Archivi del giorno: 24 febbraio 2015

POESIE EDITE E INEDITE di Anna Belozorovitch SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 

giF Mondrian

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

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Anna Belozorovitch è nata a Mosca nel 1983, e ha vissuto tra il Portogallo e l’Italia, dove risiede stabilmente dal 2004. Ha scritto in russo, in portoghese, infine in italiano. Attualmente frequenta il corso di Dottorato di ricerca in Scienze del Testo all’Università di Roma “Sapienza”. E’ insegnante di italiano per stranieri. Ha pubblicato in italiano: Qualcosa mi attende, LietoColle, 2013; Essere pioggia, Montecovello, 2012; Gioventù, Centro Studi Tindari Patti, 2010; L’Uomo alla Finestra: romanzo poetico, Besa, 2007; Anima Bambina, Besa, 2005.

In portoghese: Como seria bom ser chuva, Corpos, 2012. È presente nelle antologie: L’evoluzione delle forme poetiche, a cura di Antonio Spagnuolo e Ninnj Di Stefano Busà, Kairos, 2012; Il Quadernario blu: venticinque poeti d’oggi, a cura di Giampiero Neri e Vincenzo Mascolo, LietoColle, 2012; Quanti di Poesia, a cura di Roberto Maggiani, L’ArcaFelice, 2011; Italian Poetry Review IV, 2009, SEF, 2010.

diabolik-eva-kant Roy Lichtenstein

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Commento di Giorgio Linguaglossa

Se la via della «povertà», che sa di utopia francescana, è probabilmente una via illusoria e salvifica, ne consegue che anche la via del «lusso» non è mai innocente, anzi, di più: quasi sempre ci ritroviamo tra le mani oggetti di oreficeria, elitarie smancerie, dolciumi. Perché non c’è più una strada, un sentiero assicurato (nel bosco coperto di foglie) per il quale qualcuno abbia stipulato un contratto di assicurazione verso terzi contro i sinistri causati dalla speculazione dei beni mobili delle scritture talqualiste, replicabili e moltiplicabili; non c’è più un «bosco» in cui smarrirsi. Per Anna Belozorovitch, un autore della nuova generazione, il «destino» dell’io è nel suo stesso vagabondare; il viatico dell’io è il suo errare (e il suo ritrovarsi). L’io è l’assoluto signore di queste poesie.

La scrittura letteraria è uno «spazio di morte» ha scritto Blanchot ma uno «spazio» dove protagonista assoluta è la vita. Dal corpo morto della scrittura adesso risorge la vita.

I saggi di questi ultimi anni sul post-contemporaneo di Roberto Bertoldo affrontano una serie di questioni. La domanda che si pone l’opera poetica è: chi è colui che parla e a chi lo dice? C’è separazione tra l’autore e il lettore? Da dove deriva questa separazione? Ma la parola dell’autore non nasce da una situazione comune a tutti i parlanti? Non è la parola della poesia quella della comunità? O è quella di una dispersione? La parola della poesia non fonda né stabilisce nulla, tranne la propria interrogazione? Un tempo forse la sua finalità era quella di dare un senso più puro alle parole della tribù; oggi è una domanda che la poesia rivolge a se stessa. Questa domanda è un atto di fede, un dubbio, una ricerca? La domanda prende una forma. Ecco, alcuni segni che si proiettano su un fondale bianco da cui si diramano una molteplicità di significati possibili. Il significato finale di questi segni non può essere conosciuto dal poeta. I segni viaggiano insieme al tempo, o meglio, si diramano in più temporalità. Il poeta interpreta ciò che il tempo dice, ma il tempo dice: nulla: dunque nichilismo.

La «secolarizzazione» che ha investito il discorso poetico lo ha privato, da un lato, del radicamento ad uno sfondo metafisico-simbolico, dall’altro, lo ha reso, nelle sue versioni epigoniche, sempre più riconoscibile, di aproblematica identificazione. La dizione di Anna Belozorovitch oscilla tra la narrazione dell’io e l’esposizione del cuore; è un itinerario, una traccia, una serie di segni incisi sul cellophane. Continua a leggere

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