ANTOLOGIA DELLE POESIE di Patrizia Cavalli da La maestà barbarica e Stanche divinità – “Le poesie di Patrizia Cavalli come i tableaux parisiens di Baudelaire. Il fascino delle rime anarchiche”  Commento di Alfonso Berardinelli e un Commento breve di Giorgio Linguaglossa

 Not Vidal Moon 1995

Not Vidal Moon 1995

da il Foglio sabato 7 dicembre 2013

 Canto di amore e di musica Commento di Alfonso Berardinelli

Come gli americani hanno appena scoperto entusiasti il pensiero di Leopardi traducendo lo “Zibaldone”, così hanno anche scoperto la poesia di Patrizia Cavalli e ora ce la insegnano. È appena uscita per la Farrar, Straus and Giroux di New York un’ampia antologia dai suoi primi cinque libri, pubblicati dal 1976 al 2006, con il titolo “My poems won’t change the world” a cura di Gini Alhadeff.

Rileggere qui, in questo bel volume di grande formato, hard cover e sovraccoperta con una foto irresistibile dell’autrice, le poesie della mia grande amica mi ha risvegliato da un lungo sonno. Mi ero addormentato da troppo tempo sulla certezza del loro valore e carattere unico nella poesia italiana dell’ultimo mezzo secolo. Mi era bastato ripetere a ogni occasione che le poesie di Patrizia Cavalli sono uno dei pochi punti fermi in un mare di confusione e di valutazioni sbagliate: ora devo accusare la mia soddisfatta pigrizia e la mia ignavia di critico.

D’altra parte devo dire che questa mia pigrizia poggiava su un’ottima ragione, della quale sono ancora convinto: la vera e migliore poesia sta in piedi da sola, basta leggerla, non ha bisogno di esplicazioni, analisi, commenti e perorazioni avvocatesche. E’ stato giustamente teorizzato che il valore letterario e artistico non si “dimostra” come un teorema, si può soltanto eventualmente “argomentare” con passione dialettica e abilità retorica, ma non si tratta di sillogismi o di verità scientifiche, si tratta di evidenze fisiche e mentali che richiedono occhi per vedere e orecchi per sentire. Ma per questo ci vogliono lettori capaci di leggere. Invece la cosa più comune è che la poesia non viene propriamente letta, viene anzitutto pensata come valore in sé, valore nominale, astratto, extra-sensoriale e perfino extralinguistico. Quando si deve valutare, decidere, distinguere fra una poesia e un’altra, fra un autore e un altro, coloro che ci riescono, coloro che osano sono sempre stati pochi e ora sono anche meno.

Nel caso di Patrizia Cavalli si verifica però un fenomeno rassicurante: i lettori ci sono e sono molti, comprano il libro, leggono e capiscono, ricordano questa poesia o quest’altra, certi versi li sanno perfino a memoria. Chi non capisce o dimostra scarsa capacità di lettura nonostante l’armamentario specialistico, sono i critici, gli studiosi, gli accademici. Quando ci si innamora troppo delle tecniche di analisi del testo, finisce che un testo vale l’altro, perché il critico è tutto preso dalle proprie tecniche e pensa che per capire sia sufficiente applicarle.

Not Vidal Snowballs

Not Vidal Snowballs

Tanti anni fa, quando ero giovane, amici più anziani e autorevoli mi hanno fatto credere che promettevo bene come critico letterario. Non dico che è stata la mia rovina, ma che è stato un equivoco. Mi sono accorto presto che in fondo preferivo più discutere di letteratura in generale, o “dire cattiverie” ragionate su qualche cattivo scrittore esageratamente apprezzato, che applicarmi a produrre magnifici saggi su autori amati. Gli autori amati mi bastava frequentarli, leggerli e rileggerli, e pensavo che bastasse anche a loro. Non avevano certo bisogno di me e della mia propaganda ermeneutica. Quando uno scrittore e soprattutto un poeta ti piace, ti convince, ti sorprende, allora il silenzio, secondo me, è la cosa più naturale. Tanto più che a differenza della critica d’arte o musicale, nella critica letteraria si devono aggiungere parole ad altre parole e con le parole di un poeta la lotta è impari.

Con le poesie di Patrizia Cavalli mi è sempre successo questo. La mia comprensione era più percettiva che analitica e discorsiva. Ma ora che ho fra le mani questo libro americano, con il testo italiano a sinistra e la traduzione a destra, con la prefazione della curatrice, le perspicaci osservazioni tecniche dei traduttori e le dichiarazioni acutamente apologetiche di alcuni scrittori sulla quarta di copertina, mi sembra di dover ricominciare.

Evidentemente tradurre un poeta è il miglior modo di leggerlo. Un momento: l’ho appena detto e già mi sembra falso. Neppure il lavoro del traduttore garantisce la comprensione. Tutto dipende dall’autore tradotto e dalle esigenze di chi traduce. Spesso in chi legge poesia in una lingua che non è la propria, la prima cosa che sfugge è la vitalità della lingua, il suono e il tono della voce. In poesia la lingua è tutto, perché in una lingua che sia viva è difficile scrivere stupidaggini. Rileggendo queste poesie con la traduzione inglese accanto, ho riscoperto la forza depuratrice, disintossicante dell’italiano di Patrizia Cavalli. Il suo lessico è misto e ibrido, ma la sua dizione è immancabilmente pura. Si intuisce subito che è proprio la purezza della dizione lo scopo per cui scrive. Quando una cosa è precisamente detta, la mente guarisce dal malessere, dalla malattia dell’imprecisione. La purezza non è altro che il risultato dell’energia e vitalità linguistica e l’energia è anche la possibilità di ottenere il massimo con la minima quantità di parole. Di solito l’inglese è più sintetico e breve dell’italiano: quando scriviamo in prosa ci accorgiamo di quanto siano pesanti e poco maneggevoli i nostri polisillabi, le flessioni verbali, le preposizioni semplici e articolate. Basta scorrere l’indice di questa antologia per vedere che invece fin dal primo verso l’italiano della Cavalli spesso batte l’inglese in velocità e brevità. Anche nei casi in cui la traduzione replica l’originale in perfetta simmetria, perfino il lessico italiano scelto dalla Cavalli è più rapido di quello inglese.

Bisogna ringraziare il poeta che rende fieri della propria lingua e ne esalta le risorse. Non voglio dire che rapidità e brevità in poesia siano un valore o un dovere. Anzi, la stessa Cavalli sa fare altro. Nei suoi libri più recenti che sono anche, credo, i migliori, “Pigre divinità e pigra sorte” del 2006 e “Datura” pubblicato qualche mese fa, compaiono sette poemetti di varia misura e tessitura, uno, il più lungo, in forma teatrale. In questi casi, la velocità (che mi fa pensare a volte a Emily Dickinson) è sostituita da una crescita ramificata di figurazioni, personificazioni, argomenti, scene urbane (che mi ricordano certi “tableaux parisiens” di Baudelaire). Ma tanto la velocità che l’architettura ubbidiscono alla ricerca dell’enunciato e della sintassi più efficienti e fedeli alla cosa da dire: forme verbali che afferrano il pensiero nel momento in cui accade, o meglio lo inventano, che sia semplice e diretto o laborioso e variato. A volte esclamazione, preghiera, invettiva, aforisma. A volte auscultazione, raziocinio, recita umoristica con tutti i suoi attributi e procedimenti retorici.

 jhina alvarado artodyssey

jhina alvarado artodyssey

Alcuni dei suoi quattordici traduttori hanno osservato per esempio (cosa secondo me decisiva) che la musica verbale della Cavalli non è affatto così semplice da tradurre come sembra: la sua particolare velocità, dice Jorie Graham, in inglese “può diventare quasi banale. Ho provato a conservare la ricchezza di significati multipli nella velocità del passaggio da una lingua all’altra. E l’italiano della Cavalli è così spontaneamente, naturalmente idiomatico, e l’idioma abbrevia, mentre nell’american english si tenderebbe a usare un idioma specifico, ma questo rischia di suonare totalmente falso tradendo la semplicità a tutti comprensibile del suo tono”. Geoffrey Brock dice: “Ho cercato di dare in inglese alle sue poesie un’ossatura metrica flessibile, più o meno analoga al suo uso del metro italiano, che ho sempre trovato sia piacevole che sorprendente (…) una delle cose che amo di più nell’italiano delle sue poesie è il modo in cui la sua lingua, così contemporanea, fa uso e ridà vita a certe tecniche tradizionali”.

Anche Rosanna Warren annota qualcosa di simile: “Ho cercato di usare un pentametro inglese flessibile come base (…) perché Patrizia usa una misura endecasillabica flessibile. Trovo affascinanti queste poesie per la loro combinazione di espressioni colloquiali, casuali e di modi filosofici petrarcheschi (‘il mio bene’, ‘il mio male’); di affermazioni molto dirette, prosaiche; e di un improvviso decollare verso un linguaggio figurato”.

Mentre David Shapiro sottolinea il fatto che “lei ti sta dando l’état présent di tutta la sua anima, il suo stato presente ma anche il presente del mondo (…). E’ come aver scoperto una poesia greca, quando i greci volevano essere veramente felici”.

Come lettore avevo sempre notato le stesse cose. Nonostante la velocità e l’improvvisazione dei suoi incipit, arrivano presto, se non subito, gli endecasillabi, le rime per caso o per equilibrio fonico, rime quasi sempre fuori schema, anarchiche, fisiologiche, che sembrano autoprodursi dalla lingua d’uso, oltre che dalla memoria istintiva di un ordine classico remoto che arriva in soccorso al momento giusto a dare forma all’informe. Non c’è nessuna coerenza stilistica intenzionale. Non c’è neppure un’idea preconcetta di poesia. Tutto nasce dalla testarda volontà di afferrare ciò che sfugge, non la verità ma la cosa come è, mentre si forma e si trasforma.

Facciamo per un momento il gioco preferito dei critici, quello dei precedenti e delle influenze. Che cosa si può riconoscere a vista? La violenta immediatezza di Saffo e di Catullo? La teoria degli “spiriti corporei” di Cavalcanti? Le canzoni di Dante (“Amor che ne la mente mi ragiona”)? I sonetti di Petrarca (“Pace non trovo e non ho da far guerra”)? L’endecasillabo sciolto, diaristico di Leopardi? E naturalmente l’antinovecentismo di Saba, Penna, Morante. Presupposti sia lontani che prossimi, classici e comunque non imitabili. Autori a cui si può chiedere aiuto, o che vengono in aiuto spontaneamente solo perché il simile attira il simile.

Non è difficile ricapitolare le prime evidenze di questo stile: (a) la paradossale naturalezza della metrica (metrica che è nello stesso tempo artificio e istinto); (b) le rime che arrivano a sorpresa quando è arrivato il momento, quando si annunciava una minaccia di disordine; (c) la sintassi a volte elementare e lineare, tagliata a misura del verso, a volte spezzata o sghemba o dilatata fuori misura, che non si sazia di aggiungere specificazioni e distinzioni; (d) il lessico impietosamente o amorevolmente preciso, non sospettabile di selettività e squisitezza letteraria, lessico parlato e parlabile, anche se specializzato.

All’improvvisazione che taglia e scorcia si alternano le tecniche retoriche, gli spazi mentali dell’allegoria, i tempi vocali del teatro o dell’epigramma, l’andamento esplorativo, rallentato delle descrizioni dal vero e poi sempre più spesso, nei due ultimi libri, la costruzione del poemetto a tema.

alfonso berardinelli

alfonso berardinelli

Per la copertina americana il più famoso dei poeti newyorchesi, John Ashbery, ha scritto queste due righe, che propongono un’arguta confutazione del titolo “le mie poesie non cambieranno il mondo”: “Like Emerson, Patrizia Cavalli says the same thing over and over, and each time it is amazingly fresh and surprising. The world does change, in the telling”. Così viene detto in breve quasi tutto. Si parte con il riferimento audace e umoristico a un serissimo moralista come Emerson, ma la cosa vale quasi per ogni classico: non sono pochi quelli che tendono a ripetere la stessa cosa in modo sempre nuovo e sorprendente. Ma non è vero che si tratta sempre della stessa cosa. Ogni volta che la dici, la cosa cambia. Perfino il mondo cambia, quando lo dici di nuovo.

E Jhumpa Lahiri ha dichiarato: “Leggere Patrizia Cavalli è pura estasi. Riesce a unire l’acume erotico di Catullo e la limpidezza degli haiku. Con disarmante esattezza dà voce all’instabilità, alle assurdità, alla penetrante intensità dell’amore. Forse le sue poesie non potranno cambiare il mondo, ma hanno cambiato la mia vita”.

In una delle sue rare interviste, Patrizia ha parlato della sua poesia come del solo mezzo che ha per “conoscere e capire nel modo più efficace e rapido possibile” e ha definito la poesia “l’unica scienza di cui mi fido”. Mi scuso per l’autocitazione, ma ora che ci penso, ricordo di aver scritto anni fa questo breve testo non firmato: “Fare scienza di tutto ciò che la scienza trascura o ignora: sembra questa la vocazione più forte e costante che si manifesta (o si nasconde) nella poesia più recente di Patrizia Cavalli. Che pur somigliando sempre a se stessa, sviluppa ora un’attitudine riflessiva di genere filosofico intorno ai misteri di ciò che solo in apparenza è chiaro: le ragioni e le condizioni del piacere e del dolore, i mutamenti impercettibili e decisivi che confondono o che intensificano quello che sentiamo e siamo”.

L’occasione di queste parole era l’uscita nel 2006 di “Pigre divinità e pigra sorte” e sentivo che era ora di mettere da parte lo stereotipo della grazia, della leggerezza e del quotidiano, “tutte parole” aveva detto Patrizia “che mi hanno sempre fatto venire il voltastomaco”.

Ci si era abituati a considerare la Cavalli una ragazza atemporale, le cui poesie non sopportavano né cronologia né storia, sembrava che nascessero per germinazione naturale, senza lavoro, riflessione, complicazione, costruzione. Ma poi il tempo ha costretto la ragazza atemporale a un’ardua lotta per discriminare il vero e il falso e contro ogni realtà fittizia: l’ha spinta a diventare un filosofo per necessità, mistico-materialista o eroico-illuminista (perciò piace tanto sia ad Agamben che a me) che combatte con forze terrestri e celesti, che può essere abbattuto ma mai soccombente.

Questo è stato l’anno della Cavalli e c’è da aggiungere qualcosa. Prima è uscito il cd “Al cuore fa bene far le scale”, con poesie e canzoni musicate e cantate da Diana Tejera. Poco dopo è stata pubblicata la nuova raccolta “Datura”, un libro più mentale e umoristico degli altri, o diversamente irruento, nel quale i poemetti sono addirittura cinque e il più lungo, “Tre risvegli”, operina teatrale comico-allegorica, occupa la sezione centrale del libro. Qui la cosiddetta interiorità è rappresentata come la rete che lega corpo, cielo, amore e mal di testa in un groviglio di cause e di effetti elementari e mai prevedibili. Viene offerta al pubblico una radiografia drammatica e una vicenda a lieto fine sulla vita psichica come commedia fisica.

Patrizia Cavalli nasce a Todi nel 1947 e vive a Roma dal 1968Si trova in questo libro anche una delle cose più belle e potenti che la Cavalli abbia scritto, il poemetto baudelairiano, “La maestà barbarica”. Si tratta della personificazione vivente di una sovranità senza scopo né meta, che inscena una strategia di pose e gesti, di parole indirizzate al nulla o “a certe alte / infami autorità” senza volto. Protagonista è una sublime parodia del tragico, una mendicante regale che non mendica affatto, che non chiede, a cui spontaneamente si dà quello che lei svogliatamente, distrattamente preferisce. E’ una musa “arcaico-tragica” che sfida il senso comune e per provocazione si mostra caduta in basso mentre in realtà è sempre altrove, “in un oscuro dove”.

C’è un messaggio? Forse sì, se solo si vuole. Chi sfida e trascende la comune realtà lo fa a rischio di follia. Ma la follia può diventare un’arte, o più di una, un linguaggio destinato a chi non c’è o non si vede, un modo di essere che non si mescola con gli usi del mondo.

Un consiglio per i pigri, gli increduli e chi ha paura di leggere. Cominciate dal cd pubblicato da Voland, parole della Cavalli, musica e voce di Diana Tejera. Vedrete che la Tejera legge per voi le poesie cantandole, verso dopo verso, parola per parola. Dopo un po’ cercherete di cantare come lei, ma non sarà facile.

Patrizia Cavalli è nata a Todi nel 1947 e vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte di versi: Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), Il cielo (1981), Poesie 1974-1992 (Einaudi, 1992), L’io singolare proprio mio (Einaudi, 1999), Sempre aperto teatro (Einaudi, 1999), Pigre divinità e pigra sorte (Einaudi, 2006). Per le musiche di Diana Tejera ha realizzato i testi di Al cuore fa bene far le scale (con CD audio, Dati Voland, 2012).

 

giorgio linguaglossa

giorgio linguaglossa

Commento breve di Giorgio Linguaglossa

 Ovviamente, non condivido il giudizio di Berardinelli sulla poesia di Patrizia Cavalli. Ritengo l’ipercitato fortunato libro di esordio del 1974 della poetessa romana Le mie poesie non cambieranno il mondo, il vero capostipite di quel tipo di poesia che ha avuto il merito (a mio avviso anche il demerito) di riscoprire il privato e il quotidiano del privato in un momento storico particolare, quando si esaurisce l’onda lunga della poesia della contraddizione, della poesia civile o impegnata come si diceva allora. Il prosieguo della poesia cavalliana sarà tutto inscritto in quella formula dello scetticismo e dell’egocentrismo ironico, della desublimazione ironica e iconica che fornirà la materia dello zoccolo duro che prenderà corpo nel minimalismo romano degli anni Ottanta e Novanta. Era l’algebra di una cultura in via di esaurimento. Era un tipo di poesia che si muoveva, pur con qualche brillante spunto ironico e istrionico, lungo il percorso epigonico della cultura poetica del Novecento. Le ultime prove della Cavalli a mio avviso non aggiungono nulla di nuovo a quanto scritto nel passato, non sono altro che delle superfetazioni della sua antica poetica dello scetticismo e dell’ironisme. Quanto alla questione della democratizzazione della poesia che il primo libro della Cavalli inaugura, ritengo questo fenomeno del tutto negativo perché ha indotto il pubblico a credere che la poesia che si capisce subito sia la vera poesia mentre quella che richiede più letture, e quindi sforzi notevoli al lettore, sia poesia da derubricare, da non leggere. Si è instaurata così in Italia l’idea che la poesia debba mirare alla comunicazione, con enfatizzazione del corpo e del privato, ma il fatto grave è che anche critici preparati siano caduti in questo luogo comune ed abbiano esaltato a dismisura gli autori immediatamente comprensibili e commestibili. Di qui alla sopravvalutazione degli autori del minimalismo il passo sarà breve.

 Scrivevo in Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000-2013) [Società Editrice Fiorentina pp. 148 € 14): «Con Patrizia Cavalli arriviamo alla poetica della complessificazione e dello sdoppiamento dell’«io» e dello «sguardo»: il dettato dell’io è un satellite che ruota in un’orbita, in un tessuto sostanzialmente narrativo e narrativizzato; è questa l’intelaiatura base sulla quale cucire l’abito del «commento», della «didascalia», della «glossa», della «tiptologia» alle notizie del multiverso totalmediatico. Siamo lontanissimi dalla numinosità della poesia deangelisiana, tuttavia, in un certo senso, le due procedure sono segretamente imparentate, l’una si pone in segreta concorrenza con l’altra, ma è una concorrenza tutta interna al fatto letterario, anzi l’una prende forza e vigore dall’esistenza dell’altra. È una controdanza fondata su un patto di stabilità, di reciproca non belligeranza tra le due posizioni. Il minimalismo tende a riprodursi in post-minimalismo, il discorso post-lirico in discorso sul «privato», e qui il poeta che si distingue per stringatezza e nitore drastico è senz’altro la romana Patrizia Cavalli, l’autrice che ha varcato il Rubicone della poesia «illustre» della tradizione, che ha optato per il «privato» desublimato e per lo stile da sms, da finto linguaggio di twitter e di facebook, emblematica espressione di paralipomeni collocativi, della problematica crisi del discorso poetico nel mezzo dei linguaggi mutageni dell’evo mediatico».

Edward Hopper

Edward Hopper

Stanche divinità
.
E se mi guardi davvero e poi mi vedi?
Io voglio che stravedi non che vedi!

*

Se i miei numeri non vincono
neanche quando non li gioco
vuol dire che per me non c’è più gioco,
nemmeno la sfortuna mi sta accanto.

*
Sono Pallade Atena
ma mio padre è romano
si chiama Giove Pluvio
e io lo chiamo lo chiamo.
Se lui arriva sto bene;
se ritarda sto male
io dipendo da lui
lui mi è Pasqua e Natale.

*
Amor che fa la rima
sta un po’ meglio di prima.
Amor che rima fa
tanto male non sta.

jane fisher diver

jane fisher diver

Da La maestà barbarica
.
Stanche divinità che mi lasciate all’anima
senza governo troppo esagerata,
voi che mi davate forme e nomi
ora anche voi indistinte vi sciogliete.
C’è al vostro posto una maestà barbarica
che gira nel quartiere, che fa di ogni caffè
e negozio casa sua e da padrona siede
dove capita per scrivere lettere agitate,
che imposta senza busta perché loro
sanno fin troppo bene dove andare,
dirette come sono a certe alte
infami autorità. Resta a lungo seduta
in ostensione del suo pensiero assorto
che le detta le parole più giuste, gli insulti
più appropriati perché possa raggiungere
– nessuno sa che cosa, ma raggiungere.
Mi è capitata in mano una sua lettera,
non c’erano né frasi né parole,
ma c’era una scrittura infatuata di consonanti
triple e vocali gigantesche, tenute
insieme da volute e colonnati,
la prova che il rovello è architettura.
(…)
Quando non fa le recite
o non scrive, si confeziona costumi
portentosi. Lei non segue la moda,
ma l’impone: vanno in molti a spiare
i suoi drappeggi, le cuciture a vista,
i tagli trasversali. La sua eleganza
è quasi una minaccia, passarle accanto
coi propri vestitucci un po’ si trema
e un po’ ci si vergogna. Io non oso parlarle,
ma la guardo, la guardo sempre,
discosta e laterale. Ogni giorno
ho bisogno di vederla, se non la vedo
la vado a cercare, se non la trovo,
provo paura e noia. Temo che muoia,
temo che scompaia.

*

Anche quando sembra che la giornata
sia passata come un’ala di rondine,
come una manciata di polvere
gettata e che non è possibile
raccogliere e la descrizione
il racconto non trovano necessità
né ascolto, c’è sempre una parola
una paroletta da dire
magari per dire
che non c’è niente da dire.

*

Nel cesto della biancheria sporca
riconosco l’estate,
i pantaloni leggeri le magliette.

Avevo troppa fretta di partire
per potermi fermare a ripulire
le tracce della corsa.

Ma prima bisogna liberarsi
dall’avarizia esatta che ci produce,
che me produce seduta
nell’angolo di un bar
ad aspettare con passione impiegatizia
il momento preciso nel quale
il focarello azzurro degli occhi
opposti degli occhi acclimatati
al rischio, calcolata la traiettoria,
pretenderà un rossore
dal mio viso. E un rossore otterrà.

*

Quante tentazioni attraverso
nel percorso tra la camera
e la cucina, tra la cucina
e il cesso. Una macchia
sul muro, un pezzo di carta
caduto in terra, un bicchiere d’acqua,
un guardar dalla finestra,
ciao alla vicina,
una carezza alla gattina.
Così dimentico sempre
l’idea principale, mi perdo
per strada, mi scompongo
giorno per giorno ed è vano
tentare qualsiasi ritorno.

*

Dolcissimo è rimanere
e guardare nella immobilità
sovrana la bellezza di una parete
dove il filo della luce e la lampada
esistono da sempre
a garantire la loro permanenza.

Montagna di luce ventaglio,
paesaggi paesaggi! come potrò
sciogliere i miei piedi, come
discendere – regina delle rupi
e degli abissi – al passo involontario,
alla mano che apre una porta, alla voce
che chiede dove andrò a mangiare.

diabolik particolare di  Eva Kant R. Lichtenstein

diabolik particolare di Eva Kant R. Lichtenstein

Ah sì, per tua disgrazia,
invece di partire
sono rimasta a letto.

Io sola padrona della casa
ho chiuso la porta
ho tirato le tende.
E fuori i quattro canarini
ingabbiati sembravano quattro foreste
e le quattromila voci dei risvegli
confuse dal ritorno della luce.
Ma al di là della porta
nei corridoi bui, nelle stanze
quasi vuote che catturano
i suoni più lontani
i passi miserabili di languidi ritorni
a casa, si accendevano nascite
e pericoli, si consumavano
morti losche e indifferenti.

E cosa credi che io non t’abbia visto
morire dietro un angolo
con il bicchiere che ti cadeva dalle mani
il collo rosso e gonfio
vergognandoti un poco
per essere stata sorpresa
ancora una volta
dopo tanto tempo
nella stessa posizione nella stessa condizione
pallida tremante piena di scuse?

Ma se poi penso veramente alla tua morte
in quale letto d’ospedale o casa o albergo,
in quale strada, magari in aria
o in una galleria; ai tuoi che cedono
sotto l’invasione, all’estrema terribile bugia
con la quale vorrai respingere l’attacco
o l’infiltrazione, al tuo sangue pulsare indeciso
e forsennato nell’ultima immensa visione
di un insetto di passaggio, di una piega di lenzuolo,
di un sasso o di una ruota
che ti sopravviveranno,
allora come faccio a lasciarti andar via?

*

Sarebbe certo andato tutto bene,
una passeggiata un caffè, al cinema
qualche volta insieme, le cene
a casa o al ristorante; sarebbe stato
insomma tutto regolare
se all’improvviso togliendosi gli occhiali
non si fosse seduta sorridendo
con un’aria leggermente impaurita
e i capelli un po’ spettinati
che la facevano sembrare appena uscita
da un sonno o da una corsa.

*

Per questo sono nata, per scendere
da una macchina dopo una corsa
in una strada qualunque e trafficata
e guidata dagli angeli piegarmi
attraverso il finestrino
sopra quei capelli e in silenzio
sentire l’odore di quel viso
dove poco prima avevo visto
come la bocca e gli occhi
si passavano un sorrido che non si apriva mai
e correndo veloce scompariva
in un attimo e tornava.

bello varietà

Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.

*

Mi ero tagliata i capelli, scurite le sopracciglia,
aggiustata la piega destra della bocca, assottigliato
il corpo, alzata la statura. Avevo anche regalato
alle spalle un ammiccamento trionfante. Ecco ragazza
ragazzo
di nuovo, per le strade, il passo del lavoratore,
niente abbellimenti superflui. Ma non avevo dimenticato
il languore della sedia, la nuvola della vista.
E spargevo carezze, senza accorgermene. Il mio corpo
segreto intoccabile. Nelle reni
si condensava l’attesa senza soddisfazione; nei giardini
le passeggiate, la ripetizione dei consigli,
il cielo qualche volta azzurro
e qualche volta no.

*

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

 Lichtenstein-Quadro-stampa-su-tela-Telaio-50x100-vernice-effetto-pennellate

Lichtenstein-Quadro-stampa-su-tela-Telaio-50×100-vernice-effetto-pennellate

Di essere ormai adulta l’ho capito
da come la notte vado al gabinetto.
Sicura di tornare al grande caldo, prima
era un’interruzione quasi a occhi chiusi,
veloce e trasognata. Ora è un viaggio lento
e freddo, staccato dal sonno, dove guardo
sapendo di guardare le stesse mattonelle
lo stesso muro screpolato, lo stesso secchio
lasciato in mezzo al corridoio,
e confusa nell’estatico disordine
riconosco il percorso in un codice
di piccoli sussulti finché mi riconsegno
a un tiepido torpore castigato.

*

Nella febbretta cuposa dei risvegli
il sudore del sonno si ingiallisce
e cola addosso alle finestre, al cielo
anche se è azzurro. E quando esco
dal sibilo dei sogni
che ha lasciato le mie orecchie ottuse
intossicate dalla ripetizione e riconquisto
lentamente i gesti
che mi portino a un’altra posizione
(forse se metto una camicia a righe
e i pantaloni bianchi, camminerò più in fretta,
avrò un’andatura eretta) dove io non sia
il recinto inerme dei terrori,
l’impresario di scontri clandestini
che alla fine si innamora dei suoi attori,
trovo una mimosa oro antico
il suo turno di splendore ormai finito,
il gregge come una nuvola piatta e mobile
sul prato senza più la frangetta degli agnelli
e il caprone capo col campanaccio al collo
abituato ormai a credere
che muoversi sia il suono.

*

Esseri testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è questa la grande prova
l’espiazione, è questo il male.

(da Poesie, Einaudi 1999)

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49 commenti

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49 risposte a “ANTOLOGIA DELLE POESIE di Patrizia Cavalli da La maestà barbarica e Stanche divinità – “Le poesie di Patrizia Cavalli come i tableaux parisiens di Baudelaire. Il fascino delle rime anarchiche”  Commento di Alfonso Berardinelli e un Commento breve di Giorgio Linguaglossa

  1. gino rago

    Condivido pienamente le riflessioni di Giorgio L. sulla produzione poetica
    della Cavalli, soprattutto nel passaggio – decisivo – del diretto e del facilmente comprensibile come cifre di grande poesia…E’ all’origine
    del precario stato di salute della nostra poesia che in gran parte non riesce
    a dialogare con le espressioni poetiche europee, per brevità di respiro
    e inadeguatezza culturale.
    Gino Rago

  2. antonio sagredo

    “Amor che fa la rima
    sta un po’ meglio di prima.
    Amor che rima fa
    tanto male non sta”.
    ——————————–
    Qui siamo davvero al ridicolo, e più ridicolo di lei è Berardinelli! La Cavalli che ho conosciuto nei primi anni ’70 mi faceva già pena per i i versi che allora scriveva… scriveva non componeva! Dopo di che mi son detto: basta così, se questo è il livello davvero sconfortante della poesia italiana – e non sono uno scemo se dichiaro che l’ho sempre pensato! Versi (versi?) che raggiungono il parossismo della stupidità e della balordaggine, eppure si son permessi di tradurla questa qui, ma non è la sola… è in buona compagnia con tante altre e con tanti altri… credono che farsi tradurre – magari hanno sollecitato d’essere tradotti/-tte, per pietà estrema! – aumenti la qualità dei loro orrori grafici… Non ho nemmeno il coraggio di definirli versi!
    Povero Emilio Villa!
    Povero Antonio Sagredo!

    ————————————————————-
    Non riconosci nei miei versi il sublime duraturo e il filiale affetto
    che nell’anima agita la tua ascesa, e la baldanza di chi ritorna alla lettura
    per ritrovarsi alle cinque fonti… umile, senza enfasi, ti sei rinvigorito.
    Ma quei poeti sono luridi nel loro circolo mediocre, e mortale!

    E mi sento fuori dell’urna in questa primavera, nei pigolii inermi delle gemme,
    e dell’infanzia non sai godere il mio furore giacobino in usufrutto – ma la città
    si concede ai requiem, ai canti di cera dei crocicchi – e la mia pietà, Anna,
    cortese ammira dal tuo celeste, e la rovina che mi tallona il sangue, e la mia vita!

    A. S. — 2011

  3. Mi meraviglia un poco questo silenzio intorno alla questione sollevata dalla divaricazione dei due giudizi critici (il mio e quello di Berardinelli) intorno alla poesia di Patrizia Cavalli. Se ci guardiamo intorno ci accorgiamo che c’è un po’ di stanchezza, senz’altro, se ci guardiamo intorno il panorama che ci appare non brilla per spunti di lettura della poesia italiana contemporanea, lo spazio degli approfondimenti critici sembra ogni giorno diminuire, forse manca la volontà, forse è subentrata una stanchezza generale poiché tanto qualsiasi cosa si dica o si scriva, quello che conta è che un autore targato Einaudi o Mondadori debba in ogni caso essere rappresentativo della poesia italiana, qualunque cosa si dica o si scriva. È senz’altro un panorama sconfortante. Ma qui non è in questione la poesia di Patrizia Cavalli (che a me sembra poca cosa), sono in questione le ragioni che stanno al fondo di quella pigrizia intellettuale e morale che induce alla rassegnazione generalizzata. È chiaro che la poesia della Cavalli sia, ad esempio, molto più comprensibile e comunicabile di quella di una Annamaria de Pietro, per restare ad una autrice che abbiamo pubblicato sul blog, ma la comunicabilità in sé non può essere considerato l’unico parametro estetico e l’unico valore letterario. Oggi invece sembra che l’unico parametro di riferimento è quello che fornisce il consenso maggioritario basato sulla targa editoriale.
    Per concludere, ritengo che la poesia italiana contemporanea non può essere rappresentata (all’estero) dalla poesia di Patrizia Cavalli, ma forse sono io che sbaglio, e Berardinelli è nella ragione, forse il mio giudizio è eccessivamente severo, e quindi chiedo aiuto ai lettori del blog, sarei curioso di conoscere la loro opinione in proposito.

  4. quiet, non fear, sure your poems like her poems doesn’t change the world but the world changes yours poems like her poems

  5. gabriele fratini

    Mi è sempre piaciuta questa poetessa che unisce un linguaggio semplice e spesso musicale, a contenuti non privi di riflessione. La quartina
    Amor che fa la rima
    sta un po’ meglio di prima.
    Amor che rima fa
    tanto male non sta
    è chiaramente una poesia in forma di filastrocca, genere di cui a volte si serve l’autrice per esprimere concetti o immediati (come in questo caso) o anche più ragionati. Vi lascio con quest’altra quartina dal primo libro di Cavalli che evoca due concetti entrambi importanti:

    L’educazione permette di mangiare
    con educazione e permette
    altre cose; ma se vuoi volare
    le ali si hanno o non si hanno.

    Un saluto.

  6. antonella zagaroli

    Non sono una lettrice di Cavalli ma non mi piace il panegirico di Berardinelli. Sarebbe stato meglio continuasse il silenzio. Non si può scrivere soltanto degli amici come candidamente scrive all’inizio di questa “critica”. Non mi sento di dare ragione nemmeno a Giorgio anche se concordo sulla parte in cui mette in evidenza l’eccessiva quotidianità e aggiungerei dell’eccessivo uso dell’ io.Tutti i critici americani poi confondono noi italiani che spesso davanti a loro rimaniamo provinciali, perciò non consideriamoli.
    Leggendo questi versi tratti da diverse raccolte mi sono sentita come nel giorno delle sua lettura pubblica alla manifestazione “Se non ora quando”. Ora come allora alterno l’ammirazione per versi come ad esempio gli ultimi citati da Fratini e anche gli ultimi inseriti nel post di Giorgio e intere “narrazioni” che trovo ingenue anche se forse sincere ma so che qualsiasi lettore tende subito a far sue e ad amare (come nel caso della Merini) perché la poetessa è entrata perfettamente nello spirito del tempo. E’ questa la sua bravura. La presenza per me dell’eccessivo io appartiene a lettori e non lettori di poesia. E’ il mondo del selfie, della propria pagina facebook, dei video personali su youtube. Dagli anni sessanta-settanta è più l’epoca dei cantautori che dei poeti. La Cavalli probabilmente non utilizza tutte queste modalità da me citate, forse scrive con la matita e fa sue le tecniche poetiche della letteratura italiana con maestria. La sua poesia a me sembra simile a quella degli antichi trovatori che si aggiravano in Europa. Non ci stupiamo se riceverà altissimi riconoscimenti.
    Al contrario di altri cerco di non paragonare le poesie che Giorgio propone nei suoi post con quella che attraversa le mia pagine scritte. Porto avanti il pensiero e la sensibilità secondo cui ognuno ha una diversa percezione di ciò che scorre dentro di sé e nelle informazioni – reazioni di ciò che accade nel mondo.

  7. Ambra Simeone

    trovo molto interessanti i commenti di Linguaglossa e di Berardinelli ma…

    il concetto di decodifica facile o difficile di una poesia lo trovo un tema non unico per un’analisi vera e propria, ci sono altri parametri da prendere in considerazione. solitamente quando leggo gli scritti di un autore tengo in considerazione il contenuto espresso, la forma in relazione al contenuto espresso e sopratutto la cifra autoriale nell’inseguire la commistione tra forma e contenuto, nonché il tempo in cui vive l’autore, lo stato della poesia nel determinato tempo, ecc ecc … sono fin troppi…

    insomma dire che la Cavalli non è una poetessa, ma una scribbacchina solo perché usa l’ “io” invece di non solo quale altro pronome personale o che la sua poesia è di facile lettura, mi sembra troppo limitativo.

    il concetto di per sé poi che la poesia non debba esser scritta per comunicare agli spiriti semplici ma solo a palati fini… è una questione di opinione del tutto personale!

    • Ivan Pozzoni

      L’arte deve essere indirizzata a tutti. Però, se desidera essere veramente ribelle, deve avere molteplici livelli (come ti spiegavo nella lettura di alcuni miei testi, che, come ricordi, avevano diversi stadi di interpretazione), non immediatamente comprensibili e decodificabili. La fregatura sta, facendo cadere tutti nella trappola del livello1, inserire il tarlo dell’ironia (livello2) nella mente del lettore, senza che se ne accorga, inoculando virus ed antibiotico, veleno e antidoto. Con l’ultima Cavalli – a mia opinione- ho l’impressione che ci si fermi al livello1. Dov’è finito, come diceva Giorgio, l’ironisme? Ciò non toglie che una democrazia della comunicazione fondata sulla diseducazione e sull’ironisme è fondamentale ad assicurare all’arte un ruolo di ribellione/eversione che l’etica ha fallito.

  8. Addosso al viso mi cadono le notti
    e anche i giorni mi cadono sul viso.

    uno slogan utilizzabile per una campagna pubblicitaria dei cosmetici Venus…. ma su andiamo, per favore

  9. Ambra Simeone

    secondo me i pubblicitari non ci arrivano… Flavio ma hai visto le ultime pubblicità che circolano in giro? 😛

    • gabriele fratini

      Scusate ma i poeti da sempre scrivono per le pubblicità, che lo facciano in modo esplicito o di nascosto. E Manzoni pubblicizzando un’osteria ci scherza su…

      Vino non c’è cui non bisogni frasca,
      autor che non annunzia non intasca.

  10. A me [la poesia] serve per essere immortale. Non nel senso dei posteri, per carità. Ma a essere immortale lì per lì, mentre scrivo. Mi salva dal tempo, mi restituisce l’interezza, scorre la mia ansia. E poi, questo infine l’ho capito, è l’unica cosa che riesco a fare senza sofferenza.
    [Patrizia Cavalli]

  11. Giuseppina Di Leo

    Non sono d’accordo con Giorgio che Patrizia Cavalli non rappresenti degnamente la poesia italiana all’estero: è comunque una voce e, come tale, va ascoltata, indipendentemente che piaccia o non piaccia; e a me non dispiace. Se il problema sta nella rappresentatività questo non lo si risolve non traducendo Cavalli, piuttosto la vera questione sta nella carenza di traduzioni di tanti altri poeti, tra cui i ‘minori’ (non visibili).
    Invece il mio augurio è che sempre più poeti italiani possano essere tradotti e trovare finalmente pubblico.

  12. Ivan Pozzoni

    Mi viene da scrivere: essendo lontano dai maneggi, non mi sento affascinato da Cavalli.

    Sono Pallade Atena
    ma mio padre è romano
    si chiama Giove Pluvio
    e io lo chiamo lo chiamo.
    Se lui arriva sto bene;
    se ritarda sto male
    io dipendo da lui
    lui mi è Pasqua e Natale.

    Semplicemente è una scemenza. Giorgio, non è che la democrazia della comunicazione nasce dall’ignoranza: deve nascere da un valore etico transustanziato in valore estetico. La diseducazione delle masse è condizione della democrazia della comunicazione. La Cavalli, nata brada, è diventata un fenomeno di marketing.

    • gabriele fratini

      I Cavalli son caduti
      nel Pozzo(ni) assai severo,
      non si abbeverano al maniero
      i rimatori perduti… 🙂

      • Ivan Pozzoni

        Le Cavalli son cadute sull’altar dell’abbazia
        con i Frati(ni) ci(ster)censi a cantar la litania
        non si abbeveran al maniero, si son date alla maniera
        di racimolare schei sventolando la criniera.

          • gabriele fratini

            Per far soldi c’è la borsa,
            la poesia non paga a giorno,
            si confonde l’unicorno
            con un cavallo da corsa.

            • Ivan Pozzoni

              Fare versi non dant panem
              solamente a noi carneadi:
              nessun urla cave canem
              se la borsa è dell’Einaudi.

              • gabriele fratini

                Bravo Pozzoni mi sei piaciuto… queste me le salvo

                • Ivan Pozzoni

                  Semplicemente è stata un’esplicazione anti-poetica dell’epitaffio: “essendo lontano dai maneggi, non mi sento affascinato da Cavalli”. Quando scriv(ev)o, ho sempre amato – rimproverato dall’amico Giorgio- creare composizioni con molteplici registri di interpretazione. Per codesti due latrati metrici:

                  Le Cavalli son cadute sull’altar dell’abbazia
                  con i Frati(ni) ci(ster)censi a cantar la litania
                  non si abbeveran al maniero, si son date alla maniera
                  di racimolare schei sventolando la criniera.

                  […]

                  Fare versi non dant panem
                  solamente a noi carneadi:
                  nessun urla cave canem
                  se la borsa è dell’Einaudi.

                  esiste un multitasking interpretativo: 1*livello: P. Cavalli ha smarrito totalmente l’ironisme; 2*livello: c’è Cavalli (arte) e Cavalli (moda); 3*livello: ho smesso di notare una differenziazione tra i due Cavalli (arte = moda = s.p.a.). Come si dice: a caval dorato…

                  • Quando Ivan cerca di sotterrare la sua grande capacità versificatoria, quasi si vergognasse di possederla, con schemini esplicativi che hanno l’effetto psicologico contrario a quello che gli frulla in testa o che vorrebbe frullasse nella testa degli altri, ci fa una profonda tenerezza. Certo Ivan non è un perfezionista (solo perché non è necessario esserlo) o un ricercatore di ardui computi metrici, lui è più da briglia sciolta anche se i suoi testi non sono liberi, non galoppano nelle praterie, ma, ragionati, salgono anche impervie vie di montagna, con un costrutto circostanziato.
                    Certo un ottonario è facile, l’endecasillabo è inflazionato, dal 14 al 16 o anche al 18, via, con il rischio di fare un terno al lotto, invece, è poesia contemporaneissima. Ivan è più classico di quel che vuol apparire. Per questo ci piace e lo stimiamo. Giochiamo al gioco del 9?
                    Take it easy, Poeta Pozzoni, take it easy.
                    GP

                    • gabriele fratini

                      Caro Panetta sai bene che la poesia classica italiana arriva fino all’11, raramente al 13… 12, 14 e 16 ecc. sono versi raddoppiati.
                      Ivan è tutt’altro che classico, le sue forme “chiuse” sono sperimentali come le tue e quelle di Frasca e altri, sono quartine per modo di dire. Mi piacciono ma è linguaggio moderno. Se non leggi (e non “vivi”) tanta tanta e tantissima poesia dal ‘200 all’800 è molto difficile che tu riesca a ricrearla.
                      A Ivan devo anche dire che un poeta Einaudi non si arricchirà mai, vendendo 2 o 3000 copie. Nessun poeta in Italia si arricchisce, né con i versi facili né con quelli sperimentali, neanche Cavalli. Ma anche se fosse non ci vedo niente di male farebbe benissimo. Un saluto.

                    • Certo Gabriele, con la poesia non ci si arricchisce, a differenza del racconto o romanzo che se hai la fortuna, e soprattutto la capacità, di scrivere una storia che possa essere trasposta in un film, allora sì che ti arricchisci. Vedi per esempio Mazzantini. 1000 o 2000 copie di vendita della poesia è un sogno di tutti i poeti del sottobosco, e sarebbe un gran successo, almeno personale (di solito ci si accontenta di 50, 100, 200 copie vendute quando va bene). E poi i poeti, solitamente, sono sempre poveri. Ma se non hai un Einaudi o un Mondadori, o una qualsiasi altra casa editrice di quel livello, a una tale vendita non ci arriverai mai. Dice bene Linguaglossa quando afferma che solitamente il nome della casa editrice che ti pubblica è foriera spesso di successo ma non di qualità.
                      Però se una casa editrice rinomata compra i diritti del tuo bel librino di poesia per 10.000, 15.000 euro? Io un viaggio in Argentina o in Australia con quelle cifre lo farei molto volentieri. E poi tornerei a fare ciò che faccio, il morto di fame.

                    • Ivan Pozzoni

                      Gentile Prof. dr. Panetta, a briglia sciolta (non come la Cavalli). Più che buttare tempo coi metri classici – mi scazza lo scazonte- se sento discutere di settenari, mi vengono in mente due cose: a] o un uomo con un grossissimo naso o b] il bellissimo film Biancaneve sotto i nani. Freud unirebbe biecamente le mie due immagini mentali, mettendomi nella categoria dei deliranti ironici..Riferendomi al sotterrare, faccio il Sagredo (non che l’amico Antonio faccia il becchino, mi autocito, cioè mi auto-scimmio, mi scimmiotto, come fa chiunque si auto-Cita), se riesco a trovare i versi adatti nella mia “sterminata” versificazione anti-poetica:

                      Cazzo, mi dicono, coi tuoi modi da orso
                      ti scopriran solo da morto!
                      Restate calmi, – io dico a tutti-,
                      vedrò di farmi seppellire col cappotto.
                      [Vano promotore]

                      Sono classicista, neo-classico, il classico neo sulla faccia dei cretini. Mi scriveva, oggi, un giornalista, con uno sdegno quasi arrogante: «Non ho tempo di darle retta, sono a San Remo!!!!». La tentazione di rispondere: «Ma va’?! E cosa canta?!» è stata irresistibile. Ha ragione Giorgio: mi farò troppi nemici. Vista l’utilità di alcuni amici nei momenti critici della vita, i nemici, almeno, riusciranno a tenermi compagnia?

                    • Rispondo qui, in merito e vale anche per altri post recenti. Prof nella vita, maestro nell’arte (con un gran pizzico di autoironia) e dott. solo quando ho l’influenza e mi auto-curo. Chi mi conosce sa come vivo e cosa penso spesso di me stesso. Forse dovrei prendere qualche lezioncina di NLP. Per fortuna non mi ritrovo, nonostante le disgrazie, nel profilo tracciato da De Palchi, anche se “spaventapasseri” lo trovo molto poetico, mi ricorda “Papaciomme”, un libro in uno dei tanti dialetti calabresi, di Dante Maffia (si può dire questo nome?) e mi rimanda a un verso di Neruda “faro di spavento”.
                      Concordo sui settenari, ma il mio invito era il novenario, nelle sue corde, Egregio Pozzoni, visto che spesso lo doppia.
                      Io finirò tra i vermi, altro che cappotto, e spero mi si cremi visto che al momento sono solo scremato.
                      Si ricorda l’aforisma, degli amici me ne guardi dio che dei nemici me ne guardo io?

                    • Ivan Pozzoni

                      Egr. Panetta, la ringrazio di tutto. Quindi, mi significa che, doppiando i novenari, i miei versi hanno finalmente raggiunto la maggiore età? 🙂

  13. Lucia Gaddo Zanovello

    Essere autori per pochi lettori, per una cerchia più ristretta, colta e raffinata oppure talmente accessibili a tutti, da poter essere declamati agevolmente anche all’interno di un affaccendato e rumoroso centro commerciale, forse dipende solo dal tipo particolare di ‘vocazione’ di ciascuno.
    Però non credo che sia giusto appoggiare maggiormente una poesia apparentemente facile, che ha successo perché più comprensibile e comunicabile (è pur vero che anche questa dà da riflettere) a svantaggio di quella che richiede maggiore studio e impegno, anzi, probabilmente è vero il contrario, dato che è proprio quest’ultima ad avere necessità di una critica illuminata, che sappia indagare i recessi dei significati, vedere fra le pieghe della scrittura e veicolare messaggi più ardui, articolati diversamente dal linguaggio comune del quotidiano.
    L’importante è essere sempre se stessi pienamente, autenticamente, sia da poeti che da critici e più obiettivi possibile, anche se l’innamoramento esiste e pure con i suoi abbagli.
    All’etica si può essere più o meno sensibili e del tutto concordo con Linguaglossa quando afferma che il parametro estetico della comunicabilità non può essere considerato come valore letterario unico.
    Pozzoni (mi piacciono da matti la sua sagacia e i suoi divertenti e acutissimi giochi di parole!) mette in risalto (e concordo con tutto il cuore) come compito fondamentale dell’arte sia ‘inoculare’ nel lettore, a suon di ironia, ribellione-eversione dove l’etica ha fallito. Dice a Linguaglossa: “non è che la democrazia della comunicazione nasce dall’ignoranza: deve nascere da un valore etico transustanziato in valore estetico”. E anche secondo me la diseducazione delle masse non è democrazia, anzi. Ma ciò che costa fatica, soprattutto di tipo mentale, spesso è disertato.
    Avevo un’amichetta mia coetanea, che stornava sul nascere improvvisi scoramenti con una telefonata diversiva qualunque, le prime ‘due chiacchiere’ disponibili andavano benone; anche questo metodo e quell’amichetta stessa mi avrebbero distolto (sia pure per un giorno solo) da idee suicidarie. Di più però ottenne un gesuita (ora ‘di là’), che pure avendo avuto il torto di ‘essersi’ tranquillamente ‘perso’ i miei diari, mi ci tiene tuttora abbastanza lontana con la frase passe-partout (che devo ancora decifrare) che ebbe a pronunciare quando avevo vent’anni per consolarmi dall’insostenibilità di vivere e nell’intento di lusingarmi ad andare avanti: “Questa tua condizione”, sentenziava più o meno, “ti farà diventare interiormente ricchissima…”
    È un diversivo più durevole quello di dare-avere compiti difficili da elaborare.

  14. Valerio Gaio Pedini

    in italia ci sono 200 mila voci, anzi forse di più: vanno rispettate. Ma facciamo un favore all’umanità. Che si dica che la Merini ci ha rotto i coglioni, che Lamarque è meno capace di scrivere della Pimpa, che la critica è sporca e dell’ultimo ubriaco di quartiere, anche se forse più capace, ce ne sbattiamo i coglioni (perché è un coglione!). Che per tutto il novecento si è parlato dell’io, interpretando male Friedrich (il baffuto), che la gente pensa ancora che basta fare un verso andando a capo (quando lo dice l’anima- anche se il ritmo fa cacare) per fare poesia. Che Bonnefoy pensa che la poesia rinascerà dal quotidiano come un quadro di Morandi, mentre fa concorsi in cui i libi circolano solo per università, mentre il poeta-critico è pluritradotto. Che la cavalli è okay, almeno come giumenta, ha il viso affilato. Che sono più bravi i non-poeti,proprio perché se scrivono una scommessa, beh, gli è concesso di farlo, e poi già per il tentativo sono molto più poetici. Comunque è ammissibile e sociologicamente comprensibile. C’è chi come D’Ambrosio crede all’avanguardia e poi ci sono i labirintisti che non sanno nemmeno di esistere, ci sono i negatori della possibilità di essa, e gli isolati che stanno a vedere tutto,ridendo sotto i baffi (ma le avanguardie, quelle vere, erano interessanti, mescolate tutte assieme). Ed anche i critici vanno in TV a dire Capra. Ovviamente è logico. Noi amiamo sentircelo dire. Però sì le poesie del banale devono essere accettate. Moccia va pubblicato. Ed io e Siria possiamo fallire ancor prima di nascere. Comunque io non sto dalla parte di nessuno. Preferisco i pittori che fanno poesia, perché vedono meglio le immagini, i compositori che fanno poesia perché danno più valore al suono, preferisco gli attori (IO e ANTONIO) che fanno poesia perché danno più importanza alla maschera, preferisco mia Nonna, perché aveva già capito tutto e anticipato le avanguardie future XD.

  15. Ambra Simeone

    Valerio…. e che si dica anche che ci sono poeti che amano tanto dire cosa è scritto bene e cosa è scritto male, e sopratutto che quel che scrivono loro è meglio di quel che ha scritto un altro, e che si dica anche che questa cosa succede per libri di qualunque tipo, pubblicati con qualunque casa editrice, di qualunque autore, di qualunque sesso e che provenga da qualunque paese, lingua e cultura… evviva!!!! 😀

  16. Ivan Pozzoni

    Carissimo Gabriele, alle quartine – ammetto- antepongo le terzine, magari fluidificanti.

    Dal mio dolore, dalle mie sconfitte,
    non scorgo orizzonti mistici di vendetta:
    il calore infernale della fama non m’abbronza,
    in cerca, al massimo, di rime baciate
    con seriche terzine della Fiamma Monza.
    [L’attestato]

  17. Ivan Pozzoni

    Poi, Gabriele, nella sezione Quaderni del sito Poesia 2.0, l’anti-poesia del Pozzoni distacca i nobili versi della Cavalli di quasi centotrenta lunghezze: http://www.poesia2punto0.com/downloads/download-category/quaderni/?orderby=download_count. Probabilmente, il Pozzoni, sta diventando Cavalcanti.

  18. Ai poeti contemporanei americani, che scrivono poesia piatta sulla giornalistica quotidianità, e ai lettori che apprezzano quella piattezza, piace
    la Cavalli e meno l’Emily Dickinson, sommersa dalle chilometriche frasi
    di Walt Whitman. Per la verità la Cavalli scrive con semplicità di un ritardato americano contemporaneo. Infatti è premiata con un volume antologico italiano/inglese.

  19. Giuseppina Di Leo

    Sarà che in alcuni casi preferisco la semplicità, eppure due poesie soltanto (di cui una presa dal web) mi fanno intendere che Patrizia Cavalli tutto è fuorché banale:
    *
    Esseri testimoni di se stessi
    sempre in propria compagnia
    mai lasciati soli in leggerezza
    doversi ascoltare sempre
    in ogni avvenimento fisico chimico
    mentale, è questa la grande prova
    l’espiazione, è questo il male.

    *
    Che forse non è questo il mio mestiere?
    Perdere tempo, questo è il mio mestiere,
    e il bello è perdere quel che non si ha.
    Ho perso tempo e certo non l’avevo
    ma io perdendo prendo, anzi ricevo,
    lusso supremo, la mia immortalità.
    Altro non voglio infatti che essere immortale
    qui in questa terra essere immortale, sospesa
    in mezzo al tempo non più mio, esposta
    e già finita, chiuso animale che certo
    non risorge, giocando alle parole sono l’inizio.
    (Patrizia Cavalli – da internet)

  20. Egregio Pozzoni, Lei, purtroppo, non ha più 18 anni, infatti le sue poesie hanno la sua stessa medesima età, perché ogni poesia scritta in un determinato periodo porta impressa la data, inesorabile, della sua composizione. Ecco perché, giustamente chiede in che periodo siano state scritte le poesie Cavalline riportate da G. Di Leo.
    Lei non solo ha doppiato, ha triplicato in passato e ora quadrupla col resto di due.

    • Ivan Pozzoni

      Chiedo il momento di stesura dei testi riportati da Giuseppina, perché, in certi casi, alcuni autori iniziano Cavalli e finiscono … brocchi. Da sociologo dell’arte mi incuriosisce comprenderne i motivi, anche se li intuisco deducendoli dallo stato di “merce” riservato alla cultura in ogni sistema super-capitalistico..

  21. Nello schiumoso caldo quasi indiano
    di un luglio cittadino esagerato
    i residui abitanti con cautela
    siedono lungamente nei caffè
    cercando illusi l’aria che non c’è.
    In casa chiusa, priva di faccende
    io mi affaccendo intorno alla tua faccia
    che entra indifferente nella mischia
    dei miei pensieri e ne esce sempre intatta,
    come fosse un mammolozzo di gomma
    che anche a contorcerlo e a schiacciarlo
    sempre ritrova la sua prima forma,
    l’inerte galleggiante della mente
    che più lo immergi e più violento emerge.

    [P. Cavalli_da Sempre Aperto teatro, 1999]

    (P.S. Questa è una tosta)

  22. Giuseppina Di Leo

    Ivan, leggo ora, quando ho trovato la poesia, da me riportata, non avevo fatto caso se c’era l’indicazione dell’a. di pubbl. (ma ringrazio Fratini, che nel frattempo ha rimediato alla lacuna). L’altra è su questo post.

  23. sebastiano

    la tua faccia/che entra indifferente nella mischia/dei miei pensieri e n’esce sempre intatta
    “entri nei miei pensieri e n’esci illesa” Luzi, Onore del vero, 1958.
    Ma Patrizia mi ha assicurato di non averlo letto, e le credo.
    Great minds think alike.

  24. sebastiano

    Giorgio Linguaglossa: “E’ chiaro che la poesia della Cavalli sia…”
    Chi fa critica letteraria non dovrebbe usare il congiuntivo a sproposito.

  25. sebastiano

    Anzi, Primizie del deserto

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