Theodor Lessing e Ludwig Klages: la “maledizione della civiltà” tra Seele (anima) e Geist (spirito), e Tre poesie di Stefan George a cura di Marco Onofrio Traduzione di Fabio Ronci

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

Uno degli snodi fondamentali dell’estetica del ‘900 è il rapporto che intercorre tra forma artistica e vita. L’esperienza estetica comporta, come nota Mario Perniola, «un’agevolazione e un’intensificazione della vita, un accrescimento e un potenziamento delle energie vitali» benché la forma artistica «appaia come qualcosa di secondario e di accessorio, se non addirittura di parassitario, rispetto al potentissimo prorompere ed affermarsi spontaneo delle forze vitali». La fecondità di questa pulsione è inesauribile e pressoché inafferrabile: resta in gran parte preclusa alla capacità di “presa” della forma; tuttavia l’arte, proprio grazie alla durevole consistenza della forma, veicola la possibilità di una comprensione più profonda e universale della vita che fugge. La forma può, così, “rappresentare” l’essenza della vita, e riflettere “in vitro” il suo nucleo sconfinato di eternità. La forma artistica borghese tende viceversa a mistificare l’esperienza della vita, “aggiustandola” su schemi preordinati.

L’arte, dopo il 1848, torna ad essere instrumentum regni della nuova borghesia capitalistica, aggressiva e guerrafondaia, che alimenta le mire imperialistiche delle Potenze europee. La “volontà di potenza” degli Stati emergenti ha bisogno strumentale di “forme” per coprire la verità (il fondo bruto dei rapporti di forza), cioè di linguaggi di massa per indottrinare, ammaestrare e anestetizzare i popoli (la “forza-lavoro” a servigio degli interessi oligarchici), per cui questi interessi vengono mistificati in guisa di astrazioni ideali, utili a cementare l’ordine interno della società. L’arte, allora, si qualificherà socialmente e politicamente nella misura in cui saprà affrontare la grande questione sociale, anche sul piano delle forme estetiche: confermando o meno il patto conservativo che presiede alla loro codificazione. Molte correnti artistiche cercheranno di cogliere la verità in modo immediato (naturalismo, impressionismo), o di far esplodere le forme (futurismo, cubismo, espressionismo), o di irriderle (dadaismo), pur di liberare la carica eversiva del vitalismo soggiacente – ovvero il “sogno” latente nel “segno” – censurato e rimosso a fini ideologici. Grandi filosofi – tra cui Dilthey, Simmel, Santayana, Bergson, Foucault, Marcuse – hanno pensato e dibattuto i molteplici risvolti del problema, che in chiave novecentesca deve parte della sua spinta propulsiva alle ramificazioni della nebulosa niciana e, quindi, alle sue fonti eterogenee (classiche e moderne).

Theodor Lessing und Ada Lessing

Theodor Lessing und Ada Lessing

Theodor Lessing (1872-1933), filosofo tedesco di origine ebraica, raccoglie molte suggestioni irrazionali dalla celebre “triade” Schopenhauer-Wagner- Nietzsche, e le elabora in una sua personale Lebensphilosophie: specie ne La civiltà maledetta (Die verfluchte Kultur, 1921), dove analizza il divario incolmabile tra la pienezza della vita e le costruzioni – al confronto sempre parziali e inautentiche – dello spirito umano, limitato dal vincolo dello “stare a fronte” e, di conseguenza, dall’impossibilità di una “conoscenza pura” oltre gli schemi di rappresentazione. T. Lessing parte dal concetto di vita come problema complesso e irrisolvibile. Il mondo è il luogo dove interagiscono vertiginosamente le forze di ogni essere. Ogni essere a sua volta è un campo di forze tra loro in tensione. Occorre distinguere tra forze “attive” e forze “passive”: le prime votate alla libera autoaffermazione; le seconde alla delimitazione delle prime. Le forze passive vogliono passivizzare le attive, depotenziarle. L’uomo è un essere reattivo: non può pensare l’essere se non dal suo proprio punto di vista soggettivo, particolare, sempre “reazionario” e inferiore alla complessità inafferrabile del fenomeno vita. La cultura rappresenta il trionfo delle forze passive, giacché si produce solo a condizione di “violentare” le forze attive, separandole dalla loro potenza di metamorfosi e di apertura al nuovo. Appena sfiorata dal gelo della coscienza, la vita perde l’immediata forza originaria e si spegne, si fossilizza in una forma. Tuttavia, possiamo com-prendere la vita solo imprigionandola in gabbie di schemi e categorie, cioè astraendone, rinunciando a parteciparne direttamente.

Theodor Lessing

Theodor Lessing

La sfera ideale della coscienza è indispensabile all’uomo per difendersi dall’insostenibile spontaneità originaria della vita. Le forze attive della vita, infatti, sono un veleno letale per chi si espone passivamente ad esse nella loro purezza, senza denaturarle attraverso la coscienza. L’uomo vive nel contingente, nel provvisorio, nel casuale, nel possibile: il mondo è un infinito “campo di sorpresa”. La realtà è sempre pronta a divenire antagonista rispetto al volere dell’individuo: nessuno può vivere solo ciò che vorrebbe per sé; nessuno può controllare del tutto il corso degli eventi, o ritenersi al sicuro dall’imponderabile. Tale condizione sarebbe assurda da sostenere fino in fondo: l’uomo ha bisogno di forze reattive capaci di rendere inoffensivo il potere annichilente di quelle attive, cioè di segnare un limite, di “misurare” la propria vita per afferrarla.

Stefan George

Stefan George

La “misura” grazie a cui l’abisso del mondo viene continuamente de-territorializzato in un più prevedibile “ambiente” coincide con il patrimonio dei costrutti dello spirito (norme, valori, cultura, istituzioni) che garantiscono un senso a ciò che di per sé non ne avrebbe, e permettono all’uomo di evitare il contatto diretto con il fuoco velenoso della vita. Per sopravvivere alla propria condizione, l’uomo è costretto a crearsi un mondo compensativo e artificiale, a propria immagine e somiglianza: un “orticello sicuro” dove poter coltivare indisturbato, senza tema di repliche, l’illusione di essere figlio di Dio, dominus dell’universo, unica ragione del mondo, creatura superiore e ineguagliabile, specchio e misura di tutte le cose… Questo provvidenziale rimedio, però, segna anche la sua disarmonia, il suo dover restare sempre e solo “di fronte” alla natura, come un estraneo. Per questo Nietzsche, ne La nascita della tragedia (Die Geburt der Tragödie, 1876), aveva magnificato la compenetrazione dell’ebbrezza dionisiaca e del sogno apollineo, scaturito da quell’ebbrezza, come via maestra per raggiungere l’unione con «l’intima essenza del mondo» (potere metafisico che già Schopenhauer attribuiva alla musica). Scrive Nietzsche, preconizzando la grande riconciliazione con la natura tradita: «Sotto l’incantesimo del dionisiaco non solo si restringe il legame fra uomo e uomo, ma anche la natura estranea, ostile o soggiogata celebra di nuovo la sua festa di riconciliazione col suo figlio perduto, l’uomo. La terra offre spontaneamente i suoi doni, e gli animali feroci delle terre rocciose e desertiche si avvicinano pacificamente».

Kirchner 'Cinque donne per strada'

Kirchner ‘Cinque donne per strada’

Lo spirito è la fredda lama che ha reciso il cordone ombelicale tra noi e il grembo materno della natura: da quel momento ci è preclusa l’esperienza autentica (e la reale comprensione) dell’elemento naturale originario. Scrive T. Lessing che l’uomo, in quanto creatura più debole della terra, «deve uccidere la terra stessa per poterla sopportare»: è capace di comprendere solo “violentando” la singolarità dell’essere, riducendone l’alterità, incasellandolo nella legge, adattandolo al patrimonio del già conosciuto.

«Di qualunque tipo siano gli ideali dell’area di civiltà cristiana, – deificazione, innalzamento alla divinizzazione del genere umano, spiritualizzazione della terra, umanizzazione della natura, liberazione dell’elemento naturale, logicità perfetta, perfetta eticità – il loro risultato è sempre stato l’irrigidimento del fluire elementare nella immobile realtà della coscienza spazio-temporale, vale a dire in un mondo di valori, di scopi e di volontà… A questo fine sono stati sacrificati i timori e tremori originari, l’ebbrezza bacchica e l’esuberanza del mondo primitivo. La terra che lentamente si è raffreddata e spiritualizzata appartiene agli imperi freddamente calcolatori del commercio e delle armi».

La vita, dal canto suo, è il regno della complessità e della differenza. Noi, invece di cogliere la «forza originaria» della sua «anima comunitaria dal respiro concorde», «monetizziamo la vita». La vita, di conseguenza, muore istantaneamente: «il suo flusso si fa ghiaccio. Il suo ritmo, armonia calcolabile. Dall’Eros nasce una morale. Dall’anima lo spirito. E tutto diventa validità e denaro. Dov’è finita la nozione del veggente, del saggio del mondo, del profeta, del poeta?»

Two Yellow Knots with Bunch of Flowers - Kirchner, Ernst Ludwig

Two Yellow Knots with Bunch of Flowers – Kirchner, Ernst Ludwig

Contro la conoscenza “secondo spirito”, T. Lessing propone un «aprirsi non cosciente dell’uomo all’essere»: cogliere immediatamente la realtà, senza riflettere, prima che intervengano le forze reattive dello spirito, come accadeva ancora all’uomo prelogico, che per questo viveva nella totalità, in intima unione con il mondo. La Kultur occidentale persegue da sempre il “conferimento aggiunto di senso” e in tal modo sottopone a violenze e arbitrarie deformazioni l’elementare, feconda complessità delle forze attive della vita. “Mens” (mente) in latino è affine a “mentiri” (mentire), così come “Verstand” (intelletto) in tedesco è affine a “verstellen” (alterare): «dal punto di vista del dato naturale, lo spirito agisce sempre in qualche modo selezionando, valutando, violentando».

L’uomo occidentale vuole comprendere tutto, toccare tutto, ha sempre paura di “perdersi qualcosa”: è ossessionato dalla preoccupazione di pianificare il futuro, di ricavare il massimo utile da ogni circostanza. T. Lessing propone in alternativa il modello culturale orientale, giacché «soltanto dall’Oriente può giungere la rinascita della più antica e semplice conoscenza e con ciò il rinnovamento della vita della civiltà smarrita nel vicolo cieco della spiritualità». In Oriente si è conservato un rapporto immediato con l’elemento vitale, non lo si chiude a forza in una gabbia astratta di concetti. In India, ad esempio, “Muni” (sapiente) significa “ammutolito”, colui che tace davanti all’ininterrogabile, rispettandolo in silenzio. È un’esperienza meditativa o mistica (intuitiva e non intellettuale) del mondo, che mira a una conoscenza assoluta. Per i buddisti questa conoscenza procede dal “retto vedere”, cioè da uno sguardo oltrepassante (una visione intuitiva capace di penetrare nell’essenza delle cose) che assicura un’esperienza non sensoriale della realtà. T. Lessing parla, a tal proposito, di Ahmung (sguardo intuitivo), che afferra il “vivente” senza mediazioni intellettive e lo fa emergere, intatto, come «estremo della visione». Il metodo è quello di svuotare la mente dai concetti, per sentire direttamente la realtà e unirsi all’anima del mondo. T. Lessing sostiene la necessità per l’Occidente di un nuovo linguaggio (alternativo a quello tecnicizzato imperante nella Kultur) in grado di esprimere con ricchezza e suggestione di immagini le forze attive dell’esistenza, rispettando la loro complessità originaria.

Ludwig Klages

Ludwig Klages

Anche Ludwig Klages (1872-1956), amico d’infanzia di T. Lessing (ma nel 1899 ruppero ogni rapporto per contrasti ideologici: Klages era diventato apertamente antisemita), nonché suo iniziatore alla cerchia del poeta Stefan George, imputa la decadenza della Kultur al razionalismo. Klages «identifica intuizione e sogno come un affluire di immagini archetipiche che si condensano in aura, ossia in percezione lontana del mondo primordiale». Proprio attraverso la contemplazione di queste immagini archetipiche l’uomo può recuperare la vita originaria del mondo da cui lo spirito lo ha separato. Klages distingue nettamente fra “anima” (Seele) e “spirito” (Geist): l’una calda e vibrante, nel ritmico pulsare della vita universale; l’altro freddo e riduttivo, responsabile della «sottomissione della vita ai concetti del pensare e dell’agire». L’anima è ritmo, abbandono del proprio sé al continuo e inarrestabile flusso del divenire; lo spirito è negazione di ogni fluire, paralisi e sottomissione della dinamicità vitale al potere ordinatore dell’intelletto umano.

Gottfried Benn

Gottfried Benn

La struttura essenziale dell’anima è dinamico-metamorfica, perché si apre al flusso della vita e se ne lascia plasmare. Lo spirito invece è statico e rigido, e conduce all’identificazione del compito umano con la progressiva affermazione della sua identità soggettiva, cioè della sua attività dominatrice e classificatrice sopra un mondo di “oggetti”. Secondo Klages l’anima deve liberarsi dalle catene dello spirito, uscendo fuori dall’io soggettivo e accogliendo questo flusso di immagini primordiali, per riunificarsi con la vita cui ab origine appartiene. Scrive in Dell’Eros cosmogonico (Vom kosmogonischen Eros, 1922): «La via che conduce alla vita passa per la morte dell’io». L’io tramonta nell’anima, che a sua volta coincide con il suo stesso dischiudersi al “mondo delle immagini” prodotte dal divenire della vita in esperienza vissuta. È proprio mediante questa sorta di “introiezione” dell’esperire vitale che, secondo Klages, l’uomo può sfuggire all’annichilimento della vita cosmica perpetrato dal “soggettivismo” dello spirito.

(Marco Onofrio)

Stefan George

Stefan George

Tre poesie di Stefan George (1868-1933)

Komm in den totgesagten Park

Komm in den totgesagten park und schau:
Der schimmer ferner lächelnder gestade
Der reinen wolken unverhofftes blau
Erhellt die weiher und die bunten pfade

Dort nimm das tiefe gelb das weiche grau
Von birken und von buchs • der wind ist lau
Die späten rosen welkten noch nicht ganz
Erlese küsse sie und flicht den kranz

Vergiss auch diese lezten astern nicht
Den purpur um die ranken wilder reben
Und auch was übrig blieb von grünem leben
Verwinde leicht im herbstlichen gesicht.

*

Vieni nel parco, che chiamano morto e guarda:
la luce di coste lontane e sorridenti,
il blu inatteso di nuvole pulite
illumina i laghi ed i sentieri colorati.

Là prendi il giallo profondo, il morbido grigio
delle betulle e del bosco, il vento è tiepido.
le tardive rose non sono ancora appassite,
baciale dolcemente e fanne una ghirlanda.

Non dimenticare nemmeno questi ultimi asteri,
il color porpora attorno alle snelle viti selvatiche

ed anche ciò che è rimasto della verde vita,
sfugge leggero, con viso d’autunno.

(traduzione di Fabio Ronci)

Stefan George

Stefan George

 

 

 

 

 

 

Das Wort

Wunder von ferne oder traum
Bracht ich an meines landes saum

Und harrte bis die graue norn
Den namen fand in ihrem born –

Drauf konnt ichs greifen dicht und stark
Nun blüht und glänzt es durch die mark…

Einst langt ich an nach guter fahrt
Mit einem kleinod reich und zart

Sie suchte lang und gab mir kund:
> So schläft hier nichts auf tiefem grund<

Worauf es meiner hand entrann
Und nie mein land den schatz gewann…

So lernt ich traurig den verzicht:
Kein ding sei wo das wort gebricht.

.
La Parola

Meraviglia di lontano o sogno
Io portai al lembo estremo della mia terra

E attesi fino a che la grigia norna
Il nome trovò nella sua fonte

Meraviglia o sogno potei allora afferrare consistente e forte
Ed ora fiorisce e splende per tutta la marca…

Un giorno giunsi colà dopo viaggio felice
Con un gioiello ricco e fine

Ella cercò a lungo e [alfine] mi annunciò:
“Qui nulla d’uguale dorme sul fondo”

Al che esso sfuggì alla mia mano
E mai più la mia terra ebbe il tesoro…

Così io appresi la triste rinuncia:
Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca

Ein Winterabend

Wenn der Schnee ans Fenster fällt,
lang die Abendglocke läutet,
vielen ist der Tisch bereitet
und das Haus ist wohlbestellt.

Mancher auf der Wanderschaft
kommt ans Tor auf dunklen Pfaden.
Golden blüht der Baum der Gnaden
aus der Erde kühlem Saft.

Wanderer, tritt still herein;
Schmerz versteinerte die Schwelle.
Da erglänzt in reiner Helle
auf dem Tische Brot und Wein.

Una sera d’inverno

Quando la neve cade alla finestra,
A lungo risuona la campana della sera,
Per molti la tavola è pronta
E la casa è tutta in ordine.

Alcuni nel loro errare
Giungono alla porta per oscuri sentieri.
Aureo fiorisce l’albero delle grazie
Dalla fresca linfa della terra.

Silenzioso entra il viandante;
Il dolore ha pietrificato la soglia.
Là risplende in pura luce
Sopra la tavola pane e vino.

Stefan George

Stefan George

Stefan George (Büdesheim, Bingen, 1868 – Minusio, presso Locarno, 1933) nacque a Büdesheim, presso Bingen, una piccola e antica cittadina sulle rive del Reno, situata nella regione della Renania-Palatinato; la famiglia era di estrazione borghese, con lontane origini francesi; in casa si parlava francese, e solo da adulto George scelse la lingua tedesca come sua lingua poetica. Nel 1873 la famiglia si trasferì a Bingen, dove il padre divenne un agiato commerciante di vini; George studiò dal 1882 al 1888 a Darmstadt, nel 1889 si iscrisse all’università di Berlino, ma non frequentò che poche lezioni e lasciò gli studi dopo tre semestri. Aveva allora già iniziato quello stile di vita che mantenne fino alla fine: non abitando mai in case proprie, nonostante una certa agiatezza, ma vivendo ospite di amici e ammiratori a Berlino, Heidelberg, Basilea, Monaco di Baviera (ove visse quasi stabilmente solo a partire dal 1900), e viaggiando spesso per l’Europa, soprattutto Italia, Parigi e Londra. A Parigi, ventenne, conobbe i poeti della scuola simbolista, Mallarmé e Paul Verlaine, le cui idee di un'”arte per l’arte” e di una “poesia pura”, sganciata dalla realtà sociale, piacquero molto a George, che non amava né il realismo in letteratura né il positivismo in filosofia, allora dominanti in Germania; a Londra conobbe Swinburne e i preraffaelliti, in Belgio Verhaeren.
Nel 1892 creò un proprio circolo, noto come George-Kreis, e una rivista letteraria, i Blätter fur die Künst, organo di opposizione al naturalismo, pubblicata fino al 1919. Visse sempre appartato, attorniato dai membri del suo circolo, ed evitando ogni clamore; i suoi libri erano stampati privatamente e distribuiti agli amici, a sottolinearne il carattere iniziatico, accentuato anche da una particolare veste tipografica, nella quale i caratteri e i frontespizi assumevano di per se stessi rilevanza stilistica. Il circolo era retto da un complesso cerimoniale estetizzante e composto da soli uomini, studiosi e poeti, scelti da George stesso per affinità spirituale; inizialmente i membri erano suoi coetanei, trattati come pari, ma col passare degli anni il circolo muterà composizione e George sarà sempre più venerato come un maestro da discepoli molto più giovani di lui. Tra i membri del circolo spiccano i poeti austriaci Rainer Maria Rilke e Hugo von Hofmannsthal (che poi se ne allontanarono) e i fratelli Stauffenberg, che saranno coinvolti nel complotto per assassinare Hitler , oltre a numerosi esponenti del mondo culturale tedesco dell’epoca, come Karl Wolfskehl, Friedrich Gundolf e, più tardi, Klaus Mann.

marco onofrio

marco onofrio

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013). La sua produzione letteraria è stata oggetto di decine di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito finora 30 riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in centinaia di presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha scritto decine di prefazioni e pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

 

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16 commenti

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16 risposte a “Theodor Lessing e Ludwig Klages: la “maledizione della civiltà” tra Seele (anima) e Geist (spirito), e Tre poesie di Stefan George a cura di Marco Onofrio Traduzione di Fabio Ronci

  1. La poesia di George che aveva mosso la generazione di Benjamin «come il vento muove i “fiori della prima patria” che di là invitavano sorridendo al lungo sonno», non poteva essere quella di “Der Stern des Bundes” e solo raramente quella di “Der siebente Ring”, né quella dove è visibile e domina uno «stile», Scriverà Benjamin. Per Benjamin lo «stile» maschera lo «stacco» che le forme poetiche racchiudono, come il mito del poeta come duce, la «scienza sacerdotale della poesia» o la monumentalità di quest’ultima nascondono la fragilità della parola. La poesia georgeana preferita da Benjamin era quella consapevole di questa fragilità, che su questa fragilità lavorava e con queste parole lottava, dando «forma al proprio distacco e silenzio». Non dunque il George delle rappresentazioni simboliche – «il simbolismo di quest’opera è la parte più fragile» – ma quello che riconosceva «i confini avvolti di profumo» di ogni parola, di ogni figura poetica».

    Scrive Benjamin: «Questo è lo stile floreale (Jugendstil); in altre parole, uno stile in cui la vecchia borghesia maschera il presentimento della propria debolezza dilagando cosmicamente in tutte le sfere e abusando, ebbra di futuro, della gioventù (Jugend) come di una parola magica. Compare qui per la prima volta… la regressione della realtà sociale a quella naturale e biologica».

    Quella versificazione che per Benjamin contiene la rima («la rima è relazione della gioia»), diventa nella poesia di George il preannuncio di un lutto cosmico, bandiera ideologica con cui la borghesia tedesca prebellica si accingeva ad ammantare la imminente carneficina europea.

  2. antonella zagaroli

    Ancora un grazie a te: Giorgio. Hai inserito i miei padri d’anima, la fonte inconsapevole della mia appartenenza. La mia natura e gli accadimenti dentro e fuori di me mi hanno insegnato che – ” il mondo è un infinito “campo di sorpresa”. La realtà è sempre pronta a divenire antagonista rispetto al volere dell’individuo: nessuno può vivere solo ciò che vorrebbe per sé; nessuno può controllare del tutto il corso degli eventi, o ritenersi al sicuro dall’imponderabile.”-«Di qualunque tipo siano gli ideali dell’area di civiltà cristiana, – deificazione, innalzamento alla divinizzazione del genere umano, spiritualizzazione della terra, umanizzazione della natura, liberazione dell’elemento naturale, logicità perfetta, perfetta eticità – il loro risultato è sempre stato l’irrigidimento del fluire elementare nella immobile realtà della coscienza spazio-temporale, vale a dire in un mondo di valori, di scopi e di volontà… A questo fine sono stati sacrificati i timori e tremori originari, l’ebbrezza bacchica e l’esuberanza del mondo primitivo. La terra che lentamente si è raffreddata e spiritualizzata appartiene agli imperi freddamente calcolatori del commercio e delle armi».
    Come non vivere in quest’ultimo paragrafo la storia antica e sempre presen te degli uomini? Le uniche differenze le piccole singolarità “”animali””distorte rispetto al contesto generale degli umani ma in sintonia con la natura tutta.

  3. Detto in breve ritengo che oggi il super capitalismo non abbia più bisogno di un irrazionalismo ideologico, non ne ha bisogno perché sono le sue leggi economiche ad aver bisogno, al contrario, della super razionalità dell’economia globale. Il vero terreno di scontro non passa più per gli stati nazionali ma attraverso i blocchi economici continentali e la loro reciproca belligeranza non-belligeranza (economica). Così, non c’è più una borghesia nazionale, come non c’è più una borghesia continentale o nazionale, la borghesia è diventata internazionale la quale non ha alcun bisogno di «stili» localistici né dell’apporto di singoli ceti intellettuali che elaborino per essa una ideologia. L’unica ideologia del capitalismo finanziario è quella globale, e questo comporta la polverizzazione degli stili e dei ceti artistici, divenuti questi ultimi del tutto marginali e ininfluenti ai fini degli equilibri o disequilibri globali. La stessa guerra è stata sostituita da una guerra globale fatta a pezzi e a frantumi da aversi nelle zone più arretrate economicamente del pianeta. La guerra è diventata planetaria, e così non c’è più alcun bisogno di ideologie localistiche irrazionalistiche. La forma-merce ha istituito il suo dominio mondiale relegando la critica delle ideologie a reperto da museo. Le arti non possono che andare a diporto di questo mega fenomeno globale, esse devono assuefarsi all’andazzo generale diventando sempre più decorative, oppure vengono deiettate al di fuori dell’economia globale.
    In parole povere, oggi il capitalismo globale non ha alcun bisogno di un poeta alla Stefan George. Gli sta bene il proliferare di scrittori di gialli e di neri. Gli stessi comunisti o coloro che si fregiano di tale dizione, appaiono delle persone felici della loro stessa indeterminazione in mezzo alla felicità generale promessa e attuata dal super capitalismo finanziario.

  4. antonio sagredo

    Caro Linguaglossa, ci si avvia oramai verso un altro -ismo o altri -ismi pronti a combattersi: noi siamo vittime partecipi: consenzienti oppure non… il punto forse è un altro: il decadentismo letterario fu anche e innanzitutto il decadentismo di una intera epoca e non solo il tramonto dell’occidente, ma anche l’Oriente ne venne coinvolto inconsapevole (all’epoca ritenuto barbarico per secoli interi e cantato per questo da poeti occidentali, non accorgendosi che invece l’Occidente avrebbe prodotto due barbarie con decine e decine di milioni di morti a distanza di vent’anni!). Dunque lo Stefan George insegnò a tanti poeti non solo germanici l’inazione e il baloccarsi in sterili teorie poetiche e artistiche – che nella sua epoca ebbero successo perfino in Rilke e in Hugo von Hofmannsthal – quest’ultimo portò alla frantumazione la fragilità di uno stile che pareva solido – ne sapeva di più Paul Valery! – Così scrivevo (nella mia tesi del 1974-75) della influenza che Stefan George (e il decadentismo in generale) ebbe sul giovane e maggior poeta simbolista ceco Otokar Březina (che più tardi lo rinnegherà!):

    “Březina, come si nota, è già avviato verso il culto dell’arte, che è la maniera del nuovo capitolo che egli stesso ha dichiarato di aver aperto: l’inizio di una nuova fase lavorativa, che richiederà nuove forme e nuovi contenuti. Del problema dell’arte il poeta si fa assorbire completamente, a tal punto che molte saranno le poesie che la glorificheranno. Così all’amico Bauer nel settembre del 1892, fa sapere che “l’arte è la più alta vetta della forma individuale, ma l’arte cambia (l’art pour l’art), l’arte che si sviluppa dalla necessità di creare e che festeggia una sola bellezza; l’arte inutile, squisita , alta, degrada il più alto punto spirituale, la più sublime e sentimentale e verbale sfumatura; l’arte che non serve alla quotidiana necessità dell’uomo, senza le profonde tendenze di Zola, e senza le aspirazioni morali di Dostoevskij, senza l’idealismo di Tolstoj, senza l’arte di Flaubert, di Baudelaire, questo mio amoruccio tra gli immortali, senza l’arte grande di Mallarmé, Verlaine, Stefan, Mary Robinson, Majerlink, tutta questa legione di geni non riconosciuta dal nostro tempo materialista”. Lo Stefan nominato da Březina, credo sia Stefan George; e Majerlink, credo sia, Maeterlinck”.
    – Ma questi poeti menzionati nella mia tesi insieme alle centinaia che lesse e amò Březina, saranno da questi celebrati e poi messi da parte (per ultimo Nietzsche! A cui preferisce Novalis): questo poeta ceco-moravo fu l’ultimo filtro da cui passò tutta la poesia europea e non. E ne vide per e in ciascun poeta la fine e la decadenza; egli stesso si esaurì in poco più di dieci anni di attività poetica (1892-1905) e poi non volle più saperne di scrivere versi: con questo suo atto estremo pone la parola fine a tutto il decadentismo e simbolismo europeo, intravedendo in quell’orientalismo che quei due movimenti o correnti cantavano un pericolo di disfacimento anche cerebrale per la cultura occidentale! (Se ne accorsero sia Laforgue che Oscar Wilde e Alexandr Blok, beffeggiando dapprima se stessi e poi tutto il loro mondo!) – L’analisi di Marco Onofrio e l’intervento di Linguaglossa pongono l’accento sulla limitatezza aristocratica dell’opera poetica di Stefan George… ….aristocraticità che si oppose debolmente all’avvento della prima guerra mondiale per fallire, coi suoi lontani rappresentanti, totalmente con l’avvento nazistico… limitandosi i poeti espressionisti alla rappresentazione della morte e al disfarsi del corpo (Benn, p.e.) e a una sterile condanna al simbolismo decadente! Karl Kraus tacque davanti al nazismo: aveva compreso il fallimento di tutte le avanguardie letterarie a artistiche germaniche, e insieme a Walter Benjamin fu il più lucido e razionale intelletto dell’epoca, molto ma molto di più di Adorno e compagnia che si limitarono dopo la guerra a lamentarsi vanamente. Quale è dunque l’eredità lasciata da Stefan George, questo campione dell’agiatezza “artistica” di classi superiori: è quella dello sfacelo totale della loro scrittura, più della forma che dei contenuti e poi che questi erano sterili, tutte le varie forme per vivificare la poesia loro sono crollate sotto il peso, meglio la gravità, di un centro alla fin fine inesistente: scatola vuota che si credeva colma!
    Antonio Sagredo

  5. marconofrio1971

    “L’analisi di Marco Onofrio e l’intervento di Linguaglossa pongono l’accento sulla limitatezza aristocratica dell’opera poetica di Stefan George…” Gentile Antonio Sagredo, può dirmi cortesemente dove la mia analisi avrebbe posto l’accento sulla “limitatezza aristocratica” di George? Grazie

  6. In effetti nel bel pezzo di marco Onofrio non si parla mai di Stefan George, se non come contemporaneo di Lessing e Klages. Il primo, filosofo, assassinato dai anziati per la sua adesione al Sionismo, il secondo teorizzatore dell’anima in qualità di inconscio non represso=anima calda, spirito freddo o razionale,”Dall’Eros nasce una morale. Dall’anima lo spirito. E tutto diventa validità e denaro. Dov’è finita la nozione del veggente, del saggio del mondo, del profeta, del poeta?”
    E ancora questo passo lo trovo pertinente e ancora valido anche nell’oggi: “Occorre distinguere tra forze “attive” e forze “passive”: le prime votate alla libera autoaffermazione; le seconde alla delimitazione delle prime. Le forze passive vogliono passivizzare le attive, depotenziarle. L’uomo è un essere reattivo: non può pensare l’essere se non dal suo proprio punto di vista soggettivo, particolare, sempre “reazionario” e inferiore alla complessità inafferrabile del fenomeno vita. La cultura rappresenta il trionfo delle forze passive, giacché si produce solo a condizione di “violentare” le forze attive.”

    Peccato che la situazione ci sia sfuggita di mano e che nella massificazione non ci siano più forze passive, ma forze attive che violentano ciò che resta del passivo.

    George nel suo bel circolino borghese/aristocratico, penso pensasse, nel suo bel francese, Je m’en fous.

    Apprezzo questo pezzo di Onofrio. Complimenti.

  7. antonio sagredo

    Carissimi, cerchiamo di non trovare il pelo nell’uovo o l’ago in un pagliaio : la “limitatezza aristocratica” è implicita se non insita naturalmente nella idea che avevano quelli dell’arte e cioè di una arte = all’ ”arte per l’arte” e di una “poesia pura”, sganciata dalla realtà sociale [che] piacquero molto a George, che non amava né il realismo in letteratura né il positivismo in filosofia…” si staccava da tutti questi limitati dalla loro aristocracità il solo Verhaeren col suo urbanismo (-esimo) che preluse agli albori del futurismo, tanto è vero che Majakovskij ne cantò le lodi e la sua disgraziata fine. Stefan George scrivi ” Visse sempre appartato, attorniato dai membri del suo circolo, ed evitando ogni clamore; i suoi libri erano stampati privatamente e distribuiti agli amici, a sottolinearne il carattere iniziatico, accentuato … Il [loro]circolo era retto da un complesso cerimoniale estetizzante e composto da soli uomini, studiosi e poeti, scelti da George stesso per affinità spirituale…”,
    Caro Marco, il loro circolo non ammetteva le donne (quindi erano fuori del tempo… inattuali, ma in senso negativo), mentre in Russia, la Torre d’avorio di Solovev e compagnia era aperta alle donne, tra cui spiccava Zinaida Gippius. Non è limitatezza aristocratica tutto ciò? E cosa era questa esclusione delle donne? Essere aristocratico in arte non vuol dire chiudersi, anzi è tutto il contrario… era aristocratico l’acmeismo russo con a capo Gumilev, Mandel’stam, Acmatova ecc. poi che raccoglievano dell’arte ciò che era di meglio, l’acme appunto di ogni forma d’arte, per poi diffonderlo a tutte le classi… quindi nessun limite…
    ecco, questo volevo dire.
    Antonio S.
    Vi invia un abbraccio
    ——————————————–
    “e l’arte, senza il furore, è un’arte smargiassa!” (1999)
    ————-
    Non la vita decise il mio sognare,
    ma l’arte che scantona nei dettagli.
    (2006)

  8. marconofrio1971

    Caro Antonio, io non cerco il pelo nell’uovo. E’ che io ho appena accennato a George, su cui tu mi chiami in causa: il mio articolo finisce laddove c’è la firma, e fin là mi sento di rispondere. Io ho scritto di Lessing e Klages. Le poesie di George sono state aggiunte come “redazionale” a corredo dell’articolo, così come la scheda informativa su George, ma hanno sortito l’effetto di deviare l’attenzione dal focus del mio intervento…

  9. antonio sagredo

    e allora chiedo venia… forse ho volato troppo in alto e in diversa direzione come al solito, ritenendo forse ciò che hai scritto scontato soltanto per me (per antiche letture anche) poi che per me soltanto era ovvio e se fai caso, mentre Lessing e Klages non sono poeti, quindi inconsciamente li ho messi da parte – pur stimando il Tuo intervento – per dare la precedenza a George Stefan che sentivo più vicino (nel senso che lo studiai come poeta rappresentante di una epoca, e non studiai chye superficialmente quei due pur sapendo di loro) per costruire una analisi leggera, non proprio specialistica. Il mio limite è quello di considerare il Poeta unica creatura capace di sentire, anticipare ecc., e gli altri a seguire. Di nuovo chiedo scusa per il mio scantonamento. A. S.

    ——————————–

  10. Valerio Gaio Pedini

    il pensiero che deve sorgere è come sarà poi. il presente già lo conosciamo, poiché lo viviamo o lo subiamo. L’analisi non la sopporto. Bisogna fare sintesi. Sappiamo benissimo che la presente società, con la globalizzazione, è entrata in uno status liquido-e l’arte ha anticipato per tutto il novecento l’ideologia di quella che poi fu una ovvia reazione, come è una ovvia reazione sedimentata che si parli ancora di avanguardia e di retroguardia e non di comunità-poiché non esiste. Ma come è dal pensiero e non dalle forze attive nacque lo scempio, sarà il pensiero a dover ricostituire una comunità- non utile al popolo, non utile all’arte, ma utile alla permanenza. La comunità ergo è possibile solo con un isolazionismo. Non si può fare un arte politica, si deve fare un arte anarchica, ergo del rifiuto. Dato che la società è cambiata e le rivoluzioni non si fanno con i tablet. Con i tablet si reagisce e basta. La cosa certa è che non debba essere un ismo, rischiando di divenire domocratismo. Anche perché è impossibile. Tutti possono fare arte, ma in quei tutti solo pochi riescono a comprenderla, ergo è della comprensione che bisogna fare tesoro non dell’hobbistica- e l’art pour l’art- arte che poi sostanzialmente è borghese, anche se vi erano fondamenti aristocratici, è hobbistica come l’arte che invade le piazze, lo stilismo, le mostre, le accademie, i teatri, gli editori, e fiere. Tutto hobbistica. Bisogna far sì che sia una necessità, ché come disse Maria Rosaria Madonna, bastò recitare il canto della commedia, per salvare una persona durante il nazismo.Vuol dire che bisogna passare il testimone, ma prima bisogna riplasmarlo. L’arte non è morta, è dormiente- è come una persona, dopo aver voluto strafare per cento anni, si appisola. Ma ci sono poeti,musicisti, pittori capaci. Solo che non li conosce nessuno. Antonio e Giorgio sono due poeti del tutto singolari,Maria Rosaria Madonna lo è stata. Bertolucci era un morto. E’ l’atemporalità che fa dell’arte ARTE. Benni non fa arte. Fra vent’anni non se lo cagherà nessuno. Nemmeno Magrelli. Perché viaggiano in superficie e la superficie è immediata. Ma bisogna avere radici. Così la pittura, la musica, il design, la moda, il cibo addirittura, la tecnologia.Proprio per il neocapitalasmo globale: l’inutile. In Africa ora son felici dell’istruzione, fra cinquant’anni rimpiangeranno le palme di banane e le noci di cocco e le danze tribali e la fame. Solo con il dolore e o con il sacrificio si può agire, tutto il resto è stupida reazione.

  11. L’arte come messaggio che sfida il tempo, espressione (anche estetica) di un uomo, in primis deve essere condivisa e “fruita” da più persone, il che in tempi di non comunità e di individuo negato e omologato non è così semplice. Il turbocapitalismo globale sta riuscendo silenziosamente a fare e distruggere dove nel corso della storia gli altri “ismi” hanno fallito o sono stati fermati. In altri termini l’individuo sta sviluppando un proprio enigmatico linguaggio, miliardi di linguaggi individuali incomprensibili a celebrare l’incomunicabilità nell’era del villaggio globale. I rapporti col potere sono poi deflagranti, dal mecenatismo alla raccomandazione, rimane o emerge chi è meglio spinto e protetto, per gli altri sarà riscoperta postuma o bene che vada tardiva.

  12. Valerio Gaio Pedini

    quello che bisogna fare è riformare una comunità: ma ad amplio raggio. anche di 2 persone. XD altra cosa, o sappiamo benissimo che l’attuale sistema non porta nulla di buono. Quindi bisogna distruggere la falsa comunità e costruirne una propria. e non la definisco avanguardia.

  13. E magari, carissimo Pedini, uno dei due è proprio Lei.
    Ho letto abbastanza di Lei, e se in passato pensavo lei avesse problemi con la tastiera (ero pronto a lanciare un #hashtag compriamo una tastiera nuova a Pedini) adesso so per certo che la tastiera non c’entra nulla. Lei può pernacchiare quanto vuole nei suoi pseudotesti, ridere di gusto (ah ah ah ah) ma rimane il fatto che, per una sconosciuta ragione ai più, lei abbia avuto, immeritatamente, il suo momento di gloria, quale cometa che però non è stata registrata dalla cosmologia contemporanea. Tenti, ritenti, sarà più fortunato. Il prox passaggio della cometa di Halley è previsto per il 2062.

    • Che idiozia, Pedini è un ottimo pettirosso da combattimento, una bella testa, lui nel 2062 ci sarà, noi no, e uno di noi due tra me è lei è un grullo, ma non sono io. 🙂

  14. Pettirosso da combattimento è un verso di De André.
    A meno che non si diventi immortali come Highlander…ma ne dubito.

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