DIECI POESIE (Quartine) di Annamaria De Pietro da “Rettangoli in cerca di un pi greco” (2015) Con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

 

topologia costruzione del volto

topologia costruzione del volto

 Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha cominciato a scrivere non occasionalmente, ma sempre, in età matura. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005), col quale  paga il suo tributo alla città d’origine, poco amata, mai più visitata. Nell’ottobre del 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012).

 

topologia figure nello spazio

topologia figure nello spazio

Appunto di Giorgio Linguaglossa

 Dal punto di vista matematico, la quartina equivale a una divisione di un’unità di tempo in quattro quarti: 1/4 + 1/4 + 1/4 + 1/4 = 1; dal punto di vista metrico-tonale la quartina è composta da quattro parole-note principe che coincidono con le parole in rima (parallele o alternate). La quartina è per eccellenza una unità chiusa, può essere caudata con l’aggiunta di due versi dopo la fine, oppure può essere ciò che resta dallo smembramento dell’ottava. Scrive l’autrice:

 «Un’ottava acefala, perduti i versi primo e secondo, può diventare una quartina che acquista due versi in coda. Un movimento di compensazione a saracinesca garantisce un’invincibile, e incerta, tenuta della misura […] Quartine, che nella loro brevità lapidaria chiudono il cerchio di una sentenza, quasi un aforisma, confidando alla compiuta concisione del loro stare secco, stretto e per poco, come a un piccolo ventaglio che gira attorno all’asse duro delle sue guardie, il ruolo, il compito di un’evidente, e occulta, epitome del cosmo.

Annamaria de Pietro CoverE sia il laboratorio a tal punto malcerto di buone intenzioni da ammettere, qua e là, per generosa distrazione, quartine caudate scodinzolanti alla speranza, forse di attingere approssimando l’astro cordiale di un cerchio.. erranza erratica indulgente. Ma sia anche, il laboratorio, a tal punto confidente di buone intenzioni da farsi parlatorio confidenziale ove qualcuno parli a qualcuno – non contano i nomi, soltanto contano i pronomi, ganci aguzzi alla voce, all’imprecisa geometria del mondo, al ventaglio allo specchio nella mano tesa di un pi greco».

 Sia come sia, «laboratorio» o «parlatorio», è indubbio che la quartina abita nella zona aristocratica della nostra letteratura, polisindeto dal «valore organolettico» e «retroattivo» come scrive l’autrice con finissima ironia, che richiede una maestria tecnica che sconfina nell’incantesimo, che ci riporta all’idea del poeta come incantatore non di serpenti ma di innocue sillabe e vocali, magistero nel quale Annamaria De Pietro forse non ha pari in Italia, un tempo patria galante della quartina e dell’ottava.

 (da Annamaria De Pietro da Rettangoli in cerca di un pi greco Marco Saya edizioni 2015, pp. 160, € 15)

 

annamaria de pietro

annamaria de pietro

I portagioie

Fervido verde che al giallo confina
intorno d’oro cinto sponda a smalto
che scambia arco alla curva. Una mattina
sbatte i tappeti all’aria, verso l’alto.

Nella bella città di Nantes ti sorprende il ristorante La cigale, trionfo opulento e fresco dell’art nouveau nella sua massima declinazione animale e vegetale. Di sala in sala, e sono molte, in mania monografica le maioliche smaglianti arrampicano di superficie in superficie, senza tregua, teorie abnormi di rane, libellule, cicale, e quei fiori sinuosi, insieme turgidi e sfatti, che solo quell’arte che ultima sfuriò un rigoglioso horror vacui prima delle linee dritte e delle piazze vuote della modernità osò inventare.
Ma una sala soltanto è disponibile al tuo pasto frugale, quella che ti destinò il cameriere pittoresco; non potrai, come vorresti, di verde in verde, di giallo in giallo, di cobalto in cobalto, moltiplicare portate e tempo sala dopo sala, per tutte le sale, tutte, avidamente.
Poi col tovagliolo bianco il cameriere sventola via tutti i colori, e tu hai lasciato per sempre La cigale.

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Dissimmetria

Un libro senza fine solo il bordo
sinistro quale asta di bandiera
conficcherà – per la destra l’intera
tela sarà pastura a un cielo ingordo.

In che cosa consiste il rapporto fra il libro e il mondo – qui il cielo come sua parte privilegiatamente involgente? Forse nel mangiarsi reciprocamente e all’infinito lungo il frattale sega a denti del margine destro del libro, sinistro del mondo (sinistro s’intenda losco, torvo, bieco). E la costa ferma al margine sinistro del libro, destro del mondo (destro s’intenda abile agile imprenditoriale) sarà la colonna maestra della biblioteca, norma a camminamenti di scaffali.

topologia misurazioni delle superfici

topologia misurazioni delle superfici

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La fisica della caduta dei gravi,
ovvero
La creazione progressiva di dio

Ti prende come cadi telo teso
fra i pali che drizzarono maestranze
al soldo del gran re delle distanze,
delle altezze, dei termini, e del peso.

Quando a decine si precipitarono giù a capofitto dalle Twin Towers legione di dèi minori di tutti i miti e di tutti i riti si precipitò, con una certa calma, a squadernare per ciascun cadente, tirando ai quattro angoli, teli ben tesi di tutte le stoffe e di tutti i colori. Ma prevaleva il pizzo ad ago color del tempo (ricordi Pelle d’asino?), e così per le belle scalee dell’aria planavano a capofitto i paramenti sacri, le pianete, le gualdrappe, i tappeti volanti, fini e leggeri, ciascuno treccia e frangia dell’aria, giù agli accampamenti nomadi degli stracciai.

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La precessione

Audacia e niente, audacia e niente un groppo
inestricabile fanno e disfanno
come delle stagioni lungo l’anno
la precessione che previene il troppo.

Un ritardo si ammatassa nella contraddizione, un attrito che è cagione di un non poter stare al passo – ma al passo di che cosa, a quale passo, non è dato sapere; sarebbe contraddittorio pretendere di saperlo, perché proprio quello è il problema. Ma forse è un ritardo che salva, sull’orlo di uno strapiombo – strapiombo verso che cosa, quale strapiombo, non è dato sapere; sarebbe contraddittorio pretendere di saperlo, perché proprio quello è il problema. Forse là si acquatta vorace, negando ogni nuova possibile via, la consumazione logica di sasso, la sintesi, per dirla col professor Hegel. Sintesi di che cosa, quale sintesi, non è dato sapere; sarebbe contraddittorio pretendere di saperlo, perché proprio quello è il problema.

topologia tecniche di costruzione

topologia tecniche di costruzione

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Orlando

Una lebbra veniale ammala la luna.
Orlando i pozzi infetti, attorno, ai fianchi,
vanno al passo coi carri i saltimbanchi
pieni di freddo in cerca di fortuna.

Il paladino celeberrimo che smarrì sé stesso nella luna metamorfosato in un gerundio. Voglio sperare che non si senta in diritto di dileggiare gerundivi – come da vignetta umoristica vista in una rivista moltissimi anni fa.
Tornando seri, questi peregrini benandanti tristi e grigi mi fanno pensare alla lenta cavalcata dei diavoli che tornano a casa per via arida cenere dalle follie circensi dell’altro mondo in Il maestro e Margherita.

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Veduta

Bande di buoi senza guida né basto
vanno sparse a una stesa verde e vuota
– perché non so – vedo solo la ruota
che se li porta – non uno ne è rimasto.

Questi buoi per bande senza governo mi assomigliano ai “saltimbanchi” di Orlando (torna indietro di cinque caselle). E forse è proprio lui il mandriano senza fortuna che se li porta sulla luna dove si perdono le cose perse.

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Il mondo cambia

Una città piena di vento, e i viali
di foglie strane in furia di fontane,
e contro un muro si ripara un cane,
e contro i muri branchi di animali.

Ho letto libri, ho visto film nei quali accadeva questo. Ora non ricordo titoli o scene, e non ritengo necessario uno sforzo di memoria. Perché nello stesso tempo e in tutti i tempi questo accade nel mondo, dentro una guerra dei trent’anni e cento che in Bosnia, in Cecenia, in Armenia, nell’ombra oro e verde di Cuzco non ha mai cambio né fine.

topologia figure nello spazio

topologia figure nello spazio

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Da donna a donna

Vergine delle passamanerie,
conforta di alamari i miei bottoni –
per renderti la grazia ginocchioni
visiterò le sette mercerie.

La merceria è una categoria in via di estinzione. Ormai dà nel metafisico.
A Vienna, scucitisi i pantaloni, per trovarne una dovetti sì visitare le sette chiese, e infatti e non a caso la trovai ai piedi della scalinata che sale alla chiesa di Maria am Gestade. Ma ne valse la pena: era merceria affascinante (tutte le mercerie lo sono, ma quella lo era di più, lignea, e felpata, e oscura, e calma).
Ne conservo una sostanziosa cartina di aghi di tutti i tipi, anche a punta arrotondata per cucire la maglia, e una spagnoletta di cotone verde loden formato famiglia. Tutto in grande: felix Austria.

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La spaccatura

Io vidi la bellezza in fondo al cavo
rivolto dello specchio – non pareva
me, in altro volto tutta si frangeva,
e io dalle schegge in quel volto mi stavo.
Volto spaccato di dolore e scavo,
volto che non mi aveva.

È possibile che qui parli la matrigna di Biancaneve, Ute, la margravia di Ekkehart, scampata in Hollywood allo sguardo nientificante del nazional-socialismo. Non ci sono certezze tuttavia, e tu non credermi se vuoi.

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Effetto stroboscopico

Omeopatia per norma contrapponi
a passo in fuga che in fuga la rètina
segua scalando uguale. Anna Karenina
guarda guardata a tempo fra i vagoni.

Una sequenza precipitosa e aritmetica di eclissi ricorsive a rientro consegna la bellezza inconfrontabile di Greta Garbo a un ricordo a tempo, ripetibile e ripetuto all’infinito, lungo segmenti approssimati a un limite mai raggiunto, sempre e ancora raggiungibile, di luce e ombra, l’una che è divorata dall’altra e la divora, in costante retroversione del vettore esploso da un’idea-modello, o destino. Un suicidio senza fine e senza principio, declinato non come evento ma come irrisolvibile scansione armonica d’intervalli.

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13 commenti

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13 risposte a “DIECI POESIE (Quartine) di Annamaria De Pietro da “Rettangoli in cerca di un pi greco” (2015) Con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

  1. Poesia di alto spessore culturale, che deve molto al Novecento italiano. Condivido lo sguardo aristocratico al mondo cui Giorgio Linguaglossa fa giustamente riferimento parlando dell’autrice e delle sue quartine. Mi viene anche in mente un nome, Amelia Rosselli.

  2. La spaccatura

    Io vidi la bellezza in fondo al cavo
    rivolto dello specchio – non pareva
    me, in altro volto tutta si frangeva,
    e io dalle schegge in quel volto mi stavo.
    Volto spaccato di dolore e scavo,
    volto che non mi aveva.

    È possibile che qui parli la matrigna di Biancaneve, Ute, la margravia di Ekkehart, scampata in Hollywood allo sguardo nientificante del nazional-socialismo. Non ci sono certezze tuttavia, e tu non credermi se vuoi.

    dimenticavo, questa parte è per me un divertimento di altissimo spessore, per arguzia, ironia, riferimenti: queste spaccature e questi sguardi nientificanti (bellissima parola) ci sono anche adesso senza bisogno di scomodare Marlene.

  3. gabriele fratini

    Molto apprezzate sia le quartine in questo stile abbastanza ricercato, sia le riflessioni a chiosa dei testi. Un saluto

  4. gino rago

    Con Blumenbilder di Giorgio Linguaglossa (Passigli Ed. 2013), è un raro
    esempio di ricerca poetica in grado di padroneggiare la riflessione sugli “oggetti” (…le sette mercerie), che ha accompagnato gran parte del ‘900, perché l’Autrice, come Giorgio L., mostra di custodire in sé quel velo sottile che distingue l’oggetto dalla “cosa”.

  5. caro Gino,

    ti ringrazio per la citazione del mio libro pubblicato nel 2013 ma in realtà la sua stesura risale a circa 28 anni prima, il motivo di un tale tempo di attesa è che “Blumenbilder” è stato il primo tentativo di abbandonare l’endecasillabo lineare della tradizione italiana per sostituirlo con qualcosa di nuovo, e precisamente con una versificazione che si basasse sulle immagini, nel senso che erano le immagini il vero motore della versificazione e non viceversa. Il mio pensiero a quel tempo andava alla metafora tridimensionale adoperata da Mandel’stam alla fine degli anni Trenta. So di parlare in termini astrusi ad un lettore italiano il quale nulla sa della metafora tridimensionale. Diciamo, per abbreviare, che era una nuova concezione del verso che non veniva più situato entro il pentagramma sonoro della tradizione italiana, bensì fosse lasciato oscillare liberamente al di fuori di quel pentagramma. Un po’ quello che in musica ha fatto John Cage in termini moderni, un po’ quello che, sempre in termini moderni, ha fatto Tomas Transtromer con le sue poesie.
    Annamaria De Pietro ha invece scelto una strada diversa, lei scrive con un endecasillabo aristocratico, lo riveste e lo ammanta di splendide uniformi. È a mio modesto avviso il poeta italiano che è riuscito a rinverdire la tradizione dell’endecasillabo coartandolo entro forme chiuse. Ed è riuscita davvero nel suo intento.

  6. Giuseppina Di Leo

    È un vero piacere leggere le quartine di Annamaria De Pietro, l’approfondimento tematico poi, quasi goccia a goccia, ne esalta il senso lasciando un retro-pensiero ‘robusto’ ma soave. Difficile scegliere tra le dieci qui proposte, un po’ come andare in merceria, ma, in questi casi, la cosa migliore da farsi sarebbe non avere fretta e pensare che anche la cosa più minuta ha la sua importanza…: oppure come viaggiare al confine spazio-tempo, alla maniera di Margherita, per solo amore… Farlo, diciamo, per ‘necessità’. (Astolfo, Astolfo…).
    Grazie, Annamaria.

  7. Astolfo sulla Luna trova tutto ciò che si è perso sulla Terra (inclusi i versi ch’in laude dei signor si fanno, stoccata autobiografica), e poi riparte con un’ampolla contenente il senno di Orlando.
    XXXVIII, 24: restituisce la vista a re Senapo.
    XXXVIII, 29: imprigiona in un otre il vento Noto.
    XXXVIII, 33: cambia i sassi in cavalli.
    XXXIX, 57: restituisce il senno ad Orlando.

    • Giuseppina Di Leo

      Caro Giorgio, vale anche per me il ringraziamento nei tuoi confronti per questo post e… per tante altre cose, sempre più difficili da ritrovare.

  8. gino rago

    Grazie a te, Giorgio caro, per l’occasione di arricchimento che doni a tutti
    i lettori o visitatori de “L’ombra…”, con il tema della metafora tridimensionale, di cui parlammo, a suo tempo, tu ed io a Roma; tema che, nei modi e nei tempi opportuni, andrebbe ri-lanciato, se non altro per volgere gli sguardi verso il punto nodale, spesso aggirato, della Letteratura: l’etica della scrittura.

  9. Annamaria De Pietro

    Caro Giorgio,
    tutti i miei ringraziamenti.
    È così piacevole, anche indipendentemente dal proprio lavoro, che non è che un frammento, quando un lettore attento, e un autore di primissimo ordine, rigetta il tanto diffuso ostracismo alle forme chiuse, riconoscendo, restituendo loro il ruolo di motori di ricerca. Come tentare entro una gabbia formale una libertà sostanziale-formale?; come accettare una sfida, e divertirsi nel farlo?; perché una sfida è aria fresca, guanti destri e sinistri che volano, e qualcuno, qualcosa dovrà ben esserne raggiunto. E che il vastissimo mondo porga l’altra guancia. Lo fa.

    Ugualmente ringrazio assai i commentatori. E poi In particolare indirizzo ad Almerighi una glossa sulla glossa: la congetturale compenetrazione margravia-matrigna Disney mi venne, scrivendo la glossa, da quanto avevo letto tempo prima a proposito del peso che ebbero entro la cinematografia americana i numerosi fuorusciti dalla Germania hitleriana (si pensi solo a Von Stroheim e alla stessa Marlene che Almerighi cita). Quel peso agì anche nel laboratorio Disney. E la cattiva Crimilde fu così, secondo l’ipotesi interpretativa dello studioso Stefano Poggi, una rilettura al negativo di quell’antica dama tedesca, Uta, margravia di Ekkehart, vista in Germania, dal Romanticismo all’ideologia nazista e oltre, come modello della bellezza e delle virtù femminili tedesche, e così molto riprodotta, molto citata. Di raro fascino il monumento funebre policromo di Uta affiancata al marito margravio nalla cattedrale di Naumburg. Disney la vide, orgogliosamente eretta, leggermente rivolta a destra, una mano gemmata, la sinistra, che raccoglie a nodo un lembo del manto, il volto sormontato da una corona incorniciato da un rigido soggolo e dall’alto colletto del manto rialzato dall’appena visibile mano destra. Nel film i colori vivi e caldi dell’originale diventarono cupi: il nero, il viola; e l’espressione severa ma ‘buona’ diventò quel concentrato di gelida cattiveria che tutti conosciamo, inventata da uno specchio. Evidentemente a lei non è piaciuto essere portata via dalla Germania, e si è incattivita.
    Marlene approvò l’operazione.

    Ancora Grazie.

    Annamaria De Pietro

  10. Come molti mi unisco ai ringraziamenti a Giorgio per questo suo lavoro certosino, forse unico in Italia a questo livello, di cercare i migliori poeti (e qui si vede che ce ne sono eccome in Italia) e diffonderne la conoscenza. Annamaria De Pietro è una gemma preziosissima. Come sono gemme polite le sue quartine, forme chiuse sì, ma che aprono e si aprono su vastissimi orizzonti. Grazie

  11. antonio sagredo

    per Annamaria>>>
    ——–
    È una nera spugna
    la Pietra della tua Conoscenza.
    Domina l’asse delle dimensioni…
    Tavola – invisibile, e pura!
    A. S. 1986
    ————————————————————————————–
    Puskin è piaciuto a tutti!
    Mi ringrazia e mi saluta.
    Gli ho risposto: “Quelli ( i romani) che non sono venuti a conoscerTi, non meritano di parlare di Poesia!”

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