Giorgio Linguaglossa SUL CONCETTO DI “OPERA D’ARTE” E IL “BELLO” NEL PENSIERO ORIGINARIO di Carlo Marx – Manoscritti economico-filosofici del 1844

Carlo Marx

Carlo Marx

Commento di Giorgio Linguaglossa 

I “Manoscritti economico-filosofici del 1844furono scritti dal Marx ventiseienne tra il marzo e il settembre di quell’anno. Essi avrebbero dovuto costituire la prima parziale esecuzione di un disegno più generale: cioè la critica dell’economia politica. Questi manoscritti rappresentano la raggiunta consapevolezza, da parte di Marx, del vizio d’origine della filosofia hegeliana: l’astrattismo. Il giovane Marx, avendo acquistata chiara consapevolezza del suo distacco da Hegel e messo da parte definitivamente il radicalismo democratico, inizia un lavoro costruttivo nel campo della critica filosofica, storica, economica e politica e, in questi saggi, comincia a delineare una compiuta teoria della società e della storia.

In un appunto fondamentale per l’evoluzione del pensiero estetico delle origini, Marx si sofferma sulle circostanze che fanno sì che un oggetto è nostro; ciò avverrebbe solo quando esso «è immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato, ecc, in breve utilizzato». L’opera d’arte per Marx non può essere consumata in quanto opera d’arte ma solo in quanto oggetto di «utilità», cioè necessaria a soddisfare i  bisogni primari e secondari (i bisogni naturali e sociali) dell’uomo. Marx stigmatizza l’«immediato unilaterale godimento», il mero «avere» inteso quale «possesso» astratto che gli uomini hanno con l’«oggetto» dell’arte; qui interviene il concetto di «educazione estetica» dell’umanità che Marx traeva da Schiller ancora in termini illuministici e umanistici quale mera aspirazione ad una umanità futura migliorata dall’«educazione estetica».

Marx  accenna anche alla «totalità estensiva ed intensiva» che afferisce alla «educazione estetica», categorie tutte che riecheggiano le posizioni umanistiche schilleriane, ammirevoli ma generiche e, soprattutto, con un corredo categoriale non sufficientemente dialettizzato.

Carlo Marx

Carlo Marx

Nel pensiero estetico delle origini di Marx, la creazione artistica è considerata  come una attività libera, una adeguata realizzazione dell’essere umano ricco di relazioni umane (anche qui si avverte l’eco dell’umanesimo idealistico della filosofia tedesca).

Postulando l’arte come un «fine in sé», Marx la pone come una funzione fondamentale dello sviluppo umano e della umanità dell’uomo, dunque come una attività volta alla liberazione dell’uomo dalle sue servitù e, in particolare, dalla servitù del «lavoro», da Marx inteso quale antagonista della «libertà» propria della sfera artistica. Tuttavia, pur in questa categorizzazione binomiale delle due categorie, grande merito del pensatore tedesco è l’aver rimarcato che anche l’arte è colpita dall’alienazione, anzi, nell’opera d’arte si può vedere con chiarezza la «autoalienazione dell’uomo», «l’uomo alienato». Più tardi ne l’ Ideologia tedesca, l’alienazione verrà intesa «come prodotto della divisione sociale del lavoro», e l’accento verrà spostato sulle categorie della divisione sociale del lavoro che costituiscono la dimensione essenziale dell’esistenza umana: «appena il lavoro comincia ad essere diviso, ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere». (l‘Ideologia tedesca)

Nel Marx dei Manoscritti del 1844 è centrale la riflessione sull’«uomo autoalienato» che si autoriproduce nel mentre che produce per la società. Nel Marx della maturità l’accentuazione andrà sul problema del «superamento dell’alienazione» (cioè la piena realizzazione della vita del genere umano) soltanto tramite una rivoluzione sociale (cioè non solo nel pensiero come in Hegel ma anche e soprattutto nella realtà dei rapporti di produzione e nella abolizione della divisione sociale del lavoro e nel ribaltamento dei rapporti stabiliti dalle forze produttive dominanti).

L’autoalienazione della fruizione dell’opera d’arte è un concetto fondamentale per la costruzione di una estetica marxista o comunque critica. Non si dà mai un’opera d’arte auto evidente in sé ma per sé, si dà sempre in relazione con la fruizione autoalienata. Non si dà mai un ascolto originario che non sia attinto dalla autoalienazione del «soggetto» fruitore.

Carlo Marx

Carlo Marx

 Ancorando l’arte al «bisogno» della «specie», Marx ontologizza l’intera sfera artistica, la pone al riparo da ogni approccio individualistico o separatistico tipico degli idealisti hegeliani, la riporta alla materia, agli oggetti del mondo materiale e la mette in relazione con l’attività umana. Pone così la diretta correlazione tra attività, praxis, ovvero, produzione, e consumo, fruizione, appropriazione dell’arte da parte degli uomini in quanto «la natura fissata nella separazione dall’uomo, (non) è niente per l’uomo». L’uomo soltanto in quanto si separa dalla «natura» diventa idoneo a sviluppare e a consumare l’arte.

«Invero – scrive Marx –  anche l’animale produce: esso si costruisce un nido, delle abitazioni, come le api, i castori, le formiche ecc. Ma esso produce soltanto ciò di cui abbisogna immediatamente per sé o per i suoi nati; produce parzialmente, mentre l’uomo produce universalmente; produce solo sotto il dominio del bisogno fisico immediato, mentre l’uomo produce anche libero dal bisogno fisico e produce veramente soltanto nella libertà dal medesimo. L’animale forma cose solo secondo la misura e il bisogno della specie cui appartiene, mentre l’uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e dappertutto sa conferire all’oggetto la misura inerente; quindi l’uomo forma anche secondo le leggi della bellezza» (303).

 La produzione dell’arte produce un «oggetto» soltanto quando questo «oggetto» può essere recepito dall’uomo in quanto «oggetto»

Scrive a tal proposito Marx: «la musica stimola soltanto il senso musicale dell’uomo, e per l’orecchio non musicale, la più bella musica non ha alcun senso (non) è un oggetto, in quanto il mio oggetto può essere soltanto la conferma di una mia forza essenziale, e dunque può essere per me solo com’è la mia forza essenziale, e dunque può essere per me solo com’è la mia forza essenziale quale facoltà soggettiva per sé, andando il significato di un oggetto per me… tanto lontano quanto va il mio senso». (328-329)

Già Marx aveva anticipato l’impostazione della teoria della ricezione quando nella Introduzione ai «lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica», scrive che la produzione crea non solo un determinato oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per quell’oggetto: «L’oggetto artistico – e allo stesso modo ogni altro prodotto – crea un pubblico sensibile all’arte e in grado di godere della bellezza».

Questa conclusione di Marx suggerisce che – fermo restando lo specifico del «consumo» della letteratura – la produzione resta il momento fondamentale che contribuisce in modo essenziale a determinare il genere, il contenuto e il risultato del consumo. Marx sottolinea però che anche la produzione viene determinata, per converso, dal consumo: «Il prodotto si afferma e diviene prodotto solo nel consumo […]».

 Il Bello non può essere disconnesso dal nesso fondamentale dell’alienazione di ogni attività umana. Ritorniamo quindi al pensiero marxiano contenuto in proposito nei Manoscritti economico-filosofici del 1844. Per Marx il nesso ontologico fondamentale è costituito dalla alienazione. Il rapporto che lega l’uomo all’«industria» non può essere esaminato oggettivamente se non facciamo riferimento al concetto di alienazione che investe ogni prodotto dell’attività umana produttiva, e quindi anche del prodotto cosiddetto artistico in quanto rientrante anch’esso nell’attività umana produttiva

«L’alienazione, nella sua essenza, implica che ogni sfera mi imponga una norma diversa e antitetica, una la morale, un’altra l’economia politica, perché ciascuna è una determinata alienazione dell’uomo e fissa una particolare cerchia dell’attività sostanziale estraniata e si comporta come estranea rispetto all’altra estraneazione». (338)

de chirico ettore e andromaca particolare

de chirico ettore e andromaca particolare

Il processo di disumanizzazione e alienazione dell’arte

.

«Tanto più praticamente la scienza della natura è penetrata, mediante l’industria, nella vita umana e l’ha riformata e ha preparato l’emancipazione umana dell’uomo, quanto più essa immediatamente ha dovuto completarne la disumanizzazione. La industria è il reale rapporto storico della natura, e quindi della scienza naturale, con l’uomo. Se, quindi, essa è intesa come rivelazione essoterica delle forze essenziali dell’uomo, anche la umanità della natura o la naturalità dell’uomo è intesa. E dunque le scienze naturali perderanno il loro indirizzo astrattamente materiale, o piuttosto idealistico, e diventeranno la base della scienza umana, così come sono già divenute – sebbene in figura di alienazione – la base della vita umana effettiva; e dire che v’è una base per la vita e un’altra per la scienza, questo è fin da principio una menzogna. La natura che nasce nella storia umana – nell’atto del nascere della società umana – è la natura reale dell’uomo, dunque la natura come diventa attraverso l’industria – anche se in forma alienata – è la vera natura antropologica». (Manoscritti economico-filosofici. 330-331)

.

Nel pensiero marxiano critico (e quindi anche l’arte in quanto produzione rientrante nel concetto di produzione alienata) sia la filosofia che le scienze naturali sono considerate dal punto di vista dell’alienazione quale nesso fondamentale di ogni attività produttiva; sia l’umanizzazione della natura sia la disumanizzazione operate tramite l’industria attecchiscono (in quanto alienate) anche alla sfera (separata) dell’arte.

Il pensiero marxiano sull’arte posteriore a Marx

Il pensiero marxiano posteriore a Marx non è mai stato capace di indagare la problematica dell’arte dal punto di vista dell’alienazione e dell’estraneazione che attecchisce il piano dell’arte in quanto attività produttiva. E questa macroscopica lacuna favorisce ancora oggi gli indirizzi positivistici che pensano l’arte in sé, come un assoluto astrattamente slegato dal nesso concreto che lo lega all’industria.

L’«industria» è la causa della crescente complessità della società umana (in quanto crea nuovi bisogni mentre soddisfa i vecchi). «La produzione di nuovi bisogni è la prima azione storica» scrive Marx. In tal senso, anche il bisogno di arte è una «azione storica» e come tale storicamente condizionata e determinata. Come ha scritto Adorno (Teoria estetica), nelle società di massa anche il bisogno di arte non è poi così certo come può apparire, anzi, per il filosofo tedesco il bisogno di arte sembra essere stato abolito, o comunque sostituito con l’arte di massa, ovvero, con il kitsch.

Paul Valéry

Paul Valéry

In questo orizzonte problematico anche il «bisogno» del «Bello» non è un fatto così scontato come potrebbe apparire a prima vista, anch’esso soggiace alla alienazione fondamentale che attecchisce la produzione del «Bello». Secondo Adorno, nelle condizioni attuali delle società di massa, il «Bello» si muta in Kitsch. Detto in altri termini, l’umanizzazione dell’arte sventolata in buona fede da ardenti apologeti da tanti pulpiti si muterebbe nella disumanizzazione reale dell’attività produttiva alla quale essa soggiace.

Ritengo che la difficoltà di speculare su di una estetica critica dipenda dalla assenza di un pensiero critico che ponga al centro dell’Estetica i concetti di alienazione (Entfremdung) e di estraneazione (Entäusserung).
E qui si pone il paradosso della posizione estetica: come è possibile che una situazione alienata come quella dell’opera d’arte possa condurre, attraverso l’estraneazione (Entäusserung) propria della attività artistica, ad una messa in risalto di quella alienazione (Entfremdung) che dà piacere al fruitore? Che produce piacere?
Il paradosso della sfera dell’arte, in nuce, è tutto qui.
Per dirla con Valéry, l’arte che non pensa se stessa in rapporto all’industria «è più ottusa e meno libera».

citazioni tratte da K. Marx Manoscritti economico-filosofici del 1844 Einaudi 2004

Annunci

58 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica letteraria, filosofia, il bello

58 risposte a “Giorgio Linguaglossa SUL CONCETTO DI “OPERA D’ARTE” E IL “BELLO” NEL PENSIERO ORIGINARIO di Carlo Marx – Manoscritti economico-filosofici del 1844

  1. gino rago

    Ogni intervento di Antonio Sagredo è mosso, animato da forti tensioni ascensionali e Giorgio Linguaglossa ci riporta a concetti fondamentali sui quali giova sempre riflettere, specialmente nell’atto solitario della scrittura:
    bisogni primari e secondari; oggetto dell’arte; educazione estetica; creazione artistica come attività libera; autoalienazione della funzione dell’opera d’arte; uomo formante anche secondo le leggi della bellezza…
    Del resto, Marx inaugura “Il Capitale” spalancando il mondo come “mostruosa raccolta di merci”.Da qui al feticismo delle merci il passo è corto. Così interpreto l’essenza della proposta di Giorgio: un invito a meditare sui riverberi, sulla produzione letteraria (poetica, in particolar modo), del passaggio così proponibile: oggetto-cosa-merce-feticcio

  2. Ricevo alla mia ae-mail e trascrivo da Lidia Are Caverni questa poesia:

    Se lungo il mio cammino
    t’incontrassi sul pinnacolo
    seduto a sfidare i deserti
    le mani sfiorate dagli echi
    della tua solitudine e io piccola
    volpe errabonda col muso
    a stanare tane con cui colmare
    il silenzio
    lontani profilati si levano
    i monti le nevi che saziano
    la sete i profili degli ignoti
    volti che conosceremo domani
    quando ci accarezzerà la sera
    curva tra le tue braccia.

    Da “l’antro del gufo” 1999 Lidia Are Caverni

  3. antonio sagredo

    ringrazio il signor Gino Rago, che più di altri ha compreso questa mia “tensione ascensionale”…l’ha vista più che intuita, ed è cosa non da poco averla vista in così poche righe (ha fatto in tempo a leggere… poi che ho telefonato subito a Linguaglossa pregandolo di cancellare i miei due interventi, giudicati da me fuori contesto… ma a ben vedere il poeta ceco Otokar Brezina (1868-1929) – forse il più grande poeta europeo tra ‘800 e ‘900 – già a 24 anni aveva compreso “ i paradisi in terra” di Marx… insomma questa promessa messianica che non sopportava affatto… allo stesso modo si disinteressò di Dostoevskij, che per aver scavato troppo nell’animo umano, perse la luce! La linea “ascensionale” che mi guida (i versi alla fine di questo intervento) è diventata per me stesso ineludibile… quando lessi un centinaio di pagine di Marx – le più “essenziali” – mi dissi : aveva ragione Brezina! E come questi ho faticato tantissimo a uscir fuori da Schopenhauer e da Nietzsche! Ma confesso che ritorno a questi volentieri,,, le ultime dieci pagine del primo (in “Il mondo come volontà…”) mettono in disparte quelle pagine “essenziali” poi che pervase da speranze vane! – le intenzioni iniziali di Marx erano da condividere – poi, ripeto scrisse di speranze, e per me la speranza ingannevole è sinonimo di morte! Ma pure Brezina cedette a una mistica fratellanza che predicò nella sua ultima raccolta “Mani”, ( 1901), ma diversamente da Marx!
    ——————————————————
    Liberati dal Tempo resteremo infine orfani felici
    in un dove che Padri e Figli non sapranno mai
    che quella riva è un altro uomo, ma una fiumana immobile
    scorre mirando del mio corpo il non agire… e poi non più.

    antonio sagredo
    Vermicino, 22/11/04

  4. Lidia Are Caverni

    Ringrazio l’amico Giorgio Linguaglossa per aver fatto da commento la mia poesia, peraltro non intenzionale.
    Quanto al pensiero di Marx, ha dato speranza a tanti uomini privi di diritti e di futuro. Sono le degenerazioni che hanno avuto seguito a avere conseguenze disastrose. Basta pensare a quante beliissime poesie sono passate dal blog di poeti tormentati dal regime sovietico. La poesia, come ogni altra attività artistica, deve essere liibera per esprimersi compiutamente e non è male ricordarcelo.
    Lidia Are Caverni

  5. gino rago

    Infatti, Antonio Sagredo caro e davvero stimato, appena dopo il mio commento non ho più trovato il tuo e il dubbio subito mi ha assalito: vuoi vedere che il moto convettivo ascensionale di Antonio è così intenso
    da far evaporar le sue parole? Scherzo, s’intende. Grazie per avermi elogiato.

  6. Caro Sagredo,
    con tutto il rispetto per Otokar Brezina, qui il problema è un altro: recuperare il nocciolo originario del pensiero di Marx sull’arte. A me non sembra che le categorie marxiane di alienazione (Entfremdung) e di estraneazione (Entäusserung) siano da gettare alle ortiche, anzi, sono convinto che una estetica critica (lasciamo stare se marxista o meno) non possa fare a meno di recuperare quelle categorie critiche. Certo, si tratta di categorie oggettive, generali, entro le quali calare la riflessione sull’arte moderna. Non mi sembra che nel pensiero originario di Marx ci sia alcuna prospettiva messianica (come nel pensiero del Marx della maturità), e quindi distorta dal desiderio di ridurre tutto alla praxis politica immediata. Recuperare il pensiero critico di Marx sull’arte moderna mi sembra un fatto altamente salutare in tempi di maltusianesimo del pensiero come quello che viviamo oggi.
    Il pensiero di Valéry (che certo non era un pensatore di scuola marxista) mi sembra invece che vada al nocciolo della questione. Per dirla con Valéry, l’arte che non pensa se stessa in rapporto all’industria «è più ottusa e meno libera».

  7. “la divisione sociale del lavoro” poteva essere analizzata in un momento in cui il lavoro si stava evolvendo una vera “civiltà del lavoro” con le prime vere conquiste della classe che “eseguiva il lavoro in cambio di un salario”, la lenta abolizione dello sfruttamento del lavoro dei fanciulli e delle donne, le prime casse mutue, eccetera. Ora il lavoro non ha più alcun valore sociale, l’unico reale è il profitto, quindi la dignità del lavoro, la sua stessa civiltà, è in corso di cancellazione. Altrimenti non spiega che in un paese come il nostro venga fatta una riforma del lavoro almeno una volta l’anno, in senso restrittivo per le classi più deboli, quelle che in realtà lavorano per alimentare la burocrazia parassitaria, la corruzione e diminuire lo spread. La conseguente distruzione della classe media, vero motore anche culturale di ogni società occidentale, oltre al regresso comporterà l’estinzione di molta espressività artistica ed estetica o quantomeno un radicale mutamento di concetti e di ruoli.

  8. caro Flavio Almerighi,
    la gran parte della poesia moderna che si fa in Occidente sta come la brillantina sui capelli di un moribondo, essa si fa come si mettono i bigodini sui capelli. Senza un pensiero estetico non si può fare poesia. È però vero quello che dici, oggi parlare di divisione sociale del lavoro in rapporto all’arte è un eufemismo nostalgico. E ti dirò di più: ho letto in documento di economisti che in un prossimo futuro il 47% del lavoro potrà essere cancellato e sostituito dal computer e dai robot. Questo che significa? Significa che la divisione sociale del lavoro di marxiana memoria sarà andata a farsi benedire dal papa Francesco che, paradosso dei paradossi, adesso lui fa il comunista perché sa che una chiesa svincolata dai poveri non ha futuro (e ne è spaventato). Però resta il problema non ancora risolto se l’arte è ragguagliabile ad una produzione sociale o se dobbiamo confessare che essa non lo è. Allora potremmo dire che è una produzione sociale non basata sulla divisione sociale del lavoro. Ma così finiremmo in antinomie insolubili. L’unico modo per comprendere l’arte nel mondo moderno è arrendersi al fatto che l’arte non rientra nella produzione sociale e che essa è (implicitamente e, a volte, esplicitamente) anti sociale, anti democratica, elitaria e olistica perché appunto non serve a nulla, non è di alcuna utilità.
    Le questioni filosofiche (con le annesse questioni metaforiche) vengono espunte dalla poesia come non pertinenti ed allotrie: con la conseguenza che se la filosofia è diventata nel frattempo ontologizzazione dell’ente, la poesia di tramuta in omologia, logologia, in psicologizzazione dell’ontologia, fenomenalizzazione «poetica» del «soggetto privato» nella variante psicologica dell’ontologia, di quell’ontologia che nel frattempo aveva dichiarato bancarotta. E la bancarotta dell’ontologia era ben visibile in quella invasione dell’«io» poetico falso e posticcio che imperversava ed ha imperversato in Europa e in Occidente. Il nuovo proposizionalismo «poetico» viene dichiarato ammissibile a seconda del criterio di verità o falsità che vige in ambito «scientifico», a seconda della sua riconoscibilità al Modello di Ragione proposizionale. Cioè, al Modello di Ragione in auge nelle democrazie parlamentari.

    • Democrazie parlamentari, caro Giorgio, che si sono evolute in oligarchie partitiche e nel tentativo di prevaricazione di un potere sugli altri due in cui si suddivide la divisione dei poteri in una democrazia occidentale (legislativo, esecutivo, magistratura), dimostrazione lampante che la civiltà occidentale di stampo democratico non è basata sulle istituzioni ma dal potere che un qualsivoglia Craxi, Berlusca o Renzi riesce a mettere nelle sue mani, direttamente o attraverso sodali. Io sono convinto che non vi sia nessuno di più solitario, elitario, divo, egocentrico di un artista: l’arte non è e non può essere una produzione sociale, quella si chiama artigianato, l’arte è una vetta, l’arte è il prodotto di un talento unico o al massimo elitario, infatti nei momenti migliori dietro un Virgilio c’era un Mecenate, dietro la Cappella Sistina un sistema di papi corrotti, lascivi e moralmente riprovevoli. Io ammiro papa Francesco non perché abbia paura di rimanere con la bottega vuota, ma perché é l’unico che parla e si muove in favore di classi sociali depauperate non dico della rappresentanza politica o sindacale, ma addirittura private della voce, imbestialite perché fa comodo al potere che retrocedano e campino di carità pelosa (pubblica o privata). L’arte dicevamo, sotto qualsiasi forma è il prodotto del genio e del talento di uno.
      Per quanto afferisce la fruizione e l’educazione all’arte, quella può e deve essere un processo di qualificazione sociale e collettivo. L’arte non serve in quanto la puoi mangiare o ti ci puoi vestire, fa parte dello spirito e della capacità di pensiero dell’uomo, proprio quella cosa che si intende estirpare in un modello sociale individualista senza individuo. Perdonami il pistolotto, ma la vedo così, un saluto

    • 3.0″la gran parte della poesia moderna che si fa in Occidente sta come la brillantina sui capelli di un moribondo, essa si fa come si mettono i bigodini sui capelli.”

      • Gentile Giorgio,
        non so come, l’inizio del mio commento si è “autopubblicato”!
        Mi riferisco alla tua affermazione sopra trascritta, in particolare alla frase “essa si fa come si mettono i bigodini sui capelli.” Io, che conosco per esperienza diretta l’uso, le modalità e lo scopo dei bigodini sui capelli, non capisco bene il nesso di ciò con la poesia moderna occidentale.
        Grazie e un caro saluto
        Giorgina

  9. antonio sagredo

    stavolta la Busca Gernetti ha ragione! La poesia che si volge a occidente si dirige verso la Morte, il sole muore a occidente come la poesia.

  10. gentile Giorgina Busca Gernetti,

    l’uso di acconciare i bigodini sui capelli e di spargere brillantina sui medesimi sono delle immagini che mi sono venute spontanee nel pensare a quanta poesia contemporanea (anche di autori rinomati) sia qualcosa che assomiglia alla brillantina o ai bigodini, qualcosa che serve a decorare e a profumare qualcos’altro…

  11. Può darsi che le teorie di Marx per ciò che riguarda la politica o l’economia siano valide. Non condivido invece la sua concezione di arte ‘utile’. L’arte nasce come impulso individuale quando è spontanea, e solo l’artista può decidere in che senso può essere ‘utile’. Perché poi un’arte deve essere ‘utile’? Potrebbe esserlo nel senso di gratificare chi ne fruisce. Ma un’arte obbligata a essere ‘utile’ rischia di diventare arte di regime. A cosa serve la poesia? o la musica? o la pittura? Quindi condivido, almeno in parte, il pensiero di de Régnier, applicabile anche alle arti: il piacere delizioso e sempre nuovo di una occupazione inutile.

  12. Forse è per automatismo che producendo arte inutile (all’umanità) si finisca col favorire l’alienazione della stessa. E’ come dire che seguitando a disdegnare i propri simili ( simili a loro), gli artisti finiscono col dire di sé a loro stessi ( e a pochi altri prescelti). Salvo poi lamentarsene. Come il gatto, si mangia la coda.
    Io sono per l’Utilità, per il pensiero e la parola utile; se per qualcuno questo può significare asservimento significa solo che non capisce il senso della parola, o ne capisce solo una parte, una direzione; dicendo “non scrivo per esser utile ad altri, mentre scrivo principalmente per me stesso, e se piace, se altri condividono tanto meglio” sta comunque ammettendo un principio di utilità, anche se si potrebbe dire egoistico; ma non è questa la cosa più importante, il fatto è che se sembriamo inutili agli altri questo può significare alcune cose ( sempre se ho ben inteso il passaggio di Marx): che i poeti non si riconoscono come umani tra gli umani ( sono idioti mentre io ho capito tutto = eredità evidente dei Poètes Maudits); che i suddetti poeti non hanno nulla da dire, foss’anche in presenza di un plotone d’esecuzione (cosa improbabile); che l’umanità è affaccendata in altre faccende delle quali il poeta non capisce nulla o che trova indifferenti; che il poeta, non solo non riconosce l’utilità ma nemmeno l’efficacia se non avverte la presenza di un fine. Pensare che la ricerca dell’efficacia della parola è ormai una pratica comune a tutti, e il poeta dovrebbe esserne maestro… Mi accade ogni volta che leggo belle poesie, ricche di ricercati sinonimi (quando basterebbe del buon italiano), che la domanda mi sorga spontanea: ma dimmi qualcosa di utile, cristosanto! Se non riesci a svegliarmi almeno fammi svenire. Sei inutile, ti dimenticherò subito, anzi guarda: ti dimentico ancora prima di leggere. Se si guarda all’utilità può capitare che non ci sia grande differenza tra la parola forbita e quella di un deficiente. Di fatto è come non esistere.
    Tempo fa scrissi questi versi: (…) Sei solo, Aguirre, com’è solo Questo orizzonte.
    Anche il cielo di OGNI giorno, non è capolavoro se non Vienne Riconosciuto.
    Se la gente nasce e muore senza guardarsi Attorno, a che vale l’opera SUA?
    E la Tua?

  13. Ivan Pozzoni

    Se avessi dieci minuti di tempo, mi butterei in questa bellissima discussione, introdotta da Giorgio the Great.

  14. l’attenzione e l’intenzione del mio scritto erano quelle di attirare il lettore sul problema della poesia alla luce delle due categorie marxiane di alienazione e di estraneazione; porre il problema dell’utilità della poesia in modo nudo e crudo nasconde una filosofia da elettrodomestico. Il frigorifero è utile perchè SERVE A MANTENERE I CIBI AL FREDDO, il forno è utile perché serve a cuocere i cibi, e così via… voler ragguagliare la poesia con l’utilità che da essa se ne può trarre equivale voler porre la poesia sul piano degli elettrodomestici e dell’automobile. Sbagliano coloro i quali dichiarano che la poesia è inutile, sbagliano perché la pongono sullo stesso piano degli elettrodomestici; la poesia è invece utile in altro modo, che essa ci rivela una diversa possibilità di lettura del mondo E non mi sembra poco.

    • Valerio Gaio Pedini

      su qui siamo d’accordo. Lo ripeto sempre e miei coetanei che frequentano le avanguardiette.Ma sono imbecilli.

    • Lucia Gaddo Zanovello

      “… la poesia è invece utile in altro modo… essa ci rivela una diversa possibilità di lettura del mondo. E non mi sembra poco.” Inestimabile, utillimo

    • Ambra Simeone

      Concordo con Giorgio,

      l’utilità dell’arte dovrebbe essere “sociale” prima di tutto e se per sociale si intende di aprire nuove prospettive o di essere utile nel senso come un elettrodomestico o all’occasione di essere piacevole, trovo che la cosa sia ad ogni modo importante!

      Tutto dovrebbe stare nel capire se davvero riesca o meno ad influire sulla società e in che modo!
      Da approfondire più di tutto è proprio questo lato della medaglia…

    • Condivido queste parole sull’utilità della poesia.
      GBG

  15. Valerio Gaio Pedini

    Già si parlava di zuccherificio.

  16. antonio sagredo

    Come già detto altre volte e lo dico da decenni: la poesia è una sottrazione, nel senso che si sottrae – fa fatica oggi più che mai !- alla stupidità umana: non è un mio pensiero specifico: è la Poesia stessa ad affermarlo da quando esiste. Dopo di che spetta al Poeta ad accompagnarla in mondi incontanìminati dove dell’uomo – della sua rozzezza – è restato poco. Ma questa è pure una vanità del Poeta, che si realizza troppo spesso nel sublime! Resta dunque la consapevolezza di aver fatto bene un pochino, un frammento reale dunque potrebbe bastare: un diamante piccolo piccolo tra la spazzatura universale!

  17. Ben detto,
    il cartellino di stop si alza quando si tenta di fondere la lettura esterna con quella interna alla poiesi. E’ chiaramente un azzardo, è come se chiedessi al mio gatto cosa guarda e cosa pensa mentre se ne sta immobile alla finestra, esattamente come se qualcuno chiedesse al poeta Cosa scrive mentre lo sta facendo. Sarebbe una valida ragione per l’omicidio.

    Tuttavia, ecco dove si parla di utilità:
    – L’opera d’arte per Marx non può essere consumata in quanto opera d’arte ma solo in quanto oggetto di «utilità», cioè necessaria a soddisfare i  bisogni primari e secondari (i bisogni naturali e sociali) dell’uomo.

    e proseguendo:

    Ancorando l’arte al «bisogno» della «specie», Marx ontologizza l’intera sfera artistica, la pone al riparo da ogni approccio individualistico o separatistico tipico degli idealisti hegeliani, la riporta alla materia, agli oggetti del mondo materiale e la mette in relazione con l’attività umana.

    Secondo Adorno, nelle condizioni attuali delle società di massa, il «Bello» si muta in Kitsch. Detto in altri termini, l’umanizzazione dell’arte sventolata in buona fede da ardenti apologeti da tanti pulpiti si muterebbe nella disumanizzazione reale dell’attività produttiva alla quale essa soggiace.

    Infine:
    – Il paradosso della sfera dell’arte, in nuce, è tutto qui.
    Per dirla con Valéry, l’arte che non pensa se stessa in rapporto all’industria «è più ottusa e meno libera».

    Quindi ha senso che si parli di “efficacia”( Lyotard, quando parla del tramonto del pensiero unico e della grande narrazione), e arriverei a dire di “benefit” se parliamo di poesia come merce (in altri contesti hai parlato anche di poesia-merce…). Ma ci occuperemmo della lettura esterna alla poiesi, e per certuni si rischia la blasfemia.

    Postulando l’arte come un «fine in sé», Marx la pone come una funzione fondamentale dello sviluppo umano e della umanità dell’uomo, dunque come una attività volta alla liberazione dell’uomo dalle sue servitù (…) Tuttavia, pur in questa categorizzazione binomiale delle due categorie, grande merito del pensatore tedesco è l’aver rimarcato che anche l’arte è colpita dall’alienazione, anzi, nell’opera d’arte si può vedere con chiarezza la «autoalienazione dell’uomo», «l’uomo alienato».

    Il mio fin-troppo-accorato intervento era volto a considerare l’autoalienazione dell’uomo-poeta… o del poeta in quanto uomo/donna alienato. E suggerivo, sfidando la blasfemia, che il principio di utilità andrebbe quantomeno considerato.

  18. caro Lucio,
    complimenti, hai colto, credo, i punti nodali delle categorie marxiane individuate nei “Manoscritti economico-filosofici” del 1844. In particolare, quello che tu chiami «principio di utilità» è il punto focale di tutte le contraddizioni del funzionamento del sistema capitalistico nel pensiero marxiano. Probabilmente, nel concetto di Marx di «attività produttiva» viene conglobato anche il fare artistico come momento rientrante in quel concetto che aveva avuto la sua origine in Adam Smith. Marx lo riprende di sana pianta mediante l’altro concetto hegeliano di “superamento” (Aufhebung), incorrendo nel medesimo errore di Hegel il quale concepisce il “superamento”, secondo Marx, ancora in forma astratta e idealistica. Anche Marx quando preconizza l’avvento della socializzazione di tutta l’attività produttiva, incorre nel medesimo errore commesso da Hegel, con tutte le conseguenze nefaste che la storia del socialismo realizzato ci ha mostrato.
    Per tornare al «principio di utilità», qui si rivela un nodo che Marx non aveva completamente sciolto ma soltanto accennato, e cioè se anche il fare artistico dovesse rientrare quale forma e momento nel lavoro produttivo. L’assenso dato da Marx maturo a questa soluzione è la matrice di tutte le difficoltà del marxismo di arrischiarsi sul campo di una estetica marxista, che non c’è mai stata. E, probabilmente, non ci potrà mai essere, se non riprendendo quella intuizione marxiana che la «utilità» di un’opera d’arte non è ragguagliabile a quella di un oggetto di consumo come l’automobile o il frigorifero e, oggi, internet. Che la «fruizione» di un’opera d’arte è cosa diversa dalla fruizione di un’opera Kitsch e si intreccia miserabilmente con il Kitsch; per cui oggi una estetica critica che si occupasse del «Bello» dovrebbe a maggior ragione occuparsi del «kitsch» in quanto le due configurazioni sono irrimediabilmente fuse e interconnesse.

    • Ambra Simeone

      Qui però per sociologia dell’arte si deve cominciare a parlare di altro!

      Marx fa parte di tutta una serie di autori della “prima generazione” dello studio dell’Estetica Sociologica, che discuteva dell’arte in quanto tale e della società e dei rapporti tra i due ambiti.
      Una “seconda generazione” farà un passo avanti nello studio dell’arte “nella” società, invece una terza odierna si avvale non più di concetti puramente estetici e/o relativi alla storia dell’arte, ma di statistica e etnometodologia e va a studiare invece l’arte “come” società.

      Ed è qui il fulcro di tutto il discorso!

      come riassume Nathalie Heinich: “a oggi la ricerca dei sociologi dell’arte non tende né a ciò che è interno all’arte, né ciò che è eterno, ma bensì a ciò che la produce in quanto tale e che l’arte stessa a sua volta produce come accade per qualsiasi elemento di una società”

      • Per uno, come me, che ha studiato arte anche sull’Hauser, sono parole assai condivisibili.

      • Valerio Gaio Pedini

        la statistica la lascio a te. Secondo la statistica, volo è un autore apprezzato. Secondo l’oggettività, è un autore di merda.Quindi la statistica secondo me (come nella sociologia pragmatica, che ambito imbecille della sociologia, analitica e mai critica), è fatta da imbecilli per gli imbecilli, di conseguenza anche la sociologia dell’arte. Come ho già detto: un grande sociologo arriva a studiare la società proprio perché la odia e gli appare come una grande farsa (questa è la strada che ho intrapreso io, con ogni disciplina in cui cerco di dare il mio contributo). Altra cosa, vi è bisogno di essere teorici. Io cerco di avere uno sguardo sociologico, psicologico, antropologico, critico dell’arte. La pop art mi sta sui coglioni, ma sociologicamente ha un suo valore. La merini ultima la straccerei, ma in ambito psicologico individuale ha un suo valore. Eppure criticamente non la posso apprezzare.

        • Ambra Simeone

          Valerio, allora non hai capito cosa ho scritto!

          La statista è uno strumento di analisi sociologica, insieme a molti altri e non è l’assunto di un principio estetico! Nell’analisi della “sociologia dell’arte” si va oltre il gusto estetico di un’opera d’arte per analizzare i fatti e i processi sociologici!

          • Valerio Gaio Pedini

            l’unico process sociologico sintetizzato in ogni era è la demenza. C’è anche ben poco da analizzare, non trovi. L’analisi è fine a se stessa.
            Sempre questo sguardo acritico, ma che due coglioni. E’ per questo che la sociologia attuale, come ogni materia, è una grande cazzata! Non ha capacità critica. Si muove in superficie. Ma una persona che non si cura dell’apparenza è da internare.

            • Valerio Gaio Pedini

              ho capito benissimo. Non condivido lo sguardo acritico, mi spiace. E’ troppo comodo e accomodante, dire il mondo va così e basta.

    • Ivan Pozzoni

      Però Giorgio, l’esito dettagliato di ciò che mi stai affermando tu fu, in Italia, Benedetto Croce, Crux desperationis che, da baldanzoso giovinotto, letto giusto il Marx che segnali tu (cfr. “Materialismo storico ed economia marxistica”), mischiati etica herbartiana del “marxista” anomalo Labriola e De Sanctis (!!!), creò i mostri dell'”Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale”, e, successivamente, della “Logica come scienza del concetto puro”, con la loro idea anti-hegeliana della dialettica dei distinti e della sua filosofia dello «spirito», salvo, fortunosamente, col consolidamento del regime fascista, che Croce non si attendeva, ribaltare tutto con l’ammissione della circolarità della dialettica dei distinti (tornando a riunire etica ed estetica), nello scritto “Etica e Politica”. Per avere una maggiore comprensione di questi esiti, si consulti, in tutta modestia, il mio I. POZZONI, Libertà in frammenti. La svolta di Benedetto Croce in “Etica e Politica”, Gaeta, deComporre Edizioni, 2014.

    • Sono lieto di avere mosso la tua attenzione sul principio di utilità. In realtà ci avevo pensato collegandolo alla fase di produzione, più che all’aspetto sociale ma è chiaro che sono collegati.

  19. caro Ivan
    I concetti più importanti scoperti dal giovane Marx sono le categorie marxiane di alienazione (Entfremdung) e di estraneazione (Entäusserung), di autoalienazione e di alienazione. Poi, purtroppo, il suo pensiero, pressato dal peggioramento delle condizioni di vita della classe operaia, ha preso un’altra strada. Ma, a mio avviso, è da lì che oggi un pensiero critico deve riprendere a tessere la tela della critica alla società occidentale.
    Per il momento lasciamo da parte il deviazionismo idealistico di Benedetto Croce, la cui filosofia mi sembra un aggiustamento del pensiero hegeliano alle condizioni di una economia arretrata come quella italiana che doveva ancora iniziare il ciclo del liberalismo.
    Sarei curioso di conoscere l’avviso di Roberto Bertoldo, l’unico poeta italiano che è anche filosofo, e quindi in grado di darci la sua interpretazione. Ma, purtroppo, Bertoldo, come i filosofi cinesi antichi, tace o si esprime mediante costruzione teoretiche allegoriche.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Giorgio, vero che sono un anti-«poeta»: come filosofo, credo di avere le stesse opportunità attitudinali del carissimo Bertoldo (stanti i limiti d’età che determinano una diversa esperienza). Marx l’avevano demolito, senza che nessuno se ne accorgesse, i pragmatisti analitici italiani, Calderoni e Vailati (merce / lavoro), usando Pareto 🙂 Althusser cerca di contrabbandare l’Entfremdung come teoria scientifica, ed è massacrato, correttamente da Kelsen e Popper; Marcuse eticizza e traghetta il concetto nella Scuola di Francoforte, acuendone la sensibilità al concetto di responsabilità (Jonas e Habermas); i nuovi sociologi, come Bauman, sottraggono l’Entfremdung al binomio marcusiano Entfremdung / libertà, concependo la nozione di «scarto». Il marxismo novecentesco muore con Lukàcs o si introietta in Freud o Jung. Padre naturale del concetto di Entfremdung rimane, in ogni caso, Feuerbach (nelle sue radici, Rousseau e Hegel). Più che dall’ Entfremdung/Entäusserung, le teorie critiche moderne dovrebbero – come sostiene Bauman- abbandonare l’eccesso di discorsi sulla libertà individuale e ritornare a discutere di sicurezza sociale. L’esperimento di Habermas e di Jonas, con il ritorno alla nozione abbandonata di «responsabilità», mi appare vincente. [con massima correttezza ammetto di commentare sui tuoi commenti: ho stampato il tuo breve saggio, che, ad una visualizzazione celere appare interessantissimo, senza essere riuscito ancora a visionarlo]. Non sottovalutare l’esito di Croce: in Italia, insieme a Giovanni Vailati e Labriola, è stato uno dei rari filosofi ad occuparsi di marxismo “a caldo”.

    • Caro Giorgio, ti rispondo perché non voglio diventare “cinese” come i vestiti che indossiamo, tuttavia non sono un filosofo, perché non sono portato alla categorizzazione del pensiero altrui, sono semplicemente, come tanti, uno che riflette e che tutt’al più si confronta, dopo, con qualche filosofo. Io penso, se ho ben capito il procedere della vostra discussione, che l’uomo, non diversamente dall’animale di Marx, e ripeto contro Marx ‘non diversamente’,«produca ciò di cui abbisogna»; tale produzione può essere «intensiva» o «estensiva»., egoistica o altruistica, e quella specifica dell’uomo è solo disposta, a differenza che nell’animale, su una organizzazione etica, di qualunque sfumatura etica si tratti. Per questo sono d’accordo con te che le giovanili categorie marxiane sono da recuperare nell’ambito, oltre che della sociologia, dell’estetica, anzi no: della scienza dell’arte. I motivi sono vari e direi evidenti, a partire da quelli freudiani. Marx abbandonò queste categorie non solo per le ragioni che tu giustamente rilevi ma forse perché la vera causa della differenza tra l’uomo e l’animale è l’etica e credo che Marx l’abbia intuito. È essa la sfera alienante dell’uomo, quella che gli impedisce di essere pienamente libero e non solo dai bisogni fisici. È la tendenza all’universalità propria dell’uomo etico la reale limitazione che ci affossa e che rende la produzione artistica una forma di teoresi. In più, e ciò è un’altra dura per quanto provvisoria verità insita nelle istanze filosofiche del Novecento, la comunicazione concettuale non esiste, esiste tutt’al più quella modale, cosicché l’opera d’arte è semplicemente il prodotto di un modo di vivere e risente quindi, se è autentica, della natura di chi la produce, pur essendone esteticamente immune. Anche se il discorso può portarci, come alcuni di voi hanno già delineato, molto lontano, per ora taccio, perché non sono “cinese”, non sono “filosofo”, ma sono all’“antica”.

  20. Valerio Gaio Pedini

    io purtroppo non condivido sul valore sociale. Per me l’arte è eterna. Non si deve occupare di uomini, né cercare un posto nella società . Al massimo la deve annientare, sgozzare. Deve prendere l’uomo e darlo in pasto ai porci, animali più autorevoli del sapiens sapiens. Se poi nella mia poesia ci rifilo qualche uomo mica voglio trovare posto tra di loro. Mi accontento di trovare posto fra le bestie! Che mi hanno sempre ascoltato.

  21. Ambra Simeone

    Sull’argomento*

  22. Lidia Are Caverni

    Oltre alla mia poesia che fa da commento, vorrei aggiungere qualcosa: sono individualista e mi adatto poco, direi niente ai vari gruppi di Poesia che circolano in Italia, ma come insegnante ho applicato i moduli e ho insegnato ai bambini le attività di gruppo. Posso dire che con tale attività ho aiutato parecchi alunni a integrare le carenze di capacità che li dividevano dagli altri.
    Ma la mia poesia che sia bella o brutta, che piaccia o no, è solo mia.
    Esistono bisogni primari e bisogni secondari, direi superiori. I primi sono legati alla sfera fisica e appartengono non solo agli umani, ma anche agli animali. Poi esistono quelli secondari, appartenenti alla sfera intellettiva o del pensiero e sono propri solo agli esseri umani.
    L’esercizio della Poesia che poi è educazione al bello, come la musica, la pittura ecc.. ci aiutano a vivere meglio, a sentirci “umani”. Forse papa Francesco, nel suo tentativo di integrare gli ultimi fra gli ultimi, vuole semplicemente che abbiano qualcosa che li innalzino alla sfera superiore. Dire che il Vaticano “E’ casa vostra”, significhi uniscere dalla mera carità per farli sentire propriamente fratelli.
    Non sono mai stata marxiana, le mie origini erano altre, ma il dibattito che è scaturito dal pensiero di Marx fa capire quanto importante sia stato e continui ad esserlo, basta pensare all’America Centrale e Meridionale o alla Cina, dove si è avuta la degenerazione.
    Vi ringrazio.
    Lidia Are Caverni

  23. «Lo scrittore farà l’esperienza che, se si esprime con precisione, con scrupolo, in termini oggettivamente adeguati, quello che scrive passerà per difficilmente comprensibile, mentre se si concede una formulazione stracca e irresponsabile, sarà ripagato con una certa comprensione. Non basta evitare asceticamente i termini del linguaggio professionale, le allusioni ad una sfera culturale fuori mano : il rigore e la purezza della struttura linguistica, pur nell’estrema semplicità, operano un vuoto. (…) Tener d’occhio, nell’espressione, la cosa, anziché la comunicazione, è sospetto: lo specifico, ciò che non è tolto a prestito dallo schematismo, appare irriguardoso, quasi sintomo di astruseria e di confusione. La logica attuale, che fa tanto conto della propria chiarezza, ha ingenuamente collocato questa perversione nella categoria del linguaggio quotidiano. (…)Solo ciò che non ha bisogno di essere compreso passa per comprensibile; solo ciò che, in realtà, è estraniato, la parola segnata dal commercio, li colpisce come familiare».*

    *[Theodor W. Adorno, Morale e stile, in: Idem: Minima moralia ©1951]

  24. e così ora sappiamo meglio del Kitsch, ma non basta a spiegare la popolarità di Manzoni o dello stesso Montale. D’accordo, la scuola, il Nobel ecc., ma qualcosa non mi torna. Quando Andy Warhol dipinse delle semplicissime primule, gliele pagarono a peso d’oro: è pur vero che “Solo ciò che non ha bisogno di essere compreso passa per comprensibile”, resta il fatto che Warhol concepì l’opera con ironia, se non con assoluto disprezzo. Chi fa del pop senza capirlo, o è ingenuo oppure è furbo. Ma questo forse vale, sul versante opposto, per chi estetizza la complicanza.

    • Ambra Simeone

      E per questo Lucio che fare critica estetica per un qualcosa – l’arte contemporanea – che esce fuori dalla concezione estetica è uno sbaglio, o meglio un azzardo!
      Da quando l’arte è diventata concettuale la critica si è adeguata a un metodo analitico-concettuale, altrimenti si misura in litri ciò che andrebbe misurato in chili!

  25. Me Ti riunì un giorno i suoi allievi e disse loro: «Dovete imparare a vivere secondo il Grande Metodo. Chiunque si ispirerà ad esso non godrà di vita eterna ma di una vita felice, sì».
    «E allora dicci in che consiste questo Grande Metodo!», esclamò un allievo che aveva capito ben poco del merito.
    «Il Grande Metodo è un qualcosa che si acquista pian piano, con grande fatica e passione, giorno dopo giorno ma non sempre garantirà a voi la vittoria, anzi, di frequente vi metterà agli estremi e vi condurrà alla sconfitta. Il Grande Metodo non fa risorgere i morti e non fa morire i vivi. Il Grande Metodo non chiama e non dis-chiama, non richiede una vocazione, esclusività o che. Sopra di esso non c’è nulla, così come sotto di esso». Così parlò Me Ti togliendo la seduta. Mentre che gli allievi stavano andando via uno di essi, un tale Ze I chiese: «E che cosa c’è sopra e sotto il Grande Metodo?», ma Me Ti aggiunse, come sopra pensiero: «ah, dimenticavo… il Grande Metodo lo si scrive tutti insieme… stiamo già scrivendo le pagine del Grande Metodo. Sopra il Grande Metodo non c’è nulla, e anche sotto di esso non c’è nulla».

    Il giorno seguente l’allievo To Ke chiese a Me Ti: «Ci sono molte parole nel sillabario e noi ci perdiamo in esso. Dicci tu maestro quali sono le parole che dobbiamo usare».
    E Me Ti rispose: «Non vi sono parole predestinate o prestabilite. Non vi sono parole che calano dal cielo. Non vi sono parole migliori di altre. Tutte le parole sono eguali. Così, in poesia potete usare tutte le parole del vocabolario, senza alcuna gerarchia, senza differenza di nobili natali. Ecco, il vocabolario è democratico e il Grande Metodo si fonda sul metodo democratico».
    Così parlò Me Ti, e tolse subito dopo la seduta.

    «E la Bellezza? Come facciamo a nominare la Bellezza?», chiese il giorno dopo il famoso saggio Giu Co che imperversava a quel tempo con il suo elogio della Bellezza e del Mito e contava numerosi adepti.
    «Rendere democratica la Bellezza. Questo è in vostro potere, non altro», rispose laconicamente Me Ti.

    da Giorgio Linguaglossa La filosofia del tè Ensemble, Roma, 2015

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...