POESIE SCELTE di Alberto Toni da “Vivo così” (2014) con un estratto dalla prefazione di Mario Santagostini e un Commento di Giorgio Linguaglossa

Paul Klee

Paul Klee

 Alberto Toni (1954) vive e lavora a Roma. Tra le sue opere in versi: La chiara immagine, Rossi & Spera (1987), premio speciale opera prima L’isola di Arturo-Elsa Morante; Partenza, Empirìa (1988); Dogali, Empirìa (1997), premio Sandro Penna; Liturgia delle ore, Jaca Book (1998), premio internazionale Eugenio Montale; Teatralità dell’atto, Passigli (2004), premio Pier Paolo Pasolini; Mare di dentro, Puntoacapo Editrice (2009); Alla lontana, alla prima luce del mondo, Jaca Book (2009), finalista premio Brancati, premio Camaiore, premio Dessì; Democrazia, La Vita Felice (2011); Un padre, in Almanacco dello Specchio 2010-2011, Mondadori (2011); Polvere, sassi, oli, Il Bulino (2012); Mare di dentro e altre poesie, e-book, Vivo così Nomos (2014)
LaRecherche.it (2013) in collaborazione con Poesia 2.0; Et allons, Edizioni Progetto Cultura (2013); Stone Green. Selected Poems 1980-2010, Gradiva Publications (2014).
Ha pubblicato in prosa: Con Bassani verso Ferrara, Unicopli (2001); Quanto è lungo il sempre, Manni (2001); L’anima a Friburgo, Edup (2007). Ha tradotto, tra gli altri, testi di E. Dickinson, T. S. Eliot, M. Leiris. È anche autore di teatro: del 2003 il monologo Donna su una poltrona rossa, Editrice Ianua. Collabora con l’inserto letterario “Via Po” di “Conquiste del Lavoro”.

Paul Klee

Paul Klee

dalla Prefazione di Mario Santagostini

«[…] Alberto Toni si conferma anche e soprattutto autore anarcoide. Perché se nella sua storia è sempre stato arduo rintracciare appartenenze, ascendenze o magisteri, questo libro sembra essere, di quella storia, l’apice: nelle pagine si assiste a una testarda e, in fondo, antinarcisistica dilatazione del pathos sentimentale che rinvia al’infinito l’apparizione d’un qualsiasi plot lirico, del verso che conclude (o solidifica, o pietrifica definitivamente…) l’ispirazione in un senso e in discorso concluso. Eppure, quelle stesse pagine non raggiungono mai la struttura stabile del poema, non arrivano. a farsi racconto: molto resta allo stato liquido, ineffabile […] Toni è, in fondo, autore poco afferrabile. Scivola via. Perché lascia sempre in sospeso qualcosa, quando scrive. Dissemina dubbi. E fino a quando situazioni come quelle raccontate per accenni restano irrisolte, si ingenera in me lettore uno stato di inquieta precarietà ermeneutica. E la sensazione è d’essere invaso da domande a cui non c’è risposta. Non a prima vista, almeno. Ora: Vivo così è attraversato … da momento analoghi, da stati (chiamiamoli in questo modo) semibui che, paradossalmente, si rivelano essere i veri e propri cardini, i “fondamenti invisibili” su cui si fonda la macchina testuale. Allora, io lettore dovrò sempre di nuovo… tornare su una poesia di Toni per illuminare le opacità, le non-chiarezze. Per leggere e ascoltare meglio le parole, versi, insieme di versi, ritmi […] Penso… che i momenti migliori della poesia di Toni sono quelli in cui ritmi e versi e pagine e sezioni si danno con un carico, con una quota di equivocità. E dunque con risvolti di ombre, ombreggiature. Quando c’è qualcosa che sfugge, che si defila dallo sguardo ermeneutico, che scappa e sembra lasciarsi dietro aure indefinite. Quando, insomma, il testo o alcuni suoi frammenti privilegiatissimi instaurano tra loro stessi e il lettore una distanza. E ingenerano inquietudini strane, complessi di tensioni volte ad abolirla, quella distanza. Come se in loro allignasse un tot di oscurità […] il libro diffonde un’aria di globale irrisolutezza. Per questo, non smetto d’interrogarmi (letteralmente…) sull'”aria che tira” nelle pagine… non smetto di chiedermi se quello che sto leggendo è un endecasillabo o un più marcato, pesante, epico decasillabo con l’eventuale attacco giambico. Ma poi mi chiedo anche, più in generale e già ripensando l’opera “dall’alto”, se ho davanti un canzoniere di testi sparsi o un poema senza fine, epilogo. Se il senso globale è un surplus che si afferra alla fine opera e à rebours o se, invece, si offe gradualmente, pezzo dopo pezzo. Lascio, per forza, insoluto il quesito. Ma adesso ho rintracciato il secondo e più forte momento di originalità della poesia di Toni e di Vivo così: il suo mascherare la lirica da poema e il poema da lirica. Nel dettaglio: il suo parlare di sé raccontando una vicenda collettiva e il suo narrare da storia del “noi” a partire dall’io. Che è quanto dire: il suo inserire la voce singola in una somma, in una comunità di voci. E viceversa.

E qui, di nuovo, mi chiedo se è un coro che si fa sentire, o un assolo a cui il coro fa da sfondo. O un assolo che risponde al coro, o viceversa […] questo mix tra il e “noi” che non è né ancora io né ancora noi sembra davvero essere l’archetipo sonoro di tutte le civitates e le comunità… che Toni ha saputo ascoltare, verbalizzare, portare nella terra istituzionale della letteratura rimanendo, paradossalmente, un anarchico doc».

Alberto Toni Vivo così 1Commento di Giorgio Linguaglossa

Direi che tutta la poesia di Alberto Toni, fino a quest’ultimo lavoro poetico, è il racconto ininterrotto del «non finito», è la poesia di un «racconto» costantemente infirmato dalla oggettiva difficoltà di narrare ciò che oggi diventa ogni giorno di più non-narrabile, non afferrabile, non orientabile. Non che Toni sia elusivo per sua propria volontà, ma è la materia stessa del suo racconto, credo, ad essere infirmata ed inferma, che si sottrae al racconto sia della memoria che dell’indagine ricostruttiva, retrospettiva. La particolare predilezione di Alberto Toni per un endecasillabo poetico ipotonico e prosastico sta forse nella sua dedizione alla povertà delle parole, nella sua poesia non trovi mai o quasi un innalzamento del diapason, del tono o del lessico, tutto viene detto come in sottovoce, in sordina, con un abito dimesso, pesca in quella zona d’ombra che sta tra il quotidiano e il quotidiano delle cose, di qui la varia ombreggiatura che rappresenta la sua personale gamma-impronta di sfumature del grigio, del grigio dell’esistenza, dei momenti grigi del grigio, del grigio della memoria. Se c’è un colore dominante in questa poesia quello è per l’appunto il colore del grigio, è la scelta estetica e coloristica di Alberto Toni ma è anche la ragion d’essere di una poesia che tenta di ripercorrere a ritroso le proprie tracce, le tracce della vita trascorsa, perché «la bestia ogni tanto si allontana e prende la via sbagliata»; le situazioni colte dal flash di Alberto Toni sono tutte indistinte, non localizzabili in alcuna topografia precisa:

Mi manca la strada. Li ricordo tutti in un giorno
in un cunicolo di luce in piedi come fosse ieri.
Sì, tornano per strade già battute, ma non sono nuove
come gli abiti nel ricucito impegno a nuova vita.

C’è una interrogazione sottesa, implicita, appena velata se sia possibile davvero una «nuova vita». Qua e là si trovano timidi accenni a un’epifania che non avviene, sempre prorogata e rinviata: «La porta è spalancata». E questa incertezza o incompiutezza del discorso narrativo diventa anche lo stigma del suo particolare modo di narrare il non-narrabile.

da Vivo così, Nomos Edizioni, 2014 pp.98 € 14

Alberto Toni foto di DIno Ignani

Alberto Toni foto di DIno Ignani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vivo così: d’attesa,
spergiurando su cosa mai può essere:
cuculo, tortora d’attesa. Oscilla il lume,
la calda mano degli altri.

*

Raffaele, operaio Fiat, la notte al muletto,
è solo un tempo fantasma
che racconta di sé e del dolore non smette
mentre dall’altra parte il nipote non sa,
poi chiude gli occhi per pensare al domani.
Forse, si chiederà più tardi, il tormento
non passa così in fretta e ci sarà bisogno
di ricordare.

*

Uscire dal corpo si può,
per tenere il fuori campo, dibattersi,
controllare il flusso con tutto che rallenta.
Simili richieste dovresti tenerle per riprendere
fiato, una volta era più facile: bastava la vita
battente che si alzava a vortice. Non ora che
tutto è in bilico. Ma non c’è abiura, solo
nascondersi.

*

Potrebbe essere
uno di passaggio che gli rivela qualche
verità momentanea, tanto per dire,
o una duratura immersione, altre acque
di nascita e diluvio, parto e nuova
ragione, con il tempo che si rinnova
spariscono i vecchi sepolcri della fuga.
Da questo momento tutto è possibile,
lo sentivo rodere invelenito, il peggio
è passato ed è più disteso nel parlare.

*

Con tecniche da iniziato,
sarà un districarsi lento e vuoto.
Perché di sofferenza in sofferenza
la luce non molla la sua presa?

*

Il rumore sordo del cuore,
animarlo delle solite cose e un salto
verso il cielo, quando è caverna e la perla
che qui consumava l’errabondo. Vedeva
e non vedeva, scavalcava. Lo sentivo appena.
Poteva non conoscere, non sapere dove
svetta la chioma dell’ultimo albero rimasto?
E gli altri, i nostri vicini così lontani.
Tutti lo sanno: distinguere l’ultima scintilla,
l’opaco del fuoco in brace che sconfina
nelle periferie, ciò che appena si vede, non si vede.
*

G. ora allo stesso posto dell’altro.
Caricava un sorriso al mio rientro,
la moglie preoccupata di lasciarlo solo.
È l’umanità mite al suo bivio, mentre
per noi, carichi di presente, il cielo
è un improvviso transito di tutto ciò
che è stato. Il dubbio era proprio
negli occhi che bruciavano, sibilava già maturo in me.
Come dirlo? Come spiegarlo senza perdere il filo,
la vita, dormire un po’ tra le tue braccia in abbandono.

*

Dell’ultraconosciuto non voglio sapere.
Mi manca la strada. Li ricordo tutti in un giorno
in un cunicolo di luce in piedi come fosse ieri.
Sì, tornano per strade già battute, ma sono nuove
come gli abiti nel ricucito impegno a nuova vita.
Qualcuno ha riacquistato il vecchio smalto,
non soffre, sembra anzi la giudichi una fine
ancora imprecisa.

*

Quel parlar forte nelle luminarie
al volo della colombina. Te lo ricordi?
Pianti di giovinezza, ma se ora non regge
la visione, qualcuno tornerà a dirlo.
Succede così che all’urto tra passato
e presente l’altro da sé sorride scavalcando il muro.

*

A te che nel riparo come per la Minerva
del Campidoglio mostri lo scudo, una volta
lo dicevo, io mi mostro, ricreami fuori della
freddezza che non mi appartiene. Tienilo a mente
per gli anni che verranno, la pietà, la pietà che Dio
ha mostrato e che di nuovo scenderà su me. L’ora,
temevo, sopra le mie scelte di sempre, le tue semplici
mani a guarirmi.

*

Una mano sul fianco, con l’altra stretta alla sua,
serrata, se mancava alla presa ne avvertiva
una mancanza dolorosa. Presto, per la raggiunta
libertà, parte, non guarda indietro. Con gli anni
la ritrova nell’abbandono, con la voce che dalla
strada sale e dagli anni, non più quelli, sente
forte l’urgenza, il richiamo. Ci sarà pure
un modo per l’angelo della dimenticanza,
cercare nei cieli e nel disperso anelito
sbiadito. Lascia che sia la piccola mano,
perché non c’è più tempo sulla terra.
Vuole così.

*

Saliva ancora agilmente.
Per me d’antico pianto già si prefigurava,
abbandonato il miracolo del tempo,
di grado in grado lo sento muoversi
in me, l’incendiario della mente sembra
l’angelo del desiderio che ogni notte
al mio corpo parla. Ogni linea nel battito,
ogni ora senza più la pietà necessaria.
Infilava le strade della città nuova
e non chiedeva, l’occhio sempre
vigile e pronto al frutto già maturo.
Libero alla sua casa nel trasloco,
si farà vivo, dicono, al momento
opportuno.

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16 commenti

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16 risposte a “POESIE SCELTE di Alberto Toni da “Vivo così” (2014) con un estratto dalla prefazione di Mario Santagostini e un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. a tratti veri aforismi, a tratti immagini prese e impreziosite con occhio d’artista, una sorta di blog cartaceo dove il poeta filtra e immortala immagini, momenti, riflessioni, a me piace

  2. antonmio sagredo

    “Simili richieste dovresti tenerle per riprendere
    fiato, una volta era più facile: bastava la vita”
    come al solito ci ritroviamo davanti a banalità, non versi!

  3. anton mio, ma non lo sai che nelle arti marziali il bianco della cintura del principiante diventa nero col tempo e nello stesso tempo il nero torna bianco? Non hai idea di quante tonalità di grigio, rosso, e marrone ci siano. Non insistere con la poesia che vorresti leggere, solo ed esclusivamente la tua, per cui ti ho candidato al Nobel all’Accademia dei Linciaggi, ma applicati anche su quella dei comuni mortali, magari ti accorgerai che il loro sentire e il loro scrivere, pur non essendo di pura razza ariana, potrebbe appartenerti almeno un po’, e non che come al solito ci troviamo di fronte a banalità. Anche il tronfio e il rodomontismo alla lunga diventano banali. 🙂

  4. Se dio vuole l’ineffabile Sagredo fa solo il poeta e non il critico letterario ; altrimenti sarebbe un’ecatombe …

  5. gabriele fratini

    Questo genere, l’epigramma non musicale, non è proprio nelle mie corde ma ci trovo anche molta riflessione, alcuni interessanti guizzi del pensiero. In sintesi ne apprezzo più il contenuto che la forma. Un saluto

  6. antonio sagredo

    VINO VERITAS > ATTOPOLDO!

  7. Sagredo , calma e sangue freddo : vai a rileggerti la chiosa di Almerighi , è tutta igiene mentale .

  8. antonio sagredo

    Nel mondo che sto lasciando
    non sono vissuto invano,
    il mondo abbandonato
    vivrà senza di me,
    ma resteranno le mie opere
    stampate e i germi – già seminati
    nei cuori e nelle menti dei miei lettori.

    Andrzej Nowicki – 31.8.2011

  9. La memoria è fosforo
    che brilla di notte
    sbianca di giorno
    entra ed esce
    in ogni luogo
    ferma il respiro.

    GP

  10. Monica Martinelli

    Ho trovato molto interessanti questi versi tratti dall’ultimo libro di Alberto Toni e ho apprezzato l’illuminante chiave di lettura del prefatore e la nota di Giorgio Linguaglossa che bene sottolineano la componete umbratile, inafferrabile e sfuggente della poesia dell’autore, e mi è tornato in mente il famoso verso di Paul Celan “dice il vero chi dice ombra”. Molto bella la quartina iniziale, e seppure a fine lettura si può rimanere un pò disorientati e dubbiosi sull’aver compreso appieno il messaggio – del resto l’autore stesso dice: “Il dubbio era proprio / negli occhi che bruciavano, sibilava già maturo in me. / Come dirlo? Come spiegarlo senza perdere il filo..” – è proprio la molteplicità di indizi e di spunti che Alberto Toni ci offre nei suoi versi a renderli avvincenti e corali, anche grazie a questa capacità, come è stato giustamente osservato, di trasformare l’io in un “noi”.
    Saluti
    Monica Martinelli

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