DUE POESIE di EUNICE ODIO (1919-1974) – “Come le rose disordinando l’aria” (2015) – a cura di Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli.

Ferdinando Scianna Siamo ladri di realtà, in attesa dell’istante in cui Dio fa capolino

Ferdinando Scianna Siamo ladri di realtà, in attesa dell’istante in cui Dio fa capolino

 “Intendo che il compito del poeta è quasi contrario a chi cerca esclusivamente se stesso. Il poeta va cercando Dio e solo lo incontra nel profondo di tutti gli uomini. E solo è poeta quando conosce ciò che è nell’animo di tutti gli uomini possibili; e lo conosce solo quando li ama immensamente e appassionatamente. Se mi dicessero di scegliere tra l’ appartenere ai poderosi della terra e l’appartenere a quelli che possono dar vita a una nuova parola, non vacillerei nemmeno un momento. E se mi dicessero che mi danno una grande poesia in cambio della miseria, ma solo una grande poesia, scelgo quest’ultima, benché sia solo una. Così è stato da quando ho capito che la poesia non era per me solo una propensione, ma un destino implacabile. Non c’è cosa che non darei per la Bellezza, che a sua volta è una forma di Dio; la più vicina alla Sua Natura.”

(Eunice Odio).

eunice odio copdalla quarta di copertina

Questo volume raccoglie la più ampia selezione di poesie fino ad oggi presentata in Italia di una protagonista della poesia ispanoamericana del Novecento, Eunice Odio, nata a San José di Costa Rica nel 1919 e morta a Città del Messico nel 1974. Giornalista culturale (e non solo), critico d’arte, traduttrice (insegnò anche inglese e francese), la sua opera letteraria fu molto ammirata già in vita, anche da scrittori come Octavio Paz; ebbe però molti nemici, a causa soprattutto della sua fortissima vis polemica, e in particolare negli ultimi anni, ormai cittadina messicana, si trovò contro l’intera classe degli intellettuali della sinistra di quel paese che le rimproveravano la sua posizione molto critica nei confronti di Fidel Castro. La poesia di Eunice Odio è stata oggetto di una grande riscoperta negli ultimi anni; una poesia che certamente si avvicina alle esperienze del surrealismo, introdotto in America Latina in particolare dal poeta cileno Vicente Huidobro (e che peraltro arrivò a influenzare anche il giovane Pablo Neruda), ma che qui non vuole mai allontanarsi da una radice profondamente concreta, fisica, corporea. C’è chi ha parlato, a proposito per esempio della sua raccolta del 1948 Gli elementi terrestri, di “materialismo mistico” (Loreina Santos Silva): un esito questo peraltro a cui non fu immune neppure la grande poesia spagnola dall’altra parte dell’Oceano, e basti pensare a uno dei capolavori dell’ultima stagione di Juan Ramón Jiménez, Animale di fondo, pubblicata soltanto un anno più tardi, nel 1949. Ma l’originalità dell’opera poetica di questa scrittrice appare oggi ancora più netta    ed è un tutt’uno con il suo spirito indomito e indipendente. Come scrivono nella prefazione al volume Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli, i poeti che hanno scelto e tradotto le poesie che compaiono in questa antologia (e che già anni fa erano stati i primi a proporre in Italia testi dell’autrice centroamericana), “per capire ancora più a fondo la poesia di Eunice Odio è necessario comprendere la solitudine che sempre accompagnò la sua vita, un senso di perdita costante che la portava a celebrare con lucidità profonda ogni aspetto dell’esistenza come ricerca estenuante dell’amore totale e terreno, come dono naturale ed unico consegnato interamente in ogni gesto e parola”.

da Eunice Odio – “Come le rose disordinando l’aria” (Passigli 2015) – a cura di Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli

Eunice Odio

Eunice Odio

Lettera a uno che non visse come voleva

Fratello, amico mio,
è per te questa carta che si è fatta aspettare
come i germogli del petto nell’estate.
Ti scrivo che ho pensato molto a te
e ti vedo adesso con il tuo collo inchiodato
che fugge dal torace e dalle mani:
con questo tuo modo di tenere gli zigomi
fuori di te,
più lontano dalla tua pelle che dal tuo nome.
Come credo ti dissi, giungerò d’improvviso
un giorno in cui nessuno viaggia,
un giorno ineguale che accorrerà ai miei occhi
quando io lo chiamo
e si sfilaccerà nel mio profilo
cresciuto di grappoli e di greggi.

Però adesso, precisamente adesso,
che ho di fronte una madre di Picasso
della epoca azzurra,
una madre inondata dei suoi materni echi
e dei suoi stessi verbi circondata,
dalle cui labbra sbocca un bimbo
intermittente e minimo,
precisamente adesso – dico –
mi viene la tua casa nel ricordo
e so, dall’odore e dalla passione e dal tatto,
che cosa mi dirai quando ritorni:
del colpo nella quiete del bambino
e del grembiule con iniziali,
all’ordine del giorno negli accordi familiari.

«Povero piccolo, cascò dall’arancio
la scorsa settimana, tutto intero cascò,
e non gli rimase altro
che una parte minima di labbro,
per piangere a dirotto per le ginocchia
e il vestito e la caduta.»
E la ragazza altissima con palpebre d’uva,
dove discorrono nella sera le rondini,
e la zia con pettinini nella chioma odorosa
e le braccia dolcissime.

E il pane in controluce di velluto
sui declivi dentro cesti abbagliati,
il pane udito sempre,
nella forma mutevole di braccia,
il molle pane
fratello primogenito del grano,
il cui fianco si ruppe in pianura.
Il pane, fratello,
il pane,
pane della tua casa
e della mia
e del fratello eterno che ci segue.
Il pane che giustifica la mitezza in pace,
quello che ci fa guardare verso l’alto la terra,
quello del lievito che trascorre in un abbraccio.
Il pane dell’uomo che riposa
col mio collo nella sua anima
ed il mio ventre in suo figlio;
il tuo,
il mio,
quello di tutti.
È per lui che,
quando nelle vendemmie imbrunisce,
tutti domandano se arrivò alla bocca,
o se è il suo odore di abituato albore
che ritorna alla bocca,
che prima del pane incarna
ed è il verbo e la voce di colomba.

Ti ho raccontato del pane,
fratello,
e della casa
dove il lievito cresce nella notte
e lo si sente sollevare
l’edificio del sangue;
dove il lievito
organizza il silenzio che lo abita,
aggruppa l’aria
e fonda l’acqua che lo fanno
profonda materia radunata e pura.

Ho poco ormai da raccontarti,
se non fosse che per svelarti tutto questo
ho lasciato momentaneamente tra le mie cose:
libri, quadri, vesti,
il mio cuore in un ramo,
e sono adesso così vicina alla sua assenza
che quasi ne ignoro la causa;
tanto assoggettata a lui che devo già tornare,
senza attardarmi,
per aiutarlo a realizzare il suo compito
di palpitare a tempo e di bastarmi.

bello volto di donna

Carta a uno que no vivió como quiso

Hermano, amigo mío,
para ti esta carta que se hace esperar
como los renuevos del pecho en verano.
Te cuento que he pensado mucho en ti
y te veo ahora con tu cuello enclavado
huyéndole al torso y a las manos:
con esa tu manera de tener los pómulos
fuera de ti,
más lejos de tu piel que de tu nombre.
Como creo que te dije, voy a llegar de pronto
un día en que no viaje nadie,
un día desigual que acudirá a mis ojos
cuando yo lo llame
y desfilará por mi perfil
crecido de racimos y rebaños.

Pero ahora, precisamente ahora,
teniendo frente a mí una madre de Picasso
de la época azul,
una madre inundada de sus maternos ecos
y de sus propios verbos circundada,
por cuyos labios desemboca un niño
entrecortado y mínimo,
precisamente ahora – digo –
me aviene tu casa al recuerdo
y sé, por el olor y la pasión y el tacto,
lo que me va a decir cuando regrese:
lo del palote en la quietud del niño
y lo del delantal con iniciales,
a la orden del día en los acuerdos familiares.

«Pobre pequeño, se cayó del naranjo
la semana pasada, todo entero cayó,
y no le quedó arriba
más que una parte mínima de labio,
para llorar muy alto por la rodilla
y el vestido y la caída.»
Y la muchacha altísima con párpados de uva,
donde discurren por la tarde las golondrinas,
y la tía con peinetas en el pelo oloroso
y los brazos dulcísimos.

Y el pan a contraluz de terciopelo
a cuestas en los cestos deslumbrados,
el pan oído siempre,
en la forma mudable de los brazos,
el tierno pan
hermano primogénito del trigo,
cuya cadera se quebró en el llano.
El pan, hermano,
el pan,
pan de tu casa
y de la mía
y del hermano eterno que nos sigue.
El pan que justifica la blandura en paz,
el que hace que miremos para arriba la tierra,
el de la levadura trascurrida en un abrazo.
El pan del hombre que reposa
con mi cuello en su alma
y con mi vientre en su hijo;
el tuyo,
el mío,
el de todos.
Por el que,
cuando en las vendimias anochece,
todos preguntan si llegó a la boca,
o si es su olor de acostumbrada albura
que regresa a la boca,
que antes que el pan encarna
y es el verbo y la voz de la paloma.

Te he hablado del pan,
hermano,
y de tu casa
en que la levadura crece por la noche
y se la siente levantando
el edificio de la sangre;
en que la levadura
organiza el silencio que la habita,
agrupa el aire
y funda el agua que la hagan
honda materia congregada y pura.

Poco tengo ya que decirte,
si no es que para hablarte de todo esto
he dejado momentáneamente entre mis cosas:
libros, cuadros, trajes,
mi corazón en rama,
y estoy ahora tan cerca de su ausencia
que hasta ignoro su causa;
tan por debajo de él que he de regresar ya,
sin tardarme,
para ayudarle a realizar su oficio
de palpitar a tiempo y alcanzarme.
bello figura femminile con gazza

Ricevimento di un amico
al suo arrivo a Panama

Lo seguo,
lo precedo nella voce,
perché ho,
come il fumo spopolato,
vocazione di acquerello.

Raccontami
come sono lì le cose di consumo:

libri,
rose,
tintinnii di rondine.

A parte tutto questo,
gli domando

dei manghi geologici
che lo circondano di polpa

e di un fiume nuovo,
senza guardarlo,

con popoli di suono
e longitudine di Arcangelo.

Dimmi ancora qualcosa del piccolo litorale
dove recentemente il giorno,
come un celeste animale bifronte,
accampò in due acquari
e si colmò di pesci.

O se lo ricevettero unanimi gli alberi,
come quando elessero la prima allodola dell’anno
e il giorno della fioritura.

Riassumimi ora che tremo
benignamente
dietro ad una rondine,

ora che mi propongono pubblicamente
per nudo di farfalla

e sto come le rose
disordinando l’aria.

Une femme mariée di Jean-Luc Godard

Une femme mariée di Jean-Luc Godard

Recepcion a un amigo
a su llegada a Panama

Lo sigo,
lo precedo en la voz,
porque tengo,
como el humo despoblado,
vocación de acuarela.
Cuénteme
cómo son ahí las cosas de consumo:

libros,
rosas,
tintineos de golondrina.

Aparte de todo eso,
le pregunto

por los mangos geológicos
bordeándolo de pulpa

y por un río nuevo,
sin mirarlo,

con pueblos de sonido
y longitud de Arcángel.

Dígame algo también sobre el pequeño litoral
donde recientemente el día,
como un celeste animal bifronte,
acampó en dos acuarios
y se llenó de peces.

O si lo recibieron unánimes los árboles,
como cuando eligieron a la primera alondra del año
y el día de florecer.

Resúmame ahora que tiemblo
benignamente
detrás de una golondrina,

ahora que me proponen públicamente
para desnudo de mariposa

y estoy como las rosas
desordenando el aire.

Tomaso Pieragnolo

Tomaso Pieragnolo

Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da vent’anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli di Firenze ha pubblicato il suo ultimo libro, il poema “nuovomondo”, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue precedenti pubblicazioni: “Il silenzio del cuore” (1985), “La lunga notte” (1987, Premio Giovani Città di Palermo), “Lettere lungo la strada” (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano), “L’oceano e altri giorni” (2005, finalista ai Premi Libero de Libero, Guido Gozzano e Ultima Frontiera e vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una sua selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (“Poesía escogida”, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si svolge in collaborazione con la rivista Sagarana, nella quale dal 2007 propone principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, mai tradotti in Italia, e con alcune case editrici, che hanno pubblicato le sue traduzioni di Eunice Odio (“Questo è il bosco e altre poesie”, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Camaiore per la traduzione) e di Laureano Albán, (“Gli infimi crepuscoli”, Via del Vento 2010 e “Poesie imperdonabili”, Passigli 2011, finalista Premio Internazionale Camaiore, rosa finale Premio Marazza per la traduzione).  Ha pubblicato per La Recherche due ebook di traduzioni di autori ispanoamericani, “Nell’imminenza del giorno” (2013) e “Ad ora incerta” (2014).

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10 commenti

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10 risposte a “DUE POESIE di EUNICE ODIO (1919-1974) – “Come le rose disordinando l’aria” (2015) – a cura di Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli.

  1. Bella come una Veronica Lake senza rinunciare a un volto latino.

  2. antonella zagaroli

    La poetessa è bella ma lo è soprattutto la foto odierna della bambina siriana con le mani alzate di fronte ad una macchina fotografica (che non riesco ad inserire purtroppo) che traduce metaforicamente versi:
    Ti ho raccontato del pane,
    fratello,
    e della casa
    dove il lievito cresce nella notte
    e lo si sente sollevare
    l’edificio del sangue;

  3. Per passare dalla poesia di Tomas Transtromer a quella di Eunice Odio, possiamo dire che la poesia della poetessa latinoamericana è una classica poesia lineare, una poesia racconto molto ben costruita, molto “sentita”, dove il “soggetto” svolge un ruolo centrale. Una poesia tipica dell’era pre-Transtromer potremmo dire.

  4. Ho letto con profonda empatia le poesie ben scritte di Eunice Odio.
    L'”io” al centro della composizione ci accomuna. così come “la solitudine che sempre accompagnò la sua vita, un senso di perdita costante che la portava a celebrare con lucidità profonda ogni aspetto dell’esistenza”.
    “estoy como las rosas
    desordenando el aire.”

    Giorgina Busca Gernetti

    • Valerio Gaio Pedini

      io penso Giorgio che una poesia davvero rivoluzionaria debba lavorare tanto sulle immagini, quanto sui suoni e su tutti gli altri organi. Nella narrativa già si è fatto. alla fine qui tutti leggono parole, ma non ascoltano e non le sanno cantare come faceva il Bene. Non c’è solo immagine. C’è anche una proliferazione di suoni e di parole ripetute ad nauseam. e vogliamo parlare delle cibarie? una poesia senza sapore è sciapa (motivoanche di questo imbecille expo). Mentre gli odori invece sono tutti mischiati e ti spingono a vomitare e a perdere l’olfatto. La rivoluzione non deve prendere solo un dato, ma molteplici. Io vedo in trasmomer un poeta in linea con la sua cultura. Poi Svenbro, anche lui svedese, invece fa una poesia più storica (da storico che è) e quindi è su un’altra scia. Ma pare che anche tu Giorgio non abbia solo lavorato sulle immagini (anche se in maniera maggiore l’hai fatto).M su tanto altro. Transmomer è rivoluzionario forse per la poesia fonetica europea , ma confrontata alla poesia orientale ci accorgiamo che è la poesia orientale ha sempre fatto così. Solo che in transmomer è l’oggetto quotidiano a diventare metafora della storia e non più il loto od altra simbologia (su qui siamo d’accordo). Ma francamente non è un grande stravolgimento, ma un piccolo stravolgimento.

  5. Gino Rago

    Sia nella Odio, sia nella Seller, nelle pieghe dei loro versi, circola un’aria
    chiara di necessità del dire, con una pronuncia diretta, senza fronzoli né
    melensi barocchismi espressivi: parole parlanti per uomini montaliani che non si voltano, che se ne vanno zitti con i loro segreti

  6. Giuseppina Di Leo

    Sembra che Eunice Odio parta da una ‘ambiguità’ per poter dare suono a una voce sorda, i “segreti” degli “uomini montaliani che non si voltano, che se ne vanno zitti “, come acutamente dice Gino Rago.
    L’ambiguità sta in quella zona d’ombra che la poetessa utilizza per parlare di altro, di sé e del proprio amore:

    …Ho poco ormai da raccontarti,
    se non fosse che per svelarti tutto questo
    ho lasciato momentaneamente tra le mie cose:
    libri, quadri, vesti,
    il mio cuore in un ramo,
    e sono adesso così vicina alla sua assenza
    che quasi ne ignoro la causa;
    tanto assoggettata a lui che devo già tornare,
    senza attardarmi,
    per aiutarlo a realizzare il suo compito
    di palpitare a tempo e di bastarmi.

  7. antonio sagredo

    Eunice avrebbe fatto la felicità di Saffo! Goethe si sarebbe ucciso come Werther. Majakovskij o Pasternàk sarebbe divenuti folli!. Cvetaeva sarebbe stata la rivale di Saffo! Holderlin non avrebbe cantato più Diotima. ecc; è considerata la più bella poetessa di tutti i tempi.

  8. Eunice oltre a esser (stata) una bella donna è anche poetessa. Lo dimostrano le due composizioni, rimarchevoli per il nitore e la linearità della scrittura. Chi scrive versi ha come lei dice un “destino implacabile” al punto che è sempre poeta: la lettera ai Galati ci suggerisce che ognuno è ciò che è in se stesso e non confrontato ad altri.

  9. Gabriele Gaulli Fratini detto il Baciccio

    La poesia ispanoamericana è sempre stata la mia preferita del Novecento, dunque “incarrellerò” anche questo libro, un tassello del mosaico latino, ma ogni tassello ha la sua importanza. Un saluto.

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