POESIE di Alfredo De Palchi da Sessione con l’analista (1948-1966) e da Paradigm, (Chelsea Editions, 2013) con uno scritto di Luigi Fontanella un Dialogo tra Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa e un Commento finale di Giorgio Linguaglossa

hopkins Autoritratto

hopkins Autoritratto

 Da uno scritto di Luigi Fontanella:

«Alfredo si trova rinchiuso, già da qualche anno, nel penitenziario di Procida, vitti­ma di imputazioni infamanti. L’accusa è un omicidio avvenuto nel dicembre 1944 di un partigiano veronese, Aurelio Veronese, detto “il biondino”, a opera di tale Carella, fascista e capo della milizia ferroviaria. Pur essendo del tutto estraneo a quest’omicidio, De Palchi viene accusato e processato. Come ho già raccontato altrove (mi permetto rinviare di nuovo al mio volume La parola transfuga, pp. 178-183), a monte di questa infame calunnia c’era stata, dietro la spinta di altri affiliati, l’insipiente militanza giovanile di Alfre­do, allora diciassettenne, nelle file delle Brigate Nere, capitanate da Junio Valerio Borghese, uno dei leader più combattivi della Repubblica Sociale Italiana. […] Allo sbrigativo processo svoltosi a Verona nel giugno 1945, in pieno clima di caccia alle streghe, De Palchi, del tutto innocente, fu condannato all’ergastolo (il pubblico Ministero aveva chiesto la pena di morte!). Un processo-farsa che gli costò vari anni di prigione, prima al carcere di Venezia, poi al Regina Coeli di Roma, poi a Poggioreale a Napoli, poi al penitenziario di Procida ( 1946-1950), infine a quello di Civitavecchia (1950-1951). Un’esperienza durissima che dovette prostrare il nostro poeta e che avrebbe segnato per sempre anche la sua poesia, se è vero che quell’esperienza non solo è presente nella sua primissima pro­duzione (strazianti e taglienti i versi, oltre che di La buia danza di scorpione, anche del poemetto Un ricordo del 1945, che tanto avrebbe colpito Bartolo Cattafi che lo presentò subito a Sereni […]) ma ricompare con tanto di nomi e cognomi nel recentissimo nucleo Le déluge, posto a chiusura del suo ultimo, intensissimo libro Foemina Tellus. Un’esperienza atroce che l’avrebbe segnato profondamente ma che gli avrebbe anche fornito la stoica energia a resistere, a reagire, a crescere, a leggere, a studiare, e infine a scrivere la sua poesia di homme revolté. Credo che chiunque si accinga ad affron­tare la lettura delle poesie di De Palchi non debba mai prescindere da questa terribile vicenda biografica, tanto la poesia che da essa è scaturita ne è intrisa dalle prime prove fino alle ultime. Un’esperienza crudele che, a valutarla oggi dopo più di mezzo secolo, sembra perfino beffarda se si pensa che il nazifascista Junio Valerio Borghese, che pure era stato uno dei capi indiscussi della fronda repubblichina, al processo intentato contro di lui per crimini di guerra, sempre a Verona tra il ’46 e il ’47 (il processo si conclu­se esattamente il 17 febbraio 1947), riuscì a cavarsela con soli quattro anni di carcere, gli ultimi dei quali proprio a Procida, nello stesso penitenziario dove si trovava rinchiuso De Palchi. Sul qua­le, sia detto per sgombrare qualsiasi taccia posteriore di collabora­zionismo, venne in seguito sciolta ogni accusa e provata la più totale innocenza. Mi riferisco alla revisione definitiva del processo, che avvenne nel 1955, presso la Corte di Assise di Venezia, alla cui conclusione De Palchi, assistito dagli avvocati De Marsico e Arturo Sorgato, fu prosciolto da qualsiasi accusa e assolto con formula piena”». (n.d.r.)

Alfredo de Palchi

Alfredo de Palchi

 Alfredo de Palchi, originario di Verona dov’è nato nel 1926, vive a Manhattan, New York, dove dirigeva la rivista Chelsea (chiusa nel 2007) e tuttora dirige la casa editrice Chelsea Editions. Ha svolto, e tuttora svolge, un’intensa attività editoriale.

Il suo lavoro poetico è stato finora raccolto in sette libri: Sessioni con l’analista (Mondadori, Milano, 1967; traduzione inglese di I.L Salomon, October House, New York., 1970); Mutazioni (Campanotto, Udine, 1988, Premio Città di S. Vito al Tagliamento); The Scorpion’s Dark Dance (traduzione inglese di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1993; II edizione, 1995); Anonymous Constellation (traduzione inglese di Santa Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1997; versione originale italiana Costellazione anonima, Caramanica, Marina di Mintumo, 1998); Addictive Aversions (traduzione inglese di Sonia Raiziss e altri, Xenos Books, Riverside, California, 1999); Paradigma (Caramanica, Marina di Mintumo, 2001); Contro la mia morte, 350 copie numerate e autografate, (Padova, Libreria Padovana Editrice, 2007); Foemina Tellus (introduzione di Sandro Montalto, Novi Ligure(AL): Edizioni Joker, 2010). Ha curato con Sonia Raiziss la sezione italiana dell’antologia Modern European Poetry (Bantam Books, New York, 1966), ha contribuito nelle traduzioni in inglese dell’antologia di Eugenio Montale Selected Poems (New Directions, New York, 1965). Ha contribuito a tradurre in inglese molta poesia italiana contemporanea per riviste americane.

alfredo de palchi in Italia, 1953

alfredo de palchi in Italia, 1953

 

 

 

 

 

 

Nessuna certezza
dalla spiritualità arcaica del mare––
gesticolo le braccia al cielo che affonda
sbilanciato nei verdi avvallamenti
mutazione cosciente
vescica rovesciata metamorfosi
per un abisso d’alghe e pesci,
non mi differenzio––sono
l’escrescenza che si lavora in questa
epoca
e dovunque bocche di pesci
aguzze su altri pesci
il mare un vasto cratere
e fissi al remoto I pesci graffiti
non guizzano dove sradicato
il gabbiano è l’unica dimensione
conscia
dell’inarrivabile bagliore.

(primi anni del 1960)

Alfredo De Palchi 2011

Alfredo De Palchi 2011 foto di Mariangela Rasi

da Sessioni con l’analista (1948 – 1966)
da Bag of flies

6

dicono
— i comandamenti — ma quali,
se gutturale la fiamma che ammonisce
aggrava i litigiosi che li smentiscono, se maligna
s’incarna in un’altra voce
che istruisce dalla montagna.
Conosco io, non te meritevole, quei comandamenti —
solo veri.
Dimentico la pena lacerante, non l’odio
di cui la ragione mi svergogna per voi tutti.
Io neppure so più amare,
solo so bruciarvi con i miei anni
di punizione e questa
domenica del patire parolaio / ancora i vostri rami
d’ulivo sono l’infetta infiammazione, torce di numerosi
Getzemani dove popolazioni sono triturate
dagli Eichmann e da milioni che si lavano le mani.

Non una parola
(la si sente tardi)
solo mani rapaci che usurpano quelle
mani inchiodate all’avvento mistificatore,
mistificato, torpore,
fiaba della resurrezione.
È domenica delle palme —

da Sessioni con l’analista

4

strumenti: ben
disegnati precisi numerati
non occorre contarli: hanno già l’osseo colore;
nella cava il paleontologo
scoprirà la scatola blindata di lettere
che dissertano l’uomo, alcuni ossi
su cui sono visibili tracce
delle malefatte — e nel libro
spiegherà che gli strumenti automatici
erano (sono) necessari ai robots primitivi

“spiega”
lo so, il mio dire
non mi esamina o spiega, eppure . ..
(la segretaria incrocia le gambe sotto il tavolo
e vedendomi in occhiali neri
“interessante”
commenta “ma ti nascondi”)
è chiaro
— sono ancora nascosto —
non più per paura benché questa sia . . . per
autopreservazione
“perché” paura, accetta i risultati,
affronta . . . difficile
l’autopreservazione,

capisci? se tu mi avessi visto allora
nel fosso, dopo che il camion…
(il camion traversa il paese
infila una strada di campagna seminata
di buche / ai lati fossi filari di olmi /
addosso alla cabina metallicamente
riparato pure dai compagni che al niente
puntano fucili e mitra)
— capisci che si tratta di strumenti —
(ho il ’91 tra le gambe)

di colpo spari e io
— già nel fosso —
alla mia prima azione guerriera non riuscii. . .
me la feci nei pantaloni kaki
l’acqua mi toccava i ginocchi. Sparai quando
“leva la sicurezza bastardo” urlò il sergente Luigi
— fu l’ultimo sparo in ritardo —
dal fosso al cielo di pece
strizzando gli occhi
la faccia altrove — risero:

“sono scappati
hai bucato il culo bucato dei ribelli”

— capisci? se la ridevano —
mentre io non pensavo
no, alla preservazione.
La intuivo nel fosso —

10

freddo — la neve blocca il poco traffico
a Vercelli
e si esce la notte (1951)

— non vuole farsi vedere con me —
temendo il giudizio del paese
“la reputazione, sai. . . “

— a me non importa —
la mia reputazione fa il giro
e la curiosità . . . le spiego l’entomologia
l’amore degli insetti
“gli insetti maschi
acchiappano le femmine riluttanti
mettendo in moto speciali furbizie”
— la curiosità —
s’informa mentre si cammina nella neve
dei viali della stazione:
“grilli e cavallette sono inclini alla musica
le farfalle s’appoggiano
ai profumi e le mosche di maggio
aromatizzano la seduzione con la danza”

succede . . .
andiamo al cavalcavia, oltre i giardini:
ora, d’accordo,
amo la ragazza ma
“la sanno meglio i maschi delle malacchidi
(minuscoli scarafaggi dei tropici)

— non ch’io sia scarafaggio, però . . . —
che adescano le femmine con un nettare
piccante / per allentare poi le loro inibizioni
le iniettano di frode un afrodisiaco”

— succede qualcosa di simile —

in piedi, sotto il cavalcavia:
“perché l’hai fatto”
piange pulendosi con la neve.
La pulisco
— d’accordo, non ho complessi di colpa —
ma non più m’interessano le vergini
“perché”
quel sangue pulito infiamma la neve — e lei piange
“perché l’hai fatto, la mamma . . . “

(pensi che la segretaria
cosce lunghe incrociate sotto il tavolo,
da .. . finché)… la mamma —

16

(dopo) — che mi porta —
l’inquietudine neurotica
incastonata nell’incertezza
è uno stormo implacabile, un cancro: ora
(fuggire)

alla frontiera
“documenti” chiede il finanziere
“non sei in regola,”
sono “guarda bene,
ne hai un pacco” timbrati dalla questura

libertà che persegue
(sul treno, terza classe, di notte
una coppia mi persegue

con occhi glutinosi)
glutine umana

sfoglia, legge “ah”
e timbra documenti passaporto
“comportati bene” chiude il pacco
“fai presto carogna” penso
— il gatto mi piange sulle spalle —
ma è bello fuggire
con una valigia di poeti scorpioni
le loro menzogne in buona cera
sotto il sedile
— me li porto dovunque —
per rassicurarmi delle menzogne abbaglianti:
astrazione
eccetto i miei anni: il contatto
la glutine umana —

Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011foto di Mariangela Rasi

Appunto di Giorgio Linguaglossa (da lombradelleparole.wordpress.com)

13 dicembre 2014 alle 9:59 Modifica

caro Alfredo De Palchi,

il fatto che […] è la riprova che la sua poesia segue il filo del significante, è una poesia dipendente dal “gioco” dei significanti. Un concetto di poiesis che abbiamo conosciuto nel corso del tardo Novecento, e che forse (mi permetto) ha nuociuto alquanto alla poesia italiana perché ha introdotto l’equivoco pensiero che non si potesse fabbricare in Italia poesia adulta che non fosse stata sperimentale. Cosa voglio dire? Dico semplicemente che la poesia di […] è confezionata in consonanza con le concezioni tardo novecentesche post-sperimentali basate sull’autonomia della catena del significante il cui capostipite più evoluto, abile e influente è stato indubbiamente Andrea Zanzotto con La Beltà del 1968. Questa la genealogia. E andava detto. Anzi, va ogni giorno ripetuto.

Una cosa appare chiara a chi abbia orecchie per intendere: che la poesia del presente e del futuro non passa più (se mai c’è passata) attraverso l’autonomizzazione della catena del significante e che bisogna andarsela a cercare altrove. E qualcosa c’è stato nella poesia italiana degli ultimi tre quattro decenni che si è mosso in questa direzione, ci sono state delle opposizioni, non è vero che il pensiero maggioritario (nelle Accademie e nelle Università) non sia stato contrastato, sono tanti i poeti di valore che hanno posto un alt e un altolà a questa deriva concettuale (e in tal senso anche la poesia di Magrelli ha avuto un lato positivo, non lo nego, anche se poi ha introdotto un elemento di deterioramento ancora forse più grave: una scrittura poetica fatta di secondarietà; ma questo è già un altro discorso). Quello che volevo sottolineare è che è finita da lunghi lustri in Italia la poesia del significante (per fortuna) e che attardarsi su quella impostazione di fondo comporta restare periferici, marginali, e comporta continuare a fare una poesia di stanca derivazione epigonica.

E veniamo al testo che hai postato datato anni ’60. È un testo, come può vedere chiunque sappia leggere una poesia, che non si basa sulla catena del significante ma che va per altra strada: va per intensificazione e slittamento di immagini e di parole immagini. Voglio dire questo: che la tua poesia già allora (Anni Sessanta) era già fuori moda, non si accodava alla concezione maggioritaria basata sui giochi del significante e sulla autonomizzazione del significante ma deviava, in modo consapevole, verso una poesia fitta di intensificazioni e di accelerazioni tra le parole e le immagini. Non mi meraviglia quindi che la tua poesia sia stata non compresa in Italia. Il fatto è che non poteva essere compresa per via di quella griglia concettuale (e anche di altro, ma qui soprassediamo) che tendeva a rivalutare altre impostazioni, da quella tardo sperimentale a quella che prediligeva una poesia degli oggetti, alla poesia presuntivamente vista come impegno o civile…

alfredo de palchi

alfredo de palchi

  Risposta di Alfredo De Palchi (da lombradelleparole.wordpress.com)

 Alfredo de Palchi

15 dicembre 2014 alle 4:35 Modifica

 Caro Giorgio Linguaglossa,

benché esca dalla camera da letto alle sei del mattino ed rientri verso la mezzanotte, il mio tempo di fare tante cose è rallentato, eppure trascorre molto in fretta. Così arrivo ormai sempre in ritardo anche a commentare.

Apprezzo il tuo intervento esplicativo. Le varietà poetiche, pseudo avanguardiste, del secondo Novecento, neanche le classificai nel mio mondo personale. Le avanguardiette le precedetti nel 1948 con Il poemetto Un ricordo del 1945, e pubblicato da Vittorio Sereni nel 1961 nel primo numero della nuova rivista “Questo e altro”; precedette di almeno dieci–quindici anni “I Novissimi” e le avanguardiette seguenti. Quel mondo finse di non averlo letto, e confermò il mio l’amico Leonardo Sinisgalli a New York durante le nostre camminate quotidiane per oltre un mese. Il poemetto menzionato, in uno stile psicologico nuovo per me, finì nel silenzio per non dare voce allo sconosciuto scrittore. Vivevo fuori d’Italia. Non avevo possibilità di farmi sentire, in più mi rifiutavo di chiedere qualcosa a qualcuno. Però ora dico che le menate dei “Novissimi”, avanguardiette, e cosiddette teorie o ricerche poetiche che descrivi, entrarono in un orecchio per uscire dall’altro. E perché, durante gli anni 1950 e 1960, la mania della scelta ideologica fece suicidare un poeta che conobbi, apprezzai , e pubblicai; si uccise perché il partito comunista gli rifiutò la tessera. Tutti gli scribacchini di quel periodo capirono che per fare carriera bisognava avere la tessera “fascista” della sinistra. Immagina se io, tipo disintegrato dovunque, mi sforzo a firmare una tessera politico-sociale quando non ho mai pensato di appartenere a gruppi letterari, clubs, nemmeno al Pen Club (chiarisco: non quello italiano) di New York che più volte mi invitò.

La mia poesia non ha un unico stile, in essa si trovano scritture diverse tra le quali c’è l’unica d’avvero avanguardia Sessioni con l’analista, 1964–1966 (1967), e altri lavori. Le mie intuizioni e scoperte le praticavo scrivendole, non da chiacchierone alla P.P. Pasolini e compagni che di psicologia ne davano notizia di loro stessi senza creare nulla. Chiacchiere. Sessioni con l’analista non si impose perché gli addetti ai lavori non intendevano riconoscere sopra la loro la mia importanza; e in maggioranza i recensori, che non capirono il linguaggio, su vari giornali beffeggiarono quella importanza. Silvio Ramat, onesto ma confuso sullo stile e sulla materia, pubblicò su La Nazione e su La Fiera Letteraria recensioni non positive. Con Ramat che non conoscevo di persona ed io diventammo amici, e si convertì alla mia poesia circa quarant’anni dopo; con Marco Forti, positivo, c’era stima reciproca; voglio dire che nonostante i sberleffi idioti di recensori chiusi nello scatolame accademico più declassato, io non perdetti sonno e voce, non disperai, mi comportai con indifferenza.
Voglio ricordare che alcuni mesi fa su “L’ombra della parola” un tuo magnifico articolo che illustrava uno o due testi delle Sessioni con l’analista. Nessuno ci fece caso, i principali motivi sono: 1) non piace stile forma e soggetto a chi apprezza testi, e poetizza allo stesso modo, che io definisco invecchiati alla nascita; 2) non piace a chi non comprende nulla di stile forma e soggetto.

Non ho problemi con le poetiche, apprezzo ogni stile forma e soggetto se l’insieme è poesia, non scialba preziosa costruzione. I problemi attuali sono ancora quelli di coloro che invasero buona parte desertica della seconda metà del Novecento e oltre, proseguendo ad ammalare la scrittura delle recenti generazioni di imitatori. Ovviamente ci sarà nel sottobosco affollato un migliore, un nuovo, un poeta-artista. Un pittore, si dice anche dell’imbianchino, ma un creatore si dice dell’artista-pittore. Artiste-peintre. Vive la différance!

Grattacieli di New York

Grattacieli di New York

Commento di Giorgio Linguaglossa

Brodskij ha scritto: «dal modo con cui mette un aggettivo si possono capire molte cose intorno all’autore»; ma è vero anche il contrario, potrei parafrasare così: «dal modo con cui mette un sostantivo si possono capire molte cose intorno all’autore». Alfredo De Palchi ha un suo modo di porre in scacco sia gli aggettivi che i sostantivi: o al termine del verso, in espulsione, in esilio, o in mezzo al verso, in stato di costrizione coscrizione, subito seguiti dal loro complemento grammaticale. Che la poesia di De Palchi sia pre-sintattica, credo non ci sia ombra di dubbio: è pre-sintattica in quanto pre-grammaticale. C’è in lui un bisogno assiduo di cauterizzare il tessuto significazionista del discorso poetico introducendo, appunto, delle ustioni, delle ulcerazioni, e ciò per ordire un agguato perenne alla perenne perdita dello status significante delle parole. Ragione per cui la sua poesia è pre-sperimentale nella misura in cui è pre-storica. Ecco perché la poesia di De Palchi è sia pre che post-sperimentale, nel senso che si sottrae alla storica biforcazione cui invece supinamente si è accodata gran parte della poesia italiana del secondo Novecento. Ed è estranea anche alla topicalità del minimalismo europeo, c’è in lui il bisogno incontenibile di sottrarsi dal discorso poetico maggioritario e di sottrarlo ai luoghi, alla loro riconoscibilità (forse c’è qui la traccia dell’auto esilio cui si è sottoposto il poeta in età giovanile). Nella sua poesia non c’è mai un «luogo», semmai ci possono essere «scorci», veloci e rabbiosi su un panorama di detriti. Non è un poeta raziocinante De Palchi, vuole ghermire, strappare il velo di Maja, spezzare il vaso di Pandora.

Così la sua poesia procede a zig zag, a salti e a strappi, a scuciture, a fotogrammi psichici smagliati e smaglianti, sfalsati, sfasati, saltando spesso la copula, passando da omissioni a strappi, da soppressioni ad interdizioni.

*

Potessi rivivere l’esperienza
dell’inferno terrestre entro
la fisicità della “materia oscura” che frana
in un buco di vuoto
per ritrovarsi “energia oscura” in un altro
universo di un altro vuoto
dove
la sequenza della vita ripeterebbe
le piccolezze umane
gli errori subordinati agli orrori
le bellezze alle brutture
da uno spazio dopo spazio
incolume e trasparente da osservarla io solo
rivivere senza sonni le audacie
e le storpiature
persino le finestre divelte
i mobili il violino il baule
dei miei segreti
tutti gli oggetti asportati da figuri plebei
miseri femori.

(21 giugno 2009, da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

*

Le domeniche tristi a Porto di Legnago
da leccare un gelato
o da suicidio
in chiusura totale
soltanto un paio di leoni con le ali
incastrati nella muraglia che sale al ponte
sull’Adige maestoso o subdolo di piene
con la pioggia di stagione sulle tegole
di “Via dietro mura” che da dietro la chiesa
e il muro di cinta nella memoria
si approssima ai fossi
al calpestio tombale di zoccoli e capre
nessuna musica da quel luogo
soltanto il tonfo sordo della campana a morto.

(22 giugno 2009, da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

alfredo de palchi new york di notte

New York di notte

Pretendi di essere il falco
che sale in volo
sussurrando storielle infertili
e vertiginosamente precipiti sulla preda
che corre alla tana del campo
mentre ti senti potente con il rasoio
alla mia gola
Guerrino Manzani

non è così che accade
sei troppo tonto e bugiardo nel tuo fagotto di stracci
a brandelli dalla tua preda
io
che ti gioca le infinite porte del cielo
ti eutanasia nella vanità
di barbiere da sottosuolo dove
a bocca colma della tua schiuma
ti strozzi finalmente sgraziato

non puoi vedere lo spirito malvagio che sai di possedere
gli specchi del vuoto fanno finzione
volando a pipistrello sei dannato
a rasoiarti la gola
a cercare il tuo nulla dentro il nulla

(27 giugno 2009 da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

*

Che tu sia sotto
in mucillagine di vermi
o sopra
a vorticare nel vuoto
rimani il bifolco delle due versioni
nell’oscurità totale

finalità troppo benigna per te
Nerone Cella seviziatore
rapinatore violentatore

le visioni di troppa madre di cristo
nella tua cella
non ti salvano con i tuoi compagni di tortura
subito spersi nell’Adige
il mio augurio di qualsiasi morte a voi
che vi dànno tra la terra e il primo spazio
mentre mi cinghiate mi bruciate le ascelle
mi spellate

la tua vergogna è alla luce dove
ti conto l’eternità di tempeste drammi nuvole
dove qui sta l’inferno
e tu flagellato alla gogna
designato a seviziare rapinare
e violentare carnalmente i tuoi compagni
di tortura e di malaffare.

(28 giugno 2009 da Paradigm, Chelsea Editions, 2013 )

*

Di poca intelligenza per la commedia dell’arte
Fabrizio Rinaldi
sei la maschera che sa di sapere
solo per sentito dire da chi
ha sentito dire

e scrivi sul giornale dei piccoli L’Arena
le lettere di presunti crimini
avvenuti prima della tua nascita geniale
tra bovari con mani di sputi
nella Legnago
riserva d’ignoranza e bassure

da pagliaccio di paese
ti arroghi di soffiare menzogne
ed io rispondo che ho sentito dire
da chi ha sentito dire che sei
culatina finocchio frocio orecchione pederasta pedofilo
e non ti diffondo sul giornale
ma in questo lascito

per te i beni augurabili da San Vito
sono i cancelli aperti alla notte
per cercare sulle strade deserte
e tra gli alberi della “pista”
l’invano.

(29 giugno 2009 da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

*

E voi bifolchi
eroici del ritorno
sul barcone dell’Adige
mostratevi sleali
e vili quali siete
con il numero ai polsi di soldati
prigionieri
non di civili dai campi di sterminio

siete sleali per tradimento
vili per la fuga verso
battaglie di mulini a vento
spacciandovi liberatori al culo dei vittoriosi
che vi scorreggiano in faccia

ora non scapate
da San Vito dov’è obbligo
narrarvi le stesse menzogne
tra compagni
rifare gli eccidi dei Pertini e dei Longo
criminali comuni all’infinito
e finalmente
spiegare la verità dei ponti antichi
lasciati saltare nell’Adige di Verona

forse anche i defunti avrebbero orecchie.

(30 giugno 2009 da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

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81 commenti

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81 risposte a “POESIE di Alfredo De Palchi da Sessione con l’analista (1948-1966) e da Paradigm, (Chelsea Editions, 2013) con uno scritto di Luigi Fontanella un Dialogo tra Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa e un Commento finale di Giorgio Linguaglossa

  1. ubaldo de robertis

    Ha fatto bene Giorgio Linguaglossa a riferire della terribile vicenda personale di un diciassettenne che poi ha avuto il coraggio e la forza di diventare Poeta. De Palchi accenna alle lunghe quotidiane camminate a New York con il suo amico Sinisgalli, questo ricordo mi ha messo non poco in agitazione. Da giovane mi resi conto delle qualità di Leonardo Sinisgalli leggendo le pagine di Giuseppe De Robertis, suo primo accreditato estimatore. Un Poeta che considero rilevante nella nostra civiltà poetica. Ero attratto dal suo tentativo di pervenire al superamento delle barriere poste, arbitrariamente, tra la cultura scientifica e quella letteraria. “Questo ingegnere elettronico e grande matematico- mi dicevo- è stato persino contattato da Fermi per far parte del “suo” Istituto di Fisica di via Panisperna. Sappiamo che Sinisgalli rinunciò a trafficare con i fenomeni radioattivi, cosa che invece ho dovuto/voluto fare io, nel mio piccolo, per molta parte del percorso lavorativo.
    Torno alla Poesia e a Sinisgalli, al quale sembrava di avere “due teste, due cervelli, come certi granchi” capace però di scrivere versi purissimi quali: “Come fischiano le rondini intorno alla chiesa…”(Pasqua 1952 ).
    Torno a De Palchi. Stamani mi chiedevo con insistenza: di che cosa avrà parlato Alfredo con Leonardo? (Leonardo di nome e di fatto con quel cervello che si ritrovava), Leonardo sempre pronto a soggiogare la conversazione. Così sono andato a rileggere le poesie del De Palchi qui postate soltanto per ribadire a me stesso la preferita, anche se quel verso presente altrove:— “il gatto mi piange sulle spalle” — (16), mi ronza ancora piacevolmente nel capo e nel cuore. Ecco quella da me privilegiata:
    *
    “Potessi rivivere l’esperienza
    dell’inferno terrestre entro
    la fisicità della “materia oscura” che frana
    in un buco di vuoto”

    Versi che vorrei aver scritto io! Essi mi lasciano immaginare che nella conversazione tra i due grandi poeti, più che delle vicende reali di Alfredo, che la storia ha segnato di troppe ferite, abbiano parlato dei misteri dell’universo. Ma questo solo Alfredo lo può dire.
    “ fisicità della “materia oscura” che frana
    in un buco di vuoto”

    Gentile Alfredo qualcosa della struttura della materia si è capita, ma le osservazioni ci dicono che l’universo è costituito in larga misura da qualcosa d’ altro. Ci sono stelle che ruotano molto più in fretta di quanto previsto. C’è una “materia oscura”, invisibile a noi, e ci sono i buchi neri…

    La sua osservazione poetica è una bella lezione di alta Poesia.
    Ubaldo de Robertis

  2. Ivan Pozzoni

    Questa, cazzo!!!!, e scusate il “questa” è «poesia» che non butta nebbia negli occhi della gente (o del pubblico della «poesia», cioè di una trentina di addetti ai lavori):

    «Le domeniche tristi a Porto di Legnago
    da leccare un gelato
    o da suicidio
    in chiusura totale
    soltanto un paio di leoni con le ali
    incastrati nella muraglia che sale al ponte
    sull’Adige maestoso o subdolo di piene
    con la pioggia di stagione sulle tegole
    di “Via dietro mura” che da dietro la chiesa
    e il muro di cinta nella memoria
    si approssima ai fossi
    al calpestio tombale di zoccoli e capre
    nessuna musica da quel luogo
    soltanto il tonfo sordo della campana a morto».

    Chiara, senza essere semplice, in essa troviamo, a differenza d’altri, un volontario «la sua poesia procede a zig zag, a salti e a strappi, a scuciture, a fotogrammi psichici smagliati e smaglianti, sfalsati, sfasati, saltando spesso la copula, passando da omissioni a strappi, da soppressioni ad interdizioni», totalmente disinteressato ad ingannare il lettore (forse, addirittura, totalmente disinteressato al lettore). Passa una serie di messaggi, senza obbligarci alla parafrasi (!!!), diventando involontaria suggestione di scrittura. Questa è la differenza tra un bluff e un poker d’assi.

  3. Quest’uomo scolpisce, dipinge, crea con il materiale più aeriforme e povero di tutti, le parole, e sono convinto rimarranno.

  4. cari interlocutori,
    non mi dite che la poesia di De Palchi è chiara e cristallina. Quando leggo una poesia come questa, devo ammettere i miei limiti di critico, ci capisco ben poco:

    Nessuna certezza
    dalla spiritualità arcaica del mare––
    gesticolo le braccia al cielo che affonda
    sbilanciato nei verdi avvallamenti
    mutazione cosciente
    vescica rovesciata metamorfosi
    per un abisso d’alghe e pesci,
    non mi differenzio––sono
    l’escrescenza che si lavora in questa
    epoca
    e dovunque bocche di pesci
    aguzze su altri pesci
    il mare un vasto cratere
    e fissi al remoto I pesci graffiti
    non guizzano dove sradicato
    il gabbiano è l’unica dimensione
    conscia
    dell’inarrivabile bagliore.

    Ciononostante, devo amettere che, dopo la lettura, ho perfettamente metabolizzato quel che la poesia voleva “comunicare”, anche se non l’ho capita in termini razional-sintattici.

    • Hai presente un gabbiano quando velocemente ti toglie la visuale del sole? Questa poesia va ascoltata, il razional sintattico è lavoro, la musica puro divertimento. Sai quanti americani “ascoltano e capiscono” veramente quel che cantano rockers rappers et similia? Quasi nessuno, eppure sono cantate nel loro inglese americano. Alfredo De Palchi è un grandissimo rocker poeta.

    • Ivan Pozzoni

      Complessissima, e chiara. Forse, in questo caso, non hai avuto abbastanza «sensibilità» estetica. Peccato! 😉

  5. “Le domeniche tristi a Porto di Legnago
    da leccare un gelato
    o da suicidio (…)”
    Splendida poesia non da “capire” ma da “sentire”.
    Giorgina Busca Gernetti

  6. meno male ch’era poeta… la pubblicità in questo momento mi suggerisce il commento ideale… buono da diventar cattivo… vado a capo và…

  7. E’ sempre difficile per me commentare qualcosa che mi tocca tanto profondamente. Posso dire solo che sento in queste poesie la forza di un Titano, che non accetta l’ingiustizia del male, ma soprattutto della malvagità e si ribella. Ma si ribella facendo filtrare e fluire quella stessa giusta ira trasformandola in Poesia. E forse, quegli scarti, quegli strappi, quelle sfasature che Giorgio nota, sono la gestazione sofferta ma così coraggiosa di questa trasformazione, di questo passaggio da uno stato a un altro.

    Francesca Diano

  8. Scrive Sebastiano Aglieco che la poesia di De palchi è una sconvolgente invettiva contro le violenze della Storia, i riti e i miti del potere. Vigore, originalità, “truculence and outré sensuality” per Ned Condini. E si potrebbe continuare ancora insistendo sempre più tra carica erotica e potenza distruttiva, tra dolore e risentimento, con l’ombra dell’aguzzino sempre a far da sfondo, come nel Ricordo del 1945, una sedia, una cintura, un interrogatorio. Una poesia segnata, marchiata a sangue e fuoco.
    Ma la grandezza di della poesia di De Palchi sta, secondo me, nell’impianto scenico e semantico. Il palco di De Palchi è un vecchio palco con le assi di legno stagionato. Lo scricchiolio che si sente nel passarci sopra è Storia.
    A differenza di De Angelis (trovo testimonianza dello stesso in Omaggio ad Alfredo De Palchi) la difficoltà della poesia di Alfredo si risolve nella ricchezza di metafore, figure e figuranti, strumenti, inquisitori, visitazioni. Una ricca gamma di accorgimenti stilistici e linguistici, un ampio spettro d’indagine a differenza di De Angelis, appiattito in una brumosa periferia lombarda dove non succede nulla, quindi bisogna inventarsi qualcosa.
    Ad Alfredo, invece, è successo di tutto.

    GP

  9. gabriele fratini

    Ottima poesia in stile americano. Sentita e ispirata. Un saluto.

  10. Cari interlocutori del blog,
    In Italia si assiste da tempo ad una grande confusione. Ad esempio, mi meraviglia che il ministro della cultura italiano Dario Franceschini abbia dichiarato, nel silenzio generale, il suo favore acché nei libri di testo della scuola italiana vengano ammessi come poesie anche i testi di cantautori e di canzoni famose sulla base della presunzione che anche i testi delle canzoni siano testi poetici a tutti gli effetti e con l’argomentazione che comunque le giovani generazioni riconoscono quei testi come testi letterari, anzi, come i soli testi poetici.
    Affermazione scandalosa non solo in sé ma per l’implicito giudizio di disvalore che accompagna oggi i testi poetici prodotti negli ultimi 50 anni. Quei testi non sono più riconosciuti quali depositari di una cultura, anzi, sono respinti ai mittenti, cioè ai loro autori.
    Mi meraviglia soprattutto che da parte dei cosiddetti “poeti” non sia stata sollevata una sola frase di stigmatizzazione per questa affermazione del ministro, non un solo critico letterario statutario o intellettuale riconosciuto abbia fatto presente al ministro la goffaggine della sua affermazione. Il tutto è stato passato sotto silenzio.
    Mi meraviglia la non-meraviglia della cosiddetta comunità letteraria la quale ha sommessamente sollevato le spalle.
    Mi meraviglia ad esempio il silenzio che da oltre 50 anni ha circondato l’opera di un poeta non allineato come Alfredo De Palchi, quel medesimo silenzio che ha accompagnato la improvvida affermazione del ministro Franceschini.
    Mi meraviglia la non-meraviglia.

    • Giorgio, sono già molti anni che nelle antologie di letteratura italiana delle superiori compaiono testi di cantautori vari. Dunque il ministro mi pare piuttosto disinformato sulla questione. Io a volte li ho usati per far notare le differenze fra cosa si intende per poesia e cosa non lo è. Però facevo imparare a memoria moltissime poesie e a volte ho fatto “rappare” “I limoni” di Montale, che ci si presta benissimo. Per far capire cosa si intenda per ritmo nella forma poetica

    • ubaldo de robertis

      Quando nasce un figlio, le famiglie
      lo vorrebbero intelligente.
      Io che per intelligenza
      mi sono rovinato l’esistenza
      posso solo sperare che mio figlio
      riesca a dimostrarsi
      ignorante e un po’ pigro di cervello.
      Così avrà una vita tranquilla
      come ministro di Gabinetto
      B. Brecht, [trad. F. Fortini]. (Per la nascita del figlio), dal cinese di Su Tung-p’o, (1036-1101)

      Caro Giorgio perché stupirsi?
      Quando il ministro dell’istruzione(!), Maria Stella Gelmini, ci rese edotti che:
      “Alla costruzione del tunnel tra il Cern di Ginevra e i laboratori del Gran Sasso attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con 45 milioni di euro”, io credevo si fosse toccato il fondo.
      Purtroppo non è così.
      Ubaldo de Robertis

    • Ivan Pozzoni

      Giorgio è scandaloso che i programmi di letteratura italiana, nei licei si fermino a Pascoli o Carducci. Che De Palchi sia sconosciuto al 99,9% degli esseri umani e Belèn allo 0,1% è scandalosissimo. Che Dario Franceschini abbia ancora il diritto di esprimere un’opinione istituzionale in Italia è scandalosissimissimo. Però, sinceramente, non ci troverei niente di male a definire «poesia» i tesi di De Andrè, di Guccini, di Vecchioni, di De Gregori, di Brassens, di Dylan o di Battiato (faccio alcuni esempi eclatanti). Se è da considerarsi «poesia» l’ultimo Zanzotto, credo che non si lesa maestà chiamare «poesia» Fabrizio De Andrè. Poi, se Franceschini, che non è notoriamente un fulmine di cultura e intelligenza, intenda mettere a programma Baglioni, Battisti, e l’Equipe 84 (cioè il pop), è drammatico. Però, riflettiamoci: chi conosce Giovanni Giudici, e chi conosce Battisti, tra i sedicenni italiani? Questo è il dramma, oltre che Franceschini come ministro del Minculpop! Ma dramma assai maggiore è che il sedicenne italiano, salve appetitose eccezioni, non conosce Garibaldi, Matteotti, Stalin… La dolorosa realtà? Che abbiamo l’investitura istituzionale (di un malato di decretinismo) che della «poesia», oggi, in Italia, non frega niente a nessuno. La «poesia» non è sottoposta ad una dura critica teoretica (sarebbero capaci di farla in cento) in grado di ridimensionarne il ruolo: semplicemente, è ignorata: dalle istituzioni, dall’editoria, dai lettori. L’anti-corpo dell’email di stamattina contro questa ignoranza (malattia generalizzata)… anti-corpo, anti-«poesia»: inoculiamo istituzioni, editoria, lettori. 🙂

      • gabriele fratini

        Il rapporto poeti/parolieri (che spesso coincidono, cioè scrivono l’uno e l’altra) è un discorso complesso e a fortissimo rischio di snobismo intellettuale. Mi pare che Ivan cammini sull’orlo di questo burrone, l’intellettualismo… fai attenzione Ivan a non cadere! La Bellezza dispensa le sue grazie a chi vuole, a volte anche ai testi pop, e se ne frega delle etichette.

        • Ivan Pozzoni

          Permettimi, Gabriele, riesco ancora a apprezzare la differenza tra De Andrè e Pupo. 🙂

          • gabriele fratini

            Mai parlato di Pupo.

            • gabriele fratini

              Comunque Ivan mi pare che in generale sopravvaluti De Andrè. Non è un poeta, a livello di testi è poco originale, è praticamente l’adattamento in musica leggera di testi di Villon, Master e Saba, un raffinato frullato di idee altrui. Mi sembra migliore musicalmente che come scrittore. Un saluto.

              • gabriele fratini

                err. corr. Masters

                • Anche secondo me Fabrizio De André non è un vero poeta. La sua musica supera la presunta poesia. “Creusa de ma” è passabile, benché tutto quel via vai su un sentiero verso il mare non sia realistico: non è una via accanto al porto !
                  GBG

              • Ivan Pozzoni

                Perché, i poeti sono originali? Il maestro di De Andrè fu Brassens, a sua volta contaminato da Valery.

                «Quando attraverserà
                l’ultimo vecchio ponte
                ai suicidi dirà
                baciandoli alla fronte
                venite in Paradiso
                là dove vado anch’io
                perché non c’è l’inferno
                nel mondo del buon Dio»,

                difficilmente ho reperito versi così significativi, musicali, e densi. Chiaro che ci sono rimandi a La prière di Brassens e, sopratutto, a Prière pour aller au paradis avec les ânes di Francis Jammes. Perché, forse che Montale, Ungaretti e Pascoli non abbiano rimandi?! Questi testi, con i loro richiami “dossografici”, col ricordo della morte di Tenco, con i loro tratti formali dovrebbero essere spiegati nelle scuole, come una miniera d’oro della «poesia» internazionale. Bisognerebbe, tuttavia, essere in grado di arrivarci.

                «Ho visto
                la gente della mia età andare via
                lungo le strade che non portano mai a niente
                cercare il sogno che conduce alla pazzia
                nella ricerca di qualcosa che non trovano
                nel mondo che hanno già
                dentro le notti che dal vino son bagnate
                dentro le stanze da pastiglie trasformate
                dentro le nuvole di fumo
                nel mondo fatto di città
                essere contro od ingoiare
                la nostra stanca civiltà.
                È un Dio che è morto […]».

                Questi bellissimi versi, oltre all’implicazione adorniana, che, in letteratura, immotivatamente si ignora (?!), col riferimento all’Auschwitz stessa di Guccini, rilanciano un rimando interessante all’incipit e ai temi di Howl di Allen Ginsberg. Potrei ricordare il metro/atmosfera gozzaniana di un Paolo Conte, e, invece, chiudo:

                «Che cosa posso dirvi? Andate e fate.
                Tanto ci sarà sempre, lo sapete,
                un musico fallito, un pio, un teorete,
                un Bertoncelli, un prete a sparar cazzate […]».

                Se avessi saputo scrivere questi versi, magari, ora, mi sentirei davvero un «poeta».

                • gabriele fratini

                  Le trovo bellissime canzoni e discrete poesie, ma anche questa è musica pop… evidentemente negli anni 60 70 80 la Bellezza ha dispensato più grazie ai cantautori che non ai poeti e compositori “colti” 😉

                  • Ivan Pozzoni

                    Pop?! Conte, Dylan, De André? E allora Donatella Rettore e Iva Zanicchi cosa sono?!? (trash?) 🙂 Senti, io capisco se mi si parli di Ligabue o Piero Pelù o Cherubinotti come “maestri” del pop e del marketing… Però Battiato, Vecchioni, Brassens, Brel, Joplin; Hendrix (aldilà delle vendite). Ma io trovo maggiori sprazzi di «poesia», a volte, in Rino Gaetano che in Zanzotto o Luzi! Flavio, attacca!!! 🙂

                    • gabriele fratini

                      Sono tutti cantanti pop caro Ivan, o musica leggera se preferisci, baciati dalla grazia. Sono un amante della musica leggera, li ascolto pressoché tutti quelli che hai citato, e molti altri, poi chiaro che all’interno del pop ci sono dei distinguo e De Andrè non è uguale a Toto Cutugno ma la base è il pop fattene una ragione 😉

      • Ambra Simeone

        non mi meraviglia che si studino i testi delle canzoni piuttosto che le poesie, se in Italia la poesia si scrive ancora come nel ‘800!

        non si lamentino i poeti! 🙂

        • Veramente non è vero che non si studi la poesia contemporanea. Nelle antologie del ‘900 (l’ultimo anno delle superiori) seppur in misura limitata c’è. Poi dipende dal professore che cosa riesce a proporre o anche a fare, dato che in un unico anno si concentra tutta la letteratura europea di tutto il 900 e già iniziare dalle avanguardie europee per poi proseguire con Pirandello, D’Annunzio, Montale, Ungaretti, Quasimodo, Levi, Svevo, Calvino, Kafka, Joyce, Musil, Proust (io facevo anche Queneau e la Deledda) e una manciata d’altri, con 3 ore settimanali in cui concentrare anche compiti in classe e interrogazioni vi assicuro che è già un miracolo riuscire a completare un simile programma. Io riuscivo a metterci anche Zanzotto, Sereni e Luzi, ma un po’ di fretta. Provare per credere.

  11. C’è un salto, dalle poesie degli anni 60′ a quelle del 2009 (grazie, non ci vuole molto…). Se nelle prime sorprendono i balzi semantici, e spiazzano e ti portano da un suo pensiero a un altro, in quelle più recenti, le invettive del 2009, il discorso si riordina in qualche maniera (per quel che può, perché si capisce che non gli va di starsene composto); così quel che vien messo alla prova è il giudizio estetizzante a cui ci stiamo abituando – almeno io, dal momento che mi capita di leggere per lo più poesie che dicono poco o poco raccontano, e sempre in qualche lampo ma in bella forma -, mentre invece qui si tratta di questioni di vita che incalzando ti afferrano sempre all’improvviso e strattonano. Anima inquieta, che dice cose non sempre condivisibili, sapendolo perfettamente. Più che una lettura una scazzottata che sposta il lettore al femminile, a cercare fragilità laddove non vengono dichiarate. Poi vedi la foto: un vecchiarello dai tratti fini, che si capisce ci tiene ancora molto ai suoi artigli; che in qualche modo si sta facendo saggio e fa pensare che vorrebbe vivere altri cent’anni; che la vita lo smagrisce e ancora bisogna starci attenti. Così si è portati a volergli bene, anche se non è facile.

  12. Marco Colombo

    Complimenti al blog “L’ombra delle parole”, che in questi giorni ha proposto dapprima un poeta del calibro di Milo De Angelis e poi un altro poeta non meno grande come Alfredo De Palchi. I due (che notoriamente si conoscono e si stimano) hanno molte differenze. De Angelis è drammatico e verticale, De Palchi è vitalista e indignato. Ma hanno in comune il procedere a scarti improvvisi e allucinati e soprattutto il grande peso dato, nella loro vita, alla poesia.

  13. A Lucio Mayoor Tosi, dico che è libero di esprimere quello e quanto vuole sulla mia poesia anche senza menzionarmi. Però, considerarmi un “vecchierello”, è un grave errore. Sono anziano, sì, vorrei vivere altri cento anni, anche per seguire spero ciò che avrà da dire, quando si sarà adattato, sulla poesia del “vecchierello”, indubbiamente più alerte mentalmente giovanile, fresco. È la sola vanità che io abbia.
    Tuttavia, grazie e rispetto per il suo commento.

    • Me l’aspettavo, sa? mi scusi per il vecchiarello, anche se ormai è detto, non sono poi tanto giovane e ci dovrei stare più attento. Sono molto lieto di aver potuto capire meglio, o qualcosa, della sua poesia. Rileggerò volentieri e ne cercherò. Finora m’era capitato di leggerla sulla rete ma non ho un vero ricordo. Chissà dov’ero. Ringrazio Linguaglossa e la redazione del blog per tutto questo.

  14. antonella zagaroli

    Arrivo da ultima ma non mi dispiace affatto.
    Come mi è capitato di di raccontare più volte quando lessi per la prima volta De Palchi saltai dalla sedia (a sdraio, era estate) e commentando nella più totale solitudine di sole e cicale esclamai: “Questo sì che è un poeta, finalmente e meriterebbe il Nobel” Era l’estate del 2009.
    Partecipai allo speciale per lui di un numero di Gradiva con un mio commento critico. Qui vorrei proporre un piccolo estratto con altre sue poesie anche per incuriosire chi lo conosce poco.
    “La poesia di De Palchi è composta dal sangue suo e di quanti sono stati coinvolti nelle sue esperienze ma è il sangue, la materia, la mente che ha scoperto dentro di sé, materia complessa che poi lo lega, collega a tutto il resto.
    Sono
    —– questo il punto / idea connettivo.
    l’unto dell’acqua l’insettivoro petrolio
    sigillato da eruzioni
    pozzi sotto il fondale, l’oceano grasso
    di corpuscoli, plancton che funziona
    con premura per i crostacei
    per il pesce cui serve ad altro pesce
    e avanti secondo l’inevitabile alimento
    e grossezza ¬¬- coriaceo predatore, secco
    rogo di pinne dorsali e pettorali
    su peduncoli e trampoli
    da suggerire tracce di membra
    e la spina un tubo
    di cartilagine: il coelacanth
    non estinto.

    Proseguivo con:

    “Trovo che l’atmosfera di molta parte della poesia di De Palchi è l’ideale proseguimento della The waste land di T. S. Eliot, a sua volta erede delle visioni di W. Blake e della concretezza marcia di A. Rimbaud. Con la rabbia di F. Villon, a lui molto caro e del quale si riconosce erede, De Palchi, non cercandolo fuori accademicamente ma esclusivamente attraverso l’esperienza personale entra nel mondo del “Thunder rolled by the rolling stars / Simulates triumphal cars/ Deployed costellated wars / Scorpion fights against Sun” eliottiano. Quasi presi a caso dalla rilettura di The waste land in questi due versi ritroviamo due titoli delle opere di De Palchi, La buia danza di scorpione e Costellazione Anonima. Quest’ultima soprattutto e Reportage (New York 1957) riportano la mente alla prima parte di East Coker e alla seconda parte di Little Gidding dell’opera di Eliot.
    In Reportage De Palchi scrive:

    “sul pietrificato fra macchine autocarri
    autobus (sudaticcio afrore
    di crematorio) fumo di benzina
    nera polvere granulosa
    osservo
    la elettro-
    esecuzione dei colombi che piovono dalle finestre
    (…)
    la desolazione piatta delle muraglie di vetro
    tralicci impalcature
    barboni con bottiglia all’ascella
    stravaccati su carta di giornale”
    (…)
    si apre l’industria religiosa:
    il mercato è saturo
    non c’è spazio
    troppa gente vi partecipa
    per sociale prestigio
    o paura di guerre:
    prestigio
    guerre
    ottimi affari——e voci al megafono:”

    In Costellazione Anonima torna quasi ossessiva tutta la polvere di Eliot:
    “Polvere dovunque su tutto polvere su ciascuno
    su me un cadavere continuo di polvere dal soffitto
    sul letto tappeti bottiglie dalle pareti
    che mi serrano nella morsa del mio futuro cadavere
    già sepolto sotto il cumulo di polvere di questa
    polvere che rassodata nello spazio gira su se stessa
    e intorno il sistema termonucleare come me cadavere
    che rigiro su me stesso e spostato di quel tanto
    dal mio centro intorno me stesso:
    costellazione anonima.”
    La distruzione delle macerie del mondo creato dall’uomo ha già invaso e del tutto distrutto la natura:

    “la sequenza di agitazioni distrugge
    a catena le forme compatte:

    la foglia arsa o verde
    tarlata d’insetti sbilancia l’albero che oscilla
    crostaceo o in torbo rigoglio all’aria”

    (…)

    scogli atolli continenti
    in tumulto di uccelli e animali senza scampo
    nelle nevi e siepi di orizzonti
    dei gelidi groppi di abitati
    arresi alla non-ragione”

    In questi versi anche la musicalità è aspra, piena di suoni sonoramente duri usciti da una gola piena di dolore e rabbia. E’ una musicalità teutonica, ricorda la musica tedesca del settecento e del novecento ma che ha, altresì, alcune assonanze con la musica dodecafonia. Sì, gran parte della poesia di De Palchi non ha il ritmo delle sdolcinature linguistiche italiane, nonostante sia scritta in italiano. Anche questo rende singolare l’opera poetica di De Palchi.
    La voce della desolazione, della rabbia, dell’impotenza nei confronti del potere che ha devastato l’uomo e la natura, assume a volte la forza di Urlo di Munch, perché diventa l’urgenza di esistere comunque differenziandosi dal contesto o comunque tentando di rimanere appartato dallo sfacelo del mondo moderno.”
    E ancora per finire ribadendo il suo rapporto col femminile e non con le donne come troppo spesso superficialmente è stato detto e scritto:
    “Con gli anni la visione della donna nella poesia di De Palchi è diventata l’ostia necessaria all’uomo per sentirsi più umano. Già nelle Viziose avversioni scritte fino al 1996 la sua idea della donna era chiara, “ogni oggetto inanimato o animato è femmina”, anche se spesso con immagini ambigue e negative. Successivamente la femminilità si amplifica diventa Essenza Carnale perché la compagna donna che De Palchi recita è il suo stesso femminile, la sua sensibilità stordita dalla morte del coniglio nel ricordo iniziale delle Sessioni con l’analista, poi da “il tonfo del gatto”, dal pudore che deflagra all’interno di se stesso “Spasimo scoppio / erompo sesso in aria / rimanendo zitto.”
    La donna diventa l’anima sangue da ingurgitare, da lasciarsi ingurgitare per diventare più totale.
    Questa è forse la chiave per comprendere i versi erotici depalchiani che non sono mai volgari nemmeno quando descrive amplessi e ricorre a parole vividamente comuni. Le sue costruzioni poetiche erotiche sono fiumi in piena di anima, sangue, cervello dell’uomo De Palchi.”
    “John Taylor, lettore e studioso acuto dell’opera di De Palchi scrive che“De Palchi’s erotic vision nearly always goes beyond the corporal per se. Present in his erotic poems is a cosmic dimension, an experience of amorous union and the epiphanies of pleasure surely, but also a yearning for the primeval, the primordial, the ab-original.”
    E continuando ancora dal mio saggio:
    “Uomo e donna in tutta la poesia di de Palchi pur incontrandosi mettendo a nudo ogni particella del loro essere natura umana e animale dispiegano le loro peculiarità concrete ma difficilmente i particolari hanno a che fare con la specificità, direi con l‘unicità di una donna se non per ragioni di scrittura. Ogni donna per De Palchi rinnova l’incontro col suo eterno foeminino e in Foemina Tellus egli esprime il femminile maturo all’interno di un uomo maschio. Qui lo scontro, la lotta, la volontà di combattimento fra natura maschile e natura femminile si tramuta poi del tutto all’indirizzo della Morte.”
    E aggiungevo quasi alla fine dello scritto:
    “Alfredo mi ha più volte ripetuto che “la poesia esce dalla realtà delle nostre prime intuizioni di famiglia”, che “occorre l‘immaginazione in poesia ma senza l‘esperienza delle varie vicissitudini la poesia è arida”. Io aggiungerei che l’artista autentico non si pone il problema di fare la storia della cultura, l’artista autentico sente profondamente ciò che fa, segue le proprie esperienze di vita non le predispone. E’ nel suo tempo ed è protagonista di se stesso. Più profondamente e intensamente sono avvertite le esperienze più la comunicazione verso gli altri non rientra nei limiti temporali della sua vita.
    Per De Palchi, allora, non è possibile non ricordare e collegare la sua opera alla prigionia vissuta fra adolescenza e giovinezza, alla nascita da una donna nubile.
    Le poesie dalla prigione contenute ne La buia danza di scorpione, sono poesie che toccano il nerbo vitale dell’esistenza umana.
    Ogni donna abusata, stuprata fuori o all’interno della famiglia, ogni bambino lesionato da ferite fisiche e psichiche, ogni donna o uomo perseguitato per ragioni politiche, religiose o comunque di diversità all’interno dell’organizzazione sociale, non può non sentire suo il senso della ribellione e dell’impotenza con parole simili a quello scritte a vent‘anni da Alfredo De Palchi:

    Mi condannate
    mi spaccate le ossa ma non riuscite
    a toccare quello che penso di voi:
    gelosi dell’intelligenza e del neutro
    coraggio aggredito dal cono infesto
    delle cimici

    ——-io, ricco pasto per voi insetti,
    oltre l’ispida luce
    vi crollo addosso il pugno

  15. Giuseppina Di Leo

    “Potessi rivivere l’esperienza”, è una poesia dal forte impatto ‘visivo’, lo si percepisce fin dall’inizio:

    *
    Potessi rivivere l’esperienza
    dell’inferno terrestre entro
    la fisicità della “materia oscura” che frana
    in un buco di vuoto
    per ritrovarsi “energia oscura” in un altro
    universo di un altro vuoto…

    Ma sono tante le poesie che trovo a me congeniali, soprattutto per quella maniera di essere poesia di confine, tra un dentro e un fuori.
    C’è poi quel ricercare la “fisicità” che fa sì che le parole siano ‘ossa’, ‘insetti’, ‘spari’, fino a capire come abbia avuto origine la distruzione della materia (umana):

    …scoprirà la scatola blindata di lettere
    che dissertano l’uomo, alcuni ossi
    su cui sono visibili tracce
    delle malefatte — e nel libro
    spiegherà che gli strumenti automatici
    erano (sono) necessari ai robots primitivi…

    Una poesia che è altro dalla poesia degli oggetti, dice Giorgio Linguaglossa, fatta di parole-immagini. L’unica vera avanguardia, precisa l’autore. Ed io sono d’accordissimo con entrambi.

  16. antonio sagredo

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  17. Valerio Gaio Pedini

    antonio, sei diventato dada? xD

  18. Valerio Gaio Pedini

    Alfredo,vederti presente mi felicita. Sai che sono apprensivo. Comunque non scrivo qui tutto ciò che c’è da scrivere. E’ molto. Non mi bastano due parole.

  19. Dice bene Antonella Zagaroli, e dice bene Giuseppina Di Leo, Alfredo De Palchi ha fatto con la poesia italiana del secondo Novecento quello che facciamo noi quotidianamente quando apriamo una scatola di sardine con il trinciatutto, con una immissione di virulenza verbale inusitata per il bon ton della poesia italiana, un bon ton e un aplomb tutto piccolo borghese attento a non uscire dai recinti di quello che chiamano il “canone”, (o linea maggioritaria come preferisco chiamarlo io). È un dato di fatto. Ed è una fortuna che De Palchi sia stato così testardo da rimanere in vita poetica per oltre 50 anni senza demordere e senza mollare. Dico una cosa molto semplice (e mi scusi De Palchi ma la dico lo stesso) la sua poesia non ha nulla a che vedere con la poesia da salotto borghese come quella di Magrelli, con quella da teatro come quella di Mariangela Gualtieri e con quella giornalistica di Franco Buffoni e Franco Marcoaldi.
    Capisco però anche chi non riesce ad apprezzare una poesia come quella di De Palchi, sostanzialmente per quelle ragioni che l’hanno condotta al di fuori dei binari della recente tradizione maggioritaria.

    Una volta ho fatto un esperimento: ho sottoposto ad alcuni docenti di italiano e latino di liceo alcune poesie di De Palchi e di Helle Busacca chiedendo loro cosa ne pensassero. La risposta è stata quella che prevedevo: non ci hanno capito nulla. E allora come pretendete da dei pur bravi professori di italiano che possano spiegare la poesia migliore dell’ultimo mezzo secolo se non sono in grado di comprenderla? – E allora è molto più facile proporre le frasette di De Andrè o di qualche altro paroliere di fortuna.

    • “Una volta ho fatto un esperimento: ho sottoposto ad alcuni docenti di italiano e latino di liceo alcune poesie di De Palchi e di Helle Busacca chiedendo loro cosa ne pensassero. La risposta è stata quella che prevedevo: non ci hanno capito nulla” (G. L.)

      Io, veramente, pur essendo stata docente di italiano e latino nei licei fino a qualche anno fa, ho capito e apprezzato la poesia di Alfredo De Palchi.
      Di una in particolare, di cui ho citato l’incipit in un precedente commento, ho scritto che non è da “capire” ma da “sentire”. Che cosa mai ho voluto affermare? Non certo che non l’ho capita ma che la “sento” mia per consonanza di emozioni e sensazioni, per empatia.

      Giorgina Busca Gernetti

    • Ivan Pozzoni

      «Le frasette di De Andrè»?! Tra De Andrè, coi suoi richiami alla «poesia» francese, con la musicalità dei suoi versi (anche quando non musicati), con la liminalità sardo/genovese, con le tematiche straordinarie e Helle Busacca c’è l’abisso che c’è tra Heidegger e Martinetti. Chiedo, cortesemente, di non esagerare con bertoncellismo: se De Andrè è ascoltato, letto, amato da milioni di esseri umani ed Helle Busacca da cinque non è necessariamente responsabilità dell’ignoranza di milioni di individui in tutto il mondo. De Andrè, Guccini, Battiato, Vecchioni, De Gregori, Brassens, Conte, Bob Dylan, e molti altri, non sono Wilbur Smith, e non sono nemmeno Pupo e Iva Zanicchi, e non sono nemmeno Helle Busacca. Helle Busacca è una grande della «poesia» italiana, malamente trascurata. Gli altri sono dei grandi della «poesia» internazionale, non malamente trascurati. Pupo e Iva Zanicchi e Smith sono derelitti della pop-art deleterissima (che vendano o meno milioni di dischi/copie). Non esageriamo con le frasi ad effetto. Io, recisamente, e ci scriverò sopra in tutta serietà, trovo più poesia nell’intera discografia/letteratura di Brassens, o di De Andrè, che nell’intera opera «poetica» (?!) di Zanzotto. E lo dico da intelle(a)ttuale, non da fan di un gruppo metal. Non c’è nessuna vergogna nel mettere a confronto Guccini e Pascoli, Conte e Gozzano, De Andrè e i francesi. C’è chi ci arriva, semplicemente come accade con Helle Busacca, e chi non ci arriva, senza avere mai approfondito, con rigore, la «poetica» di costoro. Certo: noi tutti desidereremmo che Alfredo De Palchi avesse la risonanza di Bob Dylan. Come ho scritto, trovo De Palchi – a differenza di De Angelis- molto significativo, moltissimo. Però, credo, nessuno, nemmeno De Palchi stesso, arriverebbe ad affermare che Bob Dylan sia un canzonettista da strapazzo o un «paroliere di fortuna». Paroliere da strapazzo sono io, non Paolo Conte.

      • gabriele fratini

        Premesso che sono un appassionato di cantautori e non amo Busacca, ma sono due cose molto diverse, i primi rientrano nella musica pop o leggera, e l’hanno portata ai massimi livelli, quindi è normale che vendano 100 000 copie a disco o anche di più, l’altra è una poetessa non potrà mai avere lo stesso mercato. Non fanno lo stesso mestiere.

  20. Dando per scontato che Franceschini, come tutti i politici e come tutti i renziani sia un po’ cazzone, resta ed è un furbo di sette cotte. Sai che popolarità tra gli studenti adolescenti tutti i phone e simil rap alla Fedez? Detto questo però non è un’idea del tutto da scartare. Mi spiego. La settimana scorsa mia figlia doveva imparare a memoria Alla Sera di Ugo Foscolo, mi ha chiesto aiuto, ma è stato un lavoro piuttosto impegnativo. Uno dei motivi è stato che il versificare del Foscolo è linguaggio ostico per una diciottenne che sta ultimando le commerciali, oltre alle gonadi che oramai sono scatenate. Ovvio che, malgrado papà ne scriva (??), questo lavoro per lei inutile non le ha certo fatto amare di più la poesia.
    Io da adolescente avevo le stesse remore di mia figlia, 40 anni fa per me la poesia era un oggetto odioso in un linguaggio arcaico del tutto scaduto da imparare per obbligo altrimenti ti mettevano un quattro. Verso i sedici anni iniziai ad ascoltare le canzoni dei Genesis, Selling England by the pound, e le canzoni di Lucio Dalla scritte proprio da un poeta, Roberto Roversi. Con un amico traducemmo dall’inglese i testi di Selling England, e scoprimmo che, forse, era poesia. Non lo era certo nell’accezione più vera del termine, ma i testi per noi erano già poesia.
    Nell’estate del 1976, caricavo Tir con casse di vino di giorno e la sera, quando il bar era vuoto, o i genitori non lasciavano uscire la tipa che mi piaceva, mi sono letto Omero. Non ho smesso più. Diamo una possibilità a certi autori di essere propedeutici alla poesia, secondo me Pasquale Panella, Roberto Roversi (che poeta vero è), i romantici del rock barocco anni ’70, e altri come per esempio Conte, De Gregori, De André, hanno dato involontariamente un contributo. Certamente questa classe cantautorale era comunque colta e letterariamente, oltre che musicalmente preparata.
    Facciamo capire ai ragazzi che oltre le canzoni può esserci un mondo di poesia, parliamo alla loro libertà. Magari finalmente rinsanguiamo un mondo tanto esangue quanto elitario come quello della poesia. Franceschini comunque rimane un cazzone, l’uomo sbagliato sullo scanno sbagliato.
    E rimango dell’idea, come cita la prof.ssa Busca Gernetti, che
    Le domeniche tristi a Porto di Legnago
    da leccare un gelato
    o da suicidio
    De Palchi sia Rock.

  21. Mi apparisti vestita
    e più carpita da me
    più che tu non lo fossi.
    Misurarti la vita
    mi pare proprio che sia
    tutto quello che posso.
    La bellezza riunita
    ha più difesa di sé;
    mi dicesti “Sospira”.
    Come chi si ritrae con il dito chiedendo silenzio;
    la totale pienezza di te
    dal mio braccio destro si disincagliava e calava nell’ansa
    del sinistro, mista alle piegature, e declinava.
    Di te, in te stessa, l’attività assoluta
    era una lotta contro la natura
    che è dimessa al vento,
    succube alla furia.
    Ma tu non soccombevi,
    eri impennata
    sulla tua forma finita e creata.
    E la tua finitezza superavi
    sapendo, di te stessa,
    non solo di convessa, di concava, di cava,
    umana, pelle umana. E la realtà finiva
    e il vero cominciava. Certo imbruniva,
    ma imbruniva fuori.
    All’interno i colori
    erano luci spente,
    umiliate dalla tua bocca ponente.
    Dopo un po’ si vedeva
    soltanto quello che può
    perdonare la vista.
    E scoprire le gambe,
    fu qui la tua miglioria,
    per distinguere meglio.
    Ogni tuo gesto è compreso
    in tutto quello che sa
    di te stessa quel gesto.

    (La bellezza riunita – testo di Pasquale Panella, musica di Lucio Battisti)

    Sono andata via

    perché rimanere sempre a Faenza

    non è che m’interessasse troppo

    non puoi sempre rifugiarti nella foresta;

    e sulla spiaggia del mare

    l’ombra si scioglie, ti fa disperare.

    Ero una ragazza un po’ nervosa

    ma intelligente

    però di calcio non capivo niente.

    Per questo non mi sono sposata, no.

    Ma io guardavo il mondo piangendo,

    perché ero contenta,

    perché ero contenta, perché ero contenta!

    ‒ Ieri la città si vedeva a malapena

    oggi la città si vede tutta intera.

    Ieri il mare si scuoteva da fare pena

    oggi il mare ha la barba tutta nera.

    Gli elaboratori hanno per sorte

    di aiutare l’uomo a vincere la morte.

    Infatti se il vento dell’inquinamento

    tende a salire lo aiutano a morire.

    E aiutano anche l’amministrazione

    patrimonio forestale in distruzione.

    Verrò, verrò, è fuori discussione

    perché qualcosa

    deve pure accadere.

    In giro c’è molta rivoluzione

    tu sballi sempre tutto

    e soprattutto non mi dai attenzione.

    Non vedi, tu non vedi

    come il mondo sembra brutto?

    Però posso incontrati?

    Posso vederti? Posso rivederti?

    In un giorno della settimana?

    Anche se abiti in una città lontana.

    ‒ L’uomo, l’uomo, l’uomo,

    l’uomo si serve degli elaboratori

    per migliorare il mondo in cui si vive.

    Percentuali di particelle solide

    presenti nell’atmosfera;

    tutti i dati raccolti

    sono trasmessi all’elaboratore.

    Sapremo quante volte fare l’amore

    o quante volte i fiumi

    in Italia traboccano.

    Ma i cittadini di Filadelfia

    vivono sotto un cielo pulito.

    Io ti segno a dito

    e tu segna pure me. Sono felice.

    Anidride Solforosa – testo di Roberto Roversi, musica di Lucio Dalla.

    Genere, ragazzi genere!!!!
    (Roberto Freak Antoni)

    • gabriele fratini

      Sono degli ottimi testi almerighi, nel panorama della musica leggera ce ne sono anche di migliori ma come tutti i testi per canzoni, senza la musica perdono qualcosa se non molto. Onestamente come poesie non reggono il confronto con Pascoli o con La pioggia nel pineto. E’ un altro mestiere. Ciò non toglie che nel trentennio 1960-1990 circa, i cantautori di quell’epoca abbiano superato i poeti della stessa epoca, perché il momento alto raggiunto dalla canzone d’autore di quegli anni ha coinciso con un momento basso della poesia, ma si tratta di coincidenze, già oggi non è più così, il livello attuale della musica pop si è abbassato tornando forse agli anni ’50 delle canzonette sempliciotte.

  22. Fratini, non è vero. E poi non mi va che mi si faccia dire quello che non ho detto. Non ho parlato di poesia, ma di arte popolare propedeutica a una poesia più complessa. Così come non è vero che non ci siano più testi di canzoni alla Dé André e luminari vari, o defunti che dir si voglia, questo è Dente, non Dante…

    Più che il destino
    è stata l’adsl
    che vi ha unito
    e poi
    milioni di migliaia di km

    Più che il destino
    è stata la tua amica scema che vi ha unito
    e poi
    il peso di una vita così inutile

    Più che il destino
    è stato tutto quello che hai bevuto
    che vi ha unito
    e poi
    pochi piccolissimi cm

    Se lui l’ama a lei e non ama me
    a me non mi ama più nessuno
    Se lui l’ama a lei e non ama me
    a me non mi ama più nessuno

    Più che il destino
    è stata la tua testa vuota che vi ha unito
    e poi
    parole di poeti così poveri

    Più che il destino
    è stata una scommessa vinta
    che vi ha unito
    e poi
    migliaia di canzoni malinconiche

    Più che il destino
    è stata la sua voglia e la tua noia che vi ha unito
    e poi
    io sono quello piccolo e ridicolo
    e poi
    io sono quello piccolo e ridicolo…

  23. trovo veramente sminchiante e inutile questo non dialogo, motla letteratura è già sparita, molta altra sparirà, perché oramai è immobile su carta tarlata, e si continua con la puzza sotto il naso a sostenre che una canzone di Battisti non regge il confronto con una poesia del Pascoli, ma grazie al cazzo! Sono due cose completamente diverse!!! E’ più buona la pera o la mela??? E se piccole forme d’arte che fanno muovere le gambe e il culo alle donne in una balera, possono essere propedeutiche a un ritorno di qualcosa che adesso è lettera morta, pertanto fallita e inutile perché tutto quello che non trova un interprete è morto, ma ben vengano! Davvero molti addetti ai lavori in poesia, fortuna in questo blog no, sono vecchie escort incartapecorite che per il solo fatto di essere state delle gran fighe vent’anni prima, credono per questo di averla soltanto loro! Scusami Pedini se ti ho rubato un po’ del tuo stle, ma quando ci vuole ci vuole ehh diamine!
    E beccatevi questa!

    • gabriele fratini

      Almerighi anche tu sei riuscito a farmi dire il contrario esatto di quello che intendevo. Hai ragione solo su una cosa: tra noi non può esserci alcun tipo di dialogo, specie se ti esprimi in modo così cafone. Ciao ciao

      • Ambra Simeone

        caro Gabriele,

        ovvio che la canzone e la poesia non sono neppure paragonabili sono in due campi completamente diversi… qui si parlava di interesse giovanile verso testi di genere diverso! Tutto qui!

        • gabriele fratini

          Ambra ma se è per questo l’interesse per le canzoni ce l’ho anch’io, e neanche tanto giovanile

          • Ambra Simeone

            Gabriele allora perché non studiare i testi delle canzoni? 🙂

            • Ambra Simeone

              Io trovo molto più interessante e di netto livello superiore, la canzone di un certo livello che certa poesia contemporanea!

              • gabriele fratini

                Anch’io la trovo più interessante, ma già la poesia ha poco spazio se la togli anche dalla scuola è finita. Le canzoni le ascoltano già tutti, hanno dei testi mediamente più semplici delle poesie, non credo sia necessario spiegarle scolasticamente, sono più immediate come dire.

                • Ambra Simeone

                  Gabriele a scuola dovrebbero spiegarsi le equazioni non le poesie! 🙂

                  • gabriele fratini

                    E perché, di grazia? Quindi in tutti questi secoli ci siamo sempre sbagliati 🙂 che io sappia a scuola si danno le basi di tutto lo scibile umano, non solo scientifico, e le nostre radici culturali che piaccia o no affondano nei classici

                    • Ambra Simeone

                      perché è sbagliato il verbo, perchè che ne sai, che ne sappiamo, se ai tempi di Dante le poesie non fossero il massimo della leggibilità per chi le leggeva? perchè non si hanno le chiavi del sapere umano, perchè prima bisognerebbe capire cosa è sapere e come si sanno le cose, come si apprendono e come si metabolizzano ecc ecc perchè, perchè, perchè 🙂

                • Ambra Simeone

                  ma poi io non ho detto di eliminare lo studio della poesia a scuola! 🙂

  24. antonella zagaroli

    La giustificazione sulle donne diverse in questo blog non giustifica l’espressione volgare verso le donne. Sai da quanti secoli quanti escort uomini (non tutti nel senso sessuale) hanno riempito e riempiono il mondo? E le donne di solito non li apostrofano in questo modo pur avendone ben donde in quanto il loro potere ha distrutto la Terra e continuano a farlo distruggendole e in tutto il mondo. Se si vuole essere innovativi cominciamo col cambiare linguaggio e mentalità verso le donne. Altrimenti cosa c’è di diverso da chi su un palco da Presidente del Consiglio ha insultato una lavoratrice? Da chi continua a scrivere sui giornali un linguaggio violentemente sessista? De Palchi scrive parole sessualmente esplicite e non è volgare né sessista. Courbet ha dipinto un capolavoro pittorico ma non c’è alcun insulto alle donne in quel capolavoro.
    E poi, a mio avviso, le parole volgari non danno forza al discorso lo sminuiscono e di molto.
    La critica al bon ton cui faceva riferimento Giorgio non credo si riferisse al linguaggio da utilizzare in questo blog.

    • Zagaroli scusa, non volevo offendere le donne, era la semplice metafora di uno scaricatore incallito di Tir che ai tempi ascoltava gli stereotto di Fausto Papetti… sai quelli con le donnine nude.

      • antonella zagaroli

        Anche le metafore a volte facilitano la messa in circolazione di idee aggressive e violente che perpetuano il potere precostituito da millenni e che sta portando alla totale distruzione del pianeta. Proprio per questo dobbiamo stare molto attenti con noi stessi soprattutto. Comprendo il tuo lasciarti andare nella foga del discorso, stimo molto i tuoi interventi e non me lo aspettavo proprio da te, oltretutto quello che dici non è affatto peregrino.
        Purtroppo quello che sta accadendo nel mondo contro le donne in questo periodo riporta ai tempi più bui della storia, sai che soltanto in Italia viene uccisa una donna e mezzo ogni due giorni? Per non parlare nelle cosiddette guerre di religione.
        Comunque va bene passiamo oltre. Ottimo momento di confronto.

  25. Scherzi e sottolineature a parte, vorrei comunque far presente che le commistioni di genere tra canzone e poesia esisteranno sempre, non dipendono fortunatamente nè da certi mentecatti paludati e nemmeno dallo sfortunato Franceschini. Persino Pasolini ha scritto testi, almeno due, uno per Modugno che già copiaincollai tempo addietro su questo blog, e questo, I ragazzi giù nel campo, in collaborazione con Dacia Maraini. Se la poesia non si apre un po’ pur senza perdere la propria identità di arte autonoma e unica, è la fine.

    I ragazzi giù nel campo
    Non si curano del tempo
    Ma si buttano dentro i fiumi
    Per pescare la croce premio

    I ragazzi giù nel campo
    Dan la caccia ad un pazzo
    Poi lo strozzano con le mani
    E lo bruciano in riva al mare.

    Vieni figlia della Luna
    Della stella mattutina
    Che regala a questi ragazzi
    Le carezze del gran cielo !

    I ragazzi giù nel campo
    Dan la caccia ai borghesi
    Tagliano a pezzi
    A pezzi le teste
    Dei nemici e dei fedeli

    I ragazzi giù nel campo
    Colgono rami e rosmarino
    E camuffano buche e pozzi
    Per acciuffare le ragazze

    I ragazzi giù nel campo
    Dan la caccia ad un ricco
    Gli fan togliere i denti d’oro
    E li portano al mercato.

    Vieni figlia della Luna
    Della stella mattutina
    Che regala a questi ragazzi
    Le carezze del gran cielo !

    I ragazzi giù nel campo
    Non possegono memoria
    Perciò vendono gli antenati
    Poi son presi da tristezza.

    • Ivan Pozzoni

      Flavio, lascia stare: a moltissimi non va giù l’idea che De Andrè, che scriveva i suoi testi a tavolino, e, successivamente, li musicava con un’orchestra intera, abbia avuto maggiore successo, e a merito, di Helle Busacca, che se la filano in cinque, e non aveva nemmeno l’idea di come musicare i suoi testi. Non faccio nemmeno la fatica di segnalare l’etimologia del termine “lirico”: Helle Busacca, fino al ‘seicento, i suoi testi avrebbe dovuto musicarseli. La storia della nascita di Rimmel, scritta a tavolino da De Andrè e De Gregori, dovrebbe essere insegnata in Università (come, infatti, all’estero accade). Noi, all’Università, ci fermiamo al luogo comune: tipo che Guareschi fosse un bravo umorista e Pasolini un immenso letterato. Perché chi vende, è pop (luogo comune); e chi non vende, è un grande intellettuale (luogo comune). Prendo De Andrè come esempio. O Helle Busacca, come esempio inverso (immeritato, dato che condivido i meriti di Helle Busacca). Potrei, in tutta serenità, arrivare ad affermare che chi sostenga Bob Dylan non essere uno dei massimi «poeti» della storia sia totalmente, inguaribilmente, deficiente (nel senso etimologico del termine). Detto questo, a smentire ogni facile categorizzazione scolastica: De Palchi non ha venduto trecentomila copie dei suoi volumi/dischi e, secondo me, è uno dei maggiori «poeti» viventi; d’altro canto, Paolo Conte, ha venduto centinaia di migliaia di copie dei suoi volumi/dischi e, secondo me, è uno dei maggiori «poeti» viventi, secondo, nel Novecento, in certe suggestioni, solo a Gozzano. Se riuscissimo, cinque minuti, a smettere di ragionare “a categorie”, riusciremmo ad imbastire un discorso con un minimo di sensatezza. Per il resto, W De Palchi, non diventerò mai come te, cercherò di diventare altro da te, altrettanto energico.

      • Ambra Simeone

        Assolutamente d’accordo con Ivan e di conseguenza con Flavio. Non esistono più categorie o etichette alle quali appoggiarci per sentirci più tranquilli. Non vendere o essere poco conosciuti non vuol dire per forza essere grandi poeti o musicisti e il contrario. I casi sono tanti e vanno analizzati uno per uno senza far tutt’erba un fascio!

        Ma poi ricordo che da precedenti post erano molti i favorevoli alla poesia diretta ancella della musica per storia e forma. Cosa è cambiato? Io che dicevo, e dico ancora, che non sempre è cosi, ammetto che la canzone italiana doc sia di un livello superiore alla poesia, ma agli altri cosa è successo? 🙂

        • Valerio Gaio Pedini

          la poesia è nata con la musica. in tutte i popoli. Dagli haiku ad Omero. Quindi ci sta. dobbiamo solo capire cosa è intelligente e cosa no. che po io sono anti-rima e quindi un esto di de andré non musicato mi faccia cacare è un altro discorso. Ma un poeta come Ginsberg recitava e musicava la sua poesia.

          • Ambra Simeone

            e tu naturalmente capisci cosa è intelligente e cosa no! miracolooooo 🙂

            • Valerio Gaio Pedini

              detto da te,che ascolti uno che ha perso le parole, ma perdendole ha venduto milioni di dischi. Sai cosa odio delle canzoni, le canzoni stesse. La musica non decorata da parole è più forte. come il cinema senza dialoghi. Invece noi dobbiamo sempre descrivere. Descrivere un linguaggio potente come quello musicale con un linguaggio vocale, descrivere un linguaggio come quello delle immagini con parole. L’arte si descrive da sola. La musica si descrive da sola, non ha bisogno di parole. Ma sì, i testi di Battiato, de André e altri mi piacciono, ma sono superflui. da una parte mi attirano, dall’altra vorrei bruciarli tutti. Ma vi è un bisogno. Evasiva. Con la classica mi tendo di più, mi concentro di più. Così come con la neopagana che torno totalmente irrazionale.

          • Ambra Simeone

            su che un testo di De Andrè non musicato non fa cagare… ed è certamente meglio di alcuni testi nati non musicati di poesia contemporanea!

            • non mi sembra che questo testo di De André non musicato provochi spasmi colitici

              La domenica delle salme

              Tentò la fuga in tram
              verso le sei del mattino
              dalla bottiglia di orzata
              dove galleggiava Milano
              non fu difficile seguirlo
              il poeta della Baggina*
              la sua anima accesa
              mandava luce di lampadina
              gli incendiarono il letto
              sulla strada di Trento
              riuscì a salvarsi dalla sua barba
              un pettirosso da combattimento.
              I polacchi non morirono subito
              e inginocchiati agli ultimi semafori
              rifacevano il trucco alle troie di regime
              lanciate verso il mare
              i trafficanti di saponette
              mettevano pancia verso est
              chi si convertiva nel novanta
              era dispensato nel novantuno
              la scimmia del quarto Reich
              ballava la polka sopra il muro
              e mentre si arrampicava
              le abbiamo visto tutto il culo
              la piramide di Cheope
              volle essere ricostruita in quel giorno di festa
              masso per masso
              schiavo per schiavo
              comunista per comunista.
              La domenica delle salme
              non si udirono fucilate
              il gas esilarante
              presidiava le strade.
              La domenica delle salme
              si portò via tutti i pensieri
              e le regine del tua culpa
              affollarono i parrucchieri.
              Nell’assolata galera patria
              il secondo secondino
              disse a “Baffi di Sego”** che era il primo
              si può fare domani sul far del mattino
              e furono inviati messi
              fanti cavalli cani ed un somaro
              d annunciare l’amputazione della gamba
              di Renato Curcio
              il carbonaro
              il ministro dei temporali
              in un tripudio di tromboni
              auspicava democrazia
              con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
              – voglio vivere in una città
              dove all’ora dell’aperitivo
              non ci siano spargimenti di sangue
              o di detersivo –
              a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade***
              eravamo gli ultimi cittadini liberi
              di questa famosa città civile
              perché avevamo un cannone nel cortile.
              La domenica delle salme
              nessuno si fece male
              tutti a seguire il feretro
              del defunto ideale
              la domenica delle salme
              si sentiva cantare
              – quant’è bella giovinezza
              non vogliamo più invecchiare -.
              Gli ultimi viandanti
              si ritirarono nelle catacombe
              accesero la televisione e ci guardarono cantare
              per una mezz’oretta poi ci mandarono a cagare
              -voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
              con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
              voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
              per l’Amazzonia e per la pecunia
              nei palastilisti
              e dai padri Maristi
              voi avevate voci potenti
              lingue allenate a battere il tamburo
              voi avevate voci potenti
              adatte per il vaffanculo –
              La domenica delle salme
              gli addetti alla nostalgia
              accompagnarono tra i flauti
              il cadavere di Utopia
              la domenica delle salme
              fu una domenica come tante
              il giorno dopo c’erano segni
              di una pace terrificante
              mentre il cuore d’Italia
              da Palermo ad Aosta
              si gonfiava in un coro
              di vibrante protesta.

    • gabriele fratini

      “le commistioni di genere tra canzone e poesia esisteranno sempre” Almerighi hai detto la banalità della serata per chiudere in bellezza, seguita da un elegantissimo insulto “mentecatti paludati” complimenti

  26. antonio sagredo

    Carissimo Alfredo, (descrizione di mie giornate salentine) :
    Ti scrivo dalle rive ioniche salentine… aria argentina, violenta, fredda, si respira a polmoni slacciati! … la Tua Poesia ha bianche-avane vele, il timone è diritto, e la prua è colma di spume, polipi, seppie, calamari, guizzanti pesci, respiro a poppa, la barca oscilla e il molo è vicino!
    immagino il successo della mia Poesia o il tonfo della critica!
    Campagna: freddo di tramontana, pini piegati a bandiera, salinità ovunque, primi bocci (sterile lo stelo sterile a caccia di gemme!), spauriti fiorellini, erba che si dibatte tra raffiche di vento, fichi ancora scheletrici, il bianco trullo, la banderuola, uccelli da un rovo all’altro… l’altro giorno se ne è andato un vecchio amico leccese, un bibliofilo di vaglia e grande archivista, devo a lui la conoscenza di autori straordinari, il mio elogio funebre ha fatto storcere il naso a qualcuno, ho salvato con lui centinaia di libri antichi – ‘500 e ‘600 – di un convento: erano quasi sommersi da acqua malubre (neologismo) ecc., Lecce è meno barocca del solito, me ne vado schifato… Brindisi… dove vive mia madre 91-enne… trascorro serate con Lei e parlo di Te! Si ricorda quei brutti tempi ecc. Di mattino vado alla marina, un bar, cappuccino e rustici (pasta con mozzarella e pomodoro), osservo il monumento al marinaio d’Italia, qualche piccola nave, pescherecci, rimorchiatori, qualche gabbiano, ricordo che a tre anni avvenne la mia prima fuga da casa: dalla periferia della città alla marina, si mangia bene a casa della mammina, come una volta ancora cucina! Invece di cianciare dovrebbero ricordare quei poeti… domani me ne riparto per Roma con la freccia d’argento: 4 ore e mezzo di corsa veloce trenesca (da treno)… Ti abbraccio… antonio

  27. antonio sagredo

    Luigi Fontanella fece l’errore di non pubblicarmi le mie “Legioni” sulla rivista Gradiva tanti anni fa: non comprese affatto la novità e la loro grandezza!
    Ne pubblicò soltanto una, la prima e anche a malincuore

  28. Accorgendomi di essere l’ultimo a lasciare un messaggio, a tutti gli interlocutori invio un sincero grazie e un grande abbraccio. Ma aggiungo
    che i canzonieri in generale e i cantautori in particolare non li ho seguiti
    e né ascoltati. Già detto altrove di non essere stato appassionato della “musica” popolare. C’è un però, di aver negli anni 1950 a Parigi apprezzato la voce di Edith Piaf in due o tre canzoni; negli Stati Uniti d’America, apprezzato un po’ il primo rock-roll perché il ritmo barocco mi era già noto; e negli anni 1960, di aver apprezzato la voce sgraziata di Bob Dylan, il suo ritmo commovente, sì, proprio così, e versi quali “It’s alright ‘ma, I’m only bleeding” (spero sia esatto), che usai come incipit nella mia raccolta mondadoriana “Sessioni con l’analista” (1967). Ivan Pozzoni ha ben intuìito.

    Scusate refusi ed errori, se ve ne sono; ho battuto lo scritto con un solo dito e visto male da un solo occhio.
    Buona primavera!

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