UNDICI POESIE di Luca Vaglio Milano dalle finestre dei bar (2013) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

 Luca Vaglio è nato a Dervio (Lecco) nel 1973 e vive a Milano, dove lavora come giornalista. Attualmente, collabora con la Repubblica. Milano dalle finestre dei bar è il suo secondo libro di poesie (Marco Saya Edizioni – 2013). Ha già pubblicato La memoria della felicità (Zona – 2008), Linfa elettrica (Gattili – 2012) e il racconto In riva al Lario (Lite Editions – 2013).

Commento di Giorgio Linguaglossa

 Il libro di Luca Vaglio trae vantaggio dagli esiti cruenti di quella crisi che ha visto il dissolversi della cultura dello sperimentalismo in una faglia gassosa di verbalismi e di significanti finalmente liberati dall’impostura di una cultura che li aveva utilizzati quali strumenti e grimaldelli per scassinare una serratura già aperta. Resta una zona geografica chiamata Milano, ma, appunto «vista dalle finestre dei bar» da una generazione espulsa dai circuiti produttivi, una generazione generata dalla crisi e che della crisi si ciba come di una cura omeopatica. La resistenza del «soggetto» è qui stata superata con una a volte brillante aderenza alla a-metricità della narratività diffusa. Di qui il rapporto paritario-ubiquitario tra il compito di razionalizzazione del «soggetto» e la tendenza fideiussoria propria di ogni fondamentalismo stilistico. Direi che la poesia di Vaglio si inscrive in quel concerto di opere poetiche che si occupano dei trucioli, delle faglie della modernità. Del resto, il carattere gnomico, l’eleganza, la clarté, la concisa forma snob della proposizione poetica non devono essere confusi ed equivocati come elementi negativi ma come momenti positivi di una sensibilità che si è gettata alle spalle una lunga e invadente tradizione non solo lombarda. Così, la post-poesia di Luca Vaglio non si inscrive ad alcun orizzonte riappropriativo, si limita a sopravvivere tra le micro narrazioni dell’io disperso in quella metropoli che si chiama Milano. In fin dei conti, se è vero quel che asseriva Heidegger, che il cuore del Moderno è che l’essenza della tecnica non è a sua volta qualcosa di tecnico, ciò si può parafrasare così: l’essenza della poesia non è a sua volta qualcosa di poetico… ma sta altrove… fuori della poesia…

 (da Luca Vaglio Milano dalle finestre dei bar 2013, Milano, Marco Saya Edizioni pp. 50 € 10)

Milano tram via Pascoli

Milano tram via Pascoli

Milano

Le luci della tua notte sono ghiaccio e pompelmo
aprono la via, la sosta volontaria
sui riflessi grigio-metallo del bancone
schiuma di birra sopra il linoleum e tre euro da non pagare
forse un regalo
un gioco o la memoria segreta del cuore
attorno ciao e niente e silenzio
e rumore di folla davanti all’autorimessa
mojito minerale, rhum freddo senza menta
razione nuova-liquida di ossigeno
a lavare l’aria, a correggere l’afa e l’estate
vicino alla strada oasi di tigli
terra secca che taglia l’asfalto
le lucciole del sudamerica milanese
e voci e baci e bicipiti, tacchi e cotone
festa gialla e cronica di luglio, movida-janga
al confine di Lambrate

Luca Vaglio Milano dalle finestre dei bar copertina

Amore tra baristi a Milano
domenica di sole velato l’otto agosto
nel pomeriggio che fa le veci del mattino
e segue lento una notte insonne di birra e mojito
il mago dei cocktail bacia la collega biondo platino
sul tavolino vicino alla porta dove tracce di vomito
sbiancano qua e là il tappeto nero davanti all’entrata
e non c’è quasi nessuno
ma si sentono passi arrivare
lei vede l’ombra di un profilo conosciuto
memoria di una vodka alla pesca di poche ore prima
e assoluta come le lingue e le braccia che si toccano
li prende una paura strana
un’idea assurda di vietato
un distacco improvviso che rompe l’abbraccio
che ammette solo un godere rubato e precario

*

Al cinema Mexico, in compagnia di me stesso

la protagonista del film è di fronte a un bivio:
tornare da un vecchio amore o rischiare il futuro

più tardi andrò in via Solari a prendere un gelato

la decisione lascia sotto traccia la paura
di non sapere quale sia il perimetro della mia vita
nessuno a segnare il confine, a dire chi sono

mi chiedo se questa assenza di condizioni
così estrema da apparire usurpata
non sia in anticipo sui tempi
se per vedere aldiqua e aldilà di me
non convenga scendere a patti con la pena degli altri

Milano Quartiere Quarto Oggiaro, periferia nord, un condominio

Milano Quartiere Quarto Oggiaro, periferia nord, un condominio

Birra di troppo liquida
il sonno, regala la veglia alcoolica
di un presente verticale
e dolore dentro gli occhi
nausea fredda per il corpo
e ancora necessità di non fare
di stare senza pensare
di guardare la vita da fuori
protetto da una smagliatura temporale
una dissolvenza sull’ora della morte

*

Capodanno
e tre giorni
in un bar di Milano
angolo via Solferino
birra belga
Kwak
rosso-ambrata
otto gradi e quattro
aerea e setosa
come lana buona
l’aperitivo che resta
polenta, rucola
trofie al pesto

aspetto l’ora del cinema
e non so bene se ordinare
un calice di Porto bianco

mi guardo attorno
non vedo più
un uomo, una donna
un gruppo di amici
tutti usciti
nella stanza
oltre a me
due bariste

luci basse
candele accese

basta così
a volte un segno
viene dalle cose

*

Domenica al Parco Lambro
libri e una bottiglia di Moretti
al baretto dove si sfidano a carte
e a scacchi all’ombra dei platani

Milano è così bella e ruvida qui
mi siedo a un tavolino
guardo le persone attorno
scherzano, giocano
prendono da mangiare

mi ascolto respirare
la condizione di essere solo
insieme a me stesso
diventa pensiero
mi fa stare bene

ma sono contento quando squilla il telefono

è un amico che avevo cercato ieri
parliamo di Juve, del calciomercato di giugno

torno a sbirciare la gente
raccolgo frammenti di frasi
leggo e bevo birra

sono quasi felice
ma non sono sicuro
se questa liberazione dagli altri
questa vita mercuriale
è tutto quello che devo fare

milano il naviglio pavese in secca e palazzi residenziali del quartiere barona alla periferia sud

milano il naviglio pavese in secca e palazzi residenziali del quartiere barona alla periferia sud

Abito una nicchia possibile
un angolo, un canto vuoto
a vita rallentata
che gli uomini vedono
e passano nel tempo libero
dove sonno e cibo
sono accidenti variabili
e le cose del mondo
mancano, galleggiando più in là
fuori dal raggio delle mie braccia

*

Seduto tra le voci e la musica
del birrificio di Lambrate osservo
che è poca la differenza tra il colore
rosso-bruno di una Porpora
e il marrone della torta al cioccolato
– anche il tavolo di legno sta lì,
a fare da contrappunto –
e mi sento quasi un evaso
da non so bene dove
forse dalla mia casa
lontana trecento metri
o da una chiusa del tempo.

Penso che fuori dai cassetti
ben ordinati della memoria
ci sia vicinanza tra le cose
che l’anima della distanza
sia un fatto di forma
che alla fine solo la paura
separi il passato dal futuro

*

Sera d’inverno all’Hemingway
– quattro guardano il Milan –
fuori dai vetri la neve
cade veloce e perfetta

cedo al bianco, lo spazio
buono per uscire da me
dove pulsa una memoria
larga e vera come un senso

*

Gocce secche di caffè
leggere come acquarelli
sul piattino bianco opaco

il tovagliolo di carta sottile
premuto sul fondo della tazza
si beve quel po’ di liquido che resta

pasta fredda sul bancone del bar
e tutta la libertà
alle otto di sera
in uno stato di veglia flebile
scampato a una notte insonne

la libertà di uscire
e di assolvere quello che è stato

Milano Periferia nord

Milano Periferia nord

Lampadine viola ai vetri del Caffè Luna
unica luce a far vedere le cose
insieme all’alba afosa di luglio

Linda – è il suo nome italiano,
la sua identità milanese –
mi porta un succo d’arancia
e si siede a un tavolino
non le serve stare al bancone
ci sono solo io
che leggo la Gazzetta dello Sport

si scatta delle foto con il suo iPhone bianco
tutte primissimi piani
forse poi le mette su Facebook
oppure lo fa per misurarsi il sorriso
la curva dell’incarnato avorio
lei ancora ventenne
arrivata bambina dalla Manciuria
per una parte da diva
qui, in un bar all’angolo tra Lambrate e Città Studi

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103 commenti

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103 risposte a “UNDICI POESIE di Luca Vaglio Milano dalle finestre dei bar (2013) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Per andare da parco lambro in via solari che linea debbo prendere? Ci arrivo anche con la metro? Invece dal cinema mexico per arrivare a lambrate meglio che ci vada in macchina, giusto? Mi spiace dover essere tranchant, ma mediocre e insapore come poesia, assolutamente inadeguata in quanto a informazione turistica.

  2. Milano non c’è.
    Della “mia” metropoli riconosco solo la “domenica di sole velato l’otto agosto”, “l’afa e l’estate”, “insieme all’alba afosa di luglio”, “vicino alla strada oasi di tigli”. Sarà forse perché il poeta, come dice nel titolo del libro, vede “Milano dalle finestre dei bar” senza immergersi nella realtà pulsante della metropoli, anche nelle periferie.

    Giorgina Busca Gernetti

  3. Non vorrei essere frainteso, nulla di personale contro il povero Luca Vaglio, è proprio il genere che è un vicolo cieco, della seire “poetini chiusi in Milano”. L’unico a mio avviso che riesce a dire realmente qualcosa e a fare poesia, pur rimanendo nel genere, è Giovanni Catalano, autore cui andrebbe dedicato un post.

    Coincidenze

    È qui che una coincidenza

    potrebbe farsi destino.

    Già da tempo, ancora adesso.

    All’improvviso.

    Avresti potuto

    incrociarmi ai tornelli

    o nella ressa ai gradini

    o fermo sulla destra

    d’una scala mobile.

    Sulle maniglie d’un vagone

    o qui seduti, solo divisi

    dalle cuffie di un ipod

    avresti potuto

    lasciar cadere un segnalibro

    che quel giorno

    avrei raccolto.

    Nell’odore dei freni

    ti avrei sorriso e tu

    mi avresti raccontato d’una vita

    scandita dai treni,

    dalle lunghe fermate.

    Più tardi in Porta Genova

    ti avrei lasciato un numero,

    un indirizzo, il campanello

    o – chiuso il romanzo –

    qualche indizio indecifrabile,

    almeno un nome, un saluto,

    un discorso a metà

    per convincerti a restare.

  4. caro Almerighi,
    il problema è sempre quello: i giovani poeti milanesi sono tutti nipotini della poesia di Milo De Angelis senza avere di quest’ultimo la creatività e la profondità di pensiero poetico. Inoltre, questo insediamento ai “luoghi”, questa toponomastica è non solo un fatto geografico ma ha anche un importante risvolto nel non volere o potere avere un atteggiamento che ho definito “riappropriativo” nei confronti di quella che un tempo veniva chiamata tradizione. E, senza riappropriazione non ci può essere identità. Mi sembra che anche il Catalano stia tutto all’interno di questa problematica…

    • Valerio Gaio Pedini

      parla di quei poetini, per favore! Io abito in provincia e mai mi sognerei di entrare nella linea lombarda, anche perché sono un aristocratico bolognese.

      • ma, secondo me nemmeno ti vorrebbero, non sei sufficientemente artefatto caro il mio aristogatto bolognese: comunque anch’io sono un aristocratico, pensa che discendo direttamente da Adamo ed Eva… 🙂

    • Ivan Pozzoni

      Grazie mille! Però, spero, reputi i giovani poeti brianzoli di una categoria diversa e superiore, di rottura, con i nebbiosi epigoni di De Angelis… 🙂 Pozzoni, ad esempio, è un anti-poeta brianzolo (o, magari, un poeta brianzolo).

  5. Anche da parte mia nulla di personale contro il giovane poeta Luca Vaglio che ho letto oggi per la prima volta e che, quindi, non conosco se non nei versi qui pubblicati. Conosco invece Milano per lunga e assidua frequentazione, pur non abitandovi. Forse è la distanza generazionale che fa “sentire” Milano in modo così diverso.
    GBG

  6. Luca Vaglio

    Due parole di risposta a Almerighi e Giorgina Busca Gernetti (grazie per il giovane poeta – ma 41 anni e passa non sono pochissimi, ma grazie, sinceramente :-). Premesso che ognuno è libero di leggere, di apprezzare o di non apprezzare dei testi, delle poesie (poi, come correttemente dite anche voi, una valutazione più completa spesso ha bisogno di tempo, di spazio tra la lettura e la riflessione), nel mio libro non intendo raccontare Milano o farla vedere (sarebbe forse un compito improprio, eccessivo e riduttivo insieme per un libro di poesie), ma mostrare (da una visuale insolita e simbolica, quella delle finestre dei bar, o anche di certe strade e di certi luoghi, emblematica anche di una fase storica, come dice bene Linguaglossa) frammenti di vita, passaggi reali, filtrati però da un percezione e riflessione tutta soggettiva (per me inevitabile, ogni realtà è una soggettività). Peraltro, la prima sezione del libro si chiama “Milano” e comprende poesie ambientate nel capoluogo lombardo, mentre la seconda è intitolata “Altri luoghi” e raccoglie testi legati a luoghi diversi, non necessariamente geografici, ma spesso, se così si può dire, mentali, spirituali. E a partire da questo, come si vede un po’ in tutti i testi, si avvia una riflessione esistenzialista, sul senso soggettivo dello stare dei luoghi, e per certi versi spirituale. Con l’intenzione di tenere in equilibrio profondità di pensiero e antiretoricità (per essere autentico e non troppo letterario, agito da schemi pregressi) della lingua. Il resto del discorso lo spiega bene Giorgio Linguaglossa (forse portandolo a un punto anche ulteriore rispetto alle intenzioni coscienti dell’autore, ma va bene, la critica, i commenti, le osservazioni servono a questo, a riflettere lungo più direzioni sui testi), ovvero il tentativo di scrivere al di fuori da tradizioni, sperimentazioni e correnti, evitando sia le derive di una letterarietà potente, ma per forza di cose un po’ falsificante e fuorviante, sia le semplificazioni e le seduzioni del pop. Senza però (e credo si possa capire) essere inconsapevole delle diverse tradizioni, e della loro ricchezza e importanza.

    Fin qui la parte più seria della mia riflessione e della mia risposta (e grazie per avermene data l’occasione). Ora, permettemi uno spunto semi-serio: non è che una buona parte della vostra vis polemica sia stata in qualche modo originata dal fatto che nel titolo c’è la parola Milano? (e, guardate bene, “Milano dalle finestre dei bar” è un endecasillabo tronco, come dire anti-letterarietà, ma fatta attraverso la letteratura). Se è un po’ così, andiamo oltre, superiamo queste coazioni così italiane, queste contrapposizioni. Oppure, se non riusciamo, godiamocele, viviamole con leggerezza e ironia.

    Luca Vaglio

    • Gentile Luca Vaglio,
      la ringrazio per la cortesia nell’esporre le sue ragioni. Non mi ringrazi per il “giovane”. Quando avrà la mia età, 41 anni le sembreranno pochi.
      Io non pretenderei una descrizione o, peggio, una narrazione di Milano. Per questo esistono guide turistiche, libri d’arte e, per la narrazione, libri di storia milanese o sui personaggi degni d’essere storicizzati.
      Io ho scritto “sentire” Milano, che è ben altra cosa dal descrivere o narrare.
      Ciascuno la “sente” a suo modo, con un atteggiamento mentale senza dubbio soggettivo. Il nome “Milano” né mi suscita preconcetti né mi incute ostilità campanilistica all’italiana. Sento “mia” questa città, pur essendo nata e cresciuta a Piacenza, pur vivendo in provincia di Varese, a meno di 50 km. da Milano. La metropoli milanese è la città in cui ho studiato all’Università, in cui, sia da piacentina sia da gallaratese (solo di residenza, non d’affetto perché le mie radici sono altrove) assiduamente mi sono recata per attività culturali, frequentazione di teatri, visite di mostre, altre ragioni artistiche e, non ultimi, “quater pass in Galeria”.
      La mia non è “vis polemica” ma semplice commento.
      Cordiali saluti
      Giorgina Busca Gernetti

      • Ho scritto prima di trovare e leggere le due postille. Sono lenta a digitare. Come dattilografa valgo poco!
        GBG

        • Luca Vaglio

          va bene, ogni riflessione è preziosa – ho detto la mia in questi commenti, l’invito era quello di guardare le cose mostrate, dette e sentire nelle poesie, senza trascurare la parola “Milano”, ma anche trascendendola, andando oltre la stessa

  7. Luca Vaglio

    postilla: in sintesi, mostro e faccio echeggiare storie e visioni (soggettive) di una Milano marginale, parallele a storie simili e diverse che accadono anche in altre città. Dire che le queste storie accadono a Milano è importante, fondamentale, ma al tempo stesso laterale. Riesco a spiegarmi? Non trascurate la parola Milano, ma non fatevi confondere da questa parola, non datele più importanza di quella che ha. Non sono un poeta milanese, come non sarei un poeta bolognese o romano. Eppure Milano, non tanto e non solo in chiave geografica, è importante in questo libro, come lo è nella poesia di un po’ di secoli addietro. E questo va letto e visto con serenità, come altre cose, come altri luoghi e città in letteratura o nella storia, senza nevrosi polemiche e senza, a mio avviso, che la città orienti in modo cos’ radicale i percorsi neoronali della percezione e dell’analisi.

    Luca Vaglio

    • Ripeto e copio-incollo ciò che ho affermato prima a proposito del nome “Milano”.
      *Il nome “Milano” né mi suscita preconcetti né mi incute ostilità campanilistica all’italiana. Sento “mia” questa città, pur essendo nata e cresciuta a Piacenza, pur vivendo in provincia di Varese, a meno di 50 km. da Milano. La metropoli milanese è la città in cui ho studiato all’Università, in cui, sia da piacentina sia da gallaratese (solo di residenza, non d’affetto perché le mie radici sono altrove) assiduamente mi sono recata per attività culturali, frequentazione di teatri, visite di mostre, altre ragioni artistiche e, non ultimi, “quater pass in Galeria”.*
      Nelle mie affermazioni e nel mio precedente commento non c’è traccia di “nevrosi polemiche” e simili.
      GBG

      • Luca Vaglio

        ho capito, la mia era una riflessione sulla ragione possibile di alcune critiche ai testi, non tanto riferita al suo commento, per il resto le ho già detto, non è un libro su Milano, sono poesie esistenzialiste (per certi versi spiritualiste) sull’eco di certi luoghi, sulla mia percezione degli stessi, su momenti relativi a una condizione umana – questo soprattutto, il fatto che il tutto avvenga a Milano (e Milano è molti luoghi) è importante e laterale al tempo stesso, non deve fuorviare nell’analisi
        Luca Vaglio

  8. Luca Vaglio

    questa lettura di Lorenzo Cardilli spiega bene le cose che ho appena cercato di dire, http://labalenabianca.com/2014/06/30/un-flaneur-senza-flanerie-milano-dalle-finestre-dei-bar-di-luca-vaglio/

    lv

  9. Luca Vaglio

    due parole sulle coordinate letterarie: posto il tentativo di liberarsi (con il massimo rispetto) dal vincolo della tradizione, individuato bene da Giorgio Linguaglossa, in questo libro (dico in questo, non parlo in assoluto dei miei testi o delle mie letture preferite) se si devono trovare dei riferimenti letterari, forse conviene guardare da un lato a Umberto Fiori e al primo Raboni, e per la parte più spirituale alle passioni (già giovanili) per Pessoa, Octavio Paz, Yeats e per i linguaggi simbolici (sia pure calati nel reale e più evidenti forse in altre poesie del libro e nella seconda sezione)

  10. Ambra Simeone

    Poesia pulita e composta, destrittiva, cosi troppo pulita e composta che sembra asettica, spenta, rassegnata come suppongo gli umori dell’autore che ne è uno dei personaggi principali; se il mostrare dell’autore è questo ci è riuscito bene!

    Come dice bene lui stesso la poesia è sempre soggettiva e non potrebbe essere altrimenti, ma io però preferisco la poesia che prenda il lettore e lo faccia barcollare sulla sedia, non quella che lo faccia rimanere seduto, asciutto e compunto!

    Oltre alle soggettive ci sono anche le vedute!

    • Luca Vaglio

      Non c’è nulla di male a descrivere, ma se queste poesie per lei sono soltanto descrittive mi viene il sospetto che lei abbia ancora molto bisogno di enfasi e di letteratura letteraria e che sia lontana dal cogliere lo spirito e la qualità dei miei testi (quando non di tempeste e di gabbiani), e lo dico senza polemica, con serenità 🙂 E la pulizia del dettato, è attenzione, rispetto delle parole e delle cose, soprattutto

      Seduto tra le voci e la musica
      del birrificio di Lambrate osservo
      che è poca la differenza tra il colore
      rosso-bruno di una Porpora
      e il marrone della torta al cioccolato
      – anche il tavolo di legno sta lì,
      a fare da contrappunto –
      e mi sento quasi un evaso
      da non so bene dove
      forse dalla mia casa
      lontana trecento metri
      o da una chiusa del tempo.

      Penso che fuori dai cassetti
      ben ordinati della memoria
      ci sia vicinanza tra le cose
      che l’anima della distanza
      sia un fatto di forma
      che alla fine solo la paura
      separi il passato dal futuro

      *

      Sera d’inverno all’Hemingway
      – quattro guardano il Milan –
      fuori dai vetri la neve
      cade veloce e perfetta

      cedo al bianco, lo spazio
      buono per uscire da me
      dove pulsa una memoria
      larga e vera come un senso

      *

      Gocce secche di caffè
      leggere come acquarelli
      sul piattino bianco opaco

      il tovagliolo di carta sottile
      premuto sul fondo della tazza
      si beve quel po’ di liquido che resta

      pasta fredda sul bancone del bar
      e tutta la libertà
      alle otto di sera
      in uno stato di veglia flebile
      scampato a una notte insonne

      la libertà di uscire
      e di assolvere quello che è stato

      *

      Lampadine viola ai vetri del Caffè Luna
      unica luce a far vedere le cose
      insieme all’alba afosa di luglio

      Linda – è il suo nome italiano,
      la sua identità milanese –
      mi porta un succo d’arancia
      e si siede a un tavolino
      non le serve stare al bancone
      ci sono solo io
      che leggo la Gazzetta dello Sport

      si scatta delle foto con il suo iPhone bianco
      tutte primissimi piani
      forse poi le mette su Facebook
      oppure lo fa per misurarsi il sorriso
      la curva dell’incarnato avorio
      lei ancora ventenne
      arrivata bambina dalla Manciuria
      per una parte da diva
      qui, in un bar all’angolo tra Lambrate e Città Studi

      *
      Luce fredda che vira
      verso l’azzurro-grigio
      nella sera di un aprile
      di quasi estate
      quadro minimo di infinito
      nella grata della finestra
      che guarda sul cortile

      la metafisica delle cose
      diventa sensibile
      prende forma
      se dentro un bar di Milano
      si riesce a vedere fuori

      *
      Sei di mattina alla fine di agosto
      bar ancora chiusi e quasi nessuna
      auto, se ti siedi vicino al suolo
      sotto un albero o sul marciapiede
      di un incrocio ti accorgi che Milano
      ha un suono, come un vento metafisico
      che si muove tra le case forte, sordo
      forse la nota continua della Terra
      che vince sul silenzio della città

      *

      Colico, 4 marzo

      Bianco di nebbia
      sul lago e l’ombra
      lunga del Berlinghera

      freddo che sfiora
      arriva leggero
      senza fare male

      scatto due foto
      luce di piombo
      tra acqua e cielo

      vedo la mia assenza
      muoio a me stesso
      sono differenza

      *

      Fantasma residuo
      esito che sfuma
      lascia liberi di mancare
      di morire forti
      a nuova vita
      vergini e depurati
      da un’essenza troppo nuda
      da una volontà di esistere
      nel tempo degli altri
      nello spazio che trova forma
      tra sentire e pensare

      (le ultime quattro non sono presenti nella selezione de l’ombra delle parole, le condivido per completezza, poi il libro è anche altro)

      • Ambra Simeone

        Caro Luca,

        non me ne volere anche il mio è stato un commento sereno, ho solo espresso cosa mi prende di più e non so se sia un bene o un male e neppure mi importa! Comunque non è di enfasi che parlavo ma di presa, secondo me la descrizione (e non dico che le tue poesie siano solo descrittive ma quelle che ho letto qui lo sono per la maggior parte) è un qualcosa che punta alla meditazione e distenzione (come dici tu) ma solitamente è utilizzata in contrapposizione con una componente più forte… ecco secondo me la descrizione nelle tue poesie va più che bene, ma manca la parte d’impatto che faccia da contrappeso!

        Un abbraccio
        è stato un piacere leggerti

        • Luca Vaglio

          grazie per questo tuo ulteriore commento, Ambra, e per la parte di apprezzamento, come ho detto sopra e in altri commenti in questo libro focalizzo l’attenzione sulle cose, e sulla mia percezione delle stesse, sui pensieri e le meditazioni che nascono in questi spazi, così è naturale che il lavoro sulle parole tenda verso la semplicità, la pulizia proprio per non sporcare la visione e la percezione, l’intenzione è partire dalle descrizioni delle cose e farle risuonare, echeggiare, vedere che parte di senso restituiscono, e però c’è anche altro, quasi tutte le poesie hanno chiuse gnomiche, forti, con una parte di pensiero evidente, e forte, eccome (è un fatto, non è detto che debba essere considerato in positivo o in negativo, ma è un fatto che va osservato, se non lo si vede non si stanno leggendo bene le mie poesie), non so se d’impatto, ma a me qui interessa poco questo, e anzi il tono medio (medio fino a un certo punto) giova alla precisione di cui sopra, a far stare la parte di pensiero insieme alle cose senza che si rovini il rapporto stesso con le cose, la tensione all’oggettività (dentro la soggettività dell’osservazione) che mi pare importante in questo libro.

          Un abbraccio a te
          Luca

  11. Luca Vaglio

    e non è troppo importante lo spirito dell’autore, spento o rassegnato che sia! Ma il testo, e la sua cura! 🙂 E comunque lo spirito è liberato, e per questo abbastanza felice, liberato non soltanto da una letterarietà posticcia, ma liberato dalle contingenze, dal tempo, per una mezz’ora o per qualche ora si può sprofondare con la mente e lo spirito in un bar e guardare le cose, descriverle, far fluire il pensiero e le sensazioni, fare una piccola meditazione laica, questo è lo spirito

  12. Veda caro signor Vaglio, è proprio il soggetto, il punto di partenza, che non riesco più a sopportare, talmente sciacquato, risciacquato, centrifugato e poi ancora sciacquato, che a un certo punto della mia vita ho deciso di non sopportare più in nessun modo questa corrente dei poetini chiusi in Milano, mi spiace, ma proprio non vi sopporto più. L’altra sera mi sono guardato in sequenza Milano calibro 9 e Milano odia la polizia non può sparare, film di 40 anni fa più vivi di certa poesia “chiusa in Milano”. Mi spiace, evidentemente la poesia che descrive minuziosamente le pieghe crepuscolate di Milano fino all’ossessione non fa per me. La considero talento sprecato e tempo perso, ma basta con gli epigoni di epigoni! Mi scuserà i toni, ma mi accaoloro, ma si immagina lei se mi mettessi a fare poesia anche solo su Bologna, ma sa cche palle! Non cerco alibi, siete tutti nitore e toponomastica, ma secondo me siete morti. Con buona pace del suo editore Marco Saya, autore che stimo e commento da anni con molto piacere.

  13. Scrive Luca Vaglio alla mia email:

    «se una cosa posso dire, è un po’ fuorviante guardare ai poeti che scrivono a Milano come nipotini di De Angelis (che ho letto e apprezzo) o comunque iscriverli, in positivo o in negativo, in una certa visione e poetica e, come fanno certi commentatori, farne una questione di luoghi, per me non è così, e un titolo è un titolo, ovvero un suono, un’evocazione – ma del resto, come ti ho detto, nel tuo commento cogli, forse un po’ in eccesso (nel senso che non è che proprio il rapporto con la tradizioni manchi… ma va bene, ci rifletterò meglio con il tempo), una parte importante dello spirito del libro».

    È vero, mi correggo, forse è un po’ fuorviante leggere i poeti di Milano che scrivono su Milano come nipotini di De Angelis, ma la parentela, l’imprinting, il calco sono innegabili. Ma non è un peccato essere eredi di De Angelis, anzi, nella poesia di Luca Vaglio c’è la visione e la consapevolezza di una crisi esistenziale, emotiva, valoriale di un’intera generazione e di un’intera città ma quello che forse manca è un traliccio stilistico entro il quale esprimere quella crisi; come molta poesia dei romani ripete come un mantra la formula stilistica che va da Patrizia Cavalli, Zeichen a Valerio Magrelli, così ho l’impressione che la poesia milanese sia rimasta stregata dalla formula lombarda di Cucchi e di De Angelis. Poi qui a Roma abbiamo una poesia turistica la cui primogenitura spetta sicuramente a Franco Buffoni… Però, va detto con schiettezza, qui si tratta di epigonismo, di poesia professionale, giornalistica e di maniera… Per fortuna però a Roma non c’è solo la poesia di maniera…

    • Luca Vaglio

      Giorgio ti ringrazio per aver voluto condividere questa mia mail, che integra e completa le riflessioni che ho scritto qui sul blog. Per il resto, come ti ho detto, ritengo che la tua riflessione, bella e scritta con eleganza, indichi un punto prezioso, ovvero questo mio tentativo di essere libero in letteratura e in spirito (anche in relazione a questo torno di tempo, certo) da una tradizione importante, che ho letto e che per certi versi comunque mi influenza. Che poi, fatto un passo nella direzione che dici, ci si trovi con riferimenti pur presenti ma lontani, e per certi versi un po’ da soli, senza padri letterari, e che non sia scontato trovare un’identità nuova e definita è vero, ma si tratta di un discorso ampio, che ti ringrazio di aver introdotto (e che nel tempo sarà frutto di riflessioni arricchenti), ma che va al di là di questo mio libro di poesie (il secondo, ma il primo libero dalle esperienze giovanili). E poi non è detto che irrigidirsi in un’identità sia necessariamente un fatto positivo, le grandi tradizioni spirituali dicono che a un certo punto la si perde o la si trascende, l’identità. Qui, in questo libro, la mia attenzione, il mio rigore, la mia etica letteraria è stata l’attezione alle parole, alle cose, non sacrificare mai la chiarezza del dettato, la precisione dei versi a una pretesa complessità, cercare l’intensità sempre attraverso la pulizia e la semplicità, e anvora le riflessioni esistenziali e spirituali che emergevano in questa mia piccola ascesi e liberazione urbana

      Luca Vaglio

    • Luca Vaglio

      in due parole, a mio avviso, queste mie poesie (e ancora di più altre presenti nel libro) andrebbero intese essenzialmente come piccole meditazioni laiche, dentro cui, sì, riverbera anche e inevitabilmente la crisi, o la fase esistenziale di una generazione e il problema del rapporto o non rapporto con la tradizione

      lv

    • Ivan Pozzoni

      Giorgio, è vero: Cucchi e De Angelis sono i miei due nonni d’adozione (ci mancava anche Cucchi!). Pretendo, allora, di essere definito giovane poeta bergamasco, della Val Cavallina.

      • gabriele fratini

        Non c’entra niente, ma mi è venuto in mente che Cucchi è l’unico autore che ha scritto un libro noir (in età matura) che si vergogna di aver scritto un libro noir… allora uno si chiede, ma che l’ha pubblicato a fare? mah… neanche lui ha le idee chiare sui libri che pubblica 🙂

    • Luca Vaglio

      e delle due l’una, se come dici nel tuo commento è vero che scrivo libero dagli schemi della tradizione e che nelle mie poesie “il carattere gnomico, l’eleganza, la clarté, la concisa forma snob della proposizione poetica non devono essere confusi ed equivocati come elementi negativi ma come momenti positivi di una sensibilità che si è gettata alle spalle una lunga e invadente tradizione non solo lombarda.” (e per me è vero, forse con un piccolo eccesso) poi non può essere vero che io sia il nipotino di qualcuno, sebbene ovviamente un rapporto con i molti che a Milano hanno scritto negli ultimi decenni ci sia, ma con l’intento di fare un mio percorso, di dire le mie cose, di dare la mia visione. Concordo meno con l’idea del limitarsi “a sopravvivere tra le micro narrazioni dell’io disperso in quella metropoli che si chiama Milano.”, ovvero la dispersione è l’occasione per la liberazione che evidenzi bene e pure il segno del passaggio epocale, generazionale, e però già nelle chiuse gnomiche che vedi anche tu e nelle micro-storie (micro tra virgolette) e nelle narrazioni c’è già una parte possibile e credo forte, vitale, di senso, che forse non cerca identificazioni proprio per aderenza al percorso, alla fuoriuscita dagli schemi, per risuonare in sè, per essere quello che è.

      Luca Vaglio

    • Luca Vaglio

      mi sento di rigettare l’ipotesi che nelle mie poesia possa mancare un qualche traliccio stilistico entro cui esprimere la crisi o altro, lo stile c’è, ed è del tutto visibile, poi che liberato, ma pure consapevole, della tradizione possa evolvere, e diventare anche altro, ok, ma tempo al tempo

    • Luca Vaglio

      e alla fine, con rispetto, non sarebbe stato forse meglio dire quello che mi hai detto in privato, ovvero che le mie poesie sono scritte bene, antiretoriche e autentiche? E suggerirmi di proseguire, di evolvere? Ogni scrittore vero lo fa. Tue parole: “ti dico subito il mio parere: che scrivi bene, senza retoriche e senza fronzoli, per il primo libro è un buon inizio, ti faccio i miei auguri, però poi dovrai andare avanti, sviluppare, ampliare la gamma della tua telecamera”… o ancora: “caro Luca, il tuo libro è interessante, rivela una personalità poetica, una ricerca autentica…” invece di chiosare su mancate riappropriazioni o ipotizzare mancanze di stile? (Stile che, ribadisco, c’è eccome e che certo può evolvere). Riflessioni queste ultime che forse fanno un po’ confusione e aiutano poco a comprendere il libro, sebbene, come ho già detto, possano aprire chiavi dialettiche e passaggi di dibattito, da cui, anche discordando, se si parla onestamente, si può trarre tutti un po’ di giovamento. Resta il mio apprezzamento per molta parte della tua riflessione, soprattutto dove ravvisi la libertà e l’antiretoricità del mio percorso, e il ringraziamento per l’attenzione e la possibilità offertami di dialogo e confronto. Poi, quanto a Milano e ai suoi poeti, sono tantissimi, non soltanto un paio di maestri attivi negli ultimi lustri, quella milanese e lombarda è una tradizione secolare, che nello sguardo profondo sulle cose e sui luoghi, e non solo, ha prodotto esiti altissimi e importanti in moltissimi poeti (come altre scuole, fiorentina, romana… poi sarebbero discorsi lunghissimi, non esauribili qui, hanno prodotto grandi esiti in altri ambiti), e chi fa i conti con questa corrente, sia che antiretoricamente, ma con consapevolezza della stessa, provi in qualche modo a liberarsene, a fare un passo avanti o, per dire, di lato, sia che ci si muova dentro in modo più ortodosso, se così si può dire, se lavora con onestà, non può che beneficiarne ed esserne arricchito. E credo la cosa vada accolta senza paure nè pregiudizi. Poi c’è chi apprezzerà di più certi testi e chi sentirà più affini altri testi. E va bene così.

      un abbraccio,
      Luca Vaglio

    • Luca Vaglio

      e poi va bene “poeta delle faglie della modernità”, un po’ meno, ma a volte pure, poeta dei trucioli del moderno, però il discorso portato avanti è centrale e collettivo, sebbene visto a partire da luoghi apparentemente laterali

  14. Luca Vaglio

    Caro Almerighi, ho compreso che lei non ce l’ha con me, che non è un fatto personale, e sono del tutto sereno. Soltanto come ho detto sopra il suo commento non mi riguarda affatto – e quanto al soggetto: la poesia è naturalmente una relazione tra soggetto e oggetto, semplificando, legga qui: http://www.nazioneindiana.com/2014/12/11/considerazioni-circa-una-poetica-della-relazione/ . Per il resto, io non faccio in nessun modo parte della corrente dei poetini chiusi a Milano che lei non apprezza. Non so chi siano, nè se esistono. Per c’è chi cerca di scrivere e scrive, e io tra questi, poesia. Intendendo poesie dei testi in cui, con una consapevolezza delle parole e, se si vuole, di un suono, di un ritmo profondo, dei significati profondi si dice, si esprime qualcosa, nel modo più ampio e libero. Queste mie sono poesie esistenziali (e per certi versi spirituali), alcuni luoghi di Milano sono l’occasione, parziale s vogliamo, per scrivere (ma avrebbe potuto essere un’altra città, ma negli ultimi anni ho vissuto a Milano, e quindi mi sembrava onesto che i testi partoriti a Milano avessero un rapporto con questo luogo e con luoghi relativamente marginali di Milano, e che la cosa fosse dichiarata – nel libro poi ci sono anche testi non ambientati a Milano e non legati a luoghi geografici). Milano, ripeto, è l’occasione parziale per scrivere, non il senso profondo, se non in parte, anche qui, per quello che può essere. La mia è posia esistenziale su momenti particolari, momenti di una liberazione volontaria e inattesa dentro le inevitabili contingenze in cui viviamo. Commentare come fa lei è commentare altro a partire da un’idea preconcetta, la mia poesia sta altrove. Quanto alla morte, letteraria, simbolica, è una risorsa preziosa: per cambiare e per trasformarsi, per produrre cose nuove ogni tanto bisogna morire a qualcosa. Soltanto chi mette in discussione schemi e idee muore per poi rinascere in altro modo. Mentre pretendere un vitalismo costante ossequioso di idee precostituite porta alla stasi, alla vera assenza di vitalità e di energia rivoluzionaria (in senso etimologico, ovvero di cambiamento). E poi nitore e toponomastica sono punti di partenza preziosi, sempre meglio una poesia precisa e pulita, nitida (che bell’aggettivo! Grazie!), attenta a ogni parola, e che riconosca un rapporto profondo con dei luoghi, fossero anche un supermercato o un gommista, e che da qui provi una riflessione, un percorso di espressione, di tensione e di sintesi, che una poesia che tenti voli confusi senza sapere dove è nata e da dove, da che luogo (inteso in senso ampio) prende le mosse. E in questa ultima frase ho colto l’occasione per una dichiarazione di poetica, non certo l’unica possibile, che spiega molto del lavoro di questo mio libro.

    Luca Vaglio

    • Apprezzo la sua dichiarazione di poetica, così come il nitore, la chiarezza, la semplicità classica del suo dettato in ogni poesia, anche in quelle aggiunte alla scelta per questo blog.
      GBG

    • L’orientamento è chiaro,
      delimita uno spazio
      oltre ciò che lo confina,
      uno spazio da considerare,
      forse un’attesa, gli pare;
      ma che importanza ha?
      (Giorgio Prestinoni)

    • Salvatore Martino

      Mi ero rpromesso di non scrivere più commenti ma di fronte a questo fiume inarrrestabile di parole che affrontano le tematiche di questi versi e le risposte dell’autore mi è salita spontanea una voce dal profondo: ma perché dissertare su queste parole che appartengono alla poesia come ai lombrichi l’aria?

      • Luca Vaglio

        Salvatore, dal momento che su un blog tutti parlano e commentano, a volte d’istinto e superficialmente (e va bene così, è la regola del gioco), è normale che poi l’autore risponda. Qui e altrove c’è chi apprezza le mie poesie (e anche persone che ne hanno letta molta, e con occhio lucido), e così può succedere che a qualcuno le mie poesie non piacciano, non si può piacere a tutti, anche per i più bravi, in ogni campo, è importante sapersi confrontare con il dissenso e con la critica costruttiva. Mi limito a dire che il tuo commento è davvero troppo generico, tanto generico che non dice niente. Leggerò, se mi capiterà, dei tuoi testi, e, ove possibile, li valuterò in modo più equilibrato e rispettoso.

        LV

  15. gabriele fratini

    Molto apprezzate queste poesie, scritte bene e capaci di ricreare certe atmosfere. A tratti mi hanno ricordato un Bukowski milanese sgrezzato dopo un corso di buone maniere 🙂
    Un saluto

  16. Mauro Righi

    A me sono piaciute moltissimo. Certo, c’è la tradizione dei Maiorino, Raboni, Erba, Fiori. Sinceramente lo trovo distante da un De Angelis. E’ una poesia dell’osservazione che non lascia “scampo” e non indugia a ipocriti sentimentalismi, La solitudine di una città che potrebbe rappresentare la solitudine di qualsiasi metropoli europea o americana. Bei versi, asciutti e incisivi.

  17. Luca Vaglio

    Grazie, Mauro

  18. Luca Vaglio

    condivido con voi anche questa, poesia a mio avviso importante nella sezione milanese del libro

    Attila è musica che rimbalza
    sul rumore che arriva dalla tangenziale
    controcanto
    miracoloso, mentre Nicola suona
    note distorte nel vuoto minerale
    che sono elettrodi, cavi, batterie
    e gambe di ruggine, tubi lunghi
    fino alla grande cassa armonica,
    il silo dimenticato di Lambrate

    gioco elettrico tra erba e fango
    inverno diafano e cappotti
    pochi giorni prima che lava
    di petrolio coprisse silenziosa
    il letto depurato del Lambro

    veneri da leonka, capelli lisci
    pensieri che raggiano sorrisi

    Attila dice “tutti sotto”, ma stiamo
    un po’ fuori, vicini ma fuori, tanti
    maghi religiosi a sentire un’eco
    di ferro che sta sospesa nel freddo

    (Nel febbraio del 2010 i musicisti Attila Faravelli e Nicola Martini hanno suonato il silo Insse di Lambrate. Il testo qui sopra trae ispirazione da quella performance. Di lì a pochi giorni si verificò uno sversamento doloso nel Lambro di 10 milioni di litri di oli combustibili provenienti dall’ex raffineria di Villasanta.)

  19. Ivan Pozzoni

    Luca, scrivimi alla mia email, se ti va: ho un’idea (ivan.pozzoni@gmail.com). O lasciami il tuo indirizzo email. Mi trovo d’accordo con Gabriele. ciao

  20. A me non sembra che Luca Vaglio cerchi di costruire un personaggio di sé, di un nottambulo, un viveur o un Bukowski rasserenato. Al contrario, vedo molta solitudine, accettata di buon grado, senza eroismi, quasi con rassegnazione. Non c’è eroismo nel quadro “i nottambuli” di Hopper, c’è silenzio, ci sono luci e rumori della notte… Milano è solitudine, ed è una fortuna che ci sia ancora qualcuno disposto a dirlo, anzi no a farla sentire, magari involontariamente, direi quasi con candore. Tra cent’anni questa cronaca sarà più interessante di tanti bei discorsi, dirà la verità su Milanodabere (ammesso che potrà interessare a qualcuno), almeno la verità che manca. A me sembra così innocente, Luca Vaglio, che lo abbraccerei. Scrive con un ritmo adatto, notturno, senza fretta e senza interruzioni; in qualche modo iperrealista, col suo Mojito…

    • Luca Vaglio

      Grazie, Lucio, per questa tua riflessione

      • Luca Vaglio

        ed è vero, c’è del candore in certi miei testi, e non credo involontario, ma confido volontario e naturale, ovvero una ricerca della pulizia del pensiero, del verso, del rapporto (soggettivo) con le cose

  21. Giuseppina Di Leo

    Si leggono con piacere queste poesie ‘esistenzialiste’, nelle quali ammetto di averci trovato alcuni aspetti in comune con il mio modo di vedere le cose del mondo. Una certa affinità la trovo tra questa, di Vaglio:

    *
    Sei di mattina alla fine di agosto
    bar ancora chiusi e quasi nessuna
    auto, se ti siedi vicino al suolo
    sotto un albero o sul marciapiede
    di un incrocio ti accorgi che Milano
    ha un suono, come un vento metafisico
    che si muove tra le case forte, sordo
    forse la nota continua della Terra
    che vince sul silenzio della città.

    e questa mia: (C.M.E.)

    *
    Un bicchiere di nicotina
    è già pronto per la mattina
    qualche cicca calda
    rilascia un calore ambrato
    deteinato nicotizzato
    potrei berlo anche
    il mezzo pieno d’acqua
    man mano che l’aria
    cede la sua freddezza
    indifferente di domenica.
    GDL

    Mi scuso per quello che non vuole essere un confronto, cosa che in sé non ‘c’azzeccherebbe’ molto, ma è per dire che un luogo (nel mio caso l’oggetto è la periferia milanese) volendo può offrire, tra l’altro, anche la possibilità di guardarsi meglio dentro.
    Faccio i miei complimenti a Luca Vaglio.

    • Luca Vaglio

      Grazie Giuseppina (complimenti anche a te per la tua ricerca), ed è vero quello che dici, i luoghi e le cose, come uno specchio che permette di vedere in profondità, sono l’occasione per fare un viaggio dentro di noi, questo è uno dei punti cardinali del mio libro
      lv

      • Giuseppina Di Leo

        Forse, di tanto in tanto, facendo “tabula rasa” nei propri pensieri, è possibile notare anche il resto che ci riguarda, incluso ciò che normalmente sospingiamo dentro (rabbia, emozioni ecc. ecc.).
        Grazie a te, Luca.

        • Luca Vaglio

          concordo Giuseppina, la poesia anche per me è un esercizio di meditazione, o almeno di concentrazione su aspetti particolari, cose, percezioni, e solo dopo, ove possibile, singoli pensieri, e ancora per me è importante scrivere al di fuori delle retoriche, dell’enfasi, degli schemi verbali agitati da poesie e lingue poetiche pregresse e a forte rischio di maniera, di assenza di verità, e quindi scrivere con le parole più naturali per cose e pensieri del momento, senza trascurare un grado di sperimentazione, ma facendolo partire da lì, da una misura di semplicità, di essenzialità che porti a una mia autenticità e profondità (più autentica possibile)

  22. Pasquale Balestriere

    L’assenza di “campo lungo” e l’attenzione al dettaglio non devono ingannare né indurre ad una visione riduttiva della poesia di Luca Vaglio. Per me la sobrietà del dettato sostiene il tentativo di porre in equilibrio, forse in corrispondenza, o magari addirittura in simbiosi, l’io/individuo e quel minimo di realtà esterna osservata; la quale assume una funzione provocatoria e stimola la riflessione, l’approfondimento, lo scarto poetico. Sono componimenti, questi, che hanno senso e validità.
    Pasquale Balestriere

  23. Luca Vaglio

    Grazie Pasquale, cogli bene lo spirito del mio libro

  24. Luca Vaglio

    Permettetemi qualche altra considerazione: La selezione dei testi di un libro può in qualche modo orientarne la percezione. Mi spiego testi come questi stanno del tutto la poetica del libro, ma sono laterali rispetto ad altri, e presentati in una selezione ristretta rischiano di dare una connotazione più crepuscolare del dovuto all’insieme:

    Birra di troppo liquida
    il sonno, regala la veglia alcoolica
    di un presente verticale
    e dolore dentro gli occhi
    nausea fredda per il corpo
    e ancora necessità di non fare
    di stare senza pensare
    di guardare la vita da fuori
    protetto da una smagliatura temporale
    una dissolvenza sull’ora della morte

    *

    Capodanno
    e tre giorni
    in un bar di Milano
    angolo via Solferino
    birra belga
    Kwak
    rosso-ambrata
    otto gradi e quattro
    aerea e setosa
    come lana buona
    l’aperitivo che resta
    polenta, rucola
    trofie al pesto

    aspetto l’ora del cinema
    e non so bene se ordinare
    un calice di Porto bianco

    mi guardo attorno
    non vedo più
    un uomo, una donna
    un gruppo di amici
    tutti usciti
    nella stanza
    oltre a me
    due bariste

    luci basse
    candele accese

    basta così
    a volte un segno
    viene dalle cose

    *

    Abito una nicchia possibile
    un angolo, un canto vuoto
    a vita rallentata
    che gli uomini vedono
    e passano nel tempo libero
    dove sonno e cibo
    sono accidenti variabili
    e le cose del mondo
    mancano, galleggiando più in là
    fuori dal raggio delle mie braccia

    a mio avviso tra i testi più importanti del libro ci sono, insieme ad altri, questi (alcuni presenti nella selezione proposta da Linguaglossa, altri no), e leggendo il libro credo risalti che si tratti di testi guida che danno il tono e la chiave di lettura dell’opera nel suo complesso, aiutando a leggere meglio anche gli altri testi:

    Attila è musica che rimbalza
    sul rumore che arriva dalla tangenziale
    controcanto
    miracoloso, mentre Nicola suona
    note distorte nel vuoto minerale
    che sono elettrodi, cavi, batterie
    e gambe di ruggine, tubi lunghi
    fino alla grande cassa armonica,
    il silo dimenticato di Lambrate

    gioco elettrico tra erba e fango
    inverno diafano e cappotti
    pochi giorni prima che lava
    di petrolio coprisse silenziosa
    il letto depurato del Lambro

    veneri da leonka, capelli lisci
    pensieri che raggiano sorrisi

    Attila dice “tutti sotto”, ma stiamo
    un po’ fuori, vicini ma fuori, tanti
    maghi religiosi a sentire un’eco
    di ferro che sta sospesa nel freddo

    Nel febbraio del 2010 i musicisti Attila Faravelli e Nicola Martini hanno suonato il silo Insse di Lambrate. Il testo qui sopra trae ispirazione da quella performance. Di lì a pochi giorni si verificò uno sversamento doloso nel Lambro di dieci milioni di litri di oli combustibili provenienti dall’ex raffineria di Villasanta.

    *

    Sera d’inverno all’Hemingway
    – quattro guardano il Milan –
    fuori dai vetri la neve
    cade veloce e perfetta

    cedo al bianco, lo spazio
    buono per uscire da me
    dove pulsa una memoria
    larga e vera come un senso

    *

    Luce fredda che vira
    verso l’azzurro-grigio
    nella sera di un aprile
    di quasi estate
    quadro minimo di infinito
    nella grata della finestra
    che guarda sul cortile

    la metafisica delle cose
    diventa sensibile
    prende forma
    se dentro un bar di Milano
    si riesce a vedere fuori

    *

    Lampadine viola ai vetri del Caffè Luna
    unica luce a far vedere le cose
    insieme all’alba afosa di luglio

    Linda – è il suo nome italiano,
    la sua identità milanese –
    mi porta un succo d’arancia
    e si siede a un tavolino
    non le serve stare al bancone
    ci sono solo io
    che leggo la Gazzetta dello Sport

    si scatta delle foto con il suo iPhone bianco
    tutte primissimi piani
    forse poi le mette su Facebook
    oppure lo fa per misurarsi il sorriso
    la curva dell’incarnato avorio
    lei ancora ventenne
    arrivata bambina dalla Manciuria
    per una parte da diva
    qui, in un bar all’angolo tra Lambrate e Città Studi

    *

    Fantasma residuo
    esito che sfuma
    lascia liberi di mancare
    di morire forti
    a nuova vita
    vergini e depurati
    da un’essenza troppo nuda
    da una volontà di esistere
    nel tempo degli altri
    nello spazio che trova forma
    tra sentire e pensare

    *

    Colico, 4 marzo

    Bianco di nebbia
    sul lago e l’ombra
    lunga del Berlinghera

    freddo che sfiora
    arriva leggero
    senza fare male

    scatto due foto
    luce di piombo
    tra acqua e cielo

    vedo la mia assenza
    muoio a me stesso
    sono differenza

    *

    Il genio segreto delle relazioni
    come un sesto senso della comunanza
    quando si perde il conto degli anni
    trascende in un’eco di spazi terminali
    affondati dentro epoche lontane
    millenni e millenni di vita spesa
    a vedersi, a riempire case e strade
    quasi che, stretti nel tempo che rimane,
    sia possibile esistere soltanto
    sulla scena di un saluto, di un addio

    *

    Campi di grano falciato sfilano
    lungo la strada, l’automobile
    corre come sospesa sulla pianura
    ormai fa sera e siamo vicini
    alla meta, trattengo il pensiero
    del sole, delle parole ma non vedo
    l’ombra diafana che sale al tuo viso
    mentre con voce lontana mi dici
    che forse è meglio che io prosegua
    senza di te fino alla casa dei miei
    all’altro lato del mare, che l’abisso,
    ora che arrivi, è tanto più grande
    che volere e le mie labili paure
    non hanno il potere di bastare
    al senso e al controsenso di esistere

    *

    Appena sveglia dici che hai male
    alla testa come se fosse il peso
    delle ombre misteriose della notte

    digiuni mentre tagli la radice
    dei miei pensieri, le tue parole
    sono fatte di fuoco primordiale

    è un tempo mutilato, la chiusa
    dell’arco di Saturno, che ora annunci
    e tradisci, piccola maga nera

    e ancora, anche l’ho già abbastanza detto, colgo l’occasione per invitare tutti quando si leggono dei testi, delle poesie (soprattutto se per la prima volta, senza un percorso pregresso di avvicinamento a quei testi e all’autore) a prendersi un po’ di tempo e di calma, ed ad ascoltare i testi per quello che sono, per il loro significato, il loro ritmo, la musica e l’eco che hanno. Cercando il più possibile di stare lontani da schemi, letture e idee preconfezionate (e non dico di buttarle vie, la cultura, in senso ampio, di ognuno di noi è importante nel percorso di avvicinamento ai testi, ma di fronte ai testi è meglio fare dentro di noi un’operazione di distacco, di liberazione dal rumore di fondo che abbiamo dentro) e di evitare il gioco, troppo italiano, dei giudizi e delle contrapposizioni in base a criteri antichi e preesistenti: Milano e Roma, per non dire di guelfi e ghibellini, Coppi e Bartali, e ancora tradizione e non tradizione. Stiamo alle cose, ai testi per quello che sono e riescono a sembrarci di per sè. Quanto a Milano, da Carlo Porta (e fin, sia pure in modo del tutto diverso, da Giuseppe Parini) ad oggi, i poeti attivi a Milano e la cui poetica ha avuto rapporti con la città, i più vari e spesso diversissimi gli uni dagli altri, sono stati moltissimi. E credo convenga fare pace con questo fatto, non farci a pugni, ma nemmeno enfatizzarlo (in positivo o in negativo) al punto da farsene confondere e da farne un elemento capace di distorcere il rapporto con i testi e la loro lettura. La poesia, sia essa esistenziale, spiritualista, sperimentale o d’avanguardia ha inevitabilmente rapporto con i luoghi in cui nasce e dove, come dire, si svolge, si fa. E così è giusto che di quei luoghi, in qualunque modo (bar, insegna, interno domestico o altro) dia conto, e però per forza di cose la poesia e la scrittura poi trascendono i luoghi stessi e muovendo anche da questi esprimono la poetica, il sentire, la visione e il percorso, fino a quel momento, dell’autore.

    Luca Vaglio

    • Per me la poesia è la valvola di sfogo di una vita altrimenti peggiorata, se si potesse, ma l’articolo non va, cercherei di trarne profitto e belle fiche. Rendite in questi tempi purtroppo acquisibili soltanto attraverso la politica o la criminalità organizzata da colletti bianchi. Quando leggo qualcun altro mi avvicino con rispetto, cercando di leggere quel testo non il testo come vorrei che fosse. Purtroppo non posso ammutolire il temporale che ho dentro, ma i miei giudizi non risentono di nessun condizionamento, solo da quel che ho dentro. Trancio lodo a seconda di me, mi concedo questa libertà, e non mi interessa la persona che c’è dietro quei versi. Se son belli bene, se son brutti male, generalmente mi attardo settimane anche mesi nella lettura di una plaquette, proprio perché voglio gustarla e suonarla fino in fondo. Rispetto le opinioni altrui, e non cerco in alcun modo di convincere altri a pensarla come me, non sono una scuola di pensiero né un partito politico.

      • Luca Vaglio

        Capisco, ho scritto qui per spiegare le mie posizioni, la mia ricerca, dicendo anche qualcosa sulla poesia lombarda perchè il tema è stato introdotto, è emerso in certi passaggi dei commenti – e va bene così, lo ritengo un fatto normale – poi, ovviamente, ognuno ha le sue preferenze, la sua sensibilità e la può esprimere (i blog sono fatti per questo), alla fine ogni osservazione, ogni dichiarazione di poetica e punto di vista, e le lodi, le critiche, le riflessioni di qualsiasi genere se ben ascoltate, possono giovare, possono concorrere ad arricchire il percorso dei diversi interlocutori.

  25. Luca Vaglio

    nelle primissime righe commento qui sopra, credo per via della stanchezza e dell’ora tarda, mancano un due punti : dopo “mi spiego” alla seconda riga e l’avverbio “dentro” dopo “del tutto”, terza riga, perdonate i refusi, ma credo si capisca 🙂

    lv

  26. “La grande bellezza” di uno sconosciuto.

  27. Giuseppina Di Leo

    Concordo pienamente con quanto dici, Luca. L'”autenticità” di uno scritto è il tratto che principalmente si impone al mio sguardo ma, per capire questo elemento, è necessario saper ‘ascoltare’ il testo. Mi dà gioia trovare conferma dei miei pensieri.

  28. Ambra Simeone

    Caro Luca,

    Apprezzo molto, devo dirlo, il tuo fervore nell’esprimere la tua poetica, questo sì che mi prende. E mi fa capire che sei davvero cosciente di quel che scrivi e combatti per difenderlo, non tutti lo fanno! Le tue poesie rispecchiano il tuo mondo e allo stesso tempo vogliono esserne uno specchio! Ma certo che devi andare avanti così, non accetto chi ti dica il contrario, e neppure tu lo fai!

    A mio modesto parere potresti riversare un po’ più di questo fervore nei tuoi testi (a te la scelta ovvio) e allora le tue poesie saranno un vero pugno nello stomaco!

    Un abbraccio

    • Luca Vaglio

      Cara Ambra, grazie per questo tuo commento, e per le ulteriori riflessioni che mi giri, lavoreranno, insieme ad altre, dentro di me nel tempo, poi, come ti ho detto, la mia ricerca, che evolve, ed è in corso (anno dopo anno, temi, suggestioni e stili cambiano, si trasformano) dà grande importanza alla pulizia, alla precisione del dettato e della collocazione delle parole scelte per esprimere il pensiero poetico, gli sguardi e le visioni.

      Un abbraccio a te
      Luca

    • Luca Vaglio

      e, cara Ambra, anche per dire grazie, regalo a te e agli altri lettori del blog quest’altra poesia, che chiude la sezione “Milano” del mio libro. L

      Il riso in bianco e l’infinito

      Sprofondato in una poltrona
      di finta pelle marrone osservo
      le persone in fila per l’aperitivo
      in un ostello-bar appena dietro via Torino
      seguo i passi corti e lenti di ragazze e ragazzi
      grazie al sottile spostamento di percezione
      indotto dal vino rosso mi sembra
      che la mia mente si muova
      oscilli secondo un’armonia relativa
      con lo spirito collettivo del gruppo
      dell’umanità giovane che va verso il cibo
      e riempie piatti di carta di fusilli
      conditi con poca salsa di pomodoro
      e di riso in bianco e pezzetti di carne
      e, come mi succede quando sto da solo
      guardando gli altri, penso a me
      alla vita passata e a quella possibile
      a quello che avrebbe potuto
      e a quello che non è stato
      e mi accorgo che tutte queste cose,
      incluso l’amore sprecato e quello mancato,
      mi fanno poco male
      e avverto una misura di felicità
      anche se fatico a darmene una ragione
      a dire se si tratti di una resa
      o se sia invece un segno preciso
      un fatto concreto di trascendenza
      ma poi decido che in fondo è lo stesso
      – lo stato di leggerezza persiste,
      si fa più forte – che le due ipotesi
      sono l’ombra e la luce di un’unica sostanza
      dell’essenza del vero e della casa dodicesima
      del simbolo dei Pesci e della dissolvenza
      della fine che tiene dentro il germe
      primordiale del principio che sarà
      soltanto se il sé si riconosce
      e poi ammette di essere diverso da sé
      se ha ancora il coraggio di perdersi
      di scivolare nell’infinito

  29. Ambra Simeone

    grazie Luca!

  30. Luca Vaglio

    grazie a te!

  31. Nemmeno ubriacato, nonostante la birra a fiumi, qualche mojito e vomito nell’angolo della Milano (che non esiste, direbbe qualcuno) degli aperitivi. Finestre periferiche, qualche notarella di pregio.
    Ma Milano merita di più.

    GP

    • Luca Vaglio

      se ti fermi alla birra e ai mojito (che hanno la loro importanza, certo) e a dire di finestre periferiche vuol dire che non hai capito niente, e soprattutto che non hai letto niente, o che non hai voluto leggere niente, o ancora che hai voluto sfogarti un po’, e io non ho affatto tempo da perdere per chi ha bisogno di sfogarsi, e merito molto di più che commenti così, non so tu

      e comunque, questa tua:

      Dalla terrazza del palazzo comunale
      in piazza del Capidoglio, Roma
      mostra tutta la sua straordinaria bellezza.
      Vestigia e cattedrali e palazzi e campanili e torri e pini mediterranei come ombrelli.
      Macchie verdi di frescura su muri di mattoni bruniti.

      Chiudi gli occhi, amore mio.
      Abbraccia la vestale d’una colonna bianca.
      Io Crono e tu Rea e tutti questi asini intorno
      con la mappa in mano.

      io i primi tre versi, per non parlare degli altri, molto difficilmente li scriverei in una poesia, è veramente linguaggio comune, e un luogo comune (“straordinaria bellezza”? – poi, per carità, tutto ci può stare, ma ci rifletterei), fai una ricerca diversa dalla mia, prosegui pure, amo essere rispettoso con il prossimo. In questo libro faccio un lavoro sottile, elegante, esistenzialista (e a tratti metafisico) sull’io in rapporto alle cose, ai luoghi, in una quotidianità liberata e solitaria – insomma, qualcosa di diverso e di ben più alto delle noterelle che dici e che vedi. Per il resto, ti invito a leggere gli altri con più attenzione e allo stesso modo a commentare con rispetto. Perchè se poi vogliamo fare i fighi e fare la lotta è un attimo essere liquidati, da chi magari è più bravo di te, e alla lunga la cosa è poco utile, meglio un confronto più attento e rispettoso, o al limite il silenzio.

      LV

      • Cha sciocchezza, Luca, non vedi lo stacco alla sesta riga che separa la citazione neorealista (sembra l’inizio di un documentario alla Rossellini), dai versi della sua poesia? Insomma, non vi capite o avete diversi intendimenti. Scusate l’intromissione.

        • Luca Vaglio

          a me pare di aver capito piuttosto bene, ma non è detto che neorealismo e neoclassicismo vadano d’accordo, mi sono permesso di riflettere sull’uso delle parole dei primi versi (ci sono stilemi così abusati e vuoti di senso che andrebbero espunti o maneggiati con molta cura), è un’osservazione che se raccolta può giovare un po’ a tutti, qualunque sia poi la direzione seguita. Come vedi, anche nella polemica, sono generoso. Mentre mi pare poco utile limitarsi a dire, “finestre periferiche e noterelle di pregio. Milano merita di più”. Al di là della riflessione che ho proposto, il mio commento di sopra vuol essere un invito a riconoscere l’autenticità di una poetica e a commentare con educazione e rispetto, chè a produrci in punturine ciniche e liquidatorie siamo bravi tutti

        • Luca Vaglio

          comunque, buon fine settimana e buona poesia a tutti, a ognuno si scelga e si legga la sua, purchè sia buona 🙂

        • Luca Vaglio

          commentare con equilibrio e rispetto è importante proprio qui online, dove non ci si vede e spesso non ci si conosce, il commentino breve-acido (quando anche contenga una parte di apprezzamento) indispone l’interlocutore e prepara una risposta altrettanto acida (può succedere anche a me che tendo a essere piuttosto equilibrato nelle reazioni: al quinto commentino un po’ così magari la reazione si fa più nervosa), e la cosa poi giova poco, questo intendevo, ciao, l

        • Luca Vaglio

          poi, al di là di singole osservazioni possibili, e del fatto che la mia ricerca come ho spiegato è di tipo diverso, per quel poco che ho visto il lavoro di Panetta merita rispetto (non mi permetto mai di sindacare sui percorsi altrui), semplicemente ho contestato il modo e il contenuto del suo commento, se commentiamo diversamente come pure anche nei giorni scorsi è stato fatto la cosa dà maggiori benefici un po’ a tutti

          • Leggo solo ora questo commento. Grazie per il rispetto. Guardi che anche io rispetto. Con il mio modo di fare, di dire e di osservare.
            Non me la prendo mai se qualcuno critica il mio lavoro, anzi al contrario, io pubblico solo commenti negativi…

            GP

            • Luca Vaglio

              e io leggo soltanto ora questo commento, va bene, rilassiamoci, e accettiamo il piccolo botta e risposta “acido” di poco fa come un divertente braistorming in negativo che pure può avere la sua energia trasformativa. Ed è vero che spesso dare il giusto peso alle critiche, anche estemporanee, aiuta a evolvere. Buon lavoro, a presto.
              LV

  32. Luca Vaglio

    e più in generale, la mia ricerca poetica e il genere di lavoro sulla scrittura che ritengo urgente e prezioso si fa nel reale, vede l’uomo nei luoghi (non soltanto geografici) in cui si trova a stare, parte da lì, e solo dopo può avere eventuali digressioni, fughe, sempre però alimentate da visioni e percezioni concrete, l’idealizzazione mi interessa poco, e credo che in questo momento giovi poco, poi ognuno faccia quello che ritiene, sapendo però rispettare e soprattutto leggere gli altri

    LV

    • Luca Vaglio

      e ancora, come molti hanno fatto qui, conviene saper riconoscere una ricerca poetica autentica, e a quel punto se proprio si ritiene di commentare lo si faccia in modo degno e con rispetto, senza dare spazio a piccoli sfoghi, conati di bile, invidie e rivalità misere, altrimenti si taccia, si lasci stare

      LV

  33. Lei, caro sig. Vaglia si prende troppo sul serio, anche dopo aver bevuto un mojito, il che è tutto dire.

    Grazie Lucio. Bisogna sempre saper staccare, separare, fare un salto, invece di rimanere nei soliti versi monolitici di tanta scuola.

    • Luca Vaglio

      E lei Panetta, continua a essere cinico e poco rispettoso, e a dire cose molto generiche, ad attaccare senza dire niente – è un atteggiamento basso, chiuso e monolitico che porta poco lontano. Poi, i testi hanno rapporti con i luoghi e in questi si fanno, e conviene che, pur con tutte le evoluzioni e le trasformazioni che si ritengono opportune, o che semplicemente risultano possibili e autentiche, della tradizione poetica di quei luoghi abbiano coscienza, mentre versificare senza questa coscienza o rielaborando cose lontanissime e affatto diverse poi magari porta meno risultati. Ma chiudiamola qui. LV

    • Luca Vaglio

      ma forse dire o esprimere non sono problemi che la riguardano 🙂 un abbraccio 🙂 l

  34. Lei è sicuro che non abbia detto nulla? Forse detto in modo caustico ma mi pare di aver detto tanto. A differenza di lei non scendo nei particolari dei versi (altrimenti dovrei dire che, per esempio, questo verso “attorno ciao e niente e silenzio/ e rumore di folla davanti all’autorimessa” non ha nessun ritmo logico né tantomeno un senso compiuto ma si fonda esclusivamente su opposti. Interpretando dovremmo dire che qui Lei vorrebbe riferirsi a un vuoto esistenziale o meglio a un pieno di vuoti). Ma io non faccio il costruttivista e nemmeno faccio parte dell’ordine Ermetico della Golden Dawn.
    La poesia è aritmetica pura.

    Mi scuso per il refuso di prima Vaglia/Vaglio, non voluto. Sono stronzetto ma non fino a questo punto da storpiare il cognome.
    Lei mi risulta simpatico :-)))

    • Luca Vaglio

      e dicendo che “la poesia è aritmetica pura” mi aiuta a capire meglio, e certo non intendo banalizzare questa sua frase, comprendo che dietro la sistesi c’è un’idea, una poetica, una parte di senso, ma scrivo in modo diverso, sebbene a mia volta ritenga che la ricerca poetica si costruisca (anche e molto) attraverso la consapevolezza, la misura, il controllo del verso, il rapporto con le parole, e la loro scelta, e tutto un discorso ampio che coesiste con altri fattori legati ai significati, ai significanti, ai temi, ai luoghi… e potremmo stare qui a lungo.
      Ancora, stia bene 🙂
      lv

  35. Luca Vaglio

    non so se il ritmo possa essere logico 🙂 e quel verso ha ritmo e significato, in sè e dentro quella poesia, un aperitivo (e la sua eco), che da materia, se così si può dire, da cosa esterna si trasforma, cambia sostanza e migra in luoghi diversi, combinandosi anche con altro (qui il passaggio è più sospeso e accennato rispetto a quanto avviene in altre poesie, risolto in elementi stilistici).

    Per il resto, vale quello che ho scritto appena sopra (ore 13.15)
    Stia bene 🙂
    LV

  36. Vaglio, la sua scrittura per ora non è preziosa, la impreziosisca e non perda altro tempo su questo post, perché le sue poesie scelte o non sono state scelte bene, oppure sono quella mousse inodore e insapore che non merita 95 commenti, quando autori molto migliori di lei ne prendono novanta di meno. Quindi dedichi le sue energie a farsi una gita fuori porta, Magari dalle parti di Molteno la sua poesia subirà la metamorfosi che tanto le auguro. Buon lavoro e buona fortuna.

    • Luca Vaglio

      Almerighi, i numerosi commenti si devono ad un buona quantità di commenti di apprezzamento, a cui ho educatamente risposto ringraziando, e ad altri commenti sia di critica e sia di precisazione, a cui allo stesso modo ho ritenuto giusto rispondere. E’ già tanta attenzione è indice di una qualche sostanza. Lei – ma non avevamo chiuso il discorso? – si rivela, oltre che poco rispettoso, poco educato. Già il fatto che si prenda la briga dopo giorni di chiosare sul numero dei commenti fa capire quanto piccole siano le sue invidie. Quanto alla mia poesia è preziosa, come lo è qualsiasi poesia autentica e con una lingua e un significato. Poi tutto può evolvere, certo. Non faccio fatica a dire che la sua ricerca è dignitosa, ma credo sinceramente meno preziosa e importante, più laterale (nei temi di certo, e credo anche nello stile) della mia. E non è una colpa, ognuno ha il suo percorso, e tutti possono trasformarsi, però se insiste in questa postura sarà più difficile, la scrittura, come la vita, proietta quello che siamo e come pensiamo, non è soltanto un fatto di parole. E di nuovo invito tutti qui – chi merita l’osservazione, perchè con molti ho avuti scambi felici, anche dopo piccole polemiche – a un contegno più degno, a evitare miseri attacchi, peraltro condotti verso chi nemmeno si conosce, nascosti dalla tastiera. Siamo davvero bravi tutti a dire si faccia una gita qui, una là… questo è un tono da sfogatoio, da flaming interattivo. E anche i suoi commenti sui testi sono irricevibili e quindi incommentabili – e come tali tolgono qualsiasi rilievo alle sue opinioni (se il commento è serio, lo accolgo e rispondo seriamente). E ancora conviene rispettare testi che, se qui proposti e scelti, evidentemente sono stati ritenuti meritevoli. Credo che porre l’attenzione sul modo e il contenuto dei commenti sia stata prima di tutto la mia funzione-missione qui in questi giorni. Chi può capire capisca. E lo stesso vale per le poesie e per l’ispirazione della poetica. Raccolgo i suoi auguri, i suoi auspici di buon lavoro e di buona fortuna e faccio altrettanto con lei.

      Luca Vaglio

    • Luca Vaglio

      e ancora, si apprezza e si critica (ognuno poi ha il suo modo di farlo, e in questo modo qualifica se stesso e quello che dice) ciò che ha sostanza, essenza per attirare queste azioni. Se questo non accade, e magari arrivano pochi, gentili e sereni commenti di approvazione temo voglia dire che si sta ben al di sotto, e che la mousse incolore e inodore sta da tutt’altra parte. Ma forse è un problema di palato, di postura, di sensibilità, o di altro. E comunque a ognuno la sua vita, meglio sarebbe stato parlarsi diversamente.

      un saluto
      lv

  37. Luca Vaglio

    e poi, almeno a vedere quello che succede qui, è del tutto inesatto quello che dice più sopra, ovvero che lei, Almerighi si avvicina ai testi con rispetto e che li legge a lungo, che ci sta su molto, poichè il post con le mie poesie appare in questo blog alle ore 8.45 del 17 marzo e (contando almeno, ma dico almeno 15 minuti o qualcosa in più per leggersi le 11 poesie e il commento di Linguaglossa, saltando se si vuole la nota biografica) il suo primo commento è delle 9.10 dello stesso giorno, meno di 10 minuti per sfogare, insieme “al temporale che ha dentro” tutta la sua maleducazione e la sua malafede. Valore critico letterario di quel commento (e degli altri suoi) = 0

    E se quello che dice non ha alcun rilievo in letteratura, ce l’ha però nel campo del diritto penale, è diffamazione, ex art 595 c.p.

    « Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1032.

    Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2065.
    Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516. »

    Io al posto suo ringrazierei per non essere stato ancora querelato.

    lv

    • Luca Vaglio

      e ancora, con una certa generosità, la invito a sviluppare un sereno e autentico senso dell’altro, qualora ci riuscisse, almeno un po’ di più di ora, le gioverebbe, nella vita, e forse anche, ma conta meno, in poesia.

      lv

  38. A nome della redazione del blog preciso che: definire la poesia di un autore “X” «mousse incolore e inodore» non configura il reato di diffamazione ma si configura come libero giudizio (giusto o errato) della poesia in argomento. Richiamo però tutti gli interlocutori ad occuparsi di altri post molto importanti che sono presenti nel blog; ormai la questione della valutazione della poesia di Luca Vaglio mi sembra che sia stata sviscerata a sufficienza.

    • Luca Vaglio

      Caro Giorgio, se si tratta di diffamazione, o meglio di ingiuria, lo può decidere un tribunale e non la redazione di un blog. In ogni caso, sono persona pacifica e non avendolo ancora fatto non credo di adire le vie legali per una cosa del genere, troppo tempo e troppa importanza per qualcosa che è meglio lasciar correre nella sua pochezza e pensare ad altro. E comunque viste le leggi attuali, la responsabilità starebbe in capo a chi a scritto le frasi in questione, e non, salve interpretazioni estensive, sul gestore del blog. Ma non è questo il punto centrale del mio commento. Mi sembra di poter dire che se di libero giudizio si tratta questo, oltre che privo di qualsiasi valenza critico-letteraria, maleducato e probabilmente espresso senza serenità d’animo, risulta offensivo. Tutto qui.
      lv

      • Luca Vaglio

        chi ha scritto… con l’h 🙂

      • ” è un melone gonfio d’acqua, gonfiato all’eccesso dagli elogi e la cui polpa deludente ha la consistenza del liquido triste che la riempie come un lavandino ingorgato ”

        non è Almerighi che si esprime su Vaglio, ma Carrière che si esprime su JL Godard,: è ovvio che tutto quanto ci risulta sgradito sia declassato a ingiuria o al massimo come qualcosa “di personale” e senza valenza “critico letteraria”, che andrà ricambiato con gli interessi alla prima occasione, ma io non la conosco nè lei conosce me, quindi il giudizio era espresso serenamente prescindendo dalla persona, Purtroppo le poesie sono quelle, mica è colpa mia, e pubblicandole si è esposto al confronto con altri, gradevole o sgradevole che sia. Qui urtroppo pacche sulle spalle non se dispensano, almeno per parte mia.

        La prossima volta metta le stesse poesie su facebook coi “mi piace” attivati, avrà le sue soddisfazioni.

        Oh, ma se proprio ci tiene mi faccia contattare dai suoi padrini, magari ci ritroveremo alle sei del mattino dietro un muro perimetrale della baggina (uscire da Milano le potrebbe provocare un trauma) poi scelga lei, spada, pistola, penna stilografica, bolle di sapone

        preferisco, come vede metterla sul ridere, mi scuso se le posso essere sembrato offensivo, e per la seconda volta le auguro di riuscire a impreziosire la sua scrittura e a rendere utile la sua ricerca letteraria, un caro saluto

        • Luca Vaglio

          chiudiamola qui, non ho alcun padrino, nè amo le risse, semplicemente ritengo che si possa commentare, anche esprimendo osservazioni e rilievi critici, in modo più rispettoso e costruttivo. E so bene che anche tra artisti di successo e di talento in passato (e accadrà anche in futuro) sono volati commenti pesanti, duri, sgradevoli e, a mio avviso, discutibili (considerabili o meno ingiuriosi oppure offensivi). Il mio modo di dialogare è diverso. Quanto ai testi, sopra in questi commenti nei giorni scorsi abbiamo avuto modo di confrontarci un po’ meglio: è evidente che abbiamo visioni diverse, e che lei non apprezza la poesia (che dicendo anche altro) ha un rapporto con i luoghi di Milano e vede, tra le altre cose, una relazione tra il soggetto e le cose, i luoghi. E questo fa parte della libertà delle preferenze e dei gusti. Non scrivo soltanto poesie ambientate a Milano (dove peraltro vivo da poco più di un decennio), ma scegliendo di riservare una parte del libro di cui si parla qui a poesie ambientate nel capoluogo lombardo, e pur facendo un discorso mio e optando per uno stile libero e antiretorico, ho ritenuto giusto guardare con rispetto a una tradizione lunga e ricca che in vari modi può riferirsi alla poesia “lombarda”. Questo è, poi è nell’ordine delle cose che ci sia chi apprezza e chi apprezza meno. Accolgo l’invito a sdrammatizzare e le scuse. Un caro saluto a lei.

          LV

    • Luca Vaglio

      e, ovviamente, oltre alle cose che dico sopra, si tratta di giudizio errato, o meglio di nulla 🙂
      lv

  39. Luca Vaglio

    per il resto, grazie a tutti, al blog e a Linguaglossa per il commento e per l’ospitalità, e a tutti quanti hanno letto e commentato 🙂

    lv

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