POESIA Emporium. Poemetto di civile indignazione di Marco Onofrio (2008), la “civile indignazione” – Autopresentazione

vita difficile-1961-risi-

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 La notizia risale a qualche tempo fa, ed è stata riportata nei principali quotidiani italiani:

Il livello di corruzione raggiunto dall’Italia nel 2014 è lo stesso di Paesi come il Senegal e lo Swaziland, piccola monarchia del Sud Africa. Nell’area dell’euro, invece, non abbiamo rivali: pur allineandoci sullo stesso piano della Grecia e della Bulgaria, nessun altro Paese fa rilevare un indice di percezione della corruzione superiore al nostro. L’elaborazione è stata realizzata dall’Ufficio studi della CGIA su dati Transparency International, istituto che ogni anno elabora l’indice sulla corruzione in più di 170 paesi del mondo. Le vicende emerse dalle azioni giudiziarie che hanno interessato l’Expo di Milano, il Mose a Venezia e “Mafia Capitale” sono solo alcuni degli episodi che delineano un quadro generale molto preoccupante. Negli ultimi 5 anni, fa notare la CGIA, la situazione si è addirittura aggravata. Sempre secondo la graduatoria stilata da Transparency International, abbiamo peggiorato la nostra collocazione a livello europeo di 6 posizioni. Crisi economica e corruzione procedono di pari passo: ciascuna è causa e conseguenza dell’altra.

Ma le piste di “sputtanamento” che – malgrado i tappi preventivi e le censure – di tanto in tanto hanno modo di emergere, sono con ogni probabilità soltanto le bocche del vulcano su cui poggiano i nostri piedi, assai più profondo e radicato di ciò che riusciamo a immaginare. La “lava” continua ad accumularsi: prima o poi, tutto finirà per esplodere. Da decenni la politica non è più etica di servizio al cittadino: l’hanno trasformata in mestiere di profitto, in prassi di malversazione. Il cittadino è stato abbandonato alla malora del suo antico ruolo di “suddito”. La gente, nauseata, ha finito per distaccarsi dalla cosa pubblica – ed è proprio quanto vogliono i ladroni: che li si lasci agire indisturbati. Non ci si può più riconoscere in uno Stato vessato da decenni di malgoverno, e soprattutto sentirsi rappresentati da una classe politica e dirigenziale arroccatasi in “casta”, priva ormai di qualsiasi credibilità. Ci sono tante realtà parallele al di sotto della facciata mistificante che i politicanti, inutili patetici buffoni, cercano di propalare, con l’unico scopo di garantirsi voti.

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

Molte istituzioni sono coperture ideologiche di giochi sporchi, a vantaggio dei “soliti protetti”. Il potere è come un iceberg: e la punta serve a sventolare il vessillo falso di ciò che la maggior parte occulta, anzi nega. Le massonerie internazionali tirano i fili di innumerevoli sipari: le farse che vi si recitano sembrano commedie regolari, formalmente corrette, con tanto di claque. La meritocrazia viene celebrata apertis verbis dagli stessi maneggioni doppiogiochisti, che in realtà segretamente la osteggiano come quanto di più “pericoloso”: scompiglierebbe le carte segnate, farebbe saltare i trucchi della bisca clandestina, scardinerebbe guarentigie e prelazioni. L’individuo (ogni individuo) – potenzialmente eversivo, per la sua carica di energie sovvertitrici – deve essere disarmato e anestetizzato, reso inoffensivo, confuso da informazioni ambivalenti, destabilizzato da segnali contraddittori. Dobbiamo starcene buoni ad accettar soprusi, e soprattutto a consumare, a indebitarci con le banche, il cervello spento dalle televisioni e lo sguardo ipnotizzato sugli scaffali degli ipermercati. La “realtà” (quale delle tante inafferrabili?) ci disegna attorno un labirinto di matrioske inquietanti: più ci sembra di capire, più la matassa s’ingarbuglia.

È forse oggi più che mai attuale la sfida al labirinto invocata da Italo Calvino all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso? Il saggio è contenuto nella raccolta Una pietra sopra:

Dalla rivoluzione industriale, filosofia letteratura arte hanno avuto un trauma dal quale non si sono ancora riavute. Dopo secoli passati a stabilire le relazioni dell’uomo con se stesso, le cose, i luoghi, il tempo, ecco che tutte le relazioni cambiano: non più cose ma merci, prodotti in serie, le macchine prendono il posto degli animali, la città è un dormitorio annesso all’officina, il tempo è orario, l’uomo un ingranaggio.

E si pensi alla “visita in fabbrica” di Sereni, ne Gli strumenti umani (1965).

Ma beffarda e febbrile tuttavia
ad altro esorta la sirena artigiana.
Insiste che conta più della speranza l’ira
e più dell’ira la chiarezza,
fila per noi proverbi di pazienza
dell’occhiuta pazienza di addentrarsi
a fondo, sempre più a fondo
sin quando il nodo spezzerà di squallore e rigurgito
un grido troppo tempo in noi represso
dal fondo di questi asettici inferni.

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

La propensione agli “asettici inferni” si è man mano accentuata, con l’avvento dell’era post-industriale e dell’economia globalizzata. Siamo schiavi di un mondo tecnicizzato, spersonalizzato, spoetizzato, che ci impone di essere efficienti come automi. Un mondo che brucia tutto in fretta. Che quantifica, misura, monetizza. Che “riduce” il valore della persona, la sua infinita complessità. Che non ha tempo da perdere, perché il tempo è – come noto – denaro. Tutto è misurato sulla base del “principio di prestazione”. Ebbene: la letteratura può raccogliere la sfida a questo “labirinto” che involve l’individuo, senza vie d’uscita, nella confusione babelica del “mare delle cose”? È ancora in grado di testimoniare dell’umano? Di accendere o mantenere accesa la scintilla di luce, dentro ai nostri occhi? È ancora la ragione delle parole il filo d’Arianna per tentare di uscire dal labirinto, per scorgere vie di fuga?

Occorre un’etica umana, laica e trans-culturale, in grado di unire e armonizzare ciò che è diverso. Un ethos planetario, fondato sulla coesistenza e la responsabilità: ognuno, a cominciare dai governanti, dovrebbe pensare e comportarsi come se il bene futuro di tutto il mondo dipendesse da lui, fin dalle minime azioni quotidiane. «La carità comincia a casa propria, e la giustizia dalla porta accanto» notava C. Dickens. Lo scrittore, dal canto suo, è chiamato a sentirsi parte di una società, vincolato al tempo che lo circonda. “Società”, tuttavia, è termine largamente abusato, forse consunto. Osserva il premio Nobel tedesco H. Böll, nelle sue Lezioni francofortesi (1966):

Il sociale vero e proprio si verifica fuori programma, durante la cena, mentre si beve un bicchiere la sera tardi; è lì che si arriva a confidenze sorprendenti, che si fanno e ci si aspettano confessioni: non appena il linguaggio scende dai trampoli della vanità pubblica e si lascia un po’ andare.

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

La verità del linguaggio è inversamente proporzionale al potere. Più potere si dà, più verboso e insignificante diventa il vocabolario. La letteratura, per continuare a manifestare l’uomo, dovrebbe consustanziarsi ad una lingua fidata e familiare. Farci sentire un terreno amico sotto i piedi, che renda ancora pronunciabile la parola “futuro”. Un’estetica della lingua vissuta: chiamare le cose con il loro nome. Una lingua abitabile come premessa a un mondo abitabile. La letteratura, insomma, deve praticare la cura, prendersi cura dell’uomo. Ma per chi scrivere, per chi pubblicare? A chiederlo era Gian Carlo Ferretti sulle pagine di  «Rinascita», nel 1967. Così rispondeva Calvino (di nuovo lui): «per un lettore che ancora non esiste, o un cambiamento nel lettore qual è oggi».

Un libro viene scritto perché possa essere affiancato ad altri libri, perché entri in uno scaffale ipotetico e, entrandovi, in qualche modo lo modifichi, scacci dal loro posto altri volumi o li faccia retrocedere in seconda fila, reclami l’avanzamento in prima fila di certi altri.

E ancora:

La letteratura non è la scuola; deve presupporre un pubblico più colto di quanto non sia lo scrittore; che questo pubblico esista o non importa. Lo scrittore parla a un lettore che ne sa più di lui, si finge un se stesso che ne sa più di quel che lui sa, per parlare a qualcuno che ne sa di più ancora. La letteratura non può che giocare al rialzo.

Oggi non è così. C’è un livellamento in basso sia tra chi scrive sia tra chi legge. Lo scrittore strizza l’occhio al lettore, che gli chiede testi non impegnativi, di facile approccio, disponibili a una fruizione distratta, discontinua, “televisiva”. Si vuole il libro come appendice plastificata e patinata di un mondo effimero, “leggero”, spettacolarizzato.

L’esperienza degli anni Sessanta e Settanta ha dimostrato che la letteratura ha un peso politico modesto, se non nullo: tanto più che si legge sempre meno. Ogni libro è un granello di sabbia in riva al mare. Mi chiedo, tuttavia: non è il granello di sabbia che fa nascere la perla dentro l’ostrica? Quanto può incidere sul mondo? Può, la letteratura, dar vita alla realtà? Può certamente aumentare la consapevolezza, l’arco degli strumenti di conoscenza, di previsione, di immaginazione. Laddove specialmente la si viva come evento esperienziale, come soglia di trasformazione. L’opera letteraria “educa” nei modi suoi propri, nel senso che produce un “accrescimento stilistico”, modificando il nostro modo di guardare alle cose, di abitare il mondo. Ogni opera si collega al destino di ognuno di noi, e vi opera un processo di ri-definizione dei confini, dei materiali, degli obiettivi. È lievito che nutre, impolpa, colora, accende, ispira.

Gian Maria Volontè

Gian Maria Volontè

Il sonno della ragione partorisce mostri; ma è quando i sogni si addormentano che la ragione partorisce i suoi incubi peggiori. Il “politeismo etico” e il “pensiero debole” – i quali, se radicalizzati, finiscono per imporre e riproporre in termini di fondazione autocratica, sotto forma di relativismo “deificato”, quell’Assoluto che d’altra parte si accaniscono a demolire – hanno ulteriormente allargato la già vasta scissura dell’essere che accompagnava, fin dall’epoca barocca, il manifestarsi della modernità. La crisi delle coscienze è oggi devastante. Dove sono le scintille di una luce? Anche i sogni residui si addormentano di noia, per consunzione interna, nell’attesa senza fine di un Godot che non arriva, e non vale più la pena di aspettare! La crisi induce la paura, e la paura si traduce in barriere difensive e paratie. Siamo confusi e diffidenti. È irta di blocchi e recinti, la corrente vitale che ci attraversa e che, in teoria, dovrebbe avvicinarci. Mentre è sempre più impalpabile e fredda, incisa dentro al vuoto di un silenzio sterile, la trama affettiva che vorrebbe/dovrebbe intessere la nostra educazione, sostanziandola di cultura – di sapere e sapore: di sostanza umana. Stiamo evaporando proprio in quanto Uomini, nella nostra più essenziale quiddità. Deprivati, rapinati, devitalizzati. Si sono puntualmente e tristemente verificate, in peggio, le analisi profetiche dei vari “francofortesi”, e di McLuhan, Debord, Perniola, Lyotard, Bauman, etc.

Minimalismo disumanizzato: questo è il trend. I bambini passano ore davanti allo schermo dei computer, dei videogiochi, delle televisioni: come riempitivo, come succedaneo. La TV vuole formare le nuove leve dei consumatori, indurli al bisogno artificiale, allevarli a mo’ di polli in batteria. I cartoni animati che, ad esempio, vengono propinati a getto continuo nei canali tematici dedicati all’infanzia, sono più che altro un pretesto per le raffiche di spot pubblicitari e, quindi, fungono da volano dell’industria dei giocattoli e dei gadgets, acciocché i bambini “mettano in croce” gli adulti per farseli comprare di continuo, sempre nuovi (l’obsolescenza dei prodotti è rapidissima). Quanto scalda questo calore di vita liofilizzato? Quali danni psicologici produce questa adorazione ipnotica del totem elettrico che tutto ci racconta e tutto “crea”? È il Grande Fratello: esiste solo quello che Lui dice. E si “cresce” nell’in-differenza. In un mondo plastificato di simulacri estetici che soprattutto i bambini – privi come sono di adeguati strumenti interpretativi – fagocita all’interno delle sue dinamiche, delle sue logiche spietate, plasmandone lo sguardo, la coscienza, l’educazione in fieri. È questo il traviamento originario.

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

È per questo tramite che passano valori di cartapesta, con esterno patinato o in confezione spray – come aggressività, bullismo, apparenza, potere del denaro e della moda – ben rappresentati dai campioni mediatici dominanti: attori depilati, modelle anoressiche, scalpitanti starlettes, veline, statuine, letterine, pagliacci da reality, grassoni del wrestling, calciatori sciocchi e miliardari, etc. Ne risulta disturbato, quando non compromesso, lo sviluppo cognitivo che viceversa, a quell’età, occorrerebbe di ben altre certezze e chiarezze distintive, indispensabili a sostenere la fluidità complessa e in ultimo aporetica della conoscenza superiore. Gli adolescenti oggi sono apatici per eccesso di stimoli. Lasciano basiti per il cinismo che li domina. Succubi – fin dalla tenera età – di un tempo che non ha tempo, che stritola e consuma tutto in fretta, che si apre per nonnulla e per nessuno. Un mondo che ne incallisce presto lo sguardo, e lo fa scettico, scaltro, indurito: disposto e avvezzo ad ogni cosa. Un mondo da cui apprendono una visione perdente e nichilista della vita come “sventura casuale” da cui uscire quanto prima, e con il minimo danno possibile; e una percezione dell’Altro come pedina utilizzabile, senza remora alcuna, per il proprio interesse – alla stregua di un personaggio da videogame, che se viene eliminato poco importa, tanto ce n’è un altro di riserva.

«Uomo, veni foras», evocava Zavattini ne “La veritaaa!” (1983)… Occorre catalizzare il richiamo dell’Uomo, e tentare di rianimarlo, poiché versa in condizioni pietose – tra gli attori (le comparse) di questa società. È un sistema fatto apposta per rubarci i sogni e spegnerci la luce dentro gli occhi. Ora però dobbiamo lottare per riaccenderli. Persona dopo persona. La scintilla per fortuna è contagiosa.

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

Ecco il senso profondo e l’intenzione autentica del mio Emporium. Poemetto di civile indignazione, che ho pubblicato nel 2008 interpretando lo spirito dei tempi, in anticipo di due anni sul pamphlet di Stéphane Hessel. Un poemetto drammatico e dialogico – a prevalenza di versi endecasillabi – scritto con passione etica e rabbia salvifica, nell’approfondimento conoscitivo e nella vibrante, appassionata rappresentazione di alcuni fra i temi più scottanti del mondo contemporaneo: la supremazia del potere e del profitto (l’emporium, appunto) sul valore; il condizionamento dei media sull’uomo-massa; il lavoro totalizzante e/o precario; la mercificazione del tempo e dell’essere; l’anestesia dei sogni; il consumismo di ennesima generazione; la corruzione etica e politica; l’imbarbarimento culturale e civile; la morte dell’umanesimo, ecc. Sono parole che ho “eruttato” dopo anni di bocconi amari, fulminando dall’interno il mio disagio: come un tuono viscerale, un “grido unanime” da raccogliere e poi riascoltare nei discorsi quotidiani della gente. Il libro, pur pubblicato da una piccola editrice, ha avuto un discreto successo di vendite, esaurendo tre edizioni da 800 copie cadauna. Emporium è stato presentato e letto diverse volte in pubblico, a Roma e altrove. È inoltre andato in scena al “Seminteatro” di Roma, nel novembre-dicembre 2010, per la regia di Antonio Sanna, che lo ha interpretato con Francesco Sechi; spettacolo poi replicato al Liceo “Mamiani” di Roma e al Comune di Albano Laziale (RM). Sotto forma di docu-reading lo ha interpretato Barbara Frascà, al teatro “Petrolini” di Roma e nei centri sociali “Brancaleone” e “Casetta Rossa”. Diverse le recensioni e le riduzioni radiofoniche.

[vedi il trailer: http://vimeo.com/26126265?fb_ref=Default %5D

Si riporta qui di seguito l’invettiva che conclude il poemetto.

Marco Onofrio, Emporium. Poemetto di civile indignazione, Roma, EdiLet, 2008, pp. 84, Euro 10.

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

Politica, che cosa ti sei fatta?
Schifosa pattumiera d’impostura.
Mestiere di potere e di profitto
finalizzato al suo stesso gioco,
non più al bene collettivo.
Dov’è la passione civile
il senso autentico del popolo?
Dov’è l’educazione, la cultura
il rispetto degli altri e di se stessi?
La coscienza etica di un Calamandrei…
Dove sei, uomo, dove sei?
Dov’è la Roma dei tuoi occhi?

Ecco la grassa sguaiata puttana,
la grande Babilonia-meretrice.
Guarda i salotti dell’im-mondanità!
Senti che si dice!
Congreghe di scrittori e fritti misti
che sprizzano potere da ogni poro
i servi più servili del Potere
le mosche immerdicchiate e le zanzare:
intellighentia, società, rappresentanza!
Sessantottini riciclati giornalisti
compromessi finti battaglieri
rampanti dirigenti e imprenditori
commessi galoppini e caudatari
accademici autorevoli baroni
(cipiglio corrucciato ai cazzi amari)
codazzi di assistenti e baciaculi
e cardinali in mutria e pompamagna
imitatori, adepti e paparazzi
registi direttori ed anchormen
topi di fogna e scintillanti sorche
modelle coscialunga accavallate
attente ai letti giusti
e ai tipi convenienti da infilare,
e dappertutto fumo e cocaina.

È stato un grande sbaglio fare il mondo
e soprattutto darlo in mano all’uomo.

È uno spurgo immondo di cloaca:
è il covile nel profondo di una tana.
È la sabbia insanguinata di un’arena
dove ringhiano le belve più feroci
che si aggirano nervose tra le gabbie
aperte, spalancate come fiori
dopo aver sbranato i domatori:
è un pullular di voci, una Babele
un caravanserraglio, un gran bazar.
La giostra di pacchiane meraviglie
girandola umorale
è il gioco da tre carte, è sempre uguale
la prestigitazione che ti fotte
è un battere di banche e società.
New Economy, flusso planetario:
globalizzazione da fast food.
La finanza emancipata dalle imprese.
I soldi virtuali e immaginari
(ma i debiti li paga il cittadino).
Leviatano mastodontico e spettrale
la collusione occulta dei poteri:
onorevoli burocrati ministri
governanti magistrati finanzieri:
fiumi carsici di soldi riciclati
e paradisi esteri del fisco:
falso in bilancio, cronica evasione
estorsione, truffa, peculato.
È la fiera campionaria del reato.
È il sofà di tutti i vizi.
È degrado permanente, è corruzione.
È una lotta senza tregua né quartiere
per il controllo occulto dei servizi:
è il mercato dell’informazione.

Ahi, la pieta inconsolabile del giusto
che muore nel servaggio tristo e reo!

La classe operaia va in paradiso Gian Maria Volontè

La classe operaia va in paradiso una scena con Mariangela Melato

Liberismo incontrollabile e selvaggio:
la potenza galoppante del denaro
senza freni, senza correttivi
dove vince, immancabilmente
colui che più ne ha
da spendere, da monetizzare
e già per questo sa, può immaginare
con ragionevoli criteri predittivi
che sempre più ne andrà
ad accumulare,
perché schiaccia dall’interno il concorrente
chi parte da migliori condizioni
chi detiene il ca-pitale di papà
e fa del suo mercato un monopolio
a scapito del bene immateriale
sotto l’occhio del politico ammiccante
che poi ci mangia sopra, ne divide
confidando in un Paese aumma aumma
tra gli errori e le vacanze di una legge
dove ognuno ha il suo interesse di omertà.

Marco Onofrio Emporium copertina

È il classismo e il nepotismo delle logge
sono i muri invalicabili di gomma
il “dimmi chi ti manda, non chi sei”
da cui le camarille, le consorterie
i privilegi ereditari della casta
e la rabbia conseguente di chi urla
“Adesso basta”
con gli imboscati, con i raccomandati
gli incapaci figli d’arte che per forza
devono arrivare
scavalcando chi, pur bravo,
è carne da concorso, è da trombare.
Basta coi consigli degli “amici”
i deterrenti avvisi dei mafiosi
i favori interessati
e gli scambi delle cortesie.
Basta coi Ponzi Pilati
che a vicenda si lavano le mani
per uscirne più puliti che si possa
mentre scavano la fossa
dove insabbiar le prove
e i testimoni
prima dell’inutile irruzione
della polizia
prima che il diluvio ci travolga
tutti, e ci porti via.

È la finzione, è la mistificazione.

Dare a vedere di impegnarsi
senza farlo troppo sul serio.
La faccia ben compunta ed atteggiata
senza aderire mai completamente
a quello che tu sembri o che tu sei.
Volare bassi: braccia in superficie.
Agili, fluidi, disponibili.
“Mica ci crederai davvero,
a quel che dici?
Mica sarai scemo?”
Guardare senza vedere,
pensare senza riflettere,
parlare senza dire.
Politicamente corretti.
Inappuntabili, almeno all’apparenza.
Bella presenza, predisposizione
ai pubblici rapporti alle persone.
Brillanti, splendidi, ironisti.
Schiavi delle strutture
che noi stessi siamo a costruire
della prigione con le chiavi in mano:
a cercarle, a invocarle, a desiderarle.
E in ogni caso: come eludere
la guardia di noi stessi
se noi stessi siamo i carcerieri?
Come osare uscire dalla fila,
che ci fa stare in piedi e tiene uniti?
Alzati e cammina, Münchhausen,
se ancora ce la fai.

Ma ecco dunque che cos’è,
adesso vedo: nient’altro
che una lunga fila senza fine
verso una grassa rugosa megera
la cassiera di tutte le cassiere
col viso ebete e gli occhi spiritati.
La quale, dopo aver
scrupolosamente digitato la tastiera
(ma spesso non ci azzecca)
che batte senza posa alla sua cassa
il conto apocalittico e totale
(e qui di nuovo scroscio di zecchini
sopra un grande mare)
ci porge infine a turno
come un lecca-lecca a dei bambini
uno dopo l’altro, inesorabilmente
il sacchetto di polvere che siamo.

Marco Onofrio legge emporium

Marco Onofrio legge emporium

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (2002), Autologia (2005), D’istruzioni (2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013). Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito finora 30 riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in centinaia di presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri.  Ha scritto pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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62 commenti

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62 risposte a “POESIA Emporium. Poemetto di civile indignazione di Marco Onofrio (2008), la “civile indignazione” – Autopresentazione

  1. caro Marco,
    la tua è una poesia politica, direi politicizzata, tende per sua natura al cambiamento dello status quo, tende verso il presente e il futuro, vuole scuotere chi si è addormentato, vuole suscitare furori, ribellione, dissenso, è una poesia che proclama, che grida e gesticola e indica i colpevoli, li chiama per nome, li vuole esorcizzare e condannare, li vuole coperti di pubblico abominio e discredito. È una poesia che ci vuole convincere ad agire. E torniamo al solito problema: la tua è una poesia che vuole cambiare il mondo, e lo fa gettando un sasso nello stagno. E qui torniamo a Transtromer. È la tua poesia o quella di Transtromer o di Neruda (da alcuno è stata chiamata in causa) idonea a cambiare il mondo? E il mondo crediamo che sia così sciocco da cambiare solo perché a dirlo è una poesia? – Tra l’altro i versi da te citati di Vittorio Sereni mi risultano tra i più prevedibili…

    • Ambra Simeone

      Caro Giorgio,

      una poesia può cambiare il mondo come può farlo un’idea? Un’idea può ritenersi o meno adatta a cambiare il mondo come una poesia?
      La tua è una domanda senza risposta!

    • marconofrio1971

      Caro Giorgio, che vuol dire “tra l’altro”? Quale sottotesto implica il tuo sottile modificatore verbale? Vorresti far capire, strizzando l’occhio ai lettori, che consideri il post banale, scontato, inutile? E allora perché lo hai pubblicato? I versi di Sereni non sono “prevedibili”, ma – direi – chirurgici nel trafiggere il problema che stavo argomentando. E perché definire prevedibili i versi di Sereni e non il citatissimo Calvino della “sfida al labirinto”? …
      Ovviamente NESSUNA POESIA E’ IDONEA A CAMBIARE IL MONDO!!! – mi meraviglio già che tu possa chiederlo, sia pure in forma ironica o provocatoria. Al mondo che conta [banche, holding finanziarie, politici, mafie, narcotrafficanti, industrie militari, etc,] non interessa una beata minchia della poesia. Ma ai poeti non interessa nulla che agli altri non interessi. Il poeta DEVE dire quelle cose: altrimenti crepa. La poesia può scuotere le coscienze e ispirare nuove visioni critiche.
      Cito dal mio stesso post: “L’esperienza degli anni Sessanta e Settanta ha dimostrato che la letteratura ha un peso politico modesto, se non nullo: tanto più che si legge sempre meno. Ogni libro è un granello di sabbia in riva al mare. Mi chiedo, tuttavia: non è il granello di sabbia che fa nascere la perla dentro l’ostrica? Quanto può incidere sul mondo? Può, la letteratura, dar vita alla realtà? Può certamente aumentare la consapevolezza, l’arco degli strumenti di conoscenza, di previsione, di immaginazione. Laddove specialmente la si viva come evento esperienziale, come soglia di trasformazione. L’opera letteraria “educa” nei modi suoi propri, nel senso che produce un “accrescimento stilistico”, modificando il nostro modo di guardare alle cose, di abitare il mondo. Ogni opera si collega al destino di ognuno di noi, e vi opera un processo di ri-definizione dei confini, dei materiali, degli obiettivi. È lievito che nutre, impolpa, colora, accende, ispira”.
      Anche tu scrivi, in una risposta ad Ambra Simeone: “sono state sempre le idee a cambiare il mondo, ogni grande rivoluzione è stata preceduta da una rivoluzione delle idee”. Dunque?

      • Gentile Marco,
        apprezzo molto sia il tuo post sia questa esauriente spiegazione del tuo dire. Stavo per trascrivere una risposta di Giorgio ad Ambra sull’argomento ma l’hai già fatto tu. Repetita iuvant:
        “sono state sempre le idee a cambiare il mondo, ogni grande rivoluzione è stata preceduta da una rivoluzione delle idee”.
        Giorgina

      • Ambra Simeone

        Giusto Marco concordo!

        • marconofrio1971

          Fra l’altro, noto soltanto ora che Giorgio ha archiviato il post con l’insolito tag “poesia debole”… Ma che categoria è?! Unica in tutta la storia del blog! Forse voleva dire “poesia del pensiero debole”… ma la scrittura di Emporium è tutt’altro che minimalista… Forse voleva dire “poesia scritta in epoca di pensiero debole”? … O forse ci troviamo dinanzi al classico lapsus? “Poesia debole” nel senso di: poesia mediocre? 🙂

  2. pagate un po’ meglio le vostre puttane,
    sbranatene a baci il fiero make-up
    nemico giurato della camicia bianca,
    sventurati che non avete cura
    dei vostri figli migliori, ma coccolate
    nutrite al meglio la peggior feccia
    in realtà milano è solo mal di pancia
    capitale di binari morti,
    morale dalla vita in giù,
    dai baldi commercialisti tutti intenti
    a fare prima l’inganno, la norma poi,
    dove eravate voi sindacalisti mafiosi,
    augurare buon lavoro è maledirvi,
    fate vuoto di scambio
    nei cortei allestiti coi pensionati
    vostri ultimi clienti, morirete tutti
    assieme alle chiese in cancrena,
    dove l’unico normale è santo
    gli altri già morti nella spazzatura
    assieme ai loro cani incappottati,
    in tutto il bel paese unico petrolio
    franare con le idee più stupide
    case pound del profitto da cui
    nemmeno una mozzarella si salverà,
    impiegate con dieci lauree
    solo per diffondere, mezzo euro all’ora
    il cinguettio dell’uomo forte,

  3. “Produci … consuma … crepa.” Così recitano alcuni versi di una canzone dei CCCP di circa 30 anni fa.
    Bravo, un bel post.

  4. caro Marco,

    quel “tra “l’altro” non intendeva essere ironico ma edittale nel senso che io proprio non riesco a sopportare la poesia di Sereni, quella che tu hai citato mi suona inverosimile, troppo voluta, troppo pronunciata, intimamente contraddittoria con il fatto che Sereni prendeva un salario proprio da quel capitalismo che lui esecrava a livello etico. Eh, no. Troppo comodo esecrare a livello etico e accettare un salario dal proprio datore di lavoro capitalistico. E’ qui che nasce la falsa coscienza e la falsa poesia. Tu l’hai detto con parole convincenti:

    «La verità del linguaggio è inversamente proporzionale al potere. Più potere si dà, più verboso e insignificante diventa il vocabolario. La letteratura, per continuare a manifestare l’uomo, dovrebbe consustanziarsi ad una lingua fidata e familiare. Farci sentire un terreno amico sotto i piedi, che renda ancora pronunciabile la parola “futuro”. Un’estetica della lingua vissuta: chiamare le cose con il loro nome. Una lingua abitabile come premessa a un mondo abitabile».

    La contraddizione non è del solo Sereni, ma di tutti quei poeti che assumono il punto etico e vogliono tradurlo in poesia. Essi vogliono stiracchiare la poesia, vogliono farle assumere un compito didattico, esecutivo…
    Tu l’hai detto molto bene: Tanto più si abita ai piani alti del Potere quanto più basso sarà il livello della poesia. E tanto più si vuole piacere a tutti quanto più non si piacerà a nessuno. La poesia scappa via spaventata quando chi parla non abita la «verità del linguaggio».
    Ma è anche vero il contrario: che non si dà un mondo abitabile in poesia se quel mondo non è abitabile.

    • marconofrio1971

      Caro Giorgio,
      io in Emporium assumo indirettamente il “punto etico”, come lo chiami tu, senza fargli assumere un compito “didattico, esecutivo”, senza insomma ricorrere ad alcuna forma di precettistica. I miei versi sono nati sotto forma di esplosione viscerale (ero e sono tuttora molto incazzato per come vanno le cose), in particolare nell’invettiva riportata alla fine del post.
      In altre parti del poemetto, come sai bene, si ragiona sul perché e sul percome, analizzando anche i possibili “che fare?”
      Non volevo stiracchiare la poesia, piegandola a compiti esterni e strumentali. Né mi piace piacere a tutti, anzi! Inoltre, a differenza di Sereni, io sono disoccupato e libero: nessun sistema capitalistico e/o politico mi assicura la pappa-ricompensa per la catena al collo! Se ho citato Sereni è per ragioni storiche, quei versi de “Gli strumenti umani” entravano in risonanza con le riflessioni argomentate nell’autopresentazione…

    • Avrebbe forse dovuto lavorare gratis Vittorio Sereni, prima come insegnante, poi come addetto-stampa della Pirelli, poi come direttore letterario della Mondadori, infine come primo (cronologicamente) direttore dei “Meridiani” Mondadori? Svolgeva il suo lavoro non da operaio ma da “colletto bianco”, come si diceva un tempo. Aveva comunque tutti i diritti di denunciare le storture del capitalismo in cui si sentiva imprigionato.
      Io, comunque, preferisco mille volte le sue prime poesie raccolte in “Frontiera” (1941).
      Giorgina BG

  5. caro Marco,

    lo sai che ho una certa idiosincrasia con la poesia di Sereni (è un mio limite, forse), un autore molto sovra stimato a mio avviso. Ho corretto la dizione del tag da “poesia debole” a “poesia del pensiero debole”, intendendo, ovviamente, non la poesia di Emporium ma quella del minimalismo.

    Quanto al legittimo rilievo posto da Giorgina Busca Gernetti, io rispondo: sì, avrebbe dovuto rifiutare di stare alla Mondadori e avrebbe evitato di essere un poeta di palazzo e fare una poesia innocua, cioè di palazzo, che sa di letteratura. E infatti la sua poesia col tempo diventerà sempre più innocua, letteraria, istituzionale. Sai, il salario del Capitale non fa bene alla poesia, potrà far bene alle tasche del poeta ma non alla poesia. Questo comunque è il mio pensiero.

    • A Giorgio Linguaglossa.
      Giusto, secondo te. Però, chiedo io, che lavoro avrebbe dovuto svolgere vittorio Sereni una volta tornato dalla prigionia? Fu insegnante di Lettere per un certo periodo. Avrebbe dovuto continuare con questa professione per poter denunciare le storture del capitalismo? Gli insegnanti delle scuole pubbliche sono pagati (poco) dallo Stato, ma comunque pagati (non “salario” ma “stipendio”). Possono denunciare etc. senza essere bollati di “poeti di palazzo”? Un poeta deve essere necessariamente un operaio per poter scrivere poesie di denuncia del capitalismo?
      Giorgina

      • Concordo in pieno con la prof.ssa Busca Gernetti e sottoscrivo “Un poeta deve essere necessariamente un operaio per poter scrivere poesie di denuncia del capitalismo?” Se riflettiamo sul fatto che tutte le imprese economiche (private e pubbliche, dato che il pubblico al 100% non esiste quasi più) si basano sul sistema capitalistico (e lascio fuori qui l’ideologia per guardare allo stretto meccanismo economico) nessun poeta, come nessuno in generale, dovrebbe fare opera di denuncia….La questione, a mio parere, dipende sempre dalla posizione individuale di chi denuncia: dalla sua onestà, dalla sua coerenza.

  6. antonio sagredo

    La poesia di neruda cambia il mondo? E come? In peggio!!!

    Scrive Ripellino nel suo Corso su Mandel’stam del 1974-75:
    ” Quanto alla Triolet (sorella di lilja Brik – la donna di Majakovskij) – morta recentemente, 1896-1970, questa è odiata da tutte le vedove degli scrittori sovietici, così come tanti altri scrittori che andavano in Russia, come: Louis Aragon, Pablo Neruda, George Amado, che trovavano sempre grandi accoglienze, benessere, cuccagna, mentre gli altri naturalmente soffrivano.
    èvenivano uccisi, torturati, gulag e altro!]
    In quei giorni, Gorodeckij (poeta, uno dei primi acmeisti; fu l’unico ad avere vita facile e si comportò miserabilmente) attaccò l’Achmatova perché era una protettrice di Mandel’štam, ed era passata alla controrivoluzione, ma nel 1934 questa era un’accusa non da poco”.,
    >>>>>Tenere presente questi poeti sudamericani per il futuro!

  7. cara Giorgina,

    accetto la provocazione: guarda che fine hanno fatto e fanno i poeti che sono stati e stanno alla Mondadori: scrivono ricette letterariamente impeccabili, scaltrite, professionali, ineccepibili, che rientrano nell’ordine già stabilito delle scritture letterarie che sanno di letteratura; guarda che cosa scrivono i vari Magrelli e Aldo Nove, scrivono una letteratura di servizio, imbonitoria, colluttoria quand’anche si travestano di anti-poesia o di fraseologie spurie. Basta osservare i loro scritti: trasudano brillantina di servizio, baldanzosa gazosa piena di bollicine. Sì, penso in questo alla Antonio Sagredo, dovrebbero starsene lontani dal Palazzo, gli farebbe bene, quantomeno farebbe bene alla loro scrittura, se non alle loro tasche. Purtroppo c’è un prezzo da pagare, non si possono avere le tasche piene di banconote e le pagine piene di buona poesia, delle due l’una. E questo lo dico con la massima chiarezza. O si sta disoccupati come fa Marco Onofrio, oppure si fa come ho fatto io che sono andato a fare il direttore di carcere e non mi sono mai occupato del Palazzo e delle questioni attinenti la scrittura letteraria dei condomini del Palazzo. Insomma, quando si sale su un autobus bisogna anche pagare il biglietto. E quando si sale sulla Mercedes del Palazzo, la poesia scappa via impaurita…

    Per Marco Onofrio, dimenticavo di dire che per «poesia debole» intendevo la poesia del minimalismo.

    • La mia non voleva essere una provocazione. Hai gettato il guanto di sfida e io lo raccolgo.
      Ci sono anni luce tra Vittorio Sereni e Aldo Nove, con buona pace del suo professore di lettere a Varese. Intendo come poeti, non come tasche più o meno piene.
      Vittorio Sereni vedeva e denunciava le catene del capitalismo osservandole dal suo ufficio così come Elio Petri, regista del film con cui hai illustrato il post di Marco Onofrio, le rappresentava stando dietro la macchina da presa, entrambi non alla catena di montaggio come Lulù.
      Quale colpa la loro, se non avere le mani pulite, cioè non sporche di nero o unte del grasso della macchine?
      Le critiche, ieri e oggi, non sono mancate, ma entrambi hanno scritto e filmato ciò che sentivano loro dovere denunciare.
      E Aldo Nove? E tutti gli altri della Mondadori? Nulla di simile.
      La Mercedes è ormai un luogo comune. Meglio la BMW: è più fine.
      Giorgina.

  8. Cara Giorgina,

    è ovvio che tra Vittorio Sereni e Aldo Nove c’è una differenza abissale, Sereni resterà nella storia della poesia del Novecento italiano come poeta di secondo piano mentre Aldo Nove transiterà nel dimenticatoio non appena la gran cassa di Einaudi non gli farà più da accompagnamento. Non metto in dubbio che Sereni abbia saputo mantenere una certa dignità e indipendenza rispetto al suo datore di lavoro, però il salario quello no, non è vero che non olet, invece puzza, e l’odore sgradevole lo si sente ogni qual volta Sereni tenta di lanciarsi strali in resta in critiche del capitalismo, e la sua poesia ne è risultata indebolita. Questo, certo, è il mio parere personale, ma è anche quello che pensavano i Fortini e i Pasolini della sua poesia. Il primo lo disse chiaramente, il secondo in modo più recondito e prudente. Insomma, come si spiega che la più grande poetessa degli anni Settanta si chiama Helle Busacca (con i “Quanti del suicidio” del 1972); se si leggono le sue poesie non si avverte certo il profumo delle banconote della Zecca… Però, la nemesi della Storia l’ha messa in un cantuccio, tanto fa venire anche oggi l’orticaria ai professori delle istituzioni letterarie e a tutti gli impiegati della letteratura…

    • Caro Giorgio,
      rispondo solo oggi per l’impossibilità di farlo subito ieri sera.
      La Nemesi storica avrebbe dovuto punire i “mondadoriani” di ieri e di oggi, non Helle Busacca le cui mani non profumavano di banconote anch’esse mondadoriane.
      Io continuo ad apprezzare Vittorio Sereni ma, come ho già scritto ieri, per “Frontiera” (1941) e un po’ meno per “Diario di Algeria” (1947). Le opere successive non mi piacevano prima e non mi piacciono oggi per ragioni esclusivamente letterarie.
      Cordialità
      Giorgina

  9. La poesia civile o politica è la più difficile da realizzare in quanto si può spesso cadere nella retorica o nell’invettiva: a quest’ultima tipologia si avvicina il poemetto di Onofrio. I seguenti due versi sono significativi: “È stato un grande sbaglio fare il mondo | e soprattutto darlo in mano all’uomo”. Ma se l’autore non ha fiducia nel genere umano, a chi si rivolgono le sue poesie? Agli alieni? Probabilmente io sono uno di questi.

    • marconofrio1971

      Gentile Luciano,
      lei dice “il poemetto di Onofrio”; sarebbe meglio dire: per quanto attiene il brano del poemetto riportato. Il testo che lei acquisisce come letto per intero è in realtà molto più articolato e sfaccettato del brano riportato nel blog. E’ un volume di 84 pagine, e il testo poetico si sviluppa per oltre 50 pagine. Se lei leggesse tutto il poemetto, si renderebbe conto che c’è, c’è eccome, la disperata opzione di “fiducia nel genere umano”, malgrado i furori dell’invettiva. La “retorica” configura una gestione sapiente e populistica – melodrammatica, cioè inautentica – degli effetti, per ottenere certe reazioni e strappare l’applauso. Lei percepisce una “posa” nei miei versi? Le assicuro che, invece, sono scritti nella carne, da una condizione di straziante sincerità.

    • Al prof. Luciano Nanni
      L’invettiva non è riprovevole quando nasce dall’indignazione. Quante invettive nella “Divina Commedia”! Compaiono anche in alcune canzoni del grande Francesco Petrarca.
      Non vorrei essere fraintesa: non sto ponendo sullo stesso piano Dante, Petrarca e Marco Onofrio, sia ben chiaro.
      A ciascuno il suo.
      Giorgina Busca Gernetti

  10. gabriele fratini

    Indignazione e musicalità. Molto bella. Un saluto.

  11. Il Potere – pubblico e privato – ha sempre sfruttato l’individuo con vessazioni e ricatti . A fronte di questo – per essere coerente con la sua etica e la sua morale – il poeta inserito nel Sistema perché deve pur vivere , dovrebbe votarsi all’eremitaggio ( lui e famiglia se ne ha ) , soluzione ascetica difficilmente configurabile . Quello che si può chiedergli – che si può pretendere – è che scriva almeno una volta nella vita una poesia che faccia il contropelo al Sistema e si faccia Storia nella sua storia di Persona . Il suo esistere sarà resistenza ad oltranza , attiva , dei comportamenti , dell’esempio , di quel quid esperito dai versi di una vita che non sono fumo ma pratica pagata di persona .

  12. All’Italia degli onesti, indignata dalle nefandezze della corruzione di criminali d’ogni strato sociale e professione, non occorre pubblicazioni d’inchieste sui quotidiani, non occorre lamentarsi, non occorre scrivere versi alla bruttura mafiosa ormai quasi legale, etc. etc., non le occorre politici ai quali apostrofarli disonesti è un complimento, non le occorre giudici che evitano la galera ai mercenary potenti e in conseguenza a se stessi––le occorre giustizieri rivoluzionari che facciano tabula rasa. Forse allora. . .

  13. antonio sagredo

    e la Chiesa? della Chiesa sappiamo tutto fin dalla sua fondazione… è una metastasi senza fine e il corpo per questo non muore<1

  14. e la Chiesa? intoccabile. La pietra crolla, non la fede. I credenti
    diventerebbero terroristi. La Chiesa rimarrà la corrotta industria della fede
    da non toccare. Le occorre un Papa rivoluzionario, un folle san Francesco
    al potere non ci sarà mai.

  15. Valerio Gaio Pedini

    io credo che la debolezza del poema sia più nel referente del popolo, nel suo cercare di svegliarlo, quando dovrebbe mandarlo semplicemente affanculo, poiché sono servi volontari e godono nel loro masochismo. La poesia è linguaggio, non è detto che sia linguaggio umano. Come ho detto più volte di Baaria, l’unico attore che ricordo è la mosca. I restanti sono degli incapaci imbecilli messi a fare quattro battute alla cazzo.

    • marconofrio1971

      Gentile Valerio,
      anche tu – come Luciano Nanni – parli del “poema” avendone letto “pochi versi”, quelli proposti nel blog. Perché estendere la parte al tutto? Che ne sai se il popolo, in altri luoghi del testo, non viene mandato “affanculo”? In realtà ci sono diverse invettive rivolte anche contro l’atteggiamento da pecore che permette ai regnanti di spadroneggiare…

      • Valerio Gaio Pedini

        quando dico mandare affanculo, intendo trattarli come vanno trattati. lasciarli nella loro ignoranza. Che si uccidano da loro. però capisco la tua necessità di parlarne. errore che faccio anch’io. ma non ne parlo politicamente.

  16. Rileggendo la parte finale di Emporium in questa sede, rimango stupefatta dalla sua attualità, a distanza di sette anni dall’ edizione originaria. La prima volta che l’ho letto sono rimasta folgorata dalla sua potenza. Mi colpirono molti aspetti, dimensioni e contenuti. Ma un brano, in particolare, mi fece ‘sussultare’ (Marco lo sa, perché glielo dissi..): era la descrizione di una scena che io avevo realmente vissuto durante un’esperienza professionale per me molto pesante. Come se l’autore fosse stato accanto a me, spettatore invisibile, in quell’occasione. E i sentimenti che raccontava erano i miei. Solo per dire che ‘è cosa bella e buona’ quando l’arte si fa tutt’uno con un profondo ‘sentire sociale’. Bello, lucido e di ampio respiro il post. Potrei scriverci parecchio, anche perché apre molte porte alla mia adorata antropologia…. 🙂

  17. Le pecore, care gentili creature, sono estereffatte dell’accostamento agli uomi cretini. Ripeto, soltanto uomini cretini o cretinamente furbi permettono “ai regnanti di spadroneggiare. . .”.

    Nonostante la mia stima e la mia ammirazione per il reportage e per l’intelligenza creativa di Marco Onofrio, i vari commenti, quelli sul poemetto li reputo da non critico vagamente vaghi, e quelli sul soggetto, abituali indegnazioni svalorizzate dalla genetica fifa di compromettersi.

    Per me ci sono due scelte: il generale “affanculo” etc. del caro giovane amico Valerio Gaio, simile alla mia indifferenza micidiale che a volte assumo, oppure i “giustizieri rivoluzionari. . .”.

    • marconofrio1971

      Gentile De Palchi, può spiegare meglio cosa intende con “(i commenti) sul soggetto, abituali indegnazioni svalorizzate dalla genetica fifa di compromettersi”?

    • Valerio Gaio Pedini

      Alfredo, in effetti non capisco mai perché si debbano offendere le pecore! XD Ma capisco che le pecore venendo paragonati agli uomini si offendono.
      Comunque io ho in progetto di fare un libercolo Profezie di Rasputin che va già a colpire nel fondo della questione. Ai primordi. Idea complessa. Del resto, Marco, devi divertirti di più con le immagini e devi dolerti di più. Sei troppo poco masochista. Se no rischi di cadere nel moralismo. E scusami,tu sei un poeta capace. Fare morale è rischioso, si diventa retorici. Però è pur vero che sei coerente. Ma il problema sta proprio nel fulcro. La stupidità umana.

      • marconofrio1971

        Valerio, quanto hai letto dei miei libri e quanto puoi dire di conoscermi per azzardare qualunque tipo di “tu sei” («sei troppo poco masochista»)? Hai letto i miei racconti visionari? Hai saggiato la follia espressionistica del mio romanzo “Senza cuore”? Hai letto la mia tragicommedia grottesca “La dominante”? Conosci i miei libri inediti? Evitiamo per favore le generalizzazioni, io con te non ne ho mai fatte.
        “Emporium” non fa la morale e la retorica a nessuno, nel senso strumentale del termine: è un’opera problematica (pensata e scritta per il teatro, dove è andata in scena riscuotendo consensi) che vuole sollevare – con rabbia salvifica e furibonda indignazione – una questione “etica” al nucleo del mondo contemporaneo. Qual è insomma, secondo voi, l’atteggiamento “giusto” da tenere? Se uno scava nella carne viva viene tacciato di moralismo ingenuo; se fa lo snob distaccato gli dite che non entra nel merito… Se manda affanculo il mondo non va bene, se tenta di dialogarci non va bene lo stesso… Se parla di cose che tutti pensano e percepiscono è banale; se tace ha fifa di compromettersi…

        • … se si sporge un filino gli staccano la testa

        • Ambra Simeone

          Marco “qualunque cosa fai, tu sempre pietre in faccia prenderai…” 😀 canzonetta simpatica a parte, se uno prova a fare quello in cui crede non sarebbe male!

          • marconofrio1971

            Ambra, non faccio altro nella mia vita se non “provare a fare quello in cui credo” 🙂 la mia era ovviamente un’esca provocatoria per far capire che ho capito, che è evidente – da certi commenti – quella “strana voglia” di contraddire a tutti i costi, qualunque sia la posizione di partenza dell’interlocutore…

            • Ambra Simeone

              lo so Marco, perciò ho fatto cenno alla canzonetta… ci sarà da contraddire anche su questa vedrai! 🙂

            • Valerio Gaio Pedini

              mai l’ho fatto. Ho detto un mio pensiero su questi versi. Crepi la repubblica e la democrazia. Crepino gli uomini che ne cianciano ancora. E che cazzo! E’ il classico Bene che lo augura. Non ho parlato male di quel poco che ho letto. Ho ammesso le mie perplessità su un tema morto, come è morta la civiltà!
              Ambra:prendo molte più pietre in faccia io di Marco, senza contare che sono io unico e indiscusso e indiscutibile e supremo attore dei miei VERSI! Se gli altri li recitassero per me, farebbero solo cazzate!

  18. Giuseppina Di Leo

    L’indignazione e la denuncia possono scaturire solo da persone ‘libere’ dai giochi di potere, per questo ha valore farlo, come hanno senso questi versi di Marco Onofrio. Poi, naturalmente (assurdo, ma è così), chi denuncia ne paga… le conseguenze.

    • marconofrio1971

      Infatti, cara Giuseppina, io sono libero da giochi di potere, perché anzitutto allergico al potere e a tutti i suoi adoratori. Ne pago orgogliosamente le conseguenze, sì, e sono felice del poco che ottengo senza leccare nessuno. La libertà è tremenda ma bellissima…

      • Giuseppina Di Leo

        Sono d’accordo con te caro Marco nel dire che “La libertà è tremenda ma bellissima…”, la dignità ha il suo valore.

        “Pietre” ci sta benissimo in questo contesto cara Ambra.

  19. Ambra Simeone

    In generale trovo molto snobbistico e inutile mandare affanculo il lettore!
    Se proprio dobbiamo dividere l’umanità in pecore e giustizieri rivoluzionari (e anche questa sembra una grossa generalizzazione) preferirei i secondi.
    Poi mi ricordo che esistono infiniti modi per reagire e rispondere e comunicare! Un poeta che comunichi indifferenza o incomunicabilità o vaffanculismo mi fa ridere… però ognuno sceglie le sue strategie! 🙂

    • marconofrio1971

      D’accordo con Ambra. Che senso ha scrivere SOLO per dire al lettore: “vaffanculo, ti disprezzo perché ti fai mettere i piedi addosso dalla vita”? Oppure: “neanche ti considero perché mi fai schifo…” Sarebbe oltretutto infantile e parecchio banale, lo sputo in faccia al fruitore dell’opera è cosa super datata…

      • Concordo con Ambra Simeone e con Marco. Non condivido le posizioni dei poeti che assumono un atteggiamento di indifferenza o ‘menefreghismo’ o, peggio, ‘vaffa…..smo’. Non ha senso, non ha utilità, se non, ovviamente, in quanto scelta personale. Non pretendo affatto di dire cosa un poeta ‘dovrebbe’ o ‘non dovrebbe’ fare o scegliere. Ma mi sembra sia solo espressione di senso di superiorità. Inoltre direi che parlare di ‘popolo’ in modo generalizzato sia fuorviante e non corretto da un punto di vista teorico. Si torna all’idea ottocentesca di un soggetto indifferenziato, anonimo, pensato come oggetto passivo di azioni e di cultura. Idea smentita in toto dalla contemporaneità.

        • Valerio Gaio Pedini

          la poesia è inutile. Se volete essere utili, fate i fruttivendoli!

          • Valerio Gaio Pedini

            una contemporaneità di cretini, per l’appunto! la poesia non fa politica.

            • Valerio Gaio Pedini

              i l lettore è futuro, postumo. Ce lo diceva già Mandel’stam. Lascio la mia poesia al futuro. che ne facciano quello che vogliono. Eppure pur rivolgendosi ad un lettore, un lettore imbecille mai potrebbe comprendere un solo verso di Mandel’stam.Nemmeno il più semplice e puerile. Tu ti rivolgi a chi non legge e non ha mai letta poesia alcuna. E non usi come facevano i grandi poeti la mediazione della cultura popolare, ma gli dici che la politica è fatta da cialtroni (da marziale che lo diciamo), ma gli dici insomma ciò che vogliono sentire, anche che sono stupidi. Invece il lettore deve indignarsi, fermarsi, pensare, adirarsi con sé e con gli altri. Deve sbattere la testa contro il muro. Non perché ci sia esseri truffaldini, ma perché tutto il progresso che si millanta nei secoli dei secoli l’ha portato a snaturarsi, ma non a perdersi, non a dimenticarsi. Sempre affossato in questo io dell’apparenza. Un massa senza origini. Gente che pensa che gli italiani siano un unico popolo, quando forse dovrebbero leggere dei libri di storia, per capire che se ci sono napoletani scuri e chiari è per la discendenza. Eppure difficile che la gente ci pensi. Si parla di musulmani, ma gli arabi dominarono l’italia del sud per decenni. si parla di extracomunitari, quando in italia nessuno è comunitario. Gli unici forse comunitari sono i sardi. quasi mai toccati. Eppure le peripezie sono accadute. Di’ al popolo la storia che ha, non ciò che deve fare. Dagli una coscienza e poi pensa alla rivoluzione, che in termini storici è sempre stata una reazione. Quando un poveraccio, senza la mente che lo guidi (che sia anche lui un poveraccio, ma con acume) farà una rivoluzione, io mi potrò dire sconfitto. Per ora c’è sempre stato la figura trascinante e altri che, reazionari, la seguivano.

              • Valerio Gaio Pedini

                e soprattutto, basta con la metafora delle pecore. Lasciatele belare in santa pace. Per il resto Marco, senza rancore. Io il tuo lavoro lo apprezzo e ben venga che tu ti esprima

                • Valerio Gaio Pedini

                  aggiungo una poesia di protesta estrema dell’amico e ideatore e teorizzatore (con me e Francesco Filipponi) del furioso stil novo BSA, che si muove caparbiamente in un tema complessissimo che ho tracciato nel mio commento critico a due suoi testi (molto superiori a quelli che ha proposto qui).
                  Tutto è falso.

                  Il flusso del traffico

                  Segue fedele l’incedere dei semafori.

                  Successivo ad esso il sibilo

                  Giunge del soffio intermittente e torto

                  Del Vento.

                  Il Vento dovrebbe essere libero di

                  sancire il suo proprio Destino

              • marconofrio1971

                Ripeto ancora una volta, Valerio: dovresti leggere tutto il poemetto, non inferire conclusioni da una piccola parte! Capiresti finalmente che c’è una tale quantità di discorsi interconnessi (rivolti non al “popolo incolto” ma a tutti gli uomini dotati di coscienza, in Italia e altrove) che è molto riduttivo estrarre dalla matassa un filo soltanto. Il “fulcro etico” cui accennavo guida lo sguardo ad analizzare il Potere come struttura metastorica, e l’eterno sfruttamento delle risorse creative dell’individuo, e le storture sociali di ora e di sempre, quindi anche il “progresso millantato” da secoli, etc. Tutto questo non è detto in termini dichiarativi/predicativi, come da una tribuna, ma è incarnato in una drammatizzazione dialogica: ad esempio tra il datore di lavoro e il dipendente che si licenzia per affrancarsi dal giogo (dialogo che occupa parecchie pagine, ripreso da Simone Perinelli in un suo spettacolo su Pinocchio), o tra il poeta di oggi e quello anziano, che ha fatto il ’68 e ragiona sul “che fare”. Se il poemetto non fosse così strutturato, come potrebbe reggere la scena a teatro? Però tu tendi invariabilmente – come l’ago della bussola verso il nord – a interpretare questa operazione di poesia drammaturgica in senso riduttivo e populista, basata su retoriche di “luoghi comuni”. Io non voglio dire alla gente ciò che già sa per strapparne da “paraculo” il consenso, ma voglio portare ciascuno a capire che ciò che già sa (o crede di sapere) nasconde livelli infiniti di interpretazione, e che dunque le cose sono molto più complesse di quello che appaiono. Ed è ciò che dico anche a te, nella fattispecie. Concludo qui le mie risposte: credo di essermi spiegato a sufficienza.

                • Caro Marco,
                  ti sei spiegato più che a sufficienza con un pregevole spirito di sopportazione (pazienza?) che ti fa onore.
                  Un caro saluto e tanti auguri di Buona Pasqua
                  Giorgina

                • Ambra Simeone

                  Caro Marco,

                  Valerio non capisce che se si è espresso sul tuo poemetto (positivamente o meno) hai già fatto politica e hai già ottenuto una reazione in lui che è un lettore!

                  Solo che non lo vuole ammettere 😀

                  • Valerio Gaio Pedini

                    è più politico Antonio,che alla politica si sottrae. Marco è civile. E la poesia civile come ci ripetiamo io e il maestro salentino tutti i giorni è idiota! positivamente e negativamente. Ora non può che esserlo negativamente. Queste parole di Marco non mi colpiscono. sono prive di violenza estetica. Sono un frasario teatrale per l’appunto. quelle che ho letto. Magari sarà migliore il resto?
                    Eppure anch’io scrivo poesia teatrale, ma dimenticavo io sono un attore, so cos’è il teatro, so come si fa teatro e conosco la fonetica del teatro! eppure come ho già detto, meglio definirsi Trovatore.

  20. Gentile Onofrio, non apro il computer ogni giorno, e visito il blog saltualmente. Troppe Ombre: ne leggo poche, e ne seguo meno a volte senza commentare autori che reputo capaci in quel lavoro.

    Il suo spot mi ha incuriosito, il materiale non canta di smorzate vicende. Su “Emporium” ho già lasciato un brevissimo semplice complimento per non diluirlo fra le peggiori amichevole banalità lette finora. Mi sono soffermato, invece, su l’ottimo “reportage”:
    mi ha eccittato a dire senza limitarmi, che l’Italia con I suoi eletti
    alle urne malgoverno, malvivenza, poteza dei politici corruttibili e corruttori, mafia ormai normale in tutta la nazione, giustizia maneggiata da giudici corruttibili e corruttori che per oltre sessant’nni non mandarono in galera certi disonesti presidenti della Repubblica e certi primi ministri. L’atteggiamento dei commentatori, ben diviso dal mio su queto soggetto, della malvivenza e della malacarne, che dovrebbe preoccupare le “pecore” connazionali (sÌ, Valerio, mi ripeto volentieri) invece di vagare sulla poesia civile e letteratura in generale. I commenti, li interpreto frasi inutili, vaghi, persino senza una personale dignità risentita. È l’atteggiamento genetico dei miei connazionali meritevoli di imitare belando le gentili pecore spinte al mattattoio.

    Nel mio primo commento mi è sfuggito di chiarire che l’affanculo etc. di Valerio Gaio e la mia indifferenza micidiale si riferivano––non ai lettori––ma al pecorame adattato a stare in pace lamentandosi inutilmente tra amicizie.

    Che Ambra Simeoni e Antonella Pompei chiedano a Valerio Gaio se Il suo affanculo è snobista; per quanto riguarda il poeta, che qui non invoca nessun senso poetico, e abbia anche= l’atteggiamento di indifferenza. . . Ah sì, è “solo espressione di senso di superiorità”. Gentile Antonella, nel mio caso, ammetto che è solo “senso di superiotà” sopra il pecorame nazionale a cui io, lei, e tutti I coinvolti in questo spot apparteniamo. Ripeto, scrivere articoli, poesie civili, varia letteratura, per quanto interessanti siano I lavori, non serve altro, come si nota qui, che
    sguizzare fuori dalla seminata malvivenza nazionale. Almeno io non mi lamento, la mia Indifferenza micidiale cade soltanto sul massivo pecorame, ma se si preferisce posso usare il volgare affanculo, meno brutale. Tuttavia, avessi la metà dei miei quasi novant’anni cancerosi, si saprebbe che la superiorità di questo poeta lo eleggerebbe tra i giustizieri rivoluzionari, inesistenti purtroppo.

    Commento battuto con l’indice destro per quasi orbità. Mi scuso dei refusi ed errori. Non rileggo per non cancellare ogni parola.

    • Valerio Gaio Pedini

      mio caro Alfredo, non parlarmi di connazionali. Lo sappiamo entrambi che questa nazione non è mai esistita, se non ideologicamente nei romantici e in dante. Il resto è un puttanaio. Proprio perché sono dei venduti! eppure ladri.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Alfredo, cosa intendi con la locuzione “giustizieri rivoluzionari”? Sono curioso…

  21. Caro Ivan, nel mio lavoro poetico non si nota che sono da sempre un anarchico romantico, non aggressivo, un idealista senza proprietà e che non la finge.
    Mi chiedi cosa intendo con la locazione “giustizieri rivoluzionari”.
    Rifiuto di spiegartela sul blog che deve rimanere strettamente il discutere
    sulla poesia. Il mio errore è stato di uscire dal seminato, però grazie all’esposto di Marco Onofrio. C’entra un’altra occasione, che per chiarezza
    espongo: da due mesi, per soli quattro giorni al mese, e per tentare di bloccare il linfoma, faccio volontariamente una drastica cura all’angurdia,
    sperimentale. Questa cura, composta di cinque pillole al giorno per soli quattro giorni consecutivi al mese (più due altre pillole meno aggressive
    che ingoio da circa due anni), sembra farmi del bene, mi dà dell’energia, mi vedo persino fresco in faccia e bello, ma gli effetti collaterali sono più mentali, psicologici, che fisici. Può ridurre un paziente, cattivo, impaziente, aggressivo etc.; a me l’effetto è mentale: fantasia esagerata (spero che mi detti poesia). Nella mia calma immagino, invento, azioni incredibili, impossibili, inammissibili, perciò di fantasia. Quindi, per
    ora sono la mia stessa creazione: “giustiziere rivoluzionario”.
    Ciao.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Alfredo, quando ti arriveranno -sperando nelle Poste italiane- alcuni miei volumetti, segnalami, se ti andrà, se ci trovi un minimo di “giustiziere rivoluzionario”. Perché, da anarchico romantico (tu) ad anarchico sentimentale (io), entrambi abbiamo chiarissimo che ogni atto d’arte è “azione sociale”. E che, certi versi, esplodono meglio delle bombe, e fanno danni collaterali maggiori. Altri rimarranno anonimi, inamidati, asettici. L’idea del “giustiziere rivoluzionario”, in arte, mi dispiace, te la rubo.

  22. Ivan, mi pare di aver chiarito che non è il poemeto “Emporium” di Marco Onofrio (del resto quanto tutto il genere della poesia sociale) che mi infuoca, è l’esposto che lo ispira. A me è venuta rivolta di eliminare totalmente senza delicatezze giudiziarie la millenaria integrata corruzione italiana. Da solo e solitario, sarei un mentecatto, farei ridere il pollo con il collo attorcigliato. No, non sono io questo. Sono una pecora, capro espiatorio anch’essa, della massa “pecoramica” che bela nel deserto. Le mie forze attuali sono minime, un pensiero, una idea, una teoria, restano appena appena all’inizio. Sviluppare, organizzare, e far capire, occorre un de palchi di sessant’anni più giovan ae, fisicamente, psicologicamente e spiritualmente pronto a spiegare di che si tratti senza enfasi, con pacata ragione e potenza. L’idea del “giustiziere rivoluzionario” te la regalo con
    entusiasmo, usala con serietà come vuoi per qualsiasi soggetto che ti preme. Se riesci ad essere ascoltato, dammi un po’ di credito.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Alfredo,
      ti ho risposto all’email con un’email
      ad entrambi i tuoi indirizzi:
      mi ritornano indietro, con un fallimento di invio.
      Le hai ricevute?

      [Perdonate la comunicazione di servizio: a volte, se si è lontani, è difficile comunicare] [Fine del comunicato minimalista]

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