavia, trovo spudorata e intrigante la sua difesa. Le mie rare raccolte, oltre ad essere importanti seppure buttate al macero, sono tutte registrate presso la Library of Congress Cataloging-in-Publication Data (Washington D.C.). Un titolo di un autore straniero, simile a quello di un altro autore della stessa lingua, fossero registrati, la Library of Congress avviserebbe in merito. Che De Girolamo peschi dalle acque subdole degli anni 1970, senza appoggio dell’internet, Il titolo di un poeta da me totalmente inosservato, Elio Filippo Accrocca, benché avesse presentato sulla Fiera Letteraria degli anni 1950 alcune mie brevi poesie, subito dopo stracciate e cestinate per la loro solita e ripetitiva bruttezza eguale a quella che ancora leggiamo. Per mia volontà, nonostante fossi amico ex-repubblichino di comunisti intelligentemnte comprensibili, durante la seconda metà degli anni 1950 abbandonai l’Europa, e la mia Italia, ritornandoci per un mese o due ogni anno ma ignorando quello che non mi attraeva o incuriosiva. Perciò non potevo conoscere il lavoro, o il titolo in questione dell’autore Accrocca che sicuramente non avra il proprio “Paradigma” registrato presso la Library of Congress.

    Mi onora la disistima di De Girolamo che mi getta addoso leggi e querele. Che si tranquillizzi, Giorgio L. su questa mia vicenda–– ignorata nel mondo letterario che mi ignorava e mi ignora quanto ignorava e ignora De Girolamo––non ha null’altro da aggiungerere a quello che ha già offerto ora e cinque anni fa, stesse parole, e in difesa di De Girolamo; vicenda da allora obliata nella foschia crepuscolare dell’autore pugliese. . . fino a martedì, quando visitando lo spot non avevo riconosciuto il cognome ma il titolo messo in dubbio. Si consideri le sue spiegazioni, giuridiche, avvocatesche, più o meno simili a quelle inviatemi cinque anni fa dall’esoso ediore LietoColle, al quale semplicemente chiesi se era al corrente della confusione. Non gli lanciai querele; non avevo intenzioni di farmi della insignificante pubblicità; e visto gli arzigogoli della legge (non capii niente), senza rispondere chiusi la storia.

    L’ autore, verso il quale non sento disprezzo nemmeno per il suo disprezzo verso di me, è piuttosto minuto di meningi. In contrastd, piaccia o non piaccia con tanto di prove, sono di assoluta onestà intellettuale, schietto, di spirito indenne dalla pseudo letteratura. Il signor De Girolamo ha il diritto di
    fiatare di quell’aria fetente in cui abita.

    Una curiosità, “Paradigma”, a che di che con che cosa. Il lavoro non fa pensare neanche al semplice significato: Esempio.

  18. Cambiamento di paradigma (o scienza rivoluzionaria) o paradigma è l’espressione coniata da Thomas S. Kuhn nella sua importante opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) per descrivere un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante. Il concetto di scienza rivoluzionaria è messo in contrasto con la sua idea di scienza normale.
    Anche nella storia della letteratura, i nuovi paradigmi non piovono semplicemente dal cielo. Il nuovo che voglia imporsi deve distaccarsi necessariamente dal vecchio per legittimarsi di fronte alla Tradizione, così ché, MEDIANTE UN NUOVO MODO DI VEDERE L’OGGETTO, NOI ACCEDIAMO ANCHE AD UNA NUOVA VISIONE DEL MONDO. I PIU’ IMPORTANTI MUTAMENTI DI PARADIGMA nella storia della poesia italiana AVVENGONO A CAVALLO TRA GLI ANNI CINQUANTA E GLI ANNI SESSANTA, e in questa accezione un libro come Sessioni con l’analista (1962) di Alfredo De Palchi è un libro fondamentale e in anticipo con i tempi, tanto che l’opera non venne recepita dai contemporanei in Italia (come ho spiegato in più occasioni).
    Il titolo di Paradigma, quindi, a mio modesto avviso, resta legato al nome e all’opera di De Palchi a prescindere che esso sia stato poi ripreso da Elio Filippo Accrocca o da Francesco De Girolamo in quanto in anticipo sugli altri di circa mezzo secolo. E qui chiuderei la questione.

    L’espressione cambiamento di paradigma, intesa come un cambiamento nella modellizzazione fondamentale degli eventi, è stata da allora applicata a molti altri campi dell’esperienza umana, per quanto lo stesso Kuhn abbia ristretto il suo uso alle scienze esatte. Secondo Kuhn “un paradigma è ciò che i membri della comunità scientifica, e soltanto loro, condividono” (La tensione essenziale, 1977). A differenza degli scienziati normali, sostiene Kuhn, “lo studioso umanista ha sempre davanti una quantità di soluzioni incommensurabili e in competizione fra di loro, soluzioni che in ultima istanza deve esaminare da sé” (La struttura delle rivoluzioni scientifiche). Quando il cambio di paradigma è completo, uno scienziato non può, ad esempio, postulare che il miasma causi le malattie o che l’etere porti la luce. Invece, un critico letterario deve scegliere fra un vasto assortimento di posizioni (es. critica marxista, decostruzionismo, critica in stile ottocentesco) più o meno di moda in un dato periodo, ma sempre riconosciute come legittime. Sessioni con l’analista, invece invitava a cambiare il modo con cui si guardavano gli oggetti in modo troppo radicale, e per questo fu rimosso dalla poesia italiana del tempo. Fu ignorato in quanto fu equivocato.

    Dagli anni ’60 l’espressione è stata ritenuta utile dai pensatori di numerosi contesti non scientifici nei paragoni con le forme strutturate di Zeitgeist.
    dice Kuhn citando Max Planck: “Una nuova verità scientifica non trionfa quando convince e illumina i suoi avversari, ma piuttosto quando essi muoiono e arriva una nuova generazione, familiare con essa.”

    Quando una disciplina completa il suo mutamento di paradigma, si definisce l’evento, nella terminologia di Kuhn, rivoluzione scientifica o cambiamento di paradigma. Nell’uso colloquiale, l’espressione cambiamento di paradigma intende la conclusione di un lungo processo che porta a un cambiamento (spesso radicale) nella visione del mondo, senza fare riferimento alle specificità dell’argomento storico di Kuhn.

    Secondo Kuhn, quando un numero sufficiente di anomalie si è accumulato contro un paradigma corrente, la disciplina scientifica si trova in uno stato di crisi. Durante queste crisi nuove idee, a volte scartate in precedenza, sono messe alla prova. Infine si forma un nuovo paradigma, che conquista un suo seguito, e una battaglia intellettuale ha luogo tra i seguaci del nuovo paradigma e quelli del vecchio. Ancora a proposito della fisica del primo ‘900, la transizione tra la visione di James Clerk Maxwell dell’elettromagnetismo e le teorie relativistiche di Albert Einstein non fu istantanea e serena, ma comportò una lunga serie di attacchi da entrambi i lati. Gli attacchi erano basati su dati empirici e argomenti retorici o filosofici, e la teoria einsteiniana vinse solo nel lungo termine. Il peso delle prove e l’importanza dei nuovi dati dovette infatti passare dal setaccio della mente umana: alcuni scienziati trovarono molto convincente la semplicità delle equazioni di Einstein, mentre altri le ritennero più complicate della nozione di etere di Maxwell. Alcuni ritennero convincenti le fotografie della piegature della luce attorno al sole realizzate da Arthur Eddington, altri ne contestarono accuratezza e significato

  19. Importantissima breve relazione teorica, e svolta con intelligenza critica e
    sapiente, anche per me che non sono un critico o un teorico.
    Giorgio, un grande grazie..
    ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––

    Giacché ci siamo, ringrazio tutti i commentatori, incluso Francesco De Girolamo.
    Un grazie speciale alla Signora Giorgina Busca Gernetti. Se c’è una sola persona che capisce l’ingiustizia, quella persona sono io. So quanto tempo occorra e quanto sia difficile farsi riconoscere giusti e intatti.
    Gentili saluti da Manhattan.

  20. Se “paradigma” in primis significa modello di riferimento, termine di paragone, mi dispiace per lei De Girolamo, ma la poesia di De Palchi è unica. Si tratta di stoffa, di filato, di tessuto, di trama, di archetipo, di paràdeigma, appunto. E non è levata di scudi, mi creda, ma innegabile qualità del verso.

    Mi dispiace che ogni volta che si vuol colpire De Palchi si tiri fuori la storia del repubblichino, fascista, monarchico(?), ergastolano e via discorrendo. Un poeta, uno vero, è tutto e il contrario di tutto. Infatti, Paradigma nella moderna accezione rimanda a una relazione virtuale di sostituibilità, potendo sostituirsi gli uni agli altri nello stesso contesto.

    Chi è senza peccato scagli il primo verso ( o il primo titolo).

  21. Giuseppina Di Leo

    Sul cambiamento di paradigma di cui parla Giorgio Linguaglossa, trascrivo una poesia di Alfredo De Palchi, tratta dal suo libro, Paradigm, che, a mio parere, esprime bene il senso di ciò:

    *
    non dormi in questo corpo celere
    di fuoco, d’anziana
    agonia con particelle di luce;
    non hai la debolezza dell’astrazione
    sai distinguere il falso ed è qui lo spreco, il tritume
    della storia incollata al muro –

    Ecco, gli ultimi tre versi lo trovo semplicemente unici per il rovesciamento di quella logica comune a cui spesso siamo assuefatti.

    Punti di contatto con un certo mio modo di intendere li trovo nella poesia di Francesco De Girolamo, come nei versi iniziali di Sette volte (Dunque mi hai trovato, / mi hai snidato, alla fine, / pur nascosto com’ero in una luce non mia /…).

    Per il resto, sono del parere che, qualora ve ne fossero, i dissidi tra poeti debbano essere sempre risanati.
    GDL

  22. [Omissis della redazione]

    Per Uscire Subito
    – Mosso con furia –

    Per uscire subito da questa gabbia
    vorrei affogarmi in una fogna
    dove la melma sia più alta;
    ed i topi divorino subito
    questa inutile carcassa,
    chissà da quanto ormai
    priva di ogni parvenza d’umano.
    Prima che il cancro divori
    il suo organo prescelto
    e la demenza senile, quel lembo di encefalo,
    che ancora, a stento, a volte respira,
    seppure senza nemmeno un lontano ricordo
    di quella felice pazzia che un tempo vi albergava
    e lo scuoteva come un frutto maturo su un ramo spezzato.
    Per uscire subito da questo schifo spietato
    occorrerebbe magari un infarto,
    secco, senza soffrire, andando a fare la spesa,
    un giorno che non piova, cadendo di schianto
    sull’asfalto, a braccia distese,
    come ali malnate dischiuse in un vano,
    maldestro tentativo di volo.
    Per uscire da tutto ciò ed al più presto.
    Ma tu cosa farai? Vorrei essere certo
    che non verserai nemmeno una lacrima;
    me ne rincrescerebbe, non ne vale la pena.
    ( Non rovinarti la cena! )
    Pensa che sono tornato lì, da dove
    forse un giorno arrivai: l’infernale
    incoerenza del nulla ancestrale…
    Bisogna essere veramente idioti per ascoltare
    tutto questo, senza vomitare o fischiare,
    o fare qualcosa che fermi il convulso ruotare,
    gli uni sugli altri, come formiche
    avide di molliche ammuffite.
    Per uscire subito è meglio tacere
    e lasciare il foglio bianco,
    piuttosto che dire qualcosa a questo branco
    di flaccidi orchi in attesa di qualche parola
    che non sia la solita: merda.

    (Francesco De Girolamo – dal blog “Nazione Indiana”, 2009)

  23. vincenzo sapiente

    questa è soltanto prosa: la poesia non Vi è accessibile; mi dispiace per quelli che vi credono.

    • Se le dice lei, che già dall’originalissimo cognome che si è “scelto”, immagino, debba presumere di sapere tutto, mi arrendo e alzo le mani. Grazie delle sue illuminanti parole.

      • “LO dice”… mi ha emozionato.

        • Mi scuso per la scarsa linearità sintattica del mio commento di ieri, delle ore 1:10. Ero molto stanco e non ho riletto il commento prima di inviarlo.
          Sono comunque stanco di questa sterile maratona dialettica. Non risponderò più a nessun intervento di alcun tipo. Ringrazio tutti dell’attenzione, di ogni sorta di attenzione, anche la più ostile. Da ogni incontro c’è da imparare sempre qualcosa. La mia poesia è da anni amata e seguita da un quantità davvero notevole di lettori. Lo dicono anche le statistiche delle vendite delle mie raccolte. Lo dicono gli abituali applausi, particolarmente entusiastici, e non comuni per molti altri poeti più “titolati” di me, (evidentemente più “complessi”, di non facile presa) da parte degli ascoltatori, spesso casuali, del tutto sconosciuti, nei reading cui partecipo. Evidentemente il target qui è molto diverso dal mio. Non importa. I miei lettori non sono sempre “addetti ai lavori”: è gente spesso di estrazione più eterogenea, ma non sempre di scarsa cultura poetica, credo. Ho avuto riscontri molto positivi, che mi inorgogliscono, anche tra gli studenti delle scuole superiori, e persino tra quelli più piccoli, che mi stanno molto a cuore. E questo mi basta: A ciascuno il suo. Io continuerò ad andare per la mia strada, che evidentemente non è la stessa della maggior parte dei frequentatori di questo blog. Buon lavoro alla Redazione, che svolge comunque il suo lavoro con ammirevole dedizione e sufficiente correttezza, mi pare.
          Saluti a tutti. (E non certo “arrivederci”) 🙂
          Francesco De Girolamo

  24. Il mio congedo non era certo rivolto al signor Sapiente, seppur distrattamente collocato tra le repliche a lui, ma a tutti gli intervenuti alla discussione del post; e a quei lettori “silenziosi” che magari, per i toni non sempre pacati dello scambio di vedute, hanno preferito astenersi dall’intervenire.

  25. Poesie che iniziano in modo quasi banale ma si evolvono verso la fine con felici intuizioni.

    • Un inizio colloquiale, di tono basso, non troppo letterario, era proprio nei miei intenti, se di “intenti” si può parlare in poesia, senza rischiare di rivelare una sorta di premeditato artificio, che non credo fosse, per me, del tutto consapevole, in fase di scrittura. Poi vi emergono, forse, quelle che lei chiama generosamente “felici intuizioni”, conseguenti ad un’accentuazione lirico-evocativa di molta mia poesia, un impulso espressivo più denso, il mio Pathos, al quale sento di non dovere in alcun modo sottrarmi. Grazie.

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