Archivi del giorno: 27 febbraio 2015

Giorgio Linguaglossa “La filosofia del tè Istruzioni per l’uso dell’autenticità” (2015) 10 POESIE E PARABOLE DELL’EPOCA T’ANG con una Premessa dell’autore

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 Giorgio Linguaglossa è  nato nel 1949 ad Istanbul e vive a Roma. Per la poesia ha pubblicato: Uccelli (1992), Paradiso (2000), La Belligeranza del Tramonto (2006), Blumenbilder (Natura morta con fiori) (2013), La filosofia del tè. Istruzioni per l’uso dell’autenticità (2015); oltre a due romanzi: Ponzio Pilato (2012) e 248 giorni (2016) e vari libri di critica letteraria.

Questo volume contiene tutta la letteratura intorno secolo XXV, la numinosa epoca T’ang (della terra attualmente a mille chilometri a sud della contrada nota oggi come Manciuria), che è stato possibile raccogliere intorno all’insegnamento di alcuni «maestri di pensiero» in merito al problema dell’autenticità. Un mondo lontano risalente a circa duemila e cinquecento anni del futuro-passato o, se vogliamo, del passato-futuro se contiamo a far luogo dalla data dell’11 settembre 2001, il giorno della distruzione delle Torri gemelle a New York. Poi, come è noto, il cataclisma che seguì alla mutazione climatica sul pianeta portò alla distruzione di quella antica civiltà post-tecnologica. Sfortunatamente, le testimonianze scritte sono incomplete e frammentarie. Ci sono racconti orali intorno ad alcuni «maestri di vita» tra i quali il leggendario Tripitaka che parla l’idioma degli uccelli (tra cui talune storie intorno a filosofi presocratici giunte colà attraverso chissà quali peripezie), l’idioma della leggerezza e dell’innocenza.

cinese donna con gonna

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Altri racconti riguardano «le storie del maestro Me Ti», il filosofo materialista che insegna il «Grande Metodo», il «metodo democratico», il metodo dialettico che sa tradurre l’arte della sconfitta in arte della vittoria. Me Ti afferma che se tutte le parole che designano le cose sono eguali anche le cose saranno eguali e verrà il regno degli eguali, e inoltre che compito del filosofo è «rendere democratica la bellezza». Me Ti è il filosofo che oppone un severo disdegno verso la parola «verità», che insegna che non vi può essere democrazia fintantoché imperversa la «verità». Vengono poi le «storie del maestro Osho», il filosofo che rinuncia alla parola e si ritira a vivere come un uccello su un albero, e che a un certo punto resuscita e si ritira a fare il calzolaio: è la fine della civiltà della parola che qui ha luogo o la fine della filosofia che ha luogo tramite la parola? Seguono «le storie del maestro Yze»: Yze afferma che «dentro la città c’è un punto, e finché il punto rimarrà fermo tutto il resto non perirà, resisterà al tempo, alla dissoluzione e al pòlemos», e invita gli adepti a scoprire dove si trova il «punto»; ma anche Yze, alla fine, rinuncia alla parola e diventa calzolaio perché nelle mani che impugnano il martello e nel martello che percuote i chiodi ci sono la verità e l’autenticità, quella verità e quella autenticità che non possono più essere espresse in parole. Nelle solide scarpe che il maestro Yze costruisce c’è più verità che nella «verità», questo  sembra essere il succo della sua filosofia. Il maestro Moyo afferma di parlare un idioma di «parole morte», e questo appunto è il succo della sua filosofia che gli allievi faranno propria  quando capiranno che parlano una lingua morta.

E poi ci sono «leggende», parabole, storie tremende come quella della «Città del Riso», dove gli uomini sono felici e beati e ridono in eterno. C’è la storia del maestro Hoyko che getta sprezzantemente a terra ai suoi allievi le monete d’oro e, tra di esse, anche una falsa per invitare gli allievi a riconoscerla; c’è la storia di Anarcisio Aclastico il maestro che risolve tutte le questioni attraverso la pronuncia di una sola parola; il maestro Yzu invece insegna «ad entrare dentro le cose», e così entra nel mare sotto lo sguardo incredulo di un suo allievo; Lu Shu invece costruisce una pesante porta di ferro e la impianta nel fondo di un lago; un altro anonimo maestro pronuncia queste terribili parole: «Babilonia sia la tua città e di Babele sia la tua lingua»; e che dire del mite maestro Marpa che non ha mai ucciso una formica ma che prepara la sua terribile macchina da guerra?; l’allievo Zerco chiede a Marpa il perché del «tempo», e attende la risposta per tutta la vita fin sul letto di morte. Storie, leggende, parabole, metafore della condizione umana. Man mano che la lettura procede il mistero si infittisce, più la parola tramonta nell’impronunciabile più emerge la questione dell’azione e del che fare?

Storie che si sono tramandate, di bocca in bocca, attraverso le generazioni fino ai giorni nostri attraverso la lunga catena della tradizione orale. Per la prima volta vengono qui pubblicate le «storie» dei più famosi cantastorie di quella lontana contrada, senza alcuna alterazione di stile, punti di vista, personali interpretazioni, idiosincrasie etc..
Desideriamo ringraziare gli ultimi cantastorie per averci concesso di mettere sulle pagine di un libro i loro racconti. Abbiamo cercato in tutti i modi di conservare nei testi le loro parole, le loro personalissime inflessioni.

cinese paesaggio

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Per agevolare il lettore, le «storie» appaiono non in ordine cronologico ma in ordine di tramandamento, come capitoli di un romanzo, senza inizio né fine. Non ci si attenda, dunque, una sequenza di «storie» che abbia una logica e una coerenza; abbiamo preferito lasciare le «storie» così come la tradizione orale ce le ha tramandate per offrire al lettore di oggi la versione integrale, quanto più autentica, dei racconti così come dovevano presentarsi ai contemporanei di duemila e cinquecento anni del futuro-passato.
Il curatore si è pertanto limitato a trascrivere fedelmente le parole dei cantastorie e a ricopiare le sparute cronache scritte, senza aggiungere nulla di suo, nemmeno per postilla.

È verosimile che i «maestri» che compaiono in questo libro abbiano fatto la loro apparizione sulla scena del mondo in un’epoca di rapidi e febbrili mutamenti, di invasioni barbariche (di cui c’è qualche eco), di trasmigrazioni di popoli, di depressione economica, di catastrofi… un’epoca intermedia che è intercorsa tra il tramonto del vecchio mondo e la nascita di uno nuovo.

(da Premessa di Giorgio Linguaglossa La filosofia del tè. Istruzioni per l’uso dell’autenticità Ensemble, Roma, 2015 pp. 112 €12)

LA FILOSOFIA DEL Tè cop

Poesia dell’allievo Tu I

Quando tornai a casa, dopo il tempo
dell’invasione dei tartari,
mi rallegrai che la mia casa fosse stata risparmiata,
mi rallegrai nel trovare mia moglie,
in piedi, in cucina che mi scaldava
il tè nel bricco che bolliva sul fornello,
il fedele domestico, più vecchio e più magro…
c’era financo lo sgabello
ancora intatto sul quale un tempo
poggiavo i piedi dopo pranzo,
mi rallegrai nel trovare Zerco,
il mio cane, che mi venne incontro
scodinzolando,
(lui sì, mi aveva riconosciuto)
mi rallegrai nell’ascoltare i racconti
di mia moglie circa i morti dei vicini,
le uccisioni, le depredazioni inaudite
e le vicende degli amori clandestini
che erano fioriti in quegli anni cupi…
mi rallegravo del cinguettio dei passerotti
sugli alberi, che il mondo
continuasse a girare come prima.
Mi rallegravo io stesso
di essere sopravvissuto in tutti quegli anni
dell’invasione barbarica.
«Dopo tutto è il male minore
essere ancora in vita
– mi dicevo per rassicurarmi –
e c’è un male peggiore,
quello di non esserlo più, in vita»;
ma non riuscivo a persuadermi,
a capacitarmi del tutto e guardavo
dalla finestra aperta
i rami del mandorlo fiorito che uscivano
dal buio ed entravano nella finestra
così, senza cercare nulla, senza volere nulla.

 

La parola di ferro

L’ultima volta che vidi il maestro Yze
stava chino sulla riva dell’oceano davanti ad una fornace,
metteva torba nella fornace
da dove usciva un magma di ferro incandescente
che lui colava in appositi stampi quadrati,
poi saldava i singoli blocchi
uno sull’altro, nell’altezza e nella larghezza,
per costruire un muro di ferro
che divenne ben presto alto e massiccio
come le mura di Ninive o di Babilonia…

Così, davanti al mare salato
crebbe l’invalicabile muro ferrigno
fin quasi a toccare il cielo.

Un giorno, l’ultimo degli allievi, timido e sgomento, gli chiese:
«Maestro perché questa barriera di fronte al mare?
non esiste muro invalicabile
che alla fine non ceda alla corrosione, alla ruggine del mare…
E alla fine anch’esso si sgretolerà e finirà nel nulla…».

Ma il maestro Yze non lo degnò di alcuna risposta.

Continuò ad erigere il muro fino alla fine dei suoi giorni.

dignitario cinese

La poetica del maestro Lu Shun

Il maestro costruì con le proprie mani una porta di legno
impiantò lo stipite nel fondo melmoso del lago
e posò la porta pesante sui cardini mutevoli.

Trascorsero dieci anni durante i quali il maestro
si immerse in un sonno profondissimo e al risveglio
prese a tagliare gli alberi del bosco per farne tavole.

E costruì una porta sottile come una foglia
e la fissò sul ramo più alto d’un albero
così che il vento al suo passaggio l’apriva e la chiudeva.

Trascorsero altri dieci anni durante i quali il maestro
si immerse in un sonno profondissimo e al risveglio
prese a tagliare gli alberi del bosco per farne tavole.

Costruì una porta pesante e la posò sui cardini mutevoli
e la immerse nel fuoco in modo che esso
potesse ardere dall’interno la porta in un solo falò.

Perché l’acqua riposa nel vento
e il vento riposa sul fuoco
che alimenta il Tutto e lo distrugge.

 

La poetica del maestro Lin Pin

Ho cercato tra un milione di parole quella giusta per indicare l’Anima, ma non l’ho trovata.

Al suo posto però ho trovato un buco.
Un tunnel così tortuoso e profondo… senza fine.

Ho sortito tutti i tentativi ma non sono mai riuscito ad avvistarne il fondo.

E allora… ho preso a riempire quel buco di parole. Tante parole, così alla rinfusa… E poi in modo sempre più frenetico, convulso.

È questa credo la mia poesia e la mia poetica: con disperazione tento di riempire quel buco pur sapendo che mai ci riuscirò.

CINESE ANTICO

 

La poetica del maestro Yzu

«Entriamo dentro le cose – disse il maestro Yzu sollevando un lembo della tunica – finora siamo stati al di fuori delle cose, e lontani, come falchi lassù, in alto, che volano, ali spiegate nell’azzurro del cielo… siamo stati lontani…».

Ci aveva dato appuntamento sulla spiaggia il maestro Yzu.
Io mi sedetti su un tronco, gli altri allievi chi qua chi là, sulla sabbia. Anche il maestro si sedette accanto a noi. Quella fu l’ultima volta che lo vidi.
Parlò ininterrottamente per tutta la notte ma io come uno stupido mi addormentai.

«Chissà che cosa voleva dirci», pensai al risveglio.

E vidi che i miei compagni si erano addormentati quando, all’improvviso, il maestro si alzò in piedi
gettò via la tunica sporca di sabbia ed entrò nel mare…

 

Il lanciatore di coltelli

È finito al circo Tu Ti Alì Ba Ba il lanciatore di coltelli. E, ogni sera, inscena la commedia della bellissima odalisca e dei coltelli che lui le lancia contro con un urlo belluino.

Dopo lunga riflessione, ho chiesto al maestro:

«Maestro, anch’io da grande voglio lanciare i coltelli, voglio diventare lanciatore di coltelli ed esibirmi
ogni sera davanti al rozzo pubblico bulgaro…».

Il maestro non ha risposto. Il suo occhio vitreo appare sempre più lontano: da me, dal circo dove si esibiscono elefanti addobbati, pagliacci, trampolieri dalle lunghe pertiche, contorsionisti cinesi e odalische… appare sempre più lontano dalle cose del mondo e da quelle dell’empireo…

Fu così che interloquii: «Maestro, è peccato lanciare i coltelli? Dimmi se è peccato, dimmi soltanto una parola e non lancerò mai più coltelli per tutta la vita, dovessi vivere in eterno accanto a bellissime odalische…».

Questo ho chiesto al maestro a metà tra l’ingenuità e l’arroganza… ed ho spiato a lungo il suo volto.
Ma il maestro non risponde.
Forse lui sa la giusta risposta ma non me la vuole riferire.

Forse teme, il mio maestro, la mia audacia, la mia spavalda audacia…

cinese drago colorato

 

Babilonia sia la tua città

Ho ascoltato la parola del maestro:

«Babilonia sia la tua città e di Babele sia la tua lingua. Vai, prendi la tua bisaccia e raggiungi Babilonia. Qualunque cosa accada. Attraversa il giallo deserto. Segui le carovane dell’oppio che induce al sonno e il risveglio è dolce e leggero. Che tu dorma con un occhio aperto e l’altro chiuso, perché dovrai affrontare pericoli e insidie: vorranno toglierti la vita per rubarti l’anello che porti al dito, la collana che porti al collo o lo zaino con il cibo ammuffito. Tenderanno agguati per depredare la carovana… Rammenta, stai attento al fratello perché ti tradirà, stai attento alla sorella perché ti tradirà».

Perché il maestro con il dito indice mi indica la direzione di Babilonia, la città di Babele? Quale grande segreto abita la città di Babilonia? – dopo lunga attesa, mi sono accinto al viaggio ed ho attraversato il deserto contando le oasi sempre più rade, gli infidi serpenti e gli scorpioni dal rapido veleno, guardandomi dagli uomini il cui veleno è più sottile e letale.

«Babilonia? Ma perché Babilonia? Perché il maestro mi ha indicato quella città dalle cento torri?».

Strappo al ricordo le parole del maestro: «Babilonia sia la tua città e di Babele sia la tua lingua». E mi chiedo che cosa mai avrà voluto dire il maestro, quale segreto nasconda il suo precetto…

 

L’allievo Zerco

I giorni approdavano lieti sui prati fioriti e le gemme sbocciavano sull’Albero dei giocattoli e gli animali vivevano felici e correvano per i verdi boschi.

«Perché – chiede un giorno il maldestro allievo Zerco al maestro Marpa che gli voltava le spalle e non lo guardava – perché maestro Marpa, dio ha posto fine a questa compiuta allegrezza e ci ha scagliati come frecce avvelenate nel tempo?».

Correvano i giorni lieti sui prati fioriti e le gemme continuarono a sbocciare sull’Albero fin quando Zerco esaurì le pagine del Libro dei giorni.

Trascorsero tanti anni dal tempo di quella domanda, i capelli di Zerco nel frattempo erano diventati candidi come neve e sottili come pioggia ma Zerco, caparbio e tenace, attende ancora la parola del maestro.

Ha fiducia, Zerco, che il maestro alla fine parlerà. Confiderà a lui, zotico e maldestro, il «Perché».
Ha fiducia, Zerco, che attende sul letto di morte l’ultima parola del maestro.
Ha fiducia, Zerco.
Zerco sa attendere. Ha imparato l’arte dell’attesa.
Dopotutto, è stato un fedele servitore del maestro.
Ed astuto, caparbio.

donna cinese antica

 

Il maestro-calzolaio

Fu lì che il maestro Osho prese a battere la tomaia sull’incudine, a incollare la suola alla tomaia, e poi tanti piccoli chiodi… li batteva ad uno ad uno per fissare la suola alla tomaia…

Fu allora che il maestro lasciò il peripato e divenne calzolaio. Sì, faceva scarpe. Solide, utili per andare nel deserto o coltivare pomodori.

Dalla mattina al tramonto batteva chiodi sulla suola e, col mastice, l’attaccava alla tomaia…

A quel tempo – non avevo ancora l’automobile – io giravo ancora attorno al maestro ma quello, imperturbabile, fabbricava scarpe, ineleganti ma solide.

«Maestro – gli dissi un giorno – le tue scarpe sono brutte, ineleganti… non riuscirai mai a venderle!».

Poi smisi di interrogarmi, e andai per il mondo, mi mescolai alla folla. Un giorno presi moglie
ed ebbi anche dei figli. E ciascuno andò per la propria strada.

Chi diventò assassino, chi si dedicò al commercio di maiali, chi divenne cambiavalute lucrando sulla differenza e le oscillazioni delle monete…

Fu allora che un giorno tornai dal maestro-calzolaio e gli dissi: «maestro, non mi riconosci? Ero io il tuo allievo prediletto! Tanti anni fa…».

Ma quello continuò a battere sull’incudine la suola di cuoio tenendo tra i denti i piccoli chiodi…

 

Il maestro Osho è risorto

Il maestro Osho è risorto dalla bara dell’albero.
Il maestro Osho ha abbandonato l’albero che adesso stormisce nel silenzio ed è tornato tra gli uomini, ha aperto una bottega di calzolaio e trascorre tutto il tempo ad incollare, col mastice, mezze suole alle scarpe vecchie e poi batte i chiodi, ad uno ad uno, con millimetrica precisione, ai bordi della tomaia.
E incita gli allievi: «così potrete percorrere lo spazio in lungo e in largo finché tiene la tomaia potrete camminare».

Fabbrica scarpe, rozze e solide, le fa calzare ai suoi allievi e li incoraggia: «Andate per i mari e i monti e diffondete la buona novella».
Questo dice il maestro Osho agli allievi sbigottiti.

«E qual è, maestro, la buona novella?», gli chiese un giorno un allievo maldestro.

«La buona novella è che non c’è altro mondo che questo. Altro non c’è che un pugno di riso e una tazza di tè. Andate, perché altro non c’è».

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