POESIE INEDITE di Valerio Pedini “La casa dell’inappartenza”, “Pregando la pece nelle chiese di catrame”, “Odore di vomito nel bicchiere di petrolio”, “Quando sai che la piramide crolla non mummificarti”, “Dispersione cosmica”, “Lacrime e sangue intorno al corpo di nessuno”, SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

Ferdinando Scianna, fotografia

Ferdinando Scianna, fotografia

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se poteteRigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicalaEssence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme LiquideScenari ignoti e Glocalizzati.

Ferdinando Scianna fotografia

Ferdinando Scianna fotografia

 La casa dell’inappartenza

Dove ti siedi-tu non lo sai-non sai neanche che ti siedi
Eppur vero che sei
In un
Non sei:
Inscatolato in un monolocale, che ti stringe ogni singhiozzo, sganciandoti dal paradiso:
Bomba!
Rotola nel non senso-nel dissenso della sua rovina: animale di questo mondo,
naufraghi nel non mondo.
Sviscerato nello scontento-cede-alieno-nel cemento della sua lapide, che si trancia in due e viene mangiata dagli scarafaggi
Dell’acre sapore umano.
Di quel Verbo a cui non apparteniamo.
Bugiardo-bugiardo- essere menzognero: credi nel buio e lì vi annaspi dentro, soffoca nell’ombra a cui non appartiene:
ombra distante, chiesa sconsacrata dove le abluzioni sono sacrosante mestruazioni
saltate
dalla ripetizione genitale
dei sensi.
Hai dovuto rompere le catene, ora sei impiccato ad un delirio e ti vedi crocefisso a testa in giù
Come i conigli che leccano i piedi di nessuno.
Forza e coraggio, tutto è liquida desolazione:
casa non esiste
casa sei Tu
casa sono Io:
ma insieme smettiamo di respirare.

Correre-correre, senza fermarsi e ridurre l’abitacolo a cemento e nulla, ridurre la carne ad innaspo della mortitudine del luogo.
Tutto è sciolto, pigiato, scontato, dannato
Da queste grida che rimbalzano sui muri e riecheggiano nel corpo della mia Grande Miseria:
umanità
che tradì il suo nome-che volle separarsi da tutto- far crollare ogni senso di appartenenza-decapitandosi nell’IO.
E poi tutto sparisce e l’odore del camino è solo marcio legno che non regge il gioco all’incendio del delirio del Tempo.

Pregando la pece, nelle chiese di catrame: la comunità scomunicata

Bassifondi nell’entroterra pustolosa delle ghiandole salivari
Che inaspriscono
Il gloria Teo Scomunicatum de reo essere umanizzato
Dalla comunità delle marionette:
i fili tesi
stringono gli omini
che scappano
in sfiducie fiduciarie della carità provvisoria:
rintanati in un io fittizio, Dio si sedimenta in un apocalisse:
visione distorta della perseveranza dei proto neuroni:
solo protozoi: batteri semplici che schiumeggiano nella spuma
del crocifisso issato sull’acetone, che stupra la marcescenza delle gengive,
sputacchiose nell’afrore di una lingua chiodata
lì sul murales fatto dai sicari dell’eletto!
Non ci si rintanerà più nelle topaie, si pregherà negli sgabuzzini
Arredati con l’incensiere della notte grave:
nell’ombra delle parole
si profila il senso
del non senso
il luogo
del non luogo:
una coltre di automi spargeranno riviste sacrali sul catrame
da cui tutto è nato
ed il vaso di Pandora s’insabbierà nella pece cosmica:
disperse le menti,
non si troverà un appiglio:
abbarbicato al torcicollo, per vedere l’impossibile,
seppellirsi in una piattaforma sociale
e dire: “Ti prego pece,
che estendi i non luoghi e li fai sembrare luoghi,
che rendi non luoghi i luoghi
et oscuri il senso umano nella preghiera dell’ignavia!
Il sentimento sgocciola nel dirupo
e la farina inzuppata nella pioggia si riempie della cenere dei giorni:
e tutto volerà via!”
Estirpati,estirpati,estirpati:
le catene che soffocano il respiro,
i chiodi che ci attraversano le meningi
et moritura est la carne
dentro ai non corpi:
scatolame!
Preghiamo,affinché nessuno ci salvi e tutto finisca: una volta per tutte,
ancora nella pece.

bello il vuoto

Odore di vomito nel bicchiere di petrolio: lo sgabuzzino di casa “assente”

Il tanfo seduce il mio olfatto, come le grida il mio audito:
repressi, nell’oltre-morte, nella mai vita, ci si saccheggia dietro scacchiere di polli
saltati alla griglia.
E lì vi si entra nel vortice del budello e ci si attacca al colon
Cagando lacrime insapori.
Gettandosi nella tazza della compassione cosmica, ci si rende conto, che la compassione è per noi,
zecche e tirapiedi di un universo provvisorio, mai in movimento, ma sempre vacante.
Spingi-spingi-spingi
Spingi-spingi-spingi
Le ossa si romperanno, i vetri lacereranno la tua carne e tu sarai uomo per un giorno, forse un’ora, o magari verrai colpito nel ticchettio della tua sofisticata orologeria!

Un buffetto sul naso,
tic-tic,
un coppino amichevole,
tac tac,
ed un calcio in culo!

Cade, tutto precipita, e un vortice di ossa ,
di coscienze roteano intorno alla mia cervice
Producendo la nausea che più seduce il regno dei volteggi cerebrali.

Annuso un po’ la dipendenza del mondo,
la squarto con la belligeranza della parola e respiro il regno della congestione cosmica:
e poi un vortice d’inappartenenza nella noia recalcitra nello stomaco
e lì si espande l’acre odore della pietas vomitevole.

Sempre rinchiusi in un bicchiere, irrigato dalle nostre budella: in un mondo inadatto
al luogo
al tempo,
lo sfintere diviene casa propria.

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

Quando sai che la piramide crolla, non mummificarti: poiché sei solo tramite tra insignificante ed insignificante, tra non luogo e non luogo

Non si troverà mai una crisalide sicura, in cui spingere le cervella
Oltre la significazione divina
Che trascende le calze puzzolenti stese sopra il terreno sabbioso
A destare sete, nella morte velenosa
Di uno scorpione mangiato a pranzo…e vomitato a pranzo.

Fuggire-fuggire!
Questa è l’ombra del tempo!
Nascondersi sotto gli scudi di pietra e rilassare le proprie meningi, prima che la meningite colpisca
E nel fuoco cerebrale
Tra strida e torsioni
Le arterie scoppino del malumore socialmente reso
In una sbrodazza sanguigna: il proprio funerale-

Collettiva la fine-la scappatoia chiusa-
eppure ancora riecheggiano i sussurri dei morti
incatenati all’inedentità:

nessuno figli di nessuno pregano nessuno al raggiungimento del niente,
nessuno figli di nessuno sulla piramide del mondo, sfiorano il cielo e poi piombano a terra,
soli
come tutti gli altri.

La piramide è crollata
-fuggitene, scavalcandola!

Continuare ad abbattere piramidi-edificare il tempo-morire con il tempo-essere tempo-tramite col sacro il profano sferra il suo attacco
E il ruggito della tigre riecheggia nell’aria sterile,
sciogliendosi fra le ginocchia di Osiride
che ‘spetta al varco l’arresa-la bilancia è rotta, la bilancia è guasta: il vantaggio è dalla parte di nessuno, poiché nessuno è dalla parte del vantaggio!

E lì vi è la fuga.
E lì vi è la dispersione.
E li vi è la morte.

hopkins Autoritratto

hopkins Autoritratto

Dispersione cosmica
E
Scartoffie di diverso genere
Con
Le ossature rotte
E la clava in mano
A rievocare tempi della pietra-
Del legno- e del taglione
////////////////////
Sminuzzati i corpi,
spappolati si decompongono.

Io so dove andare-
A disperdimi nel caos siderale- dove la falce taglia ogni legame temporale.

La-la
La-la
La-la
La

Barbarie del mondo, la lingua si attorciglia, e proiettili escono dalla bocca:
canna di fucile
ché lo stendardo globale è stato issato da una mummia decadente,
senza braccia, senza gambe, senza testa, senza corpo:
solo fumo e vapore
in cui i corvi si proiettano e ne nasce
il silenzio.

Ta-ta
Ta-ta
Ta-ta
Ta!

Si chiudono i battenti:
e tutto quel che resta grida-
ma l’avvoltoio mangia ogni nota,
spezzando ogni certezza
e lì vi si proietta lo squilibrio
e il non luogo raggiunge l’apice della cima,
sul letto di colui che nacque mai.

Lacrime e sangue intorno al corpo di nessuno: ma poi vi è un riso

Coltelli affilati incidono la carne degli homunculus,
che lasciano pozze di sangue e lacrime sulla terra dove mai vi abitarono.

Il cadavere fuma-lasciando nebbia gelida agli uomini-ape, che s’imbrattano di latte e miele
Per rievocare la regina
Scomparsa dall’inizio dei tempi.

– Perché rievocare il luogo distrutto? Qual è la summa del discorso che si fece per aggrapparsi alla mano
Sciolta dall’ardere della volontà di inappartenenza
Alla specie che sopravvive- fra bragie e ghiaccio – e si pietrifica
Dando origine alla Babilonia
Da cui favelle dolorose gridano, mentre nessuno si capisce.

Ridono le iene,
mentre le carogne viventi- si squartano vicendevolmente, sparpagliando i brandelli di storia
sepolta
sotto gli escrementi degli dei
dispersi
nella diaspora dei lor creatori!

Non vi resta che sangue
Sangue-lacrime
Lacrime-cenere

E con quella poltiglia la Chiesa sarà costruita-
Prima che la tempesta la rimescoli.

città tram

Città-cadavere

Nell’immobilità – esplode- il fuoco fatuo
E scrosciano vermi sull’asfalto osseo:
gemme di catrame invadono il vaso del cosmo:
e Pandora arde nel suo delirio.

Chi-chi-chi-chi-chi
s-s-s-s-sono-tutti quelli che circumnavigano il granello spaziale alla vana ricerca del paradiso celestiale?

Sarcofaghi ammuffiti si erigono intorno al cranio-cuspidale
E il cervello
Diviene dolce budino
Amato da bambini grassi-con stomaci sacchiformi,
dove il nero del tempo viene risucchiato
dalla gravità del fato:
il buco nero istiga morte…e morte è sempre clemente!

Allora buh!
Bau!
Wrong!
F
R
U
m!
Trum!
Czac!
Ta-ta-ta-ta- tam!

Il bulbo oculare scruta la vastità sociale, e tutto si riduce a granello di sabbia
Infilato nelle mutande di metallo:
intruso-intruso-acchiappare l’intruso, non farlo arrivare al punto extremo della vita, non dire che intruso essere vivo, renderlo morto prima ancora che nasca!

Ancor prima che una formica nasca,
la regina saprà già se sarà micro,medium o macro, saprà già se sarà operaia o soldato,
in definitiva una formica sa sempre se un’altra formica sarà schiava oppure schiava,
eppure tutte le formiche sono felici di esserlo!

Al che i consimili pregano, mentre la Terra si ritrae
E resta solo un focolare
VUOTO!

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37 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori della Nuova Generazione, poesia italiana contemporanea

37 risposte a “POESIE INEDITE di Valerio Pedini “La casa dell’inappartenza”, “Pregando la pece nelle chiese di catrame”, “Odore di vomito nel bicchiere di petrolio”, “Quando sai che la piramide crolla non mummificarti”, “Dispersione cosmica”, “Lacrime e sangue intorno al corpo di nessuno”, SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

  1. gabriele fratini

    Illegibili e poco originali, stile semiscopiazzato dagli scritti eretici e blasfemi di Artaud. Saluti

  2. Alcune considerazioni preliminari vanno fatte a proposito della non-poesia di Pedini. Pedini è un crossover, attraversa in lungo e in largo l’autostrada della “poesia” per farla saltare come sulla dinamite, viaggia a bordo di un fuoristrada al centro delle tre corsie autostradali, e si sposta di qua e di là, con improvvise sterzate. Fa un monologismo che fa le veci di un plurilogismo, costruisce illogismi sinergici e perlocutivi ma in realtà la sua è una voce monologante che non intende dialogare con nessuna altra voce.
    Pedini usa una parola “viva”. O, almeno che lui intende come “viva”. Che cos’è una parola viva? La parola viva è una parola già vissuta e che continua a vivere, che contiene, nella percezione del parlante, memoria dei suoi usi, sensazioni particolari per l’enunciatore e per gli occasionali enunciatari, e che, una volta pronunciata, può recare traccia della propria impostazione culturale, provenienza sociale, concezione ideologica etc. (quelle che Bachtin chiama «stratificazioni»). Questa parola è intrinsecamente sdoppiata, a due voci: mentre evoca l’oggetto dell’enunciazione, essa è ostacolata dalla «parola altrui», ossia dall’altrui giudizio sull’enunciato pensato come possibile dall’enunciatore. Per Bachtin la parola «bivoca» è a due voci, bivoca, nella sua aspettativa (ossia, dal punto di voce dell’enunciatore) di una «replica», di una enunciazione ostacolante, anche qualora tale replica sia solo percepita come possibile nell’orizzonte immaginativo dell’enunciatore.
    Pedini invece utilizza la voce univoca, monologante, utilizza in modo “naturale” la parola monologante come finzione teatrale per teatralizzare la scrittura poetica che andrebbe letta da una voce “fuori campo” con un altoparlante in un teatro pieno di echi…

    A proposito del concetto di «innovazione» quale componente decisiva di un’opera letteraria, cito un brano di Robert Weimann in “Teoria della ricezione” (Einaudi, 1989 p. 99):

    «L’innovazione a qualsiasi costo produce una cattiva poetica e una storia della letteratura ancora peggiore. L’estetica della ricezione, che fa propria l’idea formalistica di evoluzione letteraria, critica, è vero, la pura “canonizzazione del mutamento”, perché la “variazione estetica” non basta di per se a spiegare lo sviluppo della letteratura, dato che “l’innovazione per sé sola non costituisce ancora carattere artistico”.L’innovazione andrebbe compresa come una categoria storica, e non solo estetica. Di qui nasce inevitabilmente la domanda volta a investigare “quali siano in realtà i fattori storici che rendano veramente nuovo ciò che è nuovo di un fenomeno letterario”.
    Questa domanda in merito al rapporto fra l’evoluzione letteraria e il mutamento sociale supera in un punto decisivo l’ottica astorica dei formalisti, ma non supera, tuttavia, il principio modernistico dell’innovazione oggettiva e assoluta».

  3. Mi piace Pedini non per motivi sintattico letterari, perché ognuno dei tre commenti che mi hanno preceduto ha detto una cosa condivisbile, mi piace perché è sufficientemente giovane, perché ha tempo per seppellirci tutti, e tutto il tempo per dire qualcosa di suo, malgrado una parola viva sia patrimonio comune e nessuno ne abbia il copyright.

    • “ha tempo per seppellirci tutti”
      Gentile Flavio,
      non temo la morte e non desidero diventare centenaria, nemmeno nonagenaria. Ho già dato disposizioni per la mia sepoltura secondo la mia volontà.
      La giovinezza è un pregio, ma non una certezza di positività.
      Un caro saluto
      Giorgina

  4. antonio sagredo

    il Fratini dovrebbe tirarsi da parte poi che temo non lettore avveduto per quanto non so apprensivo e fuorviante a se stesso! , e dunque suo il compito arduo di rileggere il surrealisno europeo, specificatamente ceco (Holan, Halas, Nezval – che Gaio non conosce, e figuriamoci Gabriele!), ma non quello francese (specie l’epigonico e confusionario Artaud cancellato dal Bene: stravolgitore razionalissimo, il futurismo cosmogonico russo (Chlebnikov, Majakovskij), il pragmatismo metafisico inglese… ecc.
    Per ora, basta, e seguirà altro commento più tranquillo.

  5. antonio sagredo

    anche quello, perché no!
    Il Rip. slavista ha scritto alcune paginette sul rapporto tra la musica (musicalità) dei versi di Esenin e quella di Charlie Parker! In effetti il Carmelo Bene qua e là come sottofondo ai versi del poeta mentre li recita cantando!
    Poi lo slavista scrive di : [Chlebnikov]:
    > “Pur immerso nel più dissennato ed incongruo frammentarismo, aspira paradossalmente al trionfo dell’interezza, a un’ontologia del continuo. E perciò investiga le parentele smarrite o non evidenti, le somiglianze fra le cose distanti, fra l’uomo e il cosmo, fra scienza e natura, fra gli estremi geografici. [afferma il Poeta]: “ Nella mia penna col Mississipi – è sposato il vecchio saggio Nilo”.
    > Mandel’štam asserisce :”Egli è cittadino di tutta la storia, di tutto il sistema del linguaggio e della poesia. Una specie di Einstein idiota, il quale non sappia distinguere se sia più vicino un ponte ferroviario o il Canto della schiera di Igor’ [il più antico poema epico russo]. La poesia di Chlebnikov è idiota* nel senso autentico greco, non offensivo della parola”[….] Egli vagheggia di compendiare cielo e terra in un Unico Libro, di far si che caratteri a stampa e natura combacino e la poesia ridiventi ermeneutica, chiave del creato. […] E ci richiama a una verità troppo spesso dimenticata, che la poesia deve essere contigua, non alla poesia, ma alla storia, alla linguistica, alle matematiche, alla botanica, alle scienze. [dice Chlebnikov] : “I versi devono costruirsi secondo le leggi di Darwin”.
    > Protagonista di un’epoca in cui i poeti russi amavano fingersi maghi e ministri di incantagioni […] il Presidente [del Globo Terrestre – così amava anche definirsi il Poeta] mescola essenze e ingredienti di varie spezierie culturali, agghermiglia ed intriga e ribalta l’una sull’altra molteplici piste. La sua opera appare un campionario di cognizioni discordi, un viluppo di cicli di origine eterogenea, in cui la novità, come in ogni grande poesia, è citazione, riflesso dei riflessi di vetusti ritrovamenti. Antiveggenza ed oracolo del sospirato ritorno all’età dell’oro, il futurismo si rivela nelle sue carte antichissimo come la memoria umana. L’esperimento è in lui scoperta di arcaici strati della cultura, di vecchie tappe del destino dell’uomo. E qui faccio silenzio a questo mio lungo ragionamento”.

    (* io ho scritto 9 POEMI IDIOTI! Pensa che idiota che ero a 22/24 anni!) e perchè non deve esserlo il semper Gaio Valerius!

    • eri giovane Antonio, lo siamo stati tutti. Resta il fatto che quando si è giovani si tende a trascurare la bellezza propria della gioventù. Secondo me Pedini, ha numeri e sufficiente pazzia per superarci tutti.

      • Valerio Gaio Pedini

        Rispondo al Fratini, sempre attento e puntuale XD. Era in voga alla prima stampa di ossi di seppia di montale, l’idea che montale fosse epigono di Valery, ebbene lui chiese di spiegargli come facesse essere l’epigono di cui aveva letto solo due poesie (anche se gli erano piaciute). Allora io mi chiedo come faccia a copiare uno che non ho mai letto! Perché artaud lo cito in ambito teatrale, ma mai poetico! Proprio perché non l’ho mai letto. I miei riferimenti sono ben altri. Riferimenti difficili da cogliere,perché pressoché sconosciuti. Antonio, tu sai bene che quel poco che conosco di Nezval lo leggo e lo interpreto con passione. Come non ho letto quasi niente del surrealismo francese. E nemmeno mi si può dire che copio i Beat, perché ho ancora Ginsberg lì da leggere. Ho letto Corso, ma vi è una differenza enorme. E’ strano proprio perché ad esempio in italia alcuni dei miei riferimenti son Sagredo, Giorgio, Caproni, Tommaso Riccardo e pochi altri, anzi tantissimi altri che considero ciarpame. Eppure come far dialogare una poesia come quella di Linguaglossa e quella di Antonio? Accomunarle. Quindi all’improvviso la genesi di Sagredo si annulla con la poesia dialogante di Linguaglossa, si scontrano e si rincontrano. E’ più verosimile dire che sono epigono di Eraclito e non di Artaud, quindi.

  6. antonio sagredo

    Come ha ben detto e ripetuto Almerigji, già il Pedini ha il grandissimo vantaggio dell’esser giovanissimo, e quindi noi… tiriamo i nostri sommari…

    (ho scritto questo prima del tuo ultimo intervento)
    E veniamo al semper GAIO VALERIUS!
    Egli è epigono lontanissimo e forse discendente eretico di quel surrealismo europeo datatissimo, che ancora oggi taluni autori ci sorprendono, e ci sorprendono perché lo studioso italiano di surrealismo non va la di là di quello francese, forse inglese e germanico (espressionismo, per dire), un po’ più ispanico [poi che questo ha sempre a che fare con la morte e i suoi disfacimenti per merito (?) ma più per causa di un cattolicesimo mortuario!] e non pensa nemmeno che in qualche altra parte d’Europa (e ci sono ancora deficienti studiosi che considerano quei paesi che una volta erano tacciati di appartenere all’Est, che ancora li considerano tali! – quando invece appartengono – sono sempre appartenuti – all’Europa centrale! Se mai noi, italiani, siamo un po’ periferici: così ci considerano oggi quelli che non consideravamo non appartenenti all’Europa]. Insomma se questi sono aspetti storici-politici-geografici ecc., per le correnti e movimenti culturali il discorso cambia. A pieno titolo è da considerare il surrealismo ceco, europeo! Visto che questo ceco si rifaceva – come tutti i surrealismi europei – a quello francese; ma il surrealismo ceco giunge a risultati inaspettati anche per la matrice francese, tanto che lo slavista (nei panni di un eccelso boemista) reputa il poema Il becchino assoluto del poeta praghese Vitězslav Nezval “uno dei vertici del surrealismo mondiale”, ciò afferma nel 1950 in Storia della poesia ceca contemporanea (il boemista aveva 25 anni!). C’erano gli studiosi italiani che si interessavano di surrealismo, e di surrealismo europeo: qualcuno oltre al citato; e, nella fattispecie, di quello ceco? Nessuno? Direi di no: vi erano eccellenti slavisti: Ettore Lo Gatto, Renato Poggioli e qualche altro che sapevano, ma non erano andati così profondamente come il Ripellino, che straccia un velo secolare, quello della cultura boema, e lo offre all’Europa, lo offre allo studioso italiano di surrealismo: quale il risultato di questo svelamento: scarsissimo! Negli anni ’60 e ’70 – da noi – tutti dicono sul surrealismo europeo come se fossero stati i primi, e ancora oggi lo studioso italiano di surrealismo di quello ceco (o come volete boemo) sa poco (e quel che sa lo sventola come fosse stato lui a scoprirlo!), come di tanti eccellenti studiosi cechi di poesia, di teatro, di pittura, ecc. C’è uno straordinario erede di Ripellino, Giuseppe Dierna, che l’Accademia ha allontanato non permettendogli di insegnare! – ma veniamo di nuovo al Gaio Valerius Pedini da cui m’ero allontanato per necessità di chiarimento.
    Questo ragazzo (nato nel 1995) sta dando del filo da torcere a parecchi studiosi, più o meno sedicenti; il filo è composto da una già notevole cultura che sarà sempre più e più profonda (e secondo l’accezione di Andzej Nowicki degna di essere trasmessa poi che trasmette!). e veniamo al sodo: surrealismo baroccheggiante, squarci futuristici russi-italiani, come nella sequenza:
    Allora buh!
    Bau!
    Wrong!
    F
    R
    U
    m!
    Trum!
    Czac!
    Ta-ta-ta-ta- tam!

    Del surrealismo baroccheggiante si devono notare le predilezioni per i corpi de-composti, per le cibarie mescolate alla funebrità, al cascame di corpi insipienti, dall’attacco urlato contro il Tempo e lo Spazio assoluti, l’analisi insistente sugli/degli organi umani e in particolare è attratto dall’occhio e da ciò che vedendo invece deforma, dall’armamentario tipico dei laboratori d’anatomia, dalla dissezione della parola stessa e non solo del corpo in esame, dalla metafora geografica sempre lugubre come tratta dal Libro egiziano dei Morti, dalla poetica metafisica degli inglesi contro ogni limitazione del corpo : la cosmogonia trionfa contro ogni recinto/stazzo ecc. – potrei continuare senza fatica, ma non vorrei donare senza essere compreso, e mi viene da gridare: Fratini dov’è Artaud! – Come urlava Bene: Benigni dove sei! Esci fuori!

    A. S.

    • gabriele fratini

      Mi riferivo a testi di Artaud tipo: io sputo su cristo innato, Essere cristo significa essere Gesù cristo… insomma i suoi testi più blasfemi

  7. Valerio Gaio Pedini

    Fratini pensa di essere originale, ma non lo è. Io non penso di essere originale, non penso di essere poeta, non penso di essere umano, non penso di essere intelligente. Ora chissà cosa direbbe Socrate? comunque sì, non sono originale. Ora come ora, l’editoria pubblica solo libri come il mio. Soprattutto quella italiana.

    • Valerio Gaio Pedini

      Pare che antonio sia uno dei pochi ad aver compreso la mia poetica, se non l’unico. come io sono uno dei pochi ad esser entrato nella sua.

    • Qualcosa o qualcuno sarai, no? Non credo che sia la tastiera da sola a scrivere. Indi non gigioneggiare. Io ti trovo interessante adesso, e in prospettiva un grande del futuro.

      Ancor prima che una formica nasca,
      la regina saprà già se sarà micro,medium o macro, saprà già se sarà operaia o soldato,
      in definitiva una formica sa sempre se un’altra formica sarà schiava oppure schiava,
      eppure tutte le formiche sono felici di esserlo!

      Al che i consimili pregano, mentre la Terra si ritrae
      E resta solo un focolare
      VUOTO!

      Non ci avrò capito nulla, ma il fatto che tu parli di focolare vuoto e dell’enorme sensibilità delle formiche rispetto al destino di ogni singola formica, ritengo tu non abbia un giudizio lusinghiero del genere umano (focolare vuoto).

      • Valerio Gaio Pedini

        io,come un novello Mandel’stam, studio molto gli insetti e tutta la natura. Qui c’è una metafora umana. E bisognerebbe leggere la servitù volontaria di De La Botiè, in cui ci dice che l’essere umano è servo, perché vuole esserlo. Ci sono lamentele, protestine, protestone, ma l’uomo sarà sempre servo per sua volontà. La differenza è che la formica lo fa istintualmente e non se ne cruccia, l’uomo lo fa lamentandosi. quindi la formica è superiore all’uomo. Poiché non pensa nemmeno alla libertà. E’ già libera di essere formica.

  8. antonella zagaroli

    In questo contesto non so cosa scrivere anche se lo faccio dicendo che le poesie proposte sembrano a mio avviso troppo volutamente “innovative” e forse propongono la stessa modalità teatrante in un flusso di coscienza che porta a un nessun luogo.E’ voluto per questo tema o la poesia è tutta così? La giovinezza va benissimo ma può non concedere un minimo di umiltà alle persone se pur interessanti come possibili artisti? Chiarisco che ciò vale per ogni età e vi comprendo me stessa.

    • Valerio Gaio Pedini

      non ho mai voluto innovare nulla. Proprio perché non c’è nulla da innovare! La poesia è eterna, non si innova, si ripristina e si scompone, si dilata e si restringe, e sarà sempre così. Ora, in questo frangente storico, la poesia deve dilatarsi e restringersi, essere elastica, debordare in tutti i sensi, per poi controllarsi. La poesia si gioca, non la si inventa. E’ la poesia che inventa il poeta, non il poeta che inventa la poesia. Antonio ha una mia poesia sull’egitto completamente diversa, Giorgio stesso sa che io non ho solo una direzione, ne ho infinite e mi ci perdo. Antonio è un poeta che crea, ma io e lui sappiamo Bene che è la poesia che crea lui!

      • Ambra Simeone

        Caro Valerio,

        tu sai quanto credo nella tua poesia, ti ho scritto anche l’introduzione al libro, ma penso che un minimo di direzione devi prenderla e questo non per limitare la tua poesia, ma per renderla invece più efficace e pungente, ancora di più di quanto non lo sia!

        Comunque continua così hai tempo per affinare le tue capacità! 🙂

  9. Valerio Gaio Pedini

    secondariamente queste poesie sono estratte da una plaquette che tratta il non luogo e da una Ciclo che tratta dell’Antiuomo. Quindi il non luogo l’avevo pensato prima che Giorgio lo trattasse sul blog. Qui non cerco utopie, le utopie si Derridono da sole.

  10. Valerio Gaio Pedini

    Come ho detto, sono Antiumano, non umano. Che gli uomini si curino di se stessi. Io soffrendoli, non li posso soffrire.

  11. Valerio Gaio Pedini

    i limitati scelgono di stare a destra o a sinistra, i geni stanno ovunque, non stando da nessuna parte.

  12. Valerio Gaio Pedini

    Io spesso sono limitato XD. Ora mi saluto e vi saluto,sperando che vi parliate più spesso, da soli, perché imparerete a giocare, seppure il gioco è noioso, per chi non sa giocare. La la la la la, tri tri tri tri tri, sciu, lu pù !

  13. Giuseppina Di Leo

    Caro Valerio, essere limitati non è un limite. Ma, soprattutto, averne coscienza è, a mio parere, un merito, cosa che tu mostri. Per questo apprezzo maggiormente la tua ricerca poetica. Una ricerca che tende non al “superamento” della parola poetica (Bachtin – ricollegandomi a Giorgio) perché la trascenda, bensì utilizza parole-specchio rendendo l’imminenza di una realtà che ‘ci immerge’.

    • Valerio Gaio Pedini

      comunque questi monologhi sono di un altro me. io mi rinnovo tutti i giorni. tutti i secondi. tanto che rimembro le vite precedenti e quelle che verranno, perché sono sempre la stessa.

  14. Il monolocale, la tazza del gabinetto, le calze puzzolenti, il letto “di colui che nacque mai”, catrame e asfalto (con l’immagine appropriata del tram, forse in piazza Cordusio). Con questi avvistamenti, che poi sono tra i miei pochi rudimentali strumenti, riconosco il poeta che restituisce la realtà (che non si è scelto) in modo, si auspica, che alla propria dipartita possa andare leggero. E poi le parole che strattonano, che non te le aspetti, che chiudono e riaprono, vigorose.
    Il resto per me è melassa ottocentesca, che inevitabilmente solleva nuvole d’incenso ( tra croci capovolte e chiese…), ma capisco e sento l’eco degli slammer e delle loro parole altisonanti, troppo per uomini di giovane età ( per le donne è diverso); dell’ iPop e di quel suo IO teatrale ( mascherato) urlato ai quattro venti. Solo che Valerio ha scelto di saltare l’asticella posta sapientemente da Giorgio Linguaglossa a una certa altezza, e a parer mio ci riesce agilmente perché annientando l’io, di fatto esce dall’iPop e tanti saluti.
    Che altro? il verso libero: un tempo mi piaceva ma oggi mi fa venire il mal di mare, e trovandomi più a mio agio con la poesia prosa ( dove prosa è aggettivo), fatico un po’. Ma sono scelte, o dovrei dire attitudini, specie se si è portati al monologo. Auguro a Pedini una buona avventura, di tutto cuore.

    • Valerio Gaio Pedini

      sai Lucio, quanto mi piaccia la tua poesia e la tua filosofia (che non è lontana dalla mia, intendo la filosofia).Alla siamo due giovani in un mondo di vecchi bavosi.

  15. Valerio Gaio Pedini

    comunque la maschera valerio autentica, mai imita e se imita, non sa di farlo.Anch’io non amo il verso libero, ho cercato di eliminare anche i versi, il ritmo è vieppiù jazz, ma mai libero nel senso che viene dall’anima e bla bla. Il mio verso viene dall’urlo. Ogni volta che scrivo, scrivo recitando. So già dove andare a capo. Dove il ritmo vocale monologante lo richiede.

  16. antonio sagredo

    “Il mio verso viene dall’urlo” : non sei il primo e non sarai l’ultimo!
    “ho cercato di eliminare anche i versi” : non sei il primo e non sarai l’ultimo!
    “Anch’io non amo il verso libero” : non sei il primo e non sarai l’ultimo!
    “Ogni volta che scrivo, scrivo recitando” : non sei il primo e non sarai l’ultimo!
    acc.

  17. SiriaComite

    Gaio considera l’uomo d’oggi alienato dalla sua natura animale, in quanto non è consapevole d’esser parte della natura. Anzi non è solo alienato, ma proprio perchè non rimembra se stesso, cessa di esserlo. Come può essere libero e vivo un essere che con le sue stesse mani si è ridotto alla cattività e che riduce alla cattività altri esseri animali (che cessano anch’essi di avere i propri naturali istinti come procacciarsi il cibo)?! Qual’ è l’unica possibilità di poter vivere ed essere liberi? L’uomo si illude della sua libertà perchè pensa e non agisce. L’animale non sa di essere vivo, non conosce la sua libertà in quanto è la sua liberta. Non pensa ed agisce. Si può notare la condanna ecclesiastica e l’elogio della cultura pagana, in quanto è proprio l’ecclesia che principalmente ci ha inculcato che l’animalità nell’ uomo è demoniaca e da reprimere. A differenza invece della cultura precristiana che aveva un fortissimo contatto con la natura e vi erano pratiche di trasformazione animale, nell’ animale che c’è dentro ognuno di noi. la propria animalità era sacralizzata e non rinnegata. Inoltre sebbene una persona superficialmente possa vedere il suo scrivere pessimistico, Gaio non lo è affatto. Lui è disilluso, anarchico con le leggi limitate del mondo umano e rispettoso delle leggi naturali del cosmo, in quanto rispettoso della sua natura animale. Gaio è uno dei pochi che sa di essere animale prima di essere umano, anzi si considera anti-umano in quanto detesta la sua natura umana, parte dell’ alienazione. Non è illuso nel super-uomo, ma disilluso e anarchico (che si rifiuta) nell’ anti-uomo. Questa visione ciclica, naturale e stagionale la vediamo nella penultima poesia : “Lacrime e sangue intorno al corpo di nessuno: ma poi vi è un riso” ; “Non vi resta che sangue/Sangue-lacrime/Lacrime-cenere/E con quella poltiglia la Chiesa sarà costruita-/Prima che la tempesta la rimescoli”. è una visione tipica del paganesimo e della cultura agricola che lui propone come recupero della propria natura. Allora è da questo concetto che ha senso la distruzione della forma. Il suo poetare è paragonabile ad un ruggito. La sua poesia è urlata ma il suo urlo non è da poeta maledetto, il suo urlo è quello di un leone. La distruzione della forma la vediamo nella lunghezza dei titoli, nella presenza di versi e simboli. Non solo la forma è soggetta a questo sgretolamento atomico, ma lo è anche l’arte ed il tempo medesimo. In quanto c’è una totale mescolanza di sacro e profano, di antico e odierno, una mescolanza di linguaggio tra il latino, l’alchemico aulico e il colloquiale. è distruggere la propria folle razionalità umana che si può arrivare alla propria consapevolezza animale. Cessando di pensare e sognare per agire direttamente. Il fulcro non sta nel distruggere e ricreare l’arte o il pensiero, sta piuttosto nella morte e nella rinascita, sta nella trasmutazione.

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