UNA POESIA INEDITA di Stefanie Golisch “Breve elenco dei destini” con traduzione dell’autrice in tedesco e versione in inglese di Peter Douglas con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Ferdinando Scianna fotografia

Ferdinando Scianna fotografia

 Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia.
Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014.

Commento di Giorgio Linguaglossa

La poesia di Stefanie Golisch è il luogo della duplicazione e della moltiplicazione di ogni forma, in essa i “mondi” si compenetrano, si identificano ma solo come identità di relazioni, unità di funzioni; sono trans-significati. Questa “compenetrazione” ha luogo perché qui il poeta non sta di fronte alla morte ma si è posto nel centro di ogni relazione dove ogni cosa viene ricondotta all’unità di un morto mondo poetico. Non dunque l’incapacità di dare Gestalt alla vita è la povertà del poeta, ma il riuscirvi, il riunire ogni forma nella morte della Forma, dove l’estensione spaziale della versificazione si converte nella interversione del poeta che sta come al di fuori della poesia, dove le Gestalten diventano musica, ritmo, canto della povertà, poesia della datità. La Golisch qui arriva alla “mancanza di forma” come suprema virtù della Forma stessa. Ma la “mancanza” non è qualcosa che si può attingere, non è l’ancora da plasmare, è una assenza, una cesura che delimita internamente ogni Forma, è il limite interno della Forma che nemmeno il poeta può oltrepassare:

Il suo primo amico era un corvo, il secondo un gobbo.
Biografia di un leopardo era il titolo ambizioso dato alla sua opera prima.
Alla domanda perché l’avrebbe sposata rispose perché il cane non abbaiava, quando ti vedeva.
Poco prima di morire, fece chiamare il parrucchiere. Era curioso di vedersi con i capelli ricci.
La roulette era la sua vita. Il suo sistema era infallibile, ma non indovinava mai.

Forse nessun poeta contemporaneo italiano è giunto con tanta drastica coerenza come la Golisch a un tale risultato, a una totale mancanza di forma che costituisce il trionfo della Forma stessa. L’imperversare della molteplicità dei destini è il codice segreto che costituisce la struttura del “destino”, se così vogliamo dire. Se, come è stato detto, «la rima è la relazione della gioia», qui è proprio la prosa del verso che diventa la relazione della tristezza del poeta, il quale non può giungere fino al punto di dare forma a una struttura che già da tempo immemorabile ha perduto quella proprietà.

 

Breve elenco dei destini

Ognuno è benvenuto

Franz Kafka,  Amerika

Nella vita non era riuscito a combinare nulla. Ma quando usciva di casa, fischiava sempre.
Per cinque anni aveva ricamato il corredo di una futura regina.
Era bello forte violento. Un semidio tra pallidi mortali.
Dopo il primo, maldestro tentativo di amare decise di lasciar perdere.
È andata con tutti. Gli son piaciuti tutti e lei è piaciuta a tutti.
Avrebbe voluto piovere. Essere la pioggia.
In vita ha fatto il pilota d’aereo. Ora fa le parole crociate.
Scrive una lettera, la mette in una busta e si siede accanto alla buca delle lettere.
Oscillava tra il voler sapere e non sapere chi era.
Era veramente brutta. Perdonava tutto e tutti.
Sono la regina della strada. Costo poco. Il mio regno è infinto.
Suo compito era di dire a un certo punto andate in pace. Ma ci credeva poco.
Le piacevano gli uomini sposati. Sapeva che si sarebbe rovinata e così fu.
Il suo primo amico era un corvo, il secondo un gobbo.
Biografia di un leopardo era il titolo ambizioso dato alla sua opera prima.
Alla domanda perché l’avrebbe sposata rispose perché il cane non abbaiava, quando ti vedeva.
Poco prima di morire, fece chiamare il parrucchiere. Era curioso di vedersi con i capelli ricci.
La roulette era la sua vita. Il suo sistema era infallibile, ma non indovinava mai.
Apriva la bocca solo per mentire. Le sue menzogne incantavano mari monti e donne di tutte le età.
Ha sessanta anni, ma i bambini ancora non vogliono giocare con lui.
Quando passeggia lungo il fiume tiene in mano un sogno da ragazza.
Ecco l’uomo in canottiera grigiastra che fuma alla finestra della cucina.
A ottantasei anni attende ancora.
Sebbene non avesse mai letto l’omonimo racconto di Joseph Roth, lui era il Santo bevitore.
Vista l’indiscutibile complessità delle vicende umane, i suoi discorsi tendevano ad aggrovigliarsi.
Da generazioni la parola aveva atteso di essere pronunciata proprio da lui.
Si chiamava Aphrodita. Da ragazza era stata sposata con un uomo che non avrebbe mai amato.
In terza elementare decise che il mondo non avrebbe mai più riso di lui.
La sua bontà era un pozzo senza fondo. A lungo andare stancava.
Non si vergognava di puntare sulla pietà. Le donne adoravano la sua vitale melanconia.
Avrebbe voluto fare tante cose, ma era anche contento di fare niente.
Era matura anzitempo. Arbitro involontario di una coppia di genitori in perenne battaglia.
Alla domanda su cosa volesse fare da grande, rispose: L’accattone. Il suo desiderio fu esaudito.
Qualcuno doveva raccogliere i volti e le voci del suo paese. Non aveva scelta.
Non conosceva affatto sua moglie, ma la trovava molto bella.
All’età di ottantotto anni è morta la sua psicoanalista. Senza aver risolto il caso.
Le sue capre lo chiamavano Goldfinger.
Tutte le domeniche regala al mondo l’immagine perfetta del gran signore.
Per lei la felicità esisteva soltanto quando trovava la giusta parola per essa.
Ogni volta che qualcuno in paese morì, egli fermava orologio a pendola.
Il suo hobby era il modellismo. Adorava i trenini e diffidava delle donne.
Lo avevano chiamato Eros. Come poteva non ubbidire alle leggi del suo dio?
Chiamami, diceva a ogni persona che incontrava. Ma non rispondeva mai.
Mentre lodava la bravura della moglie, si sfogava nelle braccia generose dell’altra.
Gli sarebbe piaciuto essere almeno una volta oggetto di invidia.
All’età di sessantatre anni prese seriamente in considerazione la possibilità di farsi nichilista.
Adorava gli aeroporti. Avrebbe voluto viaggiare senza mai arrivare da nessuna parte.
Le piacevano i film erotici. Erano il suo purgatorio.
Era nata triste. La gente non si fidava di lei.
Il suo motto era: Credere nell’incredibile. Essere incredibile.
È partito. Ritornato. Ci ha provato. Non ce l’ha fatto. È impazzito.
Pazientemente attendeva i baci distratti di cameriere, infermiere, ex-alunne.
Il suo vizio era il gioco. La morte ebbe esattamente la durata di una partita di scopa.
Gli piaceva vantarsi del fatto che suo figlio era stato concepito sotto la doccia.
Era scettica per natura. Sempre vestita bene, ma senza chic. Aveva un segreto.
Raccoglieva vecchie auto e giovani moglie. La terra era leggera sotto i suoi passi.
Con allegra disinvoltura gli piaceva esclamare questa frase: Che fatica essere uomini!
Il giorno in cui un paparazzo l’aveva ripreso insieme a una starlet in via Veneto. Ecco la vita!
Da giovane aveva comprato una valigia. Bisognava essere pronti per la partenza. In ogni momento.

foto Diane Arbus

foto Diane Arbus

A short list of destinies

Everyone is welcome

Franz Kafka, Amerika

He never managed to get anything done. But whenever he went out he was always whistling.
For five years she had embroidered the trousseau of a future queen.
He was handsome, strong and violent. A demi-god surrounded by mere mortals.
After a first, clumsy attempt at love, he decided to leave well alone.
She would have liked to rain. To be the rain.
He had been a pilot in the old days. Now he does crosswords.
She writes a letter, puts it in an envelope and sits down next to the mailbox.
He was caught between wanting to know and not knowing who he was.
She was really ugly. She forgave everything and everyone.
I am queen of the roads. I don’t charge much. My kingdom knows no bounds.
His job was to say at a certain point go in peace. But he had little faith in it.
She liked married men. She knew that it would ruin her, and it did.
His first friend was a raven, his second a hunchback.
“Biography of a Leopard” was the ambitious title of his first work.
When asked why he’d decided to marry her, he replied that the dog didn’t bark when it saw her.
Just before dying he got someone to call the hairdresser. He wanted to see what he looked like with curly hair.
The roulette wheel was his life. He had an infallible system, but he never got it right.
He opened his mouth only to lie. His mendacity charmed seas, mountains and women of all ages.
He’s sixty years old, but children still don’t want to play with him.
When she walks by the river she holds her girlhood dream by the hand.
There’s the man in the greyish vest, smoking at the kitchen window.
He is eighty-six and still waiting.
Even though he had never read Joseph Roth, he was the Holy Drinker.
Given the infinite complexity of events, she never stopped talking.
For generations the word had been waiting to be uttered just by him.
Her name is Aphrodite. When she was a girl she’d been married to a man who she would never love.
He could have done many things, but he was also happy doing nothing.
In the third grade he decided that the world would never make fun of him again.
His goodness was a bottomless well. It was tiring in the long run.
He wasn’t ashamed to play the pity card. Women adored his passionate melancholy.
She had to grow up quickly. The unwilling arbiter of warring parents.
When asked what he wanted to do when he grew up, he replied, “A beggar.” And his wish was granted.
Someone had to collect the faces and voices of his town. He had no choice.
He didn’t know his wife at all, but he found her very beautiful.
His goats would call him Goldfinger.
Every Sunday he presented the world with the perfect figure of the perfect gentleman.
It was only possible for her to be happy when she found the right words for it.
Every time someone in the town died he would stop the grandfather clock.
He would have liked to have been the object of envy at least once.
His hobby was making models. He loved model trains and he mistrusted women.
They had called him Eros. How could he not obey the laws of his god?
Call me, he told everyone that he met. But he never picked up the phone.
While praising his wife’s virtues, he would give himself to the warm embrace of another.
At the age of sixty-three he seriously considered the possibility of becoming a nihilist.
He loved airports. He would have liked to travel without ever getting to a destination.
She liked erotic films. They were purgatory for her.
She was born sad. People didn’t trust her.
Her motto was: Believe in the unbelievable. Be unbelievable.
He patiently waited for the meaningless kisses of waitresses, nurses and ex-pupils.
Her vice was gambling. Her death took precisely as long as a card game.
He liked to boast that his son had been conceived in the shower.
She was skeptical by nature. She always dressed well, but she eschewed elegance. She had a secret.
With happy nonchalance he liked to exclaim: “How tiring it is to be a man!”
The day a paparazzo caught him with a starlet on the Via Veneto. This was life!
When he was young he had bought a suitcase. One had to be ready to leave. At any moment.

(Traduzione dall’Italiano: Peter Douglas)

Cadavre exquis – André breton,Valentine Gross, Tristan Tzara, Greta Knutson – 1933

Cadavre exquis – André breton,Valentine Gross, Tristan Tzara, Greta Knutson – 1933

Kurze Liste der Schicksale

Jeder ist willkommen
Franz Kafka, Amerika

Niemals war es ihm gelungen, irgendetwas zu Ende zu bringen. Doch wenn er das Haus verließ, pfiff er stets eine kleine Melodie.
Fünf Jahre lang hatte sie an der Aussteuer einer künftigen Königin gestickt.
Er war schön, stark und gewalttätig. Ein Halbgott inmitten blasser Sterblicher.
Nach einem ersten, ungeschickten Versuch zu lieben, beschloss er, es für immer aufzugeben.
Sie hätte regnen mögen. Der Regen sein.
Im Leben war er Pilot gewesen. Heute löst er Kreuzworträtsel.
Sie schreibt einen Brief, legt ihn in einen Umschlag und setzt sich neben den Briefkasten.
Stets schwankte sie zwischen dem Wunsch zu wissen und nicht zu wissen, wer sie eigentlich war.
Sie war wirklich hässlich. Sie verzieh alles und jedem.
Ich bin die Königin der Straße. Ich bin billig. Mein Reich ist unendlich.
Zu seinen Aufgaben gehörte es, es an einer bestimmten Stelle Gehet hin in Frieden zu sagen. Allerdings glaubt er längst nicht mehr daran.
Sie hatte eine Schwäche für verheiratete Männer. Sie wusste, dass sie einst ihr Ruin sein würden und tatsächlich kam es nicht anders.
Sein erster Freund war ein Rabe, der zweite ein Buckliger.
Biografie eines Leoparden lautete der ambitionierte Titel seines ersten Werkes.
Auf die Frage, weshalb er sie eigentlich geheiratet habe, antwortete er, weil der Hund nicht bellte, wenn er dich sah.
Kurz vor seinem Tode ließ er den Friseur zu sich kommen. Einmal im Leben wollte er sich in Locken sehen.
Roulette war sein Leben. Sein System war unfehlbar und ließ ihn niemals gewinnen.
Aus seinem Mund kamen nichts als Lügen. Diese verzauberten Tage und Landschaften und Frauen jeden Alters.
Er ist nun bereits an die sechzig, und noch immer wollen die Kinder einfach nicht mit ihm spielen.
Wenn sie das Flussufer entlang schreitet, trägt sie in ihren Händen einen Mädchentraum.
Der Mann, der im Unterhemd am Küchenfenster steht und eine Zigarette raucht.
Mit sechsundachtzig Jahren wartet er noch immer.
Selbst wenn er niemals in seinem Leben von Joseph Roth gehört hatte, er war der heilige Trinker.
Aufgrund der unzweifelhaften Komplexität des Lebens waren seine Erörterungen einfach unerschöpflich.
Seit Generationen hatte das Wort darauf gewartet, von ihm ausgesprochen zu werden.
Ihr Name ist Aphrodite. Als Mädchen war sie mit einem Mann verheiratet worden, den sie niemals zu lieben gelernt hatte.
Es gab viele Dinge, die er gerne getan hätte, aber ebenso mochte er untätig zu sein.
Noch zu Grundschulzeiten hatte er beschlossen, dass die Welt niemals wieder über ihn lachen würde.
Seine Gutmütigkeit war ein Fass ohne Boden. Auf Dauer war sie nicht auszuhalten.
Er schämte sich keineswegs dafür, um Mitleid zu heischen. Die Frauen waren hingerissen von seiner melancholischen Vitalität.
Sie war ein altkluges Mädchen. Unfreiwillige Schiedsrichterin ewig sich streitender Eltern.
Auf die Frage, was es denn einmal werden wolle, gab das Kind zur Antwort Bettler. Sein Wunsch sollte in Erfüllung gehen.
Einer musste das Schweigen seiner Ahnen durchbrechen. Er hatte keine Wahl.
Zwar hatte er keine Ahnung, wer seine Frau eigentlich war, aber er fand sie immer noch recht ansehnlich.
Im Alter von achtundachtzig Jahren ist seine Psychoanalytikerin gestorben. Ohne seinen Fall gelöst zu haben.
Seine Ziegen nannten ihn Goldfinger.
Jeden Sonntag schenkt er der Welt das vollkommene Bild eines perfekten Gentleman.
Für sie existierte das Glück nur, wenn es ihr gelang, Worte dafür zu finden.
Jedes Mal, wenn im Dorf jemand starb, hielt er das Pendel der Standuhr an.
Wenigstens einmal im Leben hätte er gerne den Neid der anderen auf sich gezogen.
Sein Hobby waren Modelleisenbahnen. Er liebte die Pünktlichkeit der Züge und misstraute den Frauen zutiefst.
Sein Name war Eros. Wie hätte er nicht den Gesetzen seines Gottes gehorchen können?
Ruf mich an, sagte er zu jedem, der ihm über den Weg lief. Doch er antwortete nie.
Während er seine Frau über den grünen Klee lobte, verlor er sich in den großzügigen Armen seiner wechselnden Geliebten.
Im Alter von dreiundsechzig Jahren begann er ernsthaft darüber nachzudenken, Nihilist zu werden.
Er liebte Flughäfen. Er hätte immer reisen mögen ohne jemals irgendwo anzukommen.
Erotische Filme waren ihr ein willkommener Zeitvertreib, eine Art persönliches Fegefeuer.
Sie war traurig zur Welt gekommen. Die Menschen trauten ihr nicht über den Weg.
Ihr Motto lautete: Ans Unglaubliche glauben. Unglaublich sein.
Geduldig wartete er am Ausgang auf die beiläufigen Küsschen von Kellnerinnen, Krankenschwestern und ehemaligen Schülerinnen.
Ihre Leidenschaft war das Kartenspiel. Ihr Tod hatte exakt die Dauer einer Partie Skat.
In angeheitertem Zustand rühmte er sich gerne der Tatsache, dass sein einziger Sohn unter der Dusche gezeugt worden war.
Sie war von Natur aus skeptisch. Stets korrekt gekleidet, allerdings ohne Chic. Sie hatte ein Geheimnis.
Mit fröhlicher Gleichmut erklärte er gerne zu später Stunde, dass er es müde sei, ein Mensch zu sein.
Der Tag, an dem ein Paparazzo ihn mit einem Starlet in der Via Veneto fotografiert hatte. Das Leben!
Als junge Frau hatte sie sich einen Koffer gekauft und sich reisefertig auf einen Stuhl ans Fenster gesetzt.

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23 commenti

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23 risposte a “UNA POESIA INEDITA di Stefanie Golisch “Breve elenco dei destini” con traduzione dell’autrice in tedesco e versione in inglese di Peter Douglas con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. La poesia di Stefanie Golisch è il luogo della duplicazione e della moltiplicazione di ogni forma, in essa i “mondi” si compenetrano, si identificano ma solo come identità di relazioni, unità di funzioni; sono trans-significati. Questa “compenetrazione” ha luogo perché qui il poeta non sta di fronte alla morte ma si è posto nel centro di ogni relazione dove ogni cosa viene ricondotta all’unità di un morto mondo poetico. Non dunque l’incapacità di dare Gestalt alla vita è la povertà del poeta, ma il riuscirvi, il riunire ogni forma nella morte della Forma, dove l’estensione spaziale della versificazione si converte nella interversione del poeta che sta come al di fuori della poesia, dove le Gestalten diventano musica, ritmo, canto della povertà, poesia della datità. La Golisch qui arriva alla “mancanza di forma” come suprema virtù della Forma stessa. Ma la “mancanza” non è qualcosa che si può attingere, non è l’ancora da plasmare, è una assenza, una cesura che delimita internamente ogni Forma, è il limite interno della Forma che nemmeno il poeta può oltrepassare:

    Il suo primo amico era un corvo, il secondo un gobbo.
    Biografia di un leopardo era il titolo ambizioso dato alla sua opera prima.
    Alla domanda perché l’avrebbe sposata rispose perché il cane non abbaiava, quando ti vedeva.
    Poco prima di morire, fece chiamare il parrucchiere. Era curioso di vedersi con i capelli ricci.
    La roulette era la sua vita. Il suo sistema era infallibile, ma non indovinava mai.

    Forse nessun poeta contemporaneo italiano è giunto con tanta drastica coerenza come la Golisch a un tale risultato, a una totale mancanza di forma che costituisce il trionfo della Forma stessa. L’imperversare della molteplicità dei destini è il codice segreto che costituisce la struttura del “destino”, se così vogliamo dire. Se, come è stato detto, «la rima è la relazione della gioia», qui è proprio la prosa del verso che diventa la relazione della tristezza del poeta, il quale non può giungere fino al punto di dare forma a una struttura che già da tempo immemorabile ha perduto quella proprietà.

  2. Ambra Simeone

    Caro Giorgio,

    Interessante questo tipo di approccio poetico, potrebbe essere, anzi lo è, un esempio di “poesia racconto” di cui parlavamo per mail. Esiste una poesia che fa il verso alla narrativa in modo molto eclatante per la struttura (raccontare una serie di eventi e personaggi). Eppure la chiamano poesia!

  3. Cara Ambra,

    alla fin fine c’è una verifica che toglie ogni dubbio tra la poesia e la prosa: scrivere la medesima composizione con l’a-capo e senza l’a-capo, e poi vedere se quella composizione risulta migliore in poesia o in prosa. Questa composizione di Stefanie Golisch riesce senza dubbio meglio con l’a-capo, ciò vuol dire semplicemente che è poesia.

    • Ambra Simeone

      caro Giorgio,

      non saprei, qui sul blog non si riesce a distinguere l’a-capo giusto, è proprio la formattazione che non lo permette. Comunque ho letto molti libri di narrativa con periodi brevi e punti a iosa… a me sembra una prosa di stile narrativo (un vero e proprio racconto) infatti leggo nella bio che è una scrittrice e traduttrice e si vede! Ciò non toglie che a me piace…

      In generale io noto molte più differenze sul piano contenutistico che formale tra prosa e poesia ai tempi d’oggi. Non è sempre stato così, per la verità era il contrario, ma adesso io noto che una poesia sia diversa dalla narrativa per il suo contenuto. Se tu scrivi una storia rimane un contenuto narrativo (a meno che tu non lo faccia in esametri), mentre delle riflessioni sconnesse da un’impianto narrativo per quanto seguano una forma prosastica sono poesia! Un altro parametro è la brevitas, una poesia così lunga dimostra che l’impianto narrativo c’è, una poesia anche prosastica dovrebbe essere più concisa!

      Ma è solo una mia riflessione che andrebbe approfondita e digerita anche da me stessa… diciamo che però le basi del discorso ci sono!

  4. gabriele fratini

    Il verso lungo al confine con la prosa mi sembra la scelta giusta per un testo del genere. Apprezzata

  5. Questa è una delle migliori poesie sul non luogo pubblicate qua sopra!

  6. Luciano Nanni

    Ho l’impressione che sia più prosa – per quanto originale – che poesia.

  7. Valerio Gaio Pedini

    esiste la poesia in prosa “primariamente”. In secondo piano se la prendessi come narrazione sarebbe troppo incalzante. Ha un ritmo da verso, non un’aritmia. L’assenza di forma, cosa che fecero poeti come Turgenev, Baudelaire, Rimbaud, Whitman, Ducasse è già il ridimensionamento di una forma. Ti dico che la forma non è possibile, ergo la ricostituisco nella sua assenza:quello che molti, anzi troppi minimalisti e scribacchini del verso non hanno compreso.

    • Ambra Simeone

      caro Valerio,

      hai mai letto un libro di Carlo Lucarelli? potresti capire cosa vuol dire avere un ritmo incalzante, ma scrivere un libro di narrativa! Non è questa la differenza…

      • Valerio Gaio Pedini

        Lucarelli per me non è nemmeno considerabile come autore. La differenza la noto. Lucarelli poi deve creare climax, quindi mette peridi brevi per incalzare. Ma qui non crea climax ascendente. Non è lo scopo di questa poesia. Ho studiato narrativa americana. so benissimo cosa significa fare periodi. E spesso li faccio anch’io in prosa. Ma periodi di flusso così oramai sono difficili da vedere

        È partito. Ritornato. Ci ha provato. Non ce l’ha fatto. È impazzito.

        Sarebbe più un flusso. Quindi, se per racconto dovremmo pensare all’ulisse di Joice. Okay. Ma l’ulisse non è narrativa. O meglio si sviluppa intorno ad una tematica complessa del significante, ma è priva di un domanda drammaturgia principale. Qui non puoi dire che è narrativa, perché non c’è proprio questo: la domanda drammaturgica principale. Mi sembra più descrittiva, espositiva che narrata. Secondariamente gli a capo non sono casuali. E poi prendi degli esempi seri, non Lucarelli! Certo, poi che il racconto abbia tutte le sue diramazioni sperimentali di cui sono fautore è vero, ma non la considero narrativa. E’ una questione di scopi. Lo scopo dei punti di un giallista è spannung, qui non vedo spannung. Quindi forse potrei definirla una poesia in prosa, ma avrebbe una centralità poetica. Poi va bene: potremmo parlare del collegamento tra poema e narrativa,dato che nasce da lì. Quindi sì, la mia era una questione generale. Ma no, non puoi confrontarlo con Lucarelli. E no, la punteggiatura di cui tratto qui assume uno scopo diverso.

        • Ambra Simeone

          Valerio non ho confrontato questa scrittrice con Lucarelli e neppure questo testo con quello dei libri noir di Lucarelli. Ti ho solo fatto un esempio calzante di periodi incalzanti che mi sembra di notare che con climax o anticlimax sono presenti anche in questo testo. E poi quali sono esempi seri per te? Bisogna prendere in considerazione tutti gli esempi. Sarebbe come analizzare il mondo animale tenendo conto solo dei criceti come fauna mondiale! E poi non so come riesci a dire che non sia raccontata una storia in questo testo, quando parli di descrizione parli di narrativa, il flusso riguarda riflessioni interne e metali che qui ci sono, ma c’è anche altro!

          • Valerio Gaio Pedini

            vedi una domanda drammaturgica principale? te la poni?

            • Valerio Gaio Pedini

              non ho detto che non c’è una vicenda, ho detto che questa vicenda non è narrativa, il che è diverso. Se ti scrivo: Antonio portava fuori il cane non è narrativa. Deve accadere qualcosa ad Antonio o al cane o ad entrambi e soprattutto deve risolversi la domanda drammaturgica principale. Qui non mi pare avvenga questo. C’è altro, molto altro. Poi per me la narrativa è ovvia. Qui non c’è quel’ovvio. E nemmeno tu fai narrativa, anche quando fai narrativa.

              • Ambra Simeone

                Domanda drammaturgica? Di cosa parli di testi di teatro, di narrativa, di poesia? Questo testo è un “elenco di destini” ovvero un elenco di storie, personaggi, scopi di vita falliti o meno. Un contenuto più narrativo di così ed esposto nel miglior modo in prosa!

                • Valerio Gaio Pedini

                  la domanda drammaturgica principale è una questione teatrale quando narrativa, poiché nel teatro drammatico c’è una narrazione. nella poesia non è detto che avvenga. E non è detto che una poesia che utilizzi meccanismi della narrativa : lo spleen di parigi, non sia poesia. Può essere poesia narrata, ma ciò non la rende narrativa nel senso categoriale del termine, poiché la matrice prima è la poesia. Anche se dividere tutto mi sembra idiota. Tutto ha un’unica matrice.

                  • Ambra Simeone

                    Valerio narrativa e poesia si sono mescolate e continuano a mescolarsi ormai da una trentina di anni a questa parte. Ho soltanto avanzato l’ipotesi di capire tramite parametri vari (non solo formali ma anche contenutistici, dato che forma e contenuto sono legati) da dove può derivare questo testo che ho sempre chiamato tale né poesia né racconto. Secondo me deriva dalla narrativa!

  8. Mi trovo in perfetta sintonia con questa scrittura. Mi sembra che Stefanie Golisch riesca a rendere invisibili le pause necessarie al verso nel suo farsi, e questo non è facile. L’attenzione non è data alla fine del verso ma al suo inizio, che proviene dalla pausa resa invisibile (anche per questo l’a-capo è prosastico, non ha funzione estetica, è ordinaria necessità), da qui l’imprevedibilità, che è costante della poesia, e gli scarti che interrompono la prosa facendola a pezzi.

  9. antonio sagredo

    Dovreste trovare una unità di intenti, poi che non avete torto, ma avete la colpa di una presunzione originaria… cercate di capirmi: ognuno di voi procede per anticipo sull’altro, i concetti si confondono – non confondono me che sono avvezzo – ma il lettore del blog: bisogna dunque che facciate una esposizione meno specialstica (se lo è!) e chiaritevi ancora di più… ma devo dire che il Mayoor infine e ribadisce e ripete un concetto di Sklovskij (che non sapeva che era stato già detto una ottantina di anni fa nel suo testo “la mossa del cavallo”!) e cioè che la scrittura in ogni sua manifestazione procede come il cavallo degli scacchi.
    antonio sagredo

  10. Un saluto a tutti da parte dell’autrice!
    Ho letto con interesse i vostro commenti e vi ringrazio.
    Nella mia percezione – che è soltanto una tra tutte le possibili! – quest0 testo è una specie di carnevale di vita. E, scusate, la vita si svolge in poesia o in prosa?
    Io , dopo tutto, un genere preciso del vivere non riesco più a definire. E perché mai si dovrebbe…?
    Nel “Breve elenco dei destini” la funzione estetica si subordina semplicemente alla ordinaria necessità, come ha scritto Luci Mayoor Tosi.

    P.S. : Mi piacerebbe che ogni lettore andasse avanti per conto suo a compire questo testo che, per logica interiore sua, è infinito….

  11. Franca Alaimo

    Ma godere il testo in sè, senza masturbazioni mentali? C’è ancora qualcuno che sa farlo?

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