QUATTRO POESIE INEDITE di Nazario Pardini SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

Auschwitz-

Auschwitz

(Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla e-mail di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ- che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Nazario Pardini

Nazario Pardini

Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

Albrecht Durer Adam and Eve

Albrecht Durer Adam and Eve

Nell’isola di Utopia
con la mente e l’anima

E fu deserto. Ardeva il panorama
di un agro odore asciutto, del sentore
di agostina saggina. Fu di rena
infuocata ed uguale a spiaggia estiva
d’ora meridia senza refrigerio
di frescura. Obliquavano le serpi
con destrezza, brillavano le dune
arroventate come vuoti zeppi
di biancastri bagliori. E percorremmo
lunghi tragitti al sole verticale
al limite di vita. Poi un odore
d’acqua mèzza rappresa di palude
simile tanto a quello delle mammole
decomposte o dell’alghe tumorose
e accaldate, ci fece avvicinare
a un sentiero d’uscita. Lo seguimmo
d’istinto ed arrivammo (assai perplessi)
in mezzo a delle rocce del color
del carminio o dell’aria di serale
sembianza. Qui ci apparve uno scrosciare
d’acqua fiumana e poi un nebulizzare
rosseggiante dai getti di cascata
che svariava nel verde. Traspariva
piante lacustri ed alberi giganti
che infiggevano chiome dentro un cielo
di cromatico aspetto. Tanto in alto
c’erano uccelli assiepati sui rami
da confondersi ai butti. Rocce, rame,
falcate variopinte, edere sparse
dalle foglie di palme, grandi frutti
che grondavano succhi liquorosi,
mellei, simili a pani dalle forme
più varie, lunghe, piane mi confusero
sia la mente che l’anima. Comunque
sentivamo che l’uomo industriale
senz’altro mai arrivò nel Paradiso
dei giardini segreti. Erano là,
non ancora toccati dalle mani
di una mente d’economica fattura.
Che immagine sublime, sorprendente,
luminosa, possente, profumata
di sapori indicibili ed eterni.
Mi resero vana la ragione
e disposero a un volo sovrumano
la compagnia dell’anima. Restai.
Ma io mi sentii vuoto e abbandonato;
solo di carne. Senza compagnia,
nell’isola dei sogni: l’Utopia.

Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

L’isola dei morti

È un fiume opaco quello che intravedo
e che la nebbia avvolge; uccelli magri
dalle piume cadenti
si tuffano o svolazzano nell’aria
gracchiando presagi infernali.
In lontananza un nocchiero:
salpa da una sponda arida e spoglia
e viene verso me. Ed io straniero
che attendo il mio destino.
C’è una gran truppa d’anime leggere
con in cuore la vita. Salgo sopra
a quel vascello che non sente il peso
del gran numero di esseri in sospeso
a guardarsi paurosi e sbigottiti.
Ecco vicino l’isola. Si scorge
il profilo che sorge
da un nuvolo di bruma. Non c’è sole.
Ma c’è una luce strana, disumana,
simile a quella in terra
quando precede il cielo appesantito
l’imminente tempesta.
Cipressi che affondano le cime
nell’aria spessa d’umido livore;
terre aride abbruciate da selciati
che le tengono strette; ed un gran tempio
che si erge maestoso, a dismisura,
sulle livide pietre. Sopra marmi
che portano nomi sugli avelli
disseminati d’ossa a ricordare
quanto vana è la soma. Tutt’attorno
vaganti ombre
che vanno senza vesti e senza posa
attorno al tempio sacro. Corpi alati
volano in gran numero squarciando
l’aria pesante di un mondo spettrale.

Che vero paradiso il Camposanto
aperto (al mio paese, in mezzo ai campi)
a un cielo luminoso e rallegrato
da uccelli canterini! Quanta luce!
Abituato io alla mia terra. Al suo morire.
Al suo rinascere.
Vado girando e non conosco volti.
Un lungo vagolare; la mia anima
s’illumina, alla fine, quando scorge
aprirsi un varco di luce, lontano,
oltre le sponde. Una grande speranza.
Non so che chiaro fosse, né so dirvi.

Sculture lignee raffiguranti mani femminili

Sculture lignee raffiguranti mani femminili

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi parve

Mi parve che quel volto fosse strano
o perlomeno usuale: i capelli,
la bocca, gli occhi, i modi della mano.
Possibile? Pur quelli
fossero in realtà luoghi diversi,
mi sembravano
comuni e familiari. Non avversi
vedevo quegli ambienti; mi apparivano
come li avessi avuti già dintorno
in un’altra occasione.
E cosa strana all’aria di quel giorno,
brumoso e opaco come a settentrione,
più ancora l’impressione suscitavano
di avere tutto quanto già vissuto.
Ma quei posti distavano
chilometri: un mondo sconosciuto.
Ho avuto un senso vago di magia,
soprattutto al momento che ho veduto
di fronte a me l’aspetto di una via
già impresso nel mio mondo surreale.
E quel volto, la voce. Mi rimase
l’anima turbata. Quasi astrale,
inspiegabile il fatto o perlomeno
esoterico all’occhio di un mortale.
Covava dentro me sempre di più
(ero tanto distante dal paese)
il desiderio di vederci chiaro.
Di esaminare il tutto. Oltre l’umano
pensavo a una propaggine
di un mondo celestiale. Ciò che è arcano
all’occhio nostro è quello che è inspiegabile
alla ragione. E l’anima, il pensiero,
immateriali, chi dice che al labile
corpo non si sottraggano per mero
caso? Vadano un giorno od una notte
vagolando ad imbersi d’aria nuova
nei climi più lontani? È la sorte
che spesso vuole mettermi alla prova.
Eppure quelle case, le parole
che uscivano di bocca a quel signore,
quei panorami brunastri e la mole
del vasto mare rotto dal rumore
stridente di una skua così assenti
nel mio paese e in più così diversi,
nell’animo li avevo. Erano eventi
del tutto irrazionali. Poi mi persi,
scendendo in una strada che portava
fino agli scogli. Si fransero i marosi
sul livido schienale che tremava
ai grandi schianti. Ai venti minacciosi
dell’Oceano il gesto familiare
del misterioso volto con la mano
in segno di saluto. Fu il maestrale
che rapì quella skua; ed un gabbiano
col suo placido canto sinuoso
mi riportò al riposo del mio mare.

Sole con cerchiApparizione

– Quanta luce! Che cosa splenderà
sopra il prato asfodèlo? Tu che vedi
nel cielo che effonde su di noi
tanto giorno accecante? – – Io vedo il sole,
ma il sole è di settembre
e l’aria, anche se chiara, annuncia sera;
è obliquo l’astro e credo
che non possa brillare così forte. –
In fondo al prato in mezzo ai rami d’oro
di un povero pioppo, si levava
tanto lucida un’immagine di donna
da sembrare infocata. Stava avvolta
in un candido velo. Attorno al capo,
folto di chiome bionde, risplendeva
una luce d’argento. Gli asfodèli,
di per sé perlei, brillavano ancora
di più per il dolce incantamento.
– Non vedi tra le rame di quel pioppo
un’immagine di donna evanescente? –
E l’altro sbiancò il volto di stupore.
Da allora l’aquilegia timorosa
rivolse a terra i sepali d’amore. –
Mosse la donna i labbri sopra i fiori
candidi avìti e tradizionalmente
pietosi per gli avelli. Le sue labbra
vibrarono di un tremito invisibile
agli occhi umani: – Che cercate, voi,
in questo prato sacro dove un tempo
gli antichi si riunivano in preghiera
a libare con bianco latte e miele
per i loro defunti? Sempre viva
una fiamma nella sera si colora
su questo luogo sacro. Le corolle
si mettono a danzare e con i petali
si accostano, bisbigliano e nei loro
moti gentili parlano d’eterno,
di gioia, di dolore ai metafisici
colori settembrini-. – Siamo gente
umile. Andiamo tra l’erba a cercare
cicerbite e cicoria per la mensa
che nostra madre ogni giorno ci appresta.
Siamo sempre venuti a questo piano
per cacciare, raccogliere l’erbette
o correre con ansito
in gare giovanili. – – Dolce immagine –
l’altro aggiunse – – Chi sei? sei la Madonna
forse che ci annunzia con miracolo
che ogni vita ha diritto di gioire
in questo prato sacro? o forse Diana
a ricordarci che di già i pagani
ci avevano avviato a questo rito
tanto dolce e civile? – Alle macerie
coperte di papaveri e gramigna,
di ginestre, narcisi ed asfodèli
una gran luce (a un angolo del prato)
squarciò le sponde aprendo un tempio eguale
a quelli della valle d’Agrigento.
La fanciulla in alba veste si spostò
nel cuore della cella. Melodiosa
levò una calda voce: – La natura
è sempre stata santa e nel settembre
ancora tanto più sa di mistero.
Volli venire al prato di settembre
un’altra volta a vivere la vita,
il candore e il dolore. Io fui vestale
di quando la mia fiamma perennemente
ardeva nel mezzo a questo spazio
dedicato agli dèi e ai nostri morti.
Germinavano sacri gli asfodèli,
pietosi, e i loro semi continuarono
a gemmare su questa densa terra.
Di me si volle offrire il sangue giovine
all’ara di Proserpina ché avesse
a cuore chi alla riva d’Acheronte
attendeva il passaggio. È di settembre
che il mio sangue calò. Rossa di sole,
di sole di settembre la mia ara
si tinse. Ora è rimasto solitario
e privo della bella gioventù
che si adornava di candide vesti
per le funebri feste, il mio sagrato.
Andava sui viali. Genuflessa
ed in preghiera pia ad affidarsi
l profumo dei gigli e alla clemenza
del volere d’Olimpo. È questo il tempio.
E là sotto quei fiori ancora nutre
l’anima mia il bianco del narciso,
il rosso del papavero, l’arancio
del corbezzolo, la spina del ginepro. –
E presa la parvenza di un pavone
si dileguò nel cielo. Il tempio greco
scomparve da quel luogo. Continuarono
il solitario, il picchio,
il cuculo, il pettirosso, l’usignolo,
la capinera, la lodola e gli altri
meravigliosi frulli del creato
a fondersi all’aria dell’angolo asfòdelo,
a squittire, a cantare, a svolazzare
radendo la vista dei due giovinetti.

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20 commenti

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20 risposte a “QUATTRO POESIE INEDITE di Nazario Pardini SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

  1. Particolarmente riuscite queste visioni paniche di Nazario Pardini, un poeta che riesce ad esprimere il meglio di sé quando affronta argomenti classici, astratti ed alti in virtù della sua formazione classica e della sua sensibilità per la dizione culta di un lessico squisito e umile, di certi lemmi di origine dannunziana: «terre aride abbruciate da selciati»; «sopra il prato asfodèlo»; lemmi di origine classica, forse dalle Georiche virgiliane:
    «Andiamo tra l’erba a cercare / cicerbite e cicoria per la mensa / che nostra madre ogni giorno ci appresta».
    Come si sa ciascun autore elegge un proprio pentagramma tonale e un campionario iconico in base alla propria sensibilità e a alla visione critica del mondo, direi che la poesia di Nazario Pardini sta tutta all’interno di un pentagramma inattuale e acronico, il suo lessico è scelto con cura all’interno della più alta tradizione lirica, non opera mai strappi del linguaggio, non interviene mai a suturare con fasciature le fratture del linguaggio che la modernità ci ha lasciato in eredità, né con bende o ingessature del linguaggio che viene fatto oscillare ritmicamente e armonicamente attorno alla cassa di risonanza di una armonica a bocca, una poesia panica flautata con il piffero di Pan e la seducente e molle sensualità di ninfe leggiadre. È qui che Pardini dà il meglio delle proprie possibilità espressive, in certa visionarietà ad un tempo concreta e astratta, rubiconda e sensuale, morbida e trasparente:

    L’isola dei morti

    È un fiume opaco quello che intravedo
    e che la nebbia avvolge; uccelli magri
    dalle piume cadenti
    si tuffano o svolazzano nell’aria
    gracchiando presagi infernali.
    In lontananza un nocchiero:
    salpa da una sponda arida e spoglia
    e viene verso me. Ed io straniero
    che attendo il mio destino.
    C’è una gran truppa d’anime leggere
    con in cuore la vita. Salgo sopra
    a quel vascello che non sente il peso
    del gran numero di esseri in sospeso
    a guardarsi paurosi e sbigottiti.
    Ecco vicino l’isola. Si scorge
    il profilo che sorge
    da un nuvolo di bruma. Non c’è sole.

  2. A me sembra che la scrittura di Pardini non intervenga solo senza “mai suturare con fasciature le fratture del linguaggio che la modernità ci ha lasciato in eredità” ma per sostenerla con buona ossatura: è lettura che pulisce e rigenera assicurando sicurezza e maggiore agilità espressiva. L’effetto benefico che ne ricavo mi dimostra che l’alta tradizione non ostacola né si contrappone alla sperimentazione, a meno che non diventi un’insensata riproposizione del passato. Ma in questo caso non sembra proprio, Pardini se ne esce anche con tocchi freschi di realismo.
    “Attorno al capo,
    folto di chiome bionde, risplendeva
    una luce d’argento.”
    Strano come oggi, se tutt’intorno mancano riferimenti visivi di questa specie (divina), si possa comunque cogliere la buona sostanza di un raggio di luce.

  3. Penso che, dato il tema dell’Utopia, che di per sé richiede toni alti e trasfigurati, gli splendidi testi di Pardini siano forse quelli che più di tutti vi si accostano. Anche io vedo in questo linguaggio una grande abilità creativa e sperimentativa, innestata su basi classiche, come in fondo il platonismo del tema richiede. Non è detto che sperimentare significhi distruggere, annientare il buono del passato. Anzi, quella via sarebbe più facile. E’ più complesso innescare dall’interno scatti e deviazioni nuove, mutazioni che lo innovino. Quando scrive:
    “Vado girando e non conosco volti.
    Un lungo vagolare; la mia anima
    s’illumina, alla fine, quando scorge
    aprirsi un varco di luce, lontano,
    oltre le sponde. Una grande speranza.
    Non so che chiaro fosse, né so dirvi.”
    Pardini sta indicando una via nuova per la poesia – o l’arte stessa – contemporanea. Ci giriamo intorno, con la nostra eredità ormai muta, senza riconoscere ciò che vediamo. Eppure esiste, a chiamarci di lontano, “un varco di luce”, se solo volessimo attraversare il fiume, la separazione, lo iato che ci divide da noi stessi. E’ indicibile – “né so dirvi” – finché non si compia la traversata. Eppure è lì la speranza, il futuro.

  4. ubaldo de robertis

    “Il lessico è scelto con cura all’interno della più alta tradizione lirica, /non opera mai strappi del linguaggio / una poesia flautata / un visionarietà ad un tempo concreta e astratta, rubiconda e sensuale, morbida e trasparente.”
    Meglio, il critico e poeta Linguaglossa, non avrebbe potuto “mostrare” le poesie del Pardini!
    Versi fluenti, movenze liriche, linguaggio levigato e fulgido, immagini che portano un che di caldo – “lettura che pulisce e rigenera,- ne ricavo un benefico effetto”- afferma Lucio Mayor Tosi. Come non condividere! Dentro il raggio dell’ispirazione, la disposizione al canto, che è di pochi poeti, con il dono della semplicità. Qui trovo il suo amore per la sua terra fatta di campi pianeggianti e di mare, – “Fu di rena infuocata ed uguale a spiaggia estiva…”-
    e quasi non cercando altra realtà:
    “(al mio paese, in mezzo ai campi)
    a un cielo luminoso e rallegrato
    da uccelli canterini! Quanta luce!
    Abituato io alla mia terra. Al suo morire.
    Al suo rinascere.”
    Non è la prima volta che mi capita, leggendo la poesia del Pardini, di restare incantato dalla naturalezza del suo comporre, dalla vena schietta senza contaminazioni. Persino il paesaggio inesistente che proviene dal sogno riflette una vibrante intensità. La stessa figura femminile mi ricorda la delicata nitidezza di Beatrice:
    “/Le sue labbra
    vibrarono di un tremito invisibile
    agli occhi umani:”
    Ubaldo de Robertis

  5. Sono parzialmente d’accordo con chi ha commentato prima di me e con lo specchio critico di Giorgio Linguaglossa. Questa poesia è formalmente bellissima, la scrittura è ricca, fluente, godibile per il lettore, un versificare da maestro. Le visioni sono ricche perché queste parole “disegnano” e “suonano” allo stesso tempo. Però la poesia, secondo me, è anche e soprattutto libertà, oltre che salvezza, e questa poesia è “costretta” su uno scoglio che non c’è.

  6. Leggere la poesia di Nazario Pardini, che conosco da anni, suscita sempre in me l’impressione d’essere sollevata “per incantamento” in un mondo più nobile di quello concreto e quotidiano, in un’atmosfera spirituale, onirica, utopica, lontana nel tempo, seppure viva dinanzi ai miei occhi, talora per un rapido richiamo alla realtà, alla sua terra pisana, al suo mare, alle consuetudini di quei luoghi.
    A maggior ragione ciò avviene durante la lettura di queste splendide poesie sul tema dell’Utopia o del Non-luogo.
    Il lessico sempre alto, proprio della migliore tradizione lirica italiana, senza un cedimento al linguaggio quotidiano, ma, anzi, con il ricorso a termini antichi soprattutto della poesia toscana, unito alla fluidità dei versi metricamente perfetti, crea immagini di luoghi paradisiaci o di una donna degna del “Paradiso Terrestre” dantesco, se non del “Paradiso”.
    Eppure Nazario Pardini scrive di un mondo che è nato nella sua mente, che non è “imitato” da poesie altrui.
    Apprezzabili la raffinata aggettivazione e le varie “callidae iuncturae” in ogni sua poesia, in contrasto con certe attuali teorie secondo cui il poeta dovrebbe sperimentare chissà quali linguaggi fuori di ogni tradizione e persino “grammatica”. Non è sperimentalismo quello di Nazario Pardini, ma coraggiosa fedeltà alla tradizione della vera poesia, con un suo personale sigillo che lo rende unico pur nel solco di tanti.
    Tutta la mia sincera ammirazione, gentile Nazario

    Giorgina BG

  7. Tra perizia tecnica e classicità intesa come chiarezza di significati , Pardini non sembra scrivere per un pubblico ma per se stesso e per i referenti che
    lo occupano , senza preoccuparsi di sedurre nessuno . Il risultato è la naturalezza – direi assoluta – del verso e dell’immagine , la “dizione” unicamente mossa da un’idea di bellezza preoccupata unicamente di dire e non di dirsi ; insomma nessuna esibizione ma molta concretezza e – credo – gioia di scrivere.
    grazie –

  8. gabriele fratini

    Non solo visioni paniche come dice giustamente Linguaglossa, questi versi musicali mi hanno riportato alla mente certi tratti dei Lusiadi , il capolavoro di Camoes che sicuramente l’autore avrà avuto presente poiché appartiene a una generazione che ancora leggeva questi grandi classici. Un saluto

  9. Giuseppina Di Leo

    Ciò che è arcano
    all’occhio nostro è quello che è inspiegabile
    alla ragione.

    Vedo in questi versi la maniera più appropriata per dire di Utopia.
    Sono poesie splendide, per la ricchezza del lessico e la profondità dei contenuti.

  10. Emma Mazzuca

    Dopo tanti altissimi commenti è difficile trovare altre parole per descrivere la sensazione che si prova nel leggere la poesia di Pardini.
    C’è un’atmosfera che ti avvolge fino a raggiungere la spiritualità.
    Solo il suo alto e profondo pensiero , la sua grandezza d’animo possono o permettono di raggiungere vette così alte di struggente lirismo. Un grande poeta classico che sa essere leggero e moderno , che sa guardare avanti e come ben dice Francesca “sta indicando una via nuova per la poesia”.
    sempre con grande ammirazione, caro Nazario.

  11. Nazario Pardini è un poeta classico nel senso proprio della parola. La sua poesia non è “classicistica” ma “classica” sia per la sua profonda cultura umanistica, sia per la sua autentica immersione in quel mondo nelle composizioni ispirate dalla mitologia, sia per la chiarezza e l’ “aurea mediocritas” di quelle nate da altri temi d’ispirazione.
    Una via nuova? Veramente questa via è nata nell’antica Grecia, è passata per Roma, per Firenze e ovunque sia stato presente il magistero degli antichi Greci.
    Di nuovo c’è il coraggio di seguire la propria strada senza timore degli eventuali denigratori, omologati in una poesia indegna di questo nome.

    Giorgina Busca Gernetti

    • Non so se, negando che questa sia una “via nuova”, Giorgina Busca Gernetti si riferisca a quanto ho scritto nel mio commento. Se così fosse, credo sia il caso di specificare che invece proprio di via nuova si tratta, anche se ho già precisato in che senso nel commento, in particolare riferendomi ai versi che citavo. Dicendo: “Non è detto che sperimentare significhi distruggere, annientare il buono del passato. Anzi, quella via sarebbe più facile. E’ più complesso innescare dall’interno scatti e deviazioni nuove, mutazioni che lo innovino.” mi riferivo non solo alla poesia, ma all’arte in genere e non certo in senso formale.
      Busca Gernetti afferma: “Veramente questa via è nata nell’antica Grecia, è passata per Roma, per Firenze e ovunque sia stato presente il magistero degli antichi Greci.”
      Oltre ad aggiungere quel breve momento, ma fondamentale e intensissimo per la cultura europea, che fu il Neoclassicismo, andrebbe ricordato che mai la via indicata dai Greci si è ripetuta intatta o identica a sé stessa nelle sue successive manifestazioni, (che sarebbe stato impossibile, dato che l’antica cultura greca non c’era più, né le condizioni sociali e culturali che l’avevano prodotta) ma sempre è tornata in vita con soluzioni assolutamente nuove. Mantenendo in parte – e forse in apparenza – la forma, ma meno la sostanza. La traduzione che Roma dà della Grecia non è la Grecia. Quella che ne dà il Rinascimento non è la Grecia. Tanto meno la traduzione neoclassica. Sono appunto traduzioni, cioè traghettamenti di forme e contenuti classici in contesti culturali e sociali assolutamente differenti, che dunque le rinnovano, se ne appropriano e ne fanno cosa propria e diversa. Appunto, attraverso quegli scatti, quelle mutazioni dall’interno, geniali e vitali, che non riproducono in modo imitativo l’antico, ma lo reinventano.

      Ma non è ancora questo che volevo dire. Parlavo di qualcosa di più profondo. La mia “via nuova” si riferiva a quella che Pardini indica in quei versi, come speranza, come luce lontana, al di là del fiume, che sta a noi attraversare. Quel fiume che è lo iato fra l’impasse di un apparente immobilismo nebbioso e senza speranza dell’oggi e la luce vivifica di un futuro che è parte e radice del nostro passato.
      Reinventare il passato, trovarne le fonti dentro di noi e tramutarlo in futuro: questa è la via nuova. Nuova perché la contemporaneità vorrebbe annientare, negare il passato, le radici, le origini. L’ha demonizzato. Non ne ha alcun rispetto, al punto che noi lasciamo cadere a pezzi luoghi come Pompei, e non certo solo per incuria o mancanza di fondi, ma perché non è un centro commerciale.
      Per Pardini non parlavo di forme o ispirazioni mitologiche, ma di solida, robusta sostanza.

    • Marisa Papa Ruggiero

      Conforta sapere che riesce a resistere, nonostante l’ostilità dei tempi, il grande respiro lirico di una poesia alta e numinosa, delicata e commossa, di una poesia che si è splendidamente nutrita della migliore tradizione lirica della nostra cultura!

  12. Gentile Francesca Diano,
    non ho letto per intero il suo commento perché la prima parte mi è bastata. Come al solito mi si fa dire quello che non ho detto/scritto.
    Affermare che una via (leggi: la poesia classica) è nato nell’antica Grecia, è passata per Roma, per Firenze etc. non significa che essa è rimasta immobile e intatta attraverso i secoli e che coloro che l’hanno percorsa sono stati tutti uguali come copie l’uno dell’altro. Ce ne corre! Ciascuno, se vero poeta, ha creato individualmente la sua poesia classica.
    Leggere con attenzione le parole altrui, comprenderle e solo dopo scrivere è una gran bella cosa.

    Giorgina Busca Gernetti

    • “Leggere con attenzione le parole altrui, comprenderle e solo dopo scrivere è una gran bella cosa.” Infatti lei ha ragione. Però dovrebbe farlo per prima.
      Lei ha detto che non ha letto il mio commento per intero perché la prima parte le è bastata. E allora come può dire cosa io abbia detto o non detto?
      Ma a parte questo, quando io mi riferisco a “via” non intendo affatto la poesia classica, come lei suppone (vede che era meglio leggere con attenzione e comprendere?) ma ben altro.
      Secondo lei poi, io “come al solito” le faccio dire cose che, ecc? A me consta di aver dialogato con lei un’unica volta in questo blog e poi, dopo il suo pesantissimo “requiescat in pace pater”, molto offensivo e di pessimo gusto nei confronti di mio padre, ho sorvolato, perché di fronte a cose così uno lascia perdere. Per educazione e buon gusto.
      E’ lei che ha contestato una mia frase qui e io ho cercato di spiegare cosa intendessi, perché così si fa fra persone educate.
      Sa, non tutto il mondo ce l’ha con lei se uno si permette di precisare qualcosa che lei non ha magari compreso.

  13. nazariopardini

    Ringrazio dal profondo tutti gli amici per i loro generosi commenti sulla mia poesia:
    Giorgio (Particolarmente riuscite queste visioni paniche di Nazario Pardini, un poeta che riesce ad esprimere il meglio di sé quando affronta argomenti classici…). Vero. E un particolare grazie per il suo caloroso mecenatismo.
    Lucio (Strano come oggi, se tutt’intorno mancano riferimenti visivi di questa specie (divina), si possa comunque cogliere la buona sostanza di un raggio di luce). Sensibile. Poeta additus poetae.
    Francesca (Pardini sta indicando una via nuova per la poesia – o l’arte stessa – contemporanea. Ci giriamo intorno, con la nostra eredità ormai muta, senza riconoscere ciò che vediamo). Acuta. Perspicace. Introspettiva.
    Ubaldo (La stessa figura femminile mi ricorda la delicata nitidezza di Beatrice: “/Le sue labbra/ vibrarono di un tremito invisibile/ agli occhi umani:”). Emozionante. Superlativo.
    Almerighi (Però la poesia, secondo me, è anche e soprattutto libertà, oltre che salvezza, e questa poesia è “costretta” su uno scoglio che non c’è). Giusto e sagace.
    Giorgina (Apprezzabili la raffinata aggettivazione e le varie “callidae iuncturae” in ogni sua poesia…). Analisi perfetta. Forza verbale. Saporita explication, impreziosita da un secondo significante intervento.
    Leopoldo (Pardini non sembra scrivere per un pubblico ma per se stesso e per i referenti che
    lo occupano , senza preoccuparsi di sedurre nessuno). Azzeccato e superbo. Schietto e indovinato.
    Gabriele (… questi versi musicali mi hanno riportato alla mente certi tratti dei Lusiadi). Raffinato e intuitivo. Ha colto nel vero.
    Giuseppina (… Vedo in questi versi la maniera più appropriata per dire di Utopia). Sapiente e autoptica. Chiara e suasiva.
    Emma (C’è un’atmosfera che ti avvolge fino a raggiungere la spiritualità). Sì! Oltre la parola c’è il cielo.

  14. Raggi gamma a proposito di” Nell’isola di Utopia
    con la mente e l’anima
    1. “Obliquavano le serpi con destrezza” (?);
    2. “Lo seguimmo d’istinto ed arrivammo (assai perplessi)” (!!);
    3. Traspariva piante lacustri ed alberi giganti (Chi traspariva? Ho perso il segno)
    4.”l’uomo industriale senz’altro mai arrivò nel Paradiso” ( il CCNL si sa cos’è?)

    Basta.

    Smettiamola di scrivere a tema. Il tema dev’essere nelle corde.

    • gabriele fratini

      Gentil Panetta se per caso passi per Roma evita di visitare la Cappella Sistina perché anche quella era a tema, e pensa un po’ anche su commissione… 🙂

      • Infatti, il tema era nelle corde di Michelangelo, nel rispetto di Botticelli, Perugino, Pinturicchio e gli altri che hanno affrescato prima di lui.
        Grazie del consiglio. Vedrò di visitare la Cappella Paolina del Quirinale, visto il tema di oggi: “Elezione Presidente della Repubblica”.
        Tra tanti stucchi rimarrò io stesso di stucco!!!

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