Archivi del giorno: 19 febbraio 2015

TRE POESIE INEDITE di Lucio Mayoor Tosi “Tra di noi”, “Astronauti”, “Acheuleani” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Visione astrale Giuseppe Pedota acrilico su perplex anni Novanta

Visione astrale Giuseppe Pedota acrilico su perplex anni Novanta

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

 Not Vidal Moon 1995

Not Vidal Moon 1995

Lucio Mayoor Tosi è nato a Gussago, vicino a Brescia, il 4 marzo dell’anno 1954. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera è entrato in pubblicità. Ne è uscito nel 1990, quando è diventato sannyasin, discepolo di Osho (da qui il nome Mayoor: per esteso sw. Anand Mayoor = bliss peacock). Ha trascorso più di vent’anni facendo meditazione e sottoponendosi a ogni sorta di terapia psicanalitica: sulla nascita e l’infanzia, sul potere, sulle dipendenze affettive ecc. Di particolare importanza, per la realizzazione di Satori, sono stati alcuni ritiri zen dove ha potuto lavorare sui Koan (quesiti irrisolvibili). Dieci sue poesie sono apparse nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di GGiorgio Linguaglossa (progetto Cultura, 2016). Vive a Candia Lomellina (PV), nel mezzo delle risaie, dove trascorre il tempo dipingendo e scrivendo poesie. Sue poesie sono state pubblicate on line su Poliscritture, L’Ombre delle parole, e su alcune antologie.
Vivo da solo, in compagnia del mio gatto Pico, a Candia Lomellina, un piccolo paese a trenta minuti da Milano Porta Genova.

https://mayoorblog.wordpress.com/  E-mail: mayoor@fastwebnet.it

Mauro Bonaventura sphere_red_man_giant

Mauro Bonaventura sphere_red_man_giant

 Commento di Giorgio Linguaglossa

Il «soggetto», come sappiamo, è da sempre nel legame relazionale. Interloquisce con altri «soggetti» e dimora tra significato e significante, tra enunciazione ed enunciato, tra il rumore delle parole e il silenzio delle parole. Il soggetto si nasconde sempre, lo sappiamo, lo abbiamo appreso da Lacan; ma è nella logica del rimosso che questo avviene, ovvero, nello spazio politico della parola (anche poetica). La parola poetica obbedisce allo spazio politico? Quale legame c’è tra l’agorà del politico e il discorso poetico? La parola poetica, il logos poetico si dà soltanto nella rappresentazione di finzione? Per il discorso politico relazionale, il «Reale» è ciò che è irriducibile alla simbolizzazione, la sua è una verità alienata; invece, nel discorso poetico tutto viene ricondotto, in un modo o nell’altro, al processo della simbolizzazione (diretta o indiretta). Qualcosa torna sempre allo stesso posto, tende ad affiorare ma come in maschera, come un contenuto ideativo che si veste di parole. La «verità» si dà nel processo e nel tempo, tra rimozione e simbolizzazione, tra «io» e l’«Altro», imprendibile e imperdibile. Il luogo della rimozione non coincide con il luogo del tempo, entra in conflitto con esso e sprigiona le scintille della simbolizzazione. Il luogo della «verità» coincide così con il luogo della «perdita».

Il concetto di orizzonte della parola è analogo al concetto scientifico di orizzonte degli eventi; è l’apparire della parola che si dà come un «evento». Il rapporto fondamentale non passa quindi tra ciò che si dice e ciò che si tace come se fosse un gioco di abilità, da rethoricoeur, da prestigiatore, ma un «evento» che ha già in sé uno spazio di ombre significanti e di significati ormai non più attingibili e transitati nell’imbuto del tempo.

Nel tempo in cui la crisi è in crisi, non c’è più alcun luogo a cui appigliarsi se non al punto fermo che chi Parla è un Altro che introduce il suo discorso eterodiretto con il nostro egolabile.

Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

 Tra di noi

Nessuno ci aveva avvertito, nessuno sapeva. Fu in prossimità della Luna Che cominciammo a dire parole senza senso, per Di Più cantando. Tutta colpa della gravità musicale Che Ronza Attorno al pianeta serra.
Stai sorridendo. Chi, io? Sì tu. Già, sorrido.
C’è qualcosa di Pericoloso su questo pianeta. Non Sarà stupefacente?
Com’eravamo ingenui!

L’infinito volo della farfalla Sfuma Nel tinello di una casa condominiale, e dentro l’acciaieria il bianco della sposa; la guancia di tuo figlio mentre solo scrivi e ti accarezzi la fronte
infinita sponda, luce del mattino e richiamo delle cose come onde, come Tra le onde il pudore del mare.

Nasco e muoio Tra il collo e le scarpe. Il collo per i colpi ricevuti, le scarpe Perché Già lo so Che saran di me l’ultima parte che se ne andrà. Qui la morte abbonda, non è Una rarità. La vita è breve e il tempo oscilla, d’un tratto son cinque anni, poi Cinquanta.
Affonda Nel lavoro lo sterco della povertà. Perdona se l’epoca è questa ma son centinaia d’anni Che aspettavo. Non si muore in eterno.
Come bolle d’aria nel vento, come sguardo senz’occhi, Nella matematica pura e l’economia del dare.

E tu che Camminando danzi? Io no. Tu, sì. E’ il Corpo: come mi sta? Come ti senti?
Mi tremano le gambe, tremo all’idea, tremo alla voce. Scrivere è come non voler Parlare, come Quando mi venivi in mente.

Candia Lomellina – gennaio 2015

opera di Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

opera di Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

Astronauti

La tua voce solitaria mi predispone alla quiete di Una stagione capovolta, appesa Agli alberi, sul viale dove giocano i ragazzi fino a Tardi.
La stagione appesa e la voce Tua solitaria dentro fotografie Che si muovono un po’: qui siamo a Parigi, e qui beviamo birra sotto il cappello della Pergola. A cosa stavi pensando?
E’ tempo Che Non Si Può definire, Qualcosa nello spazio costringe le labbra al sorriso e non ci puoi fare niente, Anche se vorresti piangere. Ormai va Così, Che se rido Ogni volta piango.
Faccio tutto insieme. That’s why Pochi ricordi. Perché vedi, Porto Qualcosa Del cielo nella stagione appesa, capovolta Sugli alberi, fino a Tardi.
La vita Scende come coltello Dal naso al cuore, va sui Fianchi e finisce toccando il pavimento. Non Accade anche a te di Pensare al cielo come lo Pensano Gli alberi? Beviamo tristezza Nella birra, giochiamo Fino a Tardi e SEMBRA Parigi. Il cappello della pergola Si è mosso Nella fotografia.
Quassù la memoria va nell’universo Che va oltre il pianeta, non ha senso Guardare in alto, tutto è sospeso e capovolto. Fa piangere ridendo il video della stagione appesa.
Il cappello, due fari, poi Dieci poi venti. Qualcosa Nel viale Scende. Una sola foglia. Si direbbe Una pausa nel mentre che si danza. Non ti fa tristezza Pensare alla Terra?

Candia Lomellina – anno 2014

Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

Acheuleani

Da Un’altra vita l’ho Salutato. Pensare Che Sono sceso per lui, per non Essere topo o aquilone, per Avere Una voce, la Sua, e un’ombra CHE mi Connetta Alla Sequenza delle case Che vedevo sulla costa
lontane, affollate di gente sospettosa e prudente, coi Piedi per terra e le orecchie tese al vento, credevo, potentissime creature, Maghi dell’Elettricità. Morti a venire come me, amici Rinati sul finire di Una tragedia.

Poi ho letto Nel marchingegno degli occhi UN Trattato Sulle corrispondenze, un Manuale d’uso per non disperdere la luce dei legamenti, Che E’ fatta di Milioni, miliardi di fotoni, Dicono, che si muovono come pensieri

e possono facilmente deperire Se Si Perdono, Uno con l’Altro. Come riuscire a tenersi In piedi su due universi e perfino Mettersi a Correre? E ‘straordinario. Vero E’ che sì dovrà morire Ancora, e questo E’ rassicurante
ma Forse UN Pezzo di fegato SI staccherà per andarsene in QUALCHE Comunità Montana, e da lì sorveglierà il Traffico Tra Una guerra e l’altra, nei trent’anni Che servono per germogliare Umani Sulla Terra
non poveri come sanguisughe, attaccati al respiro degli Altri: per amore, Dicono, Come se per amare contasse solo Il Nutrimento materno, Che per this La Scelta non mancherebbe Tra Gli Animali. No, E’ Questione di architetture

di Tensioni in Equilibrio, di musica leggera, di farfalle che si posano digitando sul palmo della mano; e se non piangi Ecco: due tocchi sul metacarpo, Vicino Al Centro, possono bastare. Perché piangere Toglie infelicità.
Bisogna Essere morti molte Volte per Avere amici passanti, e vivere in solitudine come Fosse L’ultima volta che si va sott’acqua, d’estate, MENTRE Il Mondo scolora UN azzurro riflesso Che non ha centro e Pare di cartapesta.
O di gomma.

Candia Lomellina – anno 2014

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