TRE POESIE INEDITE di Lucio Mayoor Tosi “Tra di noi”, “Astronauti”, “Acheuleani” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Visione astrale Giuseppe Pedota acrilico su perplex anni Novanta

Visione astrale Giuseppe Pedota acrilico su perplex anni Novanta

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

 Not Vidal Moon 1995

Not Vidal Moon 1995

Lucio Mayoor Tosi è nato a Gussago, vicino a Brescia, il 4 marzo dell’anno 1954. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera è entrato in pubblicità. Ne è uscito nel 1990, quando è diventato sannyasin, discepolo di Osho (da qui il nome Mayoor: per esteso sw. Anand Mayoor = bliss peacock). Ha trascorso più di vent’anni facendo meditazione e sottoponendosi a ogni sorta di terapia psicanalitica: sulla nascita e l’infanzia, sul potere, sulle dipendenze affettive ecc. Di particolare importanza, per la realizzazione di Satori, sono stati alcuni ritiri zen dove ha potuto lavorare sui Koan (quesiti irrisolvibili). Dieci sue poesie sono apparse nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di GGiorgio Linguaglossa (progetto Cultura, 2016). Vive a Candia Lomellina (PV), nel mezzo delle risaie, dove trascorre il tempo dipingendo e scrivendo poesie. Sue poesie sono state pubblicate on line su Poliscritture, L’Ombre delle parole, e su alcune antologie.
Vivo da solo, in compagnia del mio gatto Pico, a Candia Lomellina, un piccolo paese a trenta minuti da Milano Porta Genova.

https://mayoorblog.wordpress.com/  E-mail: mayoor@fastwebnet.it

Mauro Bonaventura sphere_red_man_giant

Mauro Bonaventura sphere_red_man_giant

 Commento di Giorgio Linguaglossa

Il «soggetto», come sappiamo, è da sempre nel legame relazionale. Interloquisce con altri «soggetti» e dimora tra significato e significante, tra enunciazione ed enunciato, tra il rumore delle parole e il silenzio delle parole. Il soggetto si nasconde sempre, lo sappiamo, lo abbiamo appreso da Lacan; ma è nella logica del rimosso che questo avviene, ovvero, nello spazio politico della parola (anche poetica). La parola poetica obbedisce allo spazio politico? Quale legame c’è tra l’agorà del politico e il discorso poetico? La parola poetica, il logos poetico si dà soltanto nella rappresentazione di finzione? Per il discorso politico relazionale, il «Reale» è ciò che è irriducibile alla simbolizzazione, la sua è una verità alienata; invece, nel discorso poetico tutto viene ricondotto, in un modo o nell’altro, al processo della simbolizzazione (diretta o indiretta). Qualcosa torna sempre allo stesso posto, tende ad affiorare ma come in maschera, come un contenuto ideativo che si veste di parole. La «verità» si dà nel processo e nel tempo, tra rimozione e simbolizzazione, tra «io» e l’«Altro», imprendibile e imperdibile. Il luogo della rimozione non coincide con il luogo del tempo, entra in conflitto con esso e sprigiona le scintille della simbolizzazione. Il luogo della «verità» coincide così con il luogo della «perdita».

Il concetto di orizzonte della parola è analogo al concetto scientifico di orizzonte degli eventi; è l’apparire della parola che si dà come un «evento». Il rapporto fondamentale non passa quindi tra ciò che si dice e ciò che si tace come se fosse un gioco di abilità, da rethoricoeur, da prestigiatore, ma un «evento» che ha già in sé uno spazio di ombre significanti e di significati ormai non più attingibili e transitati nell’imbuto del tempo.

Nel tempo in cui la crisi è in crisi, non c’è più alcun luogo a cui appigliarsi se non al punto fermo che chi Parla è un Altro che introduce il suo discorso eterodiretto con il nostro egolabile.

Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

 Tra di noi

Nessuno ci aveva avvertito, nessuno sapeva. Fu in prossimità della Luna Che cominciammo a dire parole senza senso, per Di Più cantando. Tutta colpa della gravità musicale Che Ronza Attorno al pianeta serra.
Stai sorridendo. Chi, io? Sì tu. Già, sorrido.
C’è qualcosa di Pericoloso su questo pianeta. Non Sarà stupefacente?
Com’eravamo ingenui!

L’infinito volo della farfalla Sfuma Nel tinello di una casa condominiale, e dentro l’acciaieria il bianco della sposa; la guancia di tuo figlio mentre solo scrivi e ti accarezzi la fronte
infinita sponda, luce del mattino e richiamo delle cose come onde, come Tra le onde il pudore del mare.

Nasco e muoio Tra il collo e le scarpe. Il collo per i colpi ricevuti, le scarpe Perché Già lo so Che saran di me l’ultima parte che se ne andrà. Qui la morte abbonda, non è Una rarità. La vita è breve e il tempo oscilla, d’un tratto son cinque anni, poi Cinquanta.
Affonda Nel lavoro lo sterco della povertà. Perdona se l’epoca è questa ma son centinaia d’anni Che aspettavo. Non si muore in eterno.
Come bolle d’aria nel vento, come sguardo senz’occhi, Nella matematica pura e l’economia del dare.

E tu che Camminando danzi? Io no. Tu, sì. E’ il Corpo: come mi sta? Come ti senti?
Mi tremano le gambe, tremo all’idea, tremo alla voce. Scrivere è come non voler Parlare, come Quando mi venivi in mente.

Candia Lomellina – gennaio 2015

opera di Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

opera di Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

Astronauti

La tua voce solitaria mi predispone alla quiete di Una stagione capovolta, appesa Agli alberi, sul viale dove giocano i ragazzi fino a Tardi.
La stagione appesa e la voce Tua solitaria dentro fotografie Che si muovono un po’: qui siamo a Parigi, e qui beviamo birra sotto il cappello della Pergola. A cosa stavi pensando?
E’ tempo Che Non Si Può definire, Qualcosa nello spazio costringe le labbra al sorriso e non ci puoi fare niente, Anche se vorresti piangere. Ormai va Così, Che se rido Ogni volta piango.
Faccio tutto insieme. That’s why Pochi ricordi. Perché vedi, Porto Qualcosa Del cielo nella stagione appesa, capovolta Sugli alberi, fino a Tardi.
La vita Scende come coltello Dal naso al cuore, va sui Fianchi e finisce toccando il pavimento. Non Accade anche a te di Pensare al cielo come lo Pensano Gli alberi? Beviamo tristezza Nella birra, giochiamo Fino a Tardi e SEMBRA Parigi. Il cappello della pergola Si è mosso Nella fotografia.
Quassù la memoria va nell’universo Che va oltre il pianeta, non ha senso Guardare in alto, tutto è sospeso e capovolto. Fa piangere ridendo il video della stagione appesa.
Il cappello, due fari, poi Dieci poi venti. Qualcosa Nel viale Scende. Una sola foglia. Si direbbe Una pausa nel mentre che si danza. Non ti fa tristezza Pensare alla Terra?

Candia Lomellina – anno 2014

Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

Acheuleani

Da Un’altra vita l’ho Salutato. Pensare Che Sono sceso per lui, per non Essere topo o aquilone, per Avere Una voce, la Sua, e un’ombra CHE mi Connetta Alla Sequenza delle case Che vedevo sulla costa
lontane, affollate di gente sospettosa e prudente, coi Piedi per terra e le orecchie tese al vento, credevo, potentissime creature, Maghi dell’Elettricità. Morti a venire come me, amici Rinati sul finire di Una tragedia.

Poi ho letto Nel marchingegno degli occhi UN Trattato Sulle corrispondenze, un Manuale d’uso per non disperdere la luce dei legamenti, Che E’ fatta di Milioni, miliardi di fotoni, Dicono, che si muovono come pensieri

e possono facilmente deperire Se Si Perdono, Uno con l’Altro. Come riuscire a tenersi In piedi su due universi e perfino Mettersi a Correre? E ‘straordinario. Vero E’ che sì dovrà morire Ancora, e questo E’ rassicurante
ma Forse UN Pezzo di fegato SI staccherà per andarsene in QUALCHE Comunità Montana, e da lì sorveglierà il Traffico Tra Una guerra e l’altra, nei trent’anni Che servono per germogliare Umani Sulla Terra
non poveri come sanguisughe, attaccati al respiro degli Altri: per amore, Dicono, Come se per amare contasse solo Il Nutrimento materno, Che per this La Scelta non mancherebbe Tra Gli Animali. No, E’ Questione di architetture

di Tensioni in Equilibrio, di musica leggera, di farfalle che si posano digitando sul palmo della mano; e se non piangi Ecco: due tocchi sul metacarpo, Vicino Al Centro, possono bastare. Perché piangere Toglie infelicità.
Bisogna Essere morti molte Volte per Avere amici passanti, e vivere in solitudine come Fosse L’ultima volta che si va sott’acqua, d’estate, MENTRE Il Mondo scolora UN azzurro riflesso Che non ha centro e Pare di cartapesta.
O di gomma.

Candia Lomellina – anno 2014

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23 commenti

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23 risposte a “TRE POESIE INEDITE di Lucio Mayoor Tosi “Tra di noi”, “Astronauti”, “Acheuleani” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. gabriele fratini

    Per quanto le poesie al confine con la prosa non siano proprio la mia lettura preferita, devo ammettere che Tosi propone qualcosa di originale, di stimolante per il pensiero. Quest’arte “spaziale” mi ha richiamato alla mente i due film “fantascientifici” di Tarkovskij, Stalker e Solaris. Un saluto.

  2. Mi rendo conto che oggi si privilegia la poesia discorsiva o narrativa anziché creativa. Personalmente penso che la poesia è per sua natura invenzione linguistica al fine di esplorare nuovi territori dell’immaginario (nel 1966 scelsi A. Webern come modello ma con opportune mutazioni). I testi riportati nel vostro sito sono comunque originali e validissimi. In fondo la parola – in qualsiasi forma espressa – è in diversa misura ingannevole. La realtà non può venir tradotta nel linguaggio.

  3. Non amo la poesia-prosa, tuttavia ho letto con interesse gli scritti (che non denomino poesie per coerenza) di Lucio Mayoor Tosi.
    Alcune espressioni suscitano l’impressione di trovarsi in un mondo diverso da quello terragno, in un’area lontana nello spazio e nel tempo, forse in un’altra vita. Mi incuriosisce positivamente l’uso originale delle maiuscole.
    Che funzione hanno? Sono forse figure retoriche di un’altra concezione della scrittura.
    Grazie e cordialità
    Giorgina Busca Gernetti

    • Gentile Giorgina,
      ho scelto queste tre poesie perché adatte al tema dell’utopia. Trovo esatte le sue impressioni, per la distanza nello spazio e nel tempo, e da questa che è un’altra vita. Le maiuscole hanno lo scopo di introdurre un disturbo meccanico nel silenzio della lettura. Non sono partiture per la recitazione (un “Che” non cambia la pronuncia). Sì, è una figura retorica: visualizza il tremito del linguaggio in trasformazione. Un errore voluto, che pare il difetto di una tastiera. Ha lo scopo di richiamare l’attenzione al testo… come pure gli inserti irragionevoli “Che per this La Scelta non mancherebbe Tra Gli Animali”. Ho tratto queste tre poesie da una breve raccolta intitolata “Cadrà come neve” proprio per l’espediente che ho usato nella scrittura.

      • “forse in un altra vita”, lei dice. E’ così, il punto di osservazione è dato dalla continuità tra vita e morte.

      • emilia banfi

        Caro Lucio,
        voglio tanto bene ai tuoi scritti, mi avvicinano alla vita dei sogni, del mondo dietro al mondo, della voglia di capire dove finisce il fondo di un esistere che lega tutto, braccia e gambe al palo della paura della solitudine. Non so se il mio modo di guardare alle tue parole possa soddisfare le tue curiosità, ma mi emoziono ogni volta che scopro di aver avuto la fortuna di conoscere un poeta nuovo e davvero meravigliosamente inco-coerente!
        Ecco fai pulizia , annulli la voce del sicuro per un urlo di creazione o forse di Vendetta (maiuscola s’intende). Grazie a te e a Giorgio Linguaglossa che ti legge sfogliandoti come si fa con un grande libro

  4. ubaldo de robertis

    Danza delle parole, danza delle cose nel mondo fisico. Lucio Mayoor Tosi è attratto da ciò che accade a livello planetario e a quello microscopico.
    “Quassù la memoria va nell’universo Che va oltre il pianeta” (Astronauti).
    “La luce//che è fatta di milioni, miliardi di fotoni, Dicono, che si muovono come pensieri/(Acheuleani)
    Quest’ultimi versi, in Acheuleani, richiamano uno degli aspetti meno intuitivi della fisica delle particelle. La meccanica quantistica ci dice che una singola particella luminosa, fotone, può venirsi a trovare contemporaneamente in due posizioni molto diverse e può perlustrare simultaneamente territori spaziali anche distanti tra loro. “Come riuscire a tenersi in piedi su due universi” (Acheuleani)
    Tutto pare aver risentito del percorso spirituale meditavo che l’autore ha compiuto, le cose concrete e/astratte, direttamente viste dalla sua particolare esperienza e che ha lasciato sapientemente decantare nel tempo. Sono rimasto colpito dalle parole che Tosi sa trovare e che poco hanno a che fare con il lineare lucido disegno della prosa. Rilevo con particolare piacere come tutto sia perfettamente detto. Delicatamente detto.
    Ubaldo de Robertis

  5. Apprezzo i lavori di Tosi, per un semplice motivo, sono profondamente onesti. Parafrasando il titolo di un romanzo popolare, La forma dell’acqua, spesso e volentieri parale di poesia, poesia prosa, prosa poesia, prosa poetica e bim bum bam è cercare di incasellare l’acqua, darle una catalogazione, una forma che per sua natura non può avere. Ebbene, distinguiamo due categorie e basta: leggibili, illeggibili. C’è molta poesia, un ritmo delicato ma presente, crossover di ogni genere in cui si voglia artatamente arenare la forma dell’acqua.
    Quassù la memoria va nell’universo Che va oltre il pianeta, non ha senso andare a capo o usare una maiuscola con evidente beneficio di un albero in meno che sarà tagliato, è una soluzione poetica originale oltre che ecologiaca. Bravissimo.

  6. Giuseppina Di Leo

    Riconosco che in Lucio le piccole cose prendono forma per assestarsi nel testo, ma mai senza un pensiero profondo di base, come uno sguardo che sa capire, o la stessa intuizione felice. Mi sono piaciute molto proprio per questa intelligenza. Felice di ritrovarti qui, Lucio.

  7. La modalità di Lucio sembrerebbe gratuita ; in realtà a me sembra straniante in accezione positiva : la produzione di senso riceve un quid ( anche visivo ) che intriga la lettura , l’ascolto , e fa sostare su ogni verso – accresciuta – la curiosità che sempre la poesia dovrebbe sollecitare per mediare comunicazione e non incantesimo .

    • L’incantesimo non è una brutta cosa!
      Giorgina

    • Valerio Gaio Pedini

      direi che è una poetica interessante, che integra soggetti molteplici (tra micro e macro), dandone una nuova forma. Che dire? Calvino sosteneva la poetica del soggetto, preferendola a quella dell’oggetto. Io tre mesi fa scrissi a Sagredo, dicendogli che in questo momento era due definizioni poetiche inattuabili e ridicole, oggetto e soggetto vanno accomunati, con Lucio avviene.

  8. ubaldo de robertis

    Ha ragione Gaio Valerio! “oggetto e soggetto vanno accomunati” ; è una visione nostra occidentale la scissione delle due realtà. Ce lo disse Steven Grieco in:

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/04/15/dialogo-sulla-lentezza-della-poesia-steven-grieco-giorgio-linguaglossa/

    saluti, Ubaldo de Robertis

  9. ubaldo de robertis

    leggi Valerio Gaio

  10. La realtà non può venir tradotta nel linguaggio, come scrive Luciano Nanni, ma ne costituisce l’ossatura, l’insepolto del ricordo che riaffiora scrivendo, la restituzione di quanto abbiamo potuto osservare vivendo. Per l’autore può essere una necessità, la prova che non sta mentendo a se stesso, e potrà scegliere dove e come utilizzarla. E’ una risorsa e una parentesi di autoanalisi. Solitamente, una volta inserito nel verso, il ricordo non verrà più riutilizzato. Sono frammenti, ciò che resta della grande narrazione. Dove vanno a collocarsi i ricordi? In tema di utopia dovremmo distinguere tra fantasia e visionarietà: la prima è pilotabile mentre la seconda la subisci, accade e tu ne sei spettatore. William Blake era visionario.
    Il non-luogo della poesia “Tra di noi” deriva da una visione. “Astronauti” invece è una fantasia ma è fatta con oggetti reali, in certo senso è una metafora. “Acheuleani” è solo in parte una visione. Le visioni nascono da situazioni alterate della psiche, a me sono arrivate naturalmente dopo aver conseguito il Satori durante una settimana di ritiro Zen.
    Zen non risponderebbe al quesito tra oggetto e soggetto, se lo intendiamo come pratica non offre spazio a intellettualismi ( però senza domanda non c’è satori).
    Spiace un po’ per la forma, per alcune spaziature che mancano e che avrebbero dato un tono più composto alla mia scrittura. Qualcosa si sarà perso, anche per i limiti oggettivi che hanno i blog, ma non è fondamentale. Accogliendo positivamente le mie maiuscole mi avete reso felice. A mio modo di vedere, sotto l’esteriorità di questa meccanica scorre un fiume di parole piuttosto tradizionale: nel rapporto tra prosa e poesia lascio a quest’ultima ogni incursione, so che il suo potere è devastante per la prosa perché dovrà adattarsi ad altre velocità. Ma se fossi scrittore di prosa mi occuperei d’altro. Ringrazio Giorgio Linguaglossa per l’ospitalità e per il suo commento che, come sempre, sconfina nella poesia quando scrive dell’orizzonte degli eventi, “l’apparire della parola che si dà come «evento»… “nell’imbuto del tempo”. Queste sono forme creative del pensiero, e sapeste che festa quando capita un poeta ai ritiri zen, almeno a quelli dove si fa uso della parola (Koan). Un grazie particolare a Ubaldo De Robertis per aver spiegato dei fotoni, ci tenevo che si capisse, io mi ero limitato a dire “Come riuscire a tenersi in piedi su due universi” . A Giorgina rinnovo la mia simpatia e la stima per come sa leggere nella poesia. Ma anche Almerighi che ogni tanto viene a trovarmi nel mio blog, e quelli che ormai considero amici: Emilia, Giuseppina, nonché Leopoldo che in fatto di scrittura creativa è maestro.
    Ho saputo in questi giorni di essere nella rosa dei sette finalisti al premio Opera prima di Poesia 2.0. Lo considero un buon inizio anche se mi spaventa il pensiero che mi toccherà passare a cose più impegnative, a cui peraltro sto già lavorando. Ma tutto cambia tanto in fretta che se non ti sbrighi a finire poi non lo farai più. Sempre che la pittura me ne lasci il tempo. 



  11. Ubaldoderobertis

    Grazie!
    Ubaldo

  12. Giuseppina Di Leo

    a Lucio:
    :-))

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