CONSIDERAZIONI SUL MINIMALISMO IN POESIA di Valerio Gaio Pedini  Poesie di Raymond Carver, Vivian Lamarque, Deborah Žerovnik con un Appunto di Giorgio Linguaglossa “L’invasione del minimalismo”

Eidetica

Eidetica

È inutile parlare della – per così dire – “piega” che ha preso la poesia con l’avvento del minimalismo: ma se l’arte è superflua, allora anche la critica è superflua. Se l’essere umano vive del superfluo, allora anche la critica diventa necessaria.

Il minimalismo nasce, si dice, negli Stati Uniti. Nasce? Come se una scuola poetica e artistica possa nascere? Va bene, i critici sono sempre soliti umanizzare la letteratura, quando invece, proprio anche grazie al minimalismo, la letteratura è diventata ciò che -si dice- debba essere: design. Ed è questo il problema, la crisi che la critica millanta.

Ma quando si parla di «crisi», non si spiega l’etimologia, si dice «crisi» così, senza rendersi conto che poi «crisi» significa scelta, criterio e, forse, necessità. Per andare avanti c’è bisogno di «crisi». Fa un po’ di pulizia nel suo essere fossile. Oggi la crisi è il minimalismo. E per quanto ci possa piacere, dobbiamo renderci conto che è un linguaggio, un modo di pensare, un linguaggio che entra fin da subito nell’archeologia della parola. Il problema dell’emozione – abilmente retorizzata – nel minimalismo è che essa è momentanea, legata al presente e la poesia diviene un luogo comune, uno spazio liquido, subito da gettare.

Raymond Carver

Raymond Carver

Il minimalismo viene ideato da Gordon Lish, scrittore ed editor della figura centrale per la poesia e la prosa minimale: Raymond Carver. Nella nota biografica  su Carver, nel volume Orientarsi con le stelle, edito da Minimum fax, si leggono delle parole raccapriccianti che indirizzano tutta la poetica e l’arte minimale, ovvero «con il suo stile limpido” vorrei poi sapere che  significa stile limpido? “ e la sua attenzione verso la «normalità» esistenziale della gente comune». Mi concentrerei su queste poche parole per delineare tutto il cosiddetto minimalismo, che diviene da dispregio, pregio.  «Stile limpido»? Per chi non capisse cosa significhi limpido, per alcuni si dice lineare, per altri retorico, per altri ancora manierista, riconoscibile, ripetibile, copiabile, digitale, intimo, casalingo, facilmente comprensibile. Perché? Perché fa esempi. Situazioni quotidiane, che tutti possono comprendere e in cui tutti si possono ritrovare. Ecco tre poesie di Raymond Carver:

Compagnia

Stamattina mi sono svegliato con la pioggia
che batteva sui vetri. E ho capito
che da molto tempo ormai,
posto davanti a un bivio,
ho scelto la via peggiore. Oppure,
semplicemente, la più facile.
Rispetto a quella virtuosa. O alla più ardua.
Questi pensieri mi vengono
quando sono giorni che sto da solo.
Come adesso. Ore passate
in compagnia del fesso che non sono altro.
Ore e ore
che somigliano tanto a una stanza angusta.
Con appena una striscia di moquette su cui camminare.

.
Attesa

Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C’è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un’altra strada. Prendi quella
e nessun’altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C’è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. E’ quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. E’ quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino ad ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti:
“Come mai ci hai messo tanto?”

.
La poesia che non ho scritto

Ecco la poesia che volevo scrivere
prima, ma non l’ho scritta
perché ti ho sentita muoverti.
Stavo ripensando
a quella prima mattina a Zurigo.
Quando ci siamo svegliati prima dell’alba.
Per un attimo disorientati. Ma poi siamo
usciti sul balcone che dominava
il fiume e la città vecchia.
E siamo rimasti lì senza parlare.
Nudi. A osservare il cielo schiarirsi.
Così felici ed emozionati. Come se
fossimo stati messi lì
proprio in quel momento.

Distantissima dall’idea “metafisica” e “barocca”, il minimalismo ergonomico si compone in strutture rigide, facilmente modellabili. Da qui però succede il dramma letterario: la ripetizione. Carver ci presenta nella prosa uomini di bassa levatura sociale, nella poesia solo e sempre se stesso. L’esempio di un uomo divorziato, di una persona stanca, di una persona innamorata, di uno scrittore fallito. Chiunque può entrarci, perché esempi facilmente interpretabili. In qualche modo, già dall’inizio l’esempio fa sì che la poesia perda il suo valore antropologico. Viene subito inscatolata, una poesia soprammobile da trasloco, facilmente rimpiazzabile con un’altra poesia da trasloco.

 Un Leopardi e un Hölderlin non li puoi copiare. Un Carver sì. E tutti l’avevano capito. A partire dalla seconda moglie Tess Gallagher, che con i suoi zuccherini e le sue ragazze povere fa una prosa e una poesia dolciastra, in cui tutte le donne potevano ritrovarsi. Metafore del quotidiano.

Vivian Lamarque

Vivian Lamarque

Una poetessa italo-francese farà di lì a poco un esercizio più spicciolo, più brutto, più retorico, più banale, più zuccherino, più ovvio: si tratta di Vivian Lamarque, che tanto è stata ammirata per il suo lirismo semplice ed emotivo. Delle composizioni così retoriche da far rivoltare nella tomba persino Cicerone. Ma Vivian capì tutto: ci avrebbe guadagnato e presentandosi come una non poetessa, una donna semplice, pensosa che rigettava stati d’animo “complessi”. È così diventata una poetessa cardine del ‘900. La capacità di intenerire. Ecco tre poesie di Vivian Lamarque:

 Caro albero meraviglioso

Caro albero meraviglioso
che dal treno qualcuno
ti ha tirato un sacchetto
di plastica viola
che te lo tieni lì
stupito
sulla mano del ramo
come per dire
“cos’è questo fiore strano
speriamo che il vento
se lo porti lontano”.
Ci vediamo
al prossimo viaggio
ricorderò il numero
del filare, il tuo
indirizzo, ho contato
i chilometri dopo lo scalo-merci
arrivederci.

da Gentilmente (Rizzoli, 1998)

I mattini ghiro mio


I mattini ghiro mio
come vorrei che tu imparassi ad amare i mattini
soffriresti meno ad alzarti forse
se da te fosse come qui
che quando apri le finestre
subito hai lì alberi perfetti
immobili ma a guardare bene
con anche un punto dove le foglie tremano
per un uccello appena volato via
al rumore della finestra
(o forse ghiro mio avresti sonno lo stesso).

*

Se sul treno ti siedi al contrario
con la testa girata di là
vedi meno la vita che viene
vedi meglio la vita che va.

da Poesie 1972-2002 (Mondadori, 2002)

E così, fra emozioni, digitalizzazione, opinioni, esempi, salotti e soprammobili il minimalismo diviene pane per i denti dei poeti e degli editori della necro-editoria.

La poesia italiana diventa (nulla di autentico rispetto agli albori di Carver), un nastro trasportatore di minimalisti: Valerio Magrelli, Maurizio Cucchi, Davide Rondoni, Vivian Lamarque, Biancamaria Frabotta eccetera, faranno propri gli stilemi del minimalismo, ne adotteranno la formula vincente secondo le proprie necessità, ne svilupperanno le tematiche ciascuno con le proprie direzioni di ricerca. C’è chi si concentra sulle emozioni vissute (Cucchi), chi sui bambini (Lamarque), chi fa poesia sull’opinione e diventa un opinionista letterario (Magrelli).

Fortunatamente, l’Italia respira aria fresca in alcuni minimalisti isolati quali Calamassi, che si evolve e, come un angelo, si stanca e inizia a planare sul mondo, incolpandosi dei mali del mondo. Lì Calamassi, dopo 30 anni, ristruttura tutta la sua poetica minimalista concettuale e diviene sociale. Una poetessa che si muove da sola nel suo minimalismo è Mariangela Mascia: testi lineari, semplici, “ignoranti”, la incoronano e fanno del suo minimalismo una specie di commento dedicatorio agli altri. Con la poesia ignorante Mariangela Mascia si dona. E per quanto la possa criticare male, arriva al punto di aver compreso, senza copiature il minimalismo.

alfredo de palchi

alfredo de palchi

Alfredo De Palchi, invece, de-costruisce un minimalismo spirituale, intimo, dissacrando la lingua, oggettivandola, scheggiandola, ribaltandola per renderla irriconoscibile. Diverso invece è il discorso di poetesse quali Deborah Žerovnik, in cui la dimensione tra sacro profano diventa un modo per portare alle estreme conseguenze la formula vincente del minimalismo. C’è ancora spazio per uscire dal minimalismo retorico, dobbiamo però capire quale. Ecco due poesie di Deborah Žerovnik

Deborah Žerovnik

Deborah Žerovnik

 Deborah Žerovnik

Non è mica vero che Gagliarda è la pecora bastarda…
è colpa del pastore che gli tira le tette a tutte le ore
e lei per dissenso, nel secchio del latte, ci caga e ci piscia
per render il pecorino di sapore abietto, mica per, al pastore fare dispetto
ma al gregge far capire cosa è, di rispetto, il concetto… Stella e Albina belano in coro:
“Gagliarda…non si fa, non ci si comporta così in società” ma lei di tanto belare si è rotta il cazzo
“belate così perché siete Merino, pecore dal pelo fino…le tette il pastore non vi tocca, chiudete la bocca…
voi sciocche non avete capito, chi se ne fotte del pelo grezzo o pelo fino, ciò che deve disgustare è il pecorino.
Se non mi credere chiedete a Selma, la pecora Awassi da coda grassa, che di figli fornisce il Kebabbaro, il dissenso non deve essere un evento raro!
Per lei, prenderlo in culo sarebbe gran rivoluzione, non importa se a secco o lubrificata basta non finire come carne da grigliata.”
Poi arriva Adolf il montone frisone, con svastica tatuata sul coglione, lui di pura razza nella figa ci sguazza, e belando riporta il gregge alla disciplina:
“ Il lavoro, il lavoro libere vi renderà, e quindi, che ve lo dico a fare che a pecorina dovete stare…
einz, zwei, drei… tutte in fila ben allineate, e chi si rifiuta già lo sa, che come carne da macello finirà”.

La mia macelleria

Ho un impatto incompatibile
Devo sbarazzarmi di questo disagio
vuole essere me
mi guarda negli occhi
e vuole vedere tutto
ma io ho diritto alla sofferenza
questa è la mia macelleria
piena di dense nebbie dei torti
giorni bui
poliziotti sporchi
puttane
junky
un tavolo a tre gambe
senza nessun chiodo
dove invoco lentamente
giorni di orgoglio e gloria
e svantaggi dell’attuale
che la norma non ha sollevato
dal essere mascalzoni,ladri e devianti
sotto il palazzo di giustizia bombe
e poi pregare Dio per formare una famiglia
perché le promesse sono a buon mercato
ma quanto basso è giù?
ora che le utilità sono altre
mi dicono nulla
tranne che potrebbe essere peggio
ma non so stare di fronte al sole
alzare la testa e vedere la luce
mi perseguita il male
e ho diritto al dolore
dicono che si può cambiare il mondo
però i miei sogni sono andati a male
è la mia macelleria questa
durante la mattanza
ogni osso va rimosso.

Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Appunto di Giorgio Linguaglossa: l’invasione del minimalismo

 Una riflessione in questa direzione è presente in Appunti critici. La poesia italiana del tardo Novecento tra Conformismi e Nuove proposte pubblicato nel 2003;[1] il libro raccoglie – ho scritto nella prefazione al volume  «una ampia selezione di articoli, stroncature, recensioni, spunti di riflessione pubblicati quasi integralmente sul quadrimestrale di letteratura «Poiesis» dal 1993 al 2002. Qualche altro scritto, come quello su «Dante e Petrarca», è apparso sulla rivista internazionale di letteratura «Hebenon» (n. 5, aprile 2000); così come anche il saggio «Appunti per la costruzione della nuova poesia», è apparso su Linee odierne della poesia italiana a cura di Roberto Bertoldo e Luciano Troisio (Quaderni di Hebenon, n. 7-8 ottobre 2001). Si tratta di cavalleria leggera, azioni di guerriglia e di disturbo delle istituzioni poetico-letterarie, delle loro retrovie come anche delle posizioni di punta delle poetiche egemoni, condotte in solitaria esposizione e nella convinzione, un po’ donchisciottesca, di pungolare ai fianchi le istituzioni letterarie costrette e costipate in una generale epidemia di conformismo e di elefantiasi. Nella scelta ho privilegiato quegli scritti che avevano un diretto e immediato riscontro con i testi dei poeti contemporanei, e che sono stati redatti, diciamo così, nel fuoco della controversia, lasciando i saggi più propriamente speculativi ad altra più idonea occasione di pubblicità”. Si tratta di un vero e proprio “bombardamento a tappeto degli adiposi conformismi che hanno intorbidato gli anni Novanta».[2]

Ovviamente, la pars destruens precede la pars construens, poiché, come ha scritto Enzensberger in un famoso saggio del 1960: «L’inverso di ogni distruzione della poesia è la costruzione di una poetica nuova». Il volume, che consta di ben 320 pagine, è «strutturato secondo due grandi categorie estetiche: a) la belligeranza del Tramonto e b) tra Modernismo e post-modernismo, precedute da un’area di conflittualità cui ho dato significativamente il titolo di tra Egemonia e isolazionismi, nella quale sono ricomprese posizioni ‘statutarie’ come quelle di Eugenio Montale e di Giovanni Raboni e posizioni ‘isolate’ come quelle di Amelia Rosselli, di Alfredo De Palchi o degli «invisibili» Maria Rosaria Madonna, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Roberto Bertoldo, e altri significativi poeti contemporanei come Daniela Marcheschi, Patrizia Valduga, Luigi Manzi, Laura Canciani, Giorgia Stecher. Questa sezione è seguita da quella denominata l’Egemonia del conformismo, una spregiudicata serie di analisi di autori: Jolanda Insana, Biancamaria Frabotta, Vivian Lamarque, Gianni D’Elia, Albino Pierro, Mario Lunetta, Edoardo Cacciatore, Antonella Anedda  fino ad arrivare a delle messe a punto critiche su poeti di taglio elevato come Andrea Zanzotto, Edoardo Sanguineti e Maria Luisa Spaziani».[3] Dalla visione tragica di Amelia Rosselli (La libellula è scritta nel 1958 ma viene pubblicata in volume nel 1969 come parte di Serie ospedaliera, mentre Variazioni belliche è del 1964) alla «poesia da cabaret» di Valentino Zeichen, si snoda una interminabile foce epigonica che ha finito per prosciugare qualsiasi voce e qualsiasi sussulto di criticità della poesia del tardo Novecento.

Il retroterra del minimalismo lo si può misurare tenendo presente la distanza, per così dire, che separa la «visione tragica» della Rosselli dalla sua carnevalizzazione messa in atto dal poeta di Fiume e dalla infinita schiera di «poete» che tentano di imitarne il registro stilistico.

Da questa distanza emerge, senza equivoci, la caduta perpendicolare della poesia italiana del tardo Novecento. Il risultato è andato ben oltre le più funeste previsioni: si è verificata la deiezione e la cancellazione di ogni ipotesi di poesia «diversa» o divergente dal binario del conformismo poetico del minimalismo; il minimalismo, in silenzio e in sordina, ha compiuto scientemente l’assassinio della poesia italiana ponendole un bavaglio e una museruola, imponendo una irreggimentazione al nuovo conformismo. La parola d’ordine sottaciuta ma sottostante è: l’allineamento ai parametri del Modello maggioritario, non mediante l’egemonia di una scuola o di uno stile, ma mediante la imposizione di un Modello dominante e di una alleanza di fatto tra il minimalismo di adozione romana e quello milanese.

il minimalismo come deriva delle poetiche epigoniche

 il minimalismo come deriva delle poetiche epigoniche. Se gettiamo uno sguardo retrospettivo alla poesia dei due ultimi decenni, non possiamo non notare il pendio declinante di quelle che ho definito poetiche epigoniche. Cosa intendo dire con questa definizione? Intendo dire – come ho affermato e ribadito innumerevoli volte in più occasioni sulla rivista «Poiesis» – che tutte quelle poetiche che sono sorte sulla «fede» nella tecnologia dei linguaggi, sono miseramente fallite. In primo luogo, già nel concetto così ipostatizzato dallo sperimentalismo si può notare il sostrato teologico di un atto «politico»: la fede nella costruzione dei linguaggi rivelava la ingenuità teorica di tutte quelle posizioni che speculavano sulla possibilità di «costruire» i linguaggi poetici. E che tra tutti i linguaggi proprio quello poetico si sottragga ad ogni istanza di «costruttivismo», è un dato talmente palese che oggi balza agli occhi con autoevidenza assoluta. Oggi finalmente si comincia a comprendere che se i linguaggi mediati sono fungibili e costruibili, l’unico tipo di linguaggio che non si può «produrre» è proprio quello poetico; ed una ragione ci sarà pure del perché di questa «stranezza». Da alcune parti si è parlato (a sproposito) della fattibilità di un «evento» che accade ed opera in modo quasi magico, al di là di ogni interferenza del soggetto. Appare di tutta evidenza che siffatto concetto non è degno di esser preso in alcuna seria considerazione: un evento che cade dal cielo come una manna sul deserto del Sinai, rientra più nella sfera della taumaturgia che non in quello dell’estetica, e noi possiamo tranquillamente ignorarlo in quanto abitanti del secolo primo del terzo millennio. È pacifico che, alla soglia di una poetica allo stato zero, cioè alla soglia di una poetica che faccia tabula rasa della sofisticata macchinosità del pensiero estetico del Novecento, debba e possa venire riproposta la questione della lingua come questione originaria, giacché la lingua (nella sua duplice funzione: mimetica e simbolica), in quanto principio rivolto alla comunicazione di contenuti spirituali, è categoria fondante di tutta la realtà.

[1] Appunti critici. La poesia italiana del tardo Novecento tra Conformismi e Nuove proposte Coed. Libreria Croce, Scettro del Re, Roma, 2003 p. 32

 [2]  Ibid. p. 63

[3]  Ibid. p. 12

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se poteteRigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicalaEssence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme LiquideScenari ignoti e Glocalizzati.

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63 commenti

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63 risposte a “CONSIDERAZIONI SUL MINIMALISMO IN POESIA di Valerio Gaio Pedini  Poesie di Raymond Carver, Vivian Lamarque, Deborah Žerovnik con un Appunto di Giorgio Linguaglossa “L’invasione del minimalismo”

  1. a parte che minimalisti si nasce e poi si diventa, il genere è sorto qua e là come le erbe indisiderate che il vento porta in giardino: a volte in mezzo c’è anche qualche seme prezioso, questo articolo che tenta l’impresa di mettere insieme mele, pere, cicoria forse perché appartengono tutte al mondo vegetale, non mi pare particolarmente riuscito proprio per il fatto che tenta di tenere insieme autori diversissimi tra loro tentando di bollarli come minimalisti, ma vah?! Insomma un po’ di preparazione sommata a un po’ di masturbazione cerebrale, tipo mettersi a parlare di linea lombarda e linea adriatica e squadra e compasso 🙂

  2. gabriele fratini

    Mi sembra un saggio un po’… minimalista 🙂
    A parte espressioni colorite tipo “raccapriccianti” e “rivoltare nella tomba” che trovo fuori luogo in uno scritto del genere, ma voler a tutti i costi etichettare e accomunare poeti anche molto diversi tra loro tipo Lamarque e Frabotta (?!) all’ombra del minimalismo è quanto meno una forzatura. Frabotta ha uno stile “barocco” e “metafisico” (proprio ciò che l’articolo descrive come distantissimo dal minimalismo), tutt’altro che lineare e facilmente comprensibile, specialmente le sue migliori raccolte, degli anni fine ’70-’80. Magrelli è un autore complesso, a volte del quotidiano, a volte filosofico, a volte giocoso, che ha goduto di una notevole evoluzione nel corso di 30 anni. Lamarque è minimalista solo in parte, è anche una favolista.
    Un saluto.

  3. Valerio Gaio Pedini

    pongo una dovuta precisazione. La mia vuole essere una panoramica, uno sguardo dall’alto a inquadrare tutti. L’analisi viene. Ma Quirico che è solo un analista e non uno storico di geopolitica non ha mai capito un acca. Capisani, ex allievo di Le Goffe, sì! Ma ricordiamo che Capisani viene dall’università di Scienze Sociali di Parigi, dove insegnavano i più prestigiosi sociologi, filosofi e storici del ‘900.

    • Valerio Gaio Pedini

      altra dovuta precisazione. Zerovnik ha iniziato a scrivere, avendo letto quasi nulla di poesia, a 50 anni.Interessante, no? come può una poetessa che non sa di esistere entrare in così poco tempo nel panorama minimalista, pur non essendolo dichiaratamente e non avendo mai avuto rapporti con i minimalisti. Come può un’autrice stravolgere l’io minimalista, iniziando a scrivere tardissimo, per fare un brutto scherzo a un gruppo di imitatori decadenti e prendere così, facendo, svariate direzioni? Le risposte sono due, o la mia cara amica italo-croata è un genio, pur essendo quasi completamente ignorante (cosa possibile, ma non assoluta), oppure la poesia minimalista è così riconoscibile, così facilmente scontata ed imitabile che pure una persona che non l’ha mai letta può diventare un’autrice (tra l’altro completamente inedita) ben più degna di tutta questa coltre di truffaldini ciarloni. Io direi che è più plausibile la seconda risposta.

    • Sandro Lovecchio

      Ricordiamo come lo storico “sopracitato” si chiami Le Goff, al massimo…

  4. il minimalismo come deriva delle poetiche epigoniche

    Se gettiamo uno sguardo retrospettivo alla poesia dei due ultimi decenni, non possiamo non notare il pendio declinante di quelle che ho definito poetiche epigoniche. Cosa intendo dire con questa definizione? Intendo dire – come ho affermato e ribadito innumerevoli volte in più occasioni sulla rivista «Poiesis» – che tutte quelle poetiche che sono sorte sulla «fede» nella tecnologia dei linguaggi, sono miseramente fallite. In primo luogo, già nel concetto così ipostatizzato dallo sperimentalismo si può notare il sostrato teologico di un atto «politico»: la fede nella costruzione dei linguaggi rivelava la ingenuità teorica di tutte quelle posizioni che speculavano sulla possibilità di «costruire» i linguaggi poetici. E che tra tutti i linguaggi proprio quello poetico si sottragga ad ogni istanza di «costruttivismo», è un dato talmente palese che oggi balza agli occhi con autoevidenza assoluta. Oggi finalmente si comincia a comprendere che se i linguaggi mediati sono fungibili e costruibili, l’unico tipo di linguaggio che non si può «produrre» è proprio quello poetico; ed una ragione ci sarà pure del perché di questa «stranezza». Da alcune parti si è parlato (a sproposito) della fattibilità di un «evento» che accade ed opera in modo quasi magico, al di là di ogni interferenza del soggetto. Appare di tutta evidenza che siffatto concetto non è degno di esser preso in alcuna seria considerazione: un evento che cade dal cielo come una manna sul deserto del Sinai, rientra più nella sfera della taumaturgia che non in quello dell’estetica, e noi possiamo tranquillamente ignorarlo in quanto abitanti del secolo primo del terzo millennio. È pacifico che, alla soglia di una poetica allo stato zero, cioè alla soglia di una poetica che faccia tabula rasa della sofisticata macchinosità del pensiero estetico del Novecento, debba e possa venire riproposta la questione della lingua come questione originaria, giacché la lingua (nella sua duplice funzione: mimetica e simbolica), in quanto principio rivolto alla comunicazione di contenuti spirituali, è categoria fondante di tutta la realtà.

  5. Crisi della poesia o… Poesia della crisi? La piega barocca che si di/spiega senza soluzione di continuità, per sintetizzare goffamente Deleuze. Direi che Zerovnik non è affatto priva (inconsapevolmente?) di riferimenti di elevato spessore: una per tutti, a mio opinabilissimo parere, Marina Cvetaeva.

    • Valerio Gaio Pedini

      la sta leggendo ora, non quando iniziò a scrivere. E comunque Cvetaeva non era minimalista. Tutt’al più, carissimo, intendo Deborah non gliene mai fregato alcunché dei poetini da me nominati.

  6. antonio sagredo

    OK x Gaio!
    ———————————- x M.M.S.>>>>>
    >>>>>> una per tutte/i a mio certissimo parere, Marina Cvetaeva; sono curioso di sapere quanto Lei sa di Marina!

    a Osip e Marina e B. J-M

    I ricordi beati dei poeti

    Sulla Montagna dei Passeri
    dove mai sono stato
    né mai ho pestato un’ala
    io vidi le vostre dita
    intrecciarsi come fiocchi invernali,
    (le vostre) carezze crollavano come chicchi di sinistre stelle!

    Se ne andavano in slitta i due poeti
    sapevano le destinazioni egiziane:
    il riposo in un’algida fossa mozartiana,
    la Marina sul molo dei Nodi scorsoi.

    Cantavano con avanzi di grida e parole la propria epoca,
    conteggiavano dal passato il martirio dei loro giorni luciferi.

    La corda e la trave smaniavano per un collo
    che non soffriva ancora – che ancora non si offriva!
    L’esilio dantesco come un deterrente sognava
    un requiem, un trionfo d’ossa, una fine comune.

    Una nera carrozza notturna brillava di neri stivali,
    non più cortese si fermò sotto un fanale d’orange
    in Via della Mortalità dell’Arte:
    c’era posto soltanto per milioni di poeti…

    il primo – ucciso per asfissia ovvero mancanza d’aria – il cigno
    il secondo – ucciso dagli stenti il prigioniero d’assonanze
    il terzo…. ecc. ecc.

    ma il Tempo si ritrasse come un verme….

    oggi Basquiat Jean-Michel è evirato dai colori

    non c’è scampo
    per i suoni, e la parola!

    Antonio Sagredo

    Roma, 25 maggio 2014

  7. Gino Rago

    Non comprendo la non presenza del nome e dei versi di Antonio Riccardi,
    sia in riferimento a ” Il profitto domestico”, sia – soprattutto – per quel che attiene a “Gli impianti del dovere e della guerra”

  8. caro Gino,
    il pezzo (estemporaneo) di Valerio Gaio Pedini non ha né vuole avere, credo, un carattere di definitorietà, e tantomeno il mio; i nomi dei poeti che vi compaiono sono soltanto alcuni di una pletora fin troppo numerosa che a nominarli tutti ci vorrebbe il Bollettino Ufficiale della Repubblica Italiana. L’aspetto buffo della vicenda (tutta italiana come ben indicato dal commento di Alfredo De Palchi al post di Marco Onofrio) è che ho conosciuto numerosissimi letterati i quali si scagliavano contro il minimalismo e poi scrivevano, loro sì, delle cose del più becero minimalismo…

  9. Ambra Simeone

    Qualunque considerazione per una fase storica/poetica può servire in retrospettiva per studiare un dato momento storico/culturale, ma non vedo perché tutto questo baccano sul minimalismo – che ha avuto dei buoni rappresentanti e che poi ha avuto un grosso seguito e continua ad averne – e non per altre fasi storico/poetiche di tipo classicheggiante o barocco o avanguardista o futurista o della beat generation ecc, ecc

    è normale che si attinga da stili ed epoche storiche passate è la caratteristica più importante del periodo storico/sociale che stiamo vivendo “il postmodernismo” e che forse (ne sapremo solo dopo anni) sta già passando!

  10. Gino Rago

    Conosco la tua lunga marcia contro il minimalismo meneghin-lombardo e romano e so della tua buona battaglia antiminimalista a suon di competenza, coerenza, cultura, condotta sempre a viso aperto e contro
    “avversari” agguerriti e ben protetti (Garzanti, Mondadori, ecc.) ed hai ragione sull’esistenza dei tanti letterati apparentemente antiminimalisti…
    E sai che sono e rimarrò dalla tua parte; ma nella sua giovanile gaiezza,
    mi è parso che Gaio adotti verso il minimalismo poetico il “nec tecum nec sine te..”

  11. caro Gino,

    mi vado sempre più convincendo (e sono più di venti anni che ci rifletto) che esiste un parallelismo storico, culturale e antropologico tra il minimalismo romano milanese (e anche sudista che lo segue a ruota) e il degrado culturale, sociale, politico e anche religioso del nostro paese. Capisco bene quindi lo sdegno di un grande spirito come quello di Alfredo De Palchi.

    • Valerio Gaio Pedini

      il minimalismo chiaramente non amo leggerlo, poiché lineare e sciapo. mi piace, non mi piace. alla prima lettura tanti autori da me citati, compreso Carver e Gallagher, poeti e narratori di indubbia importanza storico- culturale minimalista, che non sono stati sicuramente nelle università o a fare corsetti di merda e che quindi hanno potuto modellare una poetica che ha avuto sia risvolti positivi, sia negativi. I negativi li segnalo. E’ una poesia morta. Alla seconda lettura vorresti bruciare il libro,poiché privo di sospensione,quasi deprimente. Con Leopardi non mi succede! Con Palazzeschi nemmeno. E nemmeno mi succede con altri poeti del primo novecento. Il secondo novecento italiano è da eliminare, almeno poeticamente. A parte Manganelli, Buzzati e pochi altri. Ma veniamo al punto. Cosa può dirci di nuovo il minimalismo? Che posizione critica prende?Che messaggio potrà darci? la risposta è nulla. Ma non perché dalla gente sia riconosciuta. Sfido chiunque a chiedere in giro chi ha letto Rondoni o Magrelli. Chiaramente nessuno. Probabile anzi che abbia i miei stessi lettori.Questi poeti non hanno influenze e quindi le hanno, proprio perché sono acritici e rappresentano in toto il periodo in cui siamo, che è anche causa loro e della loro politica marcia. Non posso dire che il minimalismo in toto fa schifo. C’è un minimalismo che può essere originale. Io ho presentato quei pochi autori originali che conosco, pur riconoscendone certi limiti.

      • Valerio Gaio Pedini

        Frabotta ha un epigonismo barocco scontato, epigonico. Però ci diciamo che è originale, perché è pubblicata e conosciuta (da chi poi, vorrei saperlo?). Ha venti lettori, come ne ho venti io. Magrelli non è complesso. Sagredo è complesso. Il minimalismo,come ripetiamo io Giorgio, è eterogeneo e definisce, come ho detto, moltissimi autori differenti tra loro. Ciò che li contraddistingue, sono le mura di casa e quel cazzo di io esterno e superficiale molto scontato, molto stupido.

        • Marisa Papa Ruggiero

          nella maggior parte dei casi si tratta, certo, con le dovute distinzioni, di “cavalleria leggera”, come dice Giorgio, a me pare, però che un Carver, ad esempio, mostri una sua forza, almeno nei brani qui riportati e, cosa importante, una discreta originalità formale ed espressiva: un requisito – almeno questo – quando realmente c’è, non da poco! Quello che proprio non perdòno a certa poesia è la noia, la pochezza, il semplicismo scontato e sciatto; minimalisti, al limite sì, ma che ci venga offerto un vino sfiatato e annacquato no, grazie!
          A proposito, vedo che il “bicchiere in visione esplosa” nella foto in apertura ha avuto un seguito; no, non è mia la foto, è mia la poesia già comparsa di recente su questo blog che l’accompagnava interpretandone il senso, e che ha appunto il titolo: “Eidetica”. Ma spiegami, caro Gaio Valerio, qual è il nesso che ci vedi , se ce lo vedi, col termine eidetica e il minimalismo? Io trovo che non ve ne sia alcuno.

          • Valerio Gaio Pedini

            carissima la foto l’ha scelta Giorgio. Qui non si parlava di te, naturalmente Su Carver ho detto che ha portato novità anche positive.

    • Giorgio, non solo hai ragione, ma il fatto è che il minimalismo che si riversa nelle varie parti d’Italia, è non solo lo specchio, ma il prodotto del degrado, della corruzione, delle connivenze, dell’ignoranza sempre più becera e penetrante della nostra nazione.
      La sua perfetta espressione.
      E io vorrei che, una volta per tutte, almeno fra persone serie come quelle che hanno creato e frequentano questo sito, la si smettesse di affiancare a Lamarque l’appellativo di poetessa. O è una furbacchiona come poche ce ne sono, o un caso umano. Per me il peggiore esempio di truffa letteraria mai avvenuto. La cosa grave è che qualcuno la pubblichi, la faccia circolare e la spacci per una che scrive poesia. Un insulto all’intelligenza. (E, non ultimo, alla grammatica italiana)

  12. Valerio Gaio Pedini

    per il resto l’essere umano è categoriale, ma qui si fa categorismo.Quando la sintesi potente non fa relativismi, ma panoramiche. Calvino in lezioni americane fa lo stesso. Eppure Ariosto e Cavalcanti non avevano nulla in comune. eppure li abbracci tutti. per questo è un grande libro tutt’ora. Compie una panoramica.

    • Calvino nelle Lezioni americane fa una panoramica? Non è una “panoramica”! Veramente crea delle categorie che io trovo geniali e al momento insuperate. Ed è attraverso lo strumento affilatissimo di quelle categorie che analizza quella che è la sua visione globale della letteratura. Non è che mette insieme Ariosto e Cavalcanti, è che li analizza usando la categoria della Leggerezza.
      Ma hai ragione su un fatto: è un grandissimo libro che ho quasi imparato a memoria e ho usato spesso con i miei studenti e che mi ha insegnato moltissimo.

      • Valerio Gaio Pedini

        non credo calvino fosse un analista. Un grande critico non è mail semplicemente analista. era teorico, sintetico.

        • Oddio, prima di creare una teoria ci vuole un’analisi, e dovrebbe essere un’analisi fenomenologica, come fenomenologiche dovrebbero essere le categorie che si creano. Però, se proprio vogliamo, era Calvino stesso a dire che in una famiglia di scienziati lui era l’unico letterato, ma che poi aveva per la letteratura lo stesso atteggiamento che uno scienziato ha per la natura.

  13. giacomo pernacchia

    mi-ni-ma-li-smo..= a- ni-ma-lismo = a-mi-na-li-smo = a-na-li-smo = ? >
    lis-mo-a-na = mo-a-na-lis = mon-na-li-sa = minalisamon ? = >

    • marconofrio1971

      mini-malismo = poesia del “piccolo male”? mini-animalismo? = poesia per animali di piccola taglia? per mini-anime?

      • gabriele fratini

        Quindi se ho ben capito, poetare su temi “alti” esprimerebbe una grande anima e su temi quotidiani una piccola anima. Ora si passa ai giudizi morali, neanche più estetici.
        Non si considera che un poeta completo possa cantare su qualsiasi cosa, temi “alti” e “bassi” (tipo Dante ad esempio, e tutti i grandissimi), essendo la vita fatta della somma di tutto ciò.
        Prendo le distanze da tutta questa pagina, credo la più scadente da quando seguo il blog.
        Un saluto e un augurio di buona Pasqua.

        • Ambra Simeone

          Caro Gabriele,

          Il minimalismo non è solo un contenuto quotidiano fatto di piccole cose è anche una forma fatta di piccole cose. E come credo nel post si parla come al sito solo della forma!

          Comunque per quanto io non ami particolarmente questa corrente letteraria (neppure Carver mi ha convinto mai tanto) non vedo perché non parlare anche di altre correnti epigone che in Italia esistono… che poi riprendere i temi e le forme del passato è una caratteristica della contemporaneità… dire poi che tutto questo post sia incentrato sul fatto di combattere un certo ceto alto dell’editoria italiana con i suoi autori è altra storia… e forse è quello di cui parla veramente questo post sotto mentite spoglie!

          Preferisco a questi punto la schiettezza del Poemetto di Marco Onofrio che non cerca di camuffare sotto “categorie estetiche” (cosa saranno mai? mi chiedo) un argomento molto diverso!

          • Valerio Gaio Pedini

            Cara ambra, con minimalismo io e Giorgio intendiamo una cosa molto amplia, quasi una questione sociologica e antropologica, non solo estetica. Se si leggono i libri di Giorgio lo si capisce.Ci muoviamo in una zona d’ombra. Io e Giorgio non siamo contro al minimalismo. Assolutamente. Siamo contro alla degenarazione che ha portato inconsapevolmente, e non in de palchi, grande minimalista, che lo taglia, lo sminuzza e lo vive e nemmeno quello della poetessa italo-croata, così vera, così violenta, così sentita che meriterebbe lei sì una pubblicazione e non quei intellettualini piccolo borghesi. Che io e Giorgio siamo due Don Chisciotte, si sa, vi è una belligeranza politica in atto.

            • Ambra Simeone

              Valerio è quel che ho detto nel mio post.
              Ho capito benissimo cosa intendi, il problema è che
              nascondersi dietro il tentativo di criticare un’estetica (per quanto superata e per quanto io non la condivida) non lo trovo criticamente onesto!

              Sarebbe come criticare il barocco settecentesco, solo perché non ti piacciono le parrucche e i nei finti!
              Il collegamento estetico/sociale puoi farlo su base analitica e scientifica non su base critica, altrimenti sembra solo una presa di posizione e un conflitto d’interessi! Meglio se scrivi una poesia come Marco allora!

  14. Gino Rago

    Giorgio caro,
    ti ringrazio e ringrazio anche Gaio: ritorno a “Ars poetica?” di Milosz e ricordo che la nostra casa è aperta, la porta senza chiave, e ospiti invisibili entrano ed escono…

  15. ericagazzoldi

    Non saprei che dire… Ho consegnato alla stampa un mastodonte di 200-300 pagine, alla faccia del minimalismo… Perciò, si può dire che io non conosca l’argomento. 😉

  16. Faciloni e facilone spendono un banale o sentimentale o rancido romantico pensierino al quotidiano accadere. Compongono delle fesserie senza vergognarsi; anzi, si vantano tramite l’editore che sono poeti di successo
    e di critica, dico facilona. Insomma, non hanno la sapienza dell’arte sia gli auturi che i loro critici.
    La mia vecchia rivista Chelsea, in pensione dal 2008, ai suoi tempi pubblico alcuni ottimi minimalisti americani. La rivista non invitava nessun
    scrittore, materiale ne arrivava a chili ogni giorno, e si sceglieva dalla profusione, in cui trovammo una sottomissione di Raymond Carver che poi pubblicammo. Accolgo con molto piacere le Considerazioni di Valerio Gaio Pedini, intelligentissimo ragazzo, capace di capire, di esagerare, di trasgredire, di avere spirito ironico, di essere un pochino folle artista, come me in vecchiaia. Complimenti.
    Presenta Raymond Carver, tra le fiacchezze italiane è un gigante anche in versione, pure i suoi racconti minimalisti provengono da un artista. Certo, lo
    menziono soprattutto perché le sue poesie in Chelsea apparvero quando aspettava di essere affermato da Gordon Lish, che conobbi brevemente
    quando anche lui aspettava di essere riconosciuto un editor importante.
    Malgrado le varie dicerie su questa e quest’altra estetica, teorica, posizione poetica, si deve ammettere che da ciascuna la rara minoranza degli addetti esce con talento sepolta in mezzo la maggioranza avariata. Da sempre è così.

  17. Ambra Simeone

    Caro Alfredo,

    se continuiamo a dire al Gaio Pedini che è intelligente siamo fritti! 😛

  18. Cara Ambra,
    è pasqua, che non seguo e non disprezzo, quindi abbi il mio piacevole
    augurio di essere felice.
    Per quanto riguarda Gaio, non dubito; in un tempo breve troverà calma interiore, non si vedrà in cima alla piramide nonostante le mie parole rimangano a riconoscerlo da lontano come lo intuisco adesso. A meno che non si trasformi in un altro mostro di pazzia intellettuale di mal gusto.
    La mia Italia, che amo, di tali mostri ne ha troppi e tutti in errore.

    • Ambra Simeone

      Caro Alfredo,

      Ricambio gli auguri di serenità, ovviamente scherzavo voglio bene a quello scellerato di un Pedini e devo ammetterlo mi diverto a prenderlo in giro (segno di affetto per parte mia)!
      Auguri a tutti credenti e non!

    • Valerio Gaio Pedini

      io sono un umile narcisista. E del resto una poesia o non- poesia che sia sentita, violenta, belligerante, nutrita dal contrasto. E Alfredo lo sa, io odio gli accademici. Tra gli accademici vi era un trombone che vinse il nobel. Si chiamava Carducci.

  19. A Gabriele Fratini,

    dirò che là dove c’è sentore di minimalismo triviale non ci sono io. Credo di essere incompatibile con il minimalismo italiano, quel medesimo minimalismo che ha imperversato sul nostro paese per più di venti anni come una epidemia, dalla caduta del muro di Berlino ad oggi e che ha impedito di fare le riforme di cui il paese aveva estremo bisogno. Il minimalismo è il pensare in piccolo, pensare e vivere nella convinzione che tanto le cose si metteranno a posto da sole; minimalismo è stato il colpevole silenzio della Chiesa che per quattro soldi dati dallo Stato italiano alle scuole cattoliche, ha preferito tacere in lungo e in largo sulla deriva antropologica, politica, filosofica e psicologica degli italiani; minimalismo è la doppiezza, l’ambiguità, l’ipocrisia, l’ironia facile e a buon mercato. Minimalismo è avere un concetto minimale dell’etica e dell’estetica oltre che della politica. Minimalismo è il «particulare» da cui prendeva le distanze il Guicciardini; minimalismo è farsi gli affari propri, è un sistema di pensiero antropologico. Noi in Italia non abbiamo minimalisti del calibro di Carver o della Szymborska, noi qui abbiamo e Magrelli e i magrellini, i Rondoni e i rondoniani…

    • gabriele fratini

      Chiedo scusa, non vedo il nesso tra una poetica minimalista che può piacere o no, e problemi molto più seri come non fare le riforme, l’ambiguità pèolitica ecc. Questo modo di confondere i piani (morale ed estetico) non mi appartiene e lo rifiuto in blocco. Qui si parla di poesia. Un saluto.

      • Ambra Simeone

        Caro Gabriele,

        Il modo di fare poesia o di non farla rispecchia sempre la società che viviamo e in questo caso rifiutiamo! Che poi la poesia possa influire o meno su questo stato di cose è un’altra storia, è una bellissima prospettiva difficilmente attuabile per alcuni impossibile, ma meravigliosamente auspicabile! Un bel dilemma! 🙂

        • gabriele fratini

          Cara Ambra credo che stavolta tu non abbia colto a pieno la follia (qui è davvero il caso di sbilanciarmi) che imperversa su questa pagina. Non vado oltre perché mi vergogno solo a parlarne.
          Solo un paio di sintetici chiarimenti del mio punto di vista:
          -i poeti non contano niente nell’attuale società italiana;
          -i poeti possono scrivere quello che vogliono e come vogliono e non sono minimamente responsabili dei disartri politico-sociali-amministrativi italiani.
          Ciao

          • Ambra Simeone

            Caro Gabriele,

            sul tuo punto di vista (rispettabilissimo) sono d’accordo solo in parte, perché credo che qualunque azione di qualunque essere umano possa influire su quella di un altro! Anche in questo blog di “influenze” ce ne sono state e continuano ad essercene!
            Ci sono stati e continueranno ad esistere libri e personalità che hanno cambiato l’umanità, l’hanno guidata, l’hanno descritta ecc. ecc

            • gabriele fratini

              Non ho mai pensato il contrario del tuo commento , ma solo che gli ATTUALI poeti ITALIANI non contano nulla nell’attuale SOCIETA’ italiana, questo mi sembra un dato di fatto oggettivo più che un’opinione.

              • Ambra Simeone

                Gabriele,

                come ti ho già detto sono d’accordo con te in minima parte. La questione è molto più complicata di quanto sembri.

  20. antonio sagredo

    Gentile Ambra Simeone,
    Gaio Valerio non deve scegliere, tocca sempre a chi legge o ascolta, peggio: tocca sempre a chi non legge e a chi non ascolta. Il termine “umile” usato dal Gaio è un termine aristoratico e può o deve usarlo chi umile non lo è affatto o lo è fin troppo (è il caso di gaio). Io p.e. non sono umile, se mai anche troppo generoso con l’umanità intera, e non è un mio limite o colpa, se mai è colpa di questa “umanita” (è un eufenismo di certo – bestialità è credo il termine perfetto!). Dunque il poeta per antonomasia è il peggio e il meglio di questa bestiale umanità o umana bestialità: tocca a voi scegliere: il poeta ha già scelto o forse è stato scelto: comunque resta un codannato a vita per “l’uso straordinario” che fa della parola! Dare del scellerato a un poeta anche “scherzando” rivela i prorpri limiti: è quello stazzo….
    a. s.

    • Ambra Simeone

      Caro Antonio,

      allora scegli di capire quel che ho detto oppure no come nel tuo caso! 😛 il Valerio lo prendo amichevolmente e seriemente in giro, gli dico anche cose che non vuol sentir dire, sono onesta con lui e in questo modo lo prendo meno in giro di altri!

      Che tattica, eh?!?!?!
      Assolutamente non poetica… ma detto chiaramente mi interessa più essere amica che poeta!

  21. caro Gabriele Fratini
    il problema era già stato acutamente analizzato da Giacomo Leopardi nello Zibaldone e da Gramsci nei Quaderni quando rifletteva sulla necessità di una “riforma morale e intellettuale degli italiani”. Senza questo distinguo non si può comprendere come il mio personale atteggiamento non è solo di natura estetica ma è collegato a quel problema antropologico e storico che da prima dell’unità d’Italia era stato già intravisto da un pensatore come Machiavelli (intendo il problema di costruire un partito nazionale attorno ad un Principe). Insomma, ritengo che il problema dell’estetico non sempre si esaurisce entro il campo dell’estetica, a volte va visto entro il campo più generale che colloca il problema della delibazione estetica entro il campo più generale della Riforma politica, amministrativa, filosofica, estetica e anche religiosa del Paese. Per quanto riguarda il campo della riforma religiosa, lascio questo compito alla Chiesa e al suo capo, ma per gli altri ambiti ritengo che sia dovere anche dei poeti prendere una posizione chiara, univoca nei confronti di quello che va sotto il nome di “minimalismo italiano”, che è una forma mentale, una visione antropologica, una visione anche politica (intesa come coincidenza di interessi tra arte e status quo della società italiana). L’adesione o no al “minimalismo italiano” costituisce, nella mia visione (per fortuna non solo mia ma anche di un giovane come Valerio Pedini e di tutti i redattori dell’Ombra delle Parole), un discrimine, un confine irrinunciabile nella convinzione che l’atto estetico non è un atto neutrale e personale ma un atto eminentemente politico, un atto di educazione estetica per dirla con Schiller.

    • gabriele fratini

      Caro Giorgio Linguaglossa,
      per quanto riguarda Leopardi lo ritengo un grande poeta ma come intellettuale quasi una sciagura per la poesia italiana, che ha ridotto alla sola lirica escludendo (e disprezzando) tutti gli altri generi, inclusi quelli c.d. “bassi” e del quotidiano che erano stati linfa vitale nella nostra letteratura. Purtroppo è stato preso sul serio, questa posizione è stata di fatto accettata e da allora la poesia italiana ricopre un ruolo marginale a livello internazionale, non ha più espresso autori veramente letti all’estero (non abbiamo più avuto un Garcia Lorca, un Gingsberg, un Neruda uno Yeats un Pessoa ecc., i grandi nomi -che piacciano o meno- non sono più qui). C’è un “prima” e un “dopo”. Fino a Leopardi (escluso) eravamo un “popolo di poeti” apprezzati in tutto il mondo, con Leopardi siamo diventati “snob” e scesi di un gradino e ci limitiamo a leggerci confrontarci e interessarci tra di noi, e sempre di meno.
      Per quanto riguarda il confine di cui parla, volentieri me ne tengo fuori; mi piace il blog perché da spazio a molte e variegate posizioni, non è un blog monocorde e limitante come quasi tutti gli altri.
      Un saluto.

      • Ambra Simeone

        Caro Gabriele,

        affermando quel che hai detto di Leopardi (che sia o meno condivisibile dai commentatori del blog) stai letteralmente ammettendo che una visione estetica può cambiare la società culturale e politica di un intero paese! 🙂

        • gabriele fratini

          Sì, e allora?

          • Ambra Simeone

            Se stessimo a parlare in un bar ti risponderei con la classica battuta 60 minuti 😀 scusa non ho resistito!

            Niente Gabriele te li facevo notare e basta, alle volte pensiamo per esteso delle cose da cui poi non traiamo le conclusioni… a me capita spesso e me ne accorgo solo relazionandomi con un altro!
            Salutoni

            • gabriele fratini

              Ambra siamo d’accordo che nella cultura italiana Leopardi ha spostato più di Magrelli, il punto è un altro, mi rifiuto di pensare che la scelta di una poetica o estetica anziché un’altra possa determinare non solo la dignità letteraria di un autore ma anche la dignità di essere umano. Questa per me è follia pura.

              • Ambra Simeone

                Gabriele,

                su questo siamo d’accordo, ogni poetica (estetica) come dicevo nel mio primo commento va analizzata come tutte le altre, in connessione o meno con le altre, perché rappresentativa di una società o di parte di una società! Per questo non riesco (io personalmente) a criticare una poetica invece di un’altra, non sarebbe giusto storicamente e scientificamente!
                Al massimo riesco a preferirne una invece di un’altra ma solo per una questione di affinità e gusto personale!

                • gabriele fratini

                  Io e te siamo d’accordo su questo, ma se rileggi i commenti sopra e sotto ti accorgerai che non è così scontato, anzi molti confondono la dignità personale e quella letteraria, parlando di piccole anime, truffatori, e quant’altro. Se ti fanno schifo le mie poesie è un conto, lo accetto dal momento in cui decido di pubblicare e hai tutto il diritto di scriverlo possibilmente con educazione e non alla maniera pediniana, altra cosa è che la dignità dell’ uomo dipenda dai testi che scrive, questo per me è inaccettabile. Ciao.

                  • Ambra Simeone

                    Caro Gabriele,

                    d’accordissimo con te su questo taluni criticano l’uomo senza neppure conoscerlo!

                    • Valerio Gaio Pedini

                      anni di derisione, di schiaffi, di offese e di bullismo. Calche di dementi che si spintonano per vedere personaggi stupidi o che si accalcano in metro piene, senza capire che non ci stanno. Dementi che vestiti con indumenti di plastica e pantaloni di merda che gli arrivano alle ginocchia (e si permettono di sfottere uno che usa la giacca, pensando che quello che si vesta male sia lui).Dementi che fanno male alla natura, che disboscano per pulirsi il culo. Questo è l’uomo. Ipocrisia.Invece quando facevo volontariato con i disabili vedevo gente vera.

      • Valerio Gaio Pedini

        Fratini, ma che Leopardi ha letto? Facile tu l’abbia letto come hai letto Rodari, La Fontane. E soprattutto che poeti dell’ottocento ha letto? Uno snobissimo ed ipocrita Petrarca, un Narcisista Dante, un aristocratico Cavalcanti, un tagliente Bruno condannato al rogo. Di che ciancia (o sfiata)? Non ha letto le biografie dei poeti, non conosce la violenza estetica dei poeti da lei citati. Perché lei conosce i grandi poeti ungheresi? di cui ho curato presentazioni critiche? No. E’ riuscito a comprendere il contrasto greco e latino e il ludox sciamanico nativo e africano? La verità è che il Fratini ciancia. Millanta una poesia giocosa che non ha compreso, che ha letto male (con una fantasia sterile). E va a sputtanare Leopardi, unico autore rispettabile dell’ottocento italiano. Unico ad aver rivoluzionato un pensiero estetico. Mentre del monti cos’ è rimasto? Una scoreggia. La sua cultura di cui ciancia è dozzinale, sfiatatina. Crede davvero che con i suoi fraseggi (imbecilli) riesce a varcare la soglia. L’unico ad essere snob qui è lei. Perché non ha capito un cazzo del suo passato, del suo presente e del suo futuro.

        • Pedini, contieniti. Fratini da giorni sostiene tesi direi condivisibili, non vedo per quale motivo tu lo debba offendere in questo modo, giusti o sbagliati che siano i suoi commenti.

        • gabriele fratini

          Petini è così, dà libero sfogo alle sue loffe da tastiera, strombazza offese personali anche quando parla di poesia 🙂

  22. Si lasci parlare Valerio Gaio senza confrontarlo.

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