UNA POESIA INEDITA di  Bella Achatovna Achmadulina (1937-2010) Ricordi di Boris Pasternak (1962) Traduzione di Donata De Bartolomeo con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Bella (Isabella) Achatovna Achmadulina

Bella (Isabella) Achatovna Achmadulina

 Bella Achatovna Achmadulina (in russo: Белла Ахатовна Ахмадулина) è nata a Mosca il 10 aprile 1937 ed è scomparsa il 29 novembre 2010. Ha conquistato larga popolarità con le raccolte di versi Struna (“La corda”, 1962), Uroki muzyki (“Lezioni di musica”, 1970, trad. it. Tenerezza e altri addii, 1971), Metel´ (“La tempesta”, 1977) e il poema Mòja rodoslovnaja (“La mia genealogia”, 1964). Negli ultimi anni ha pubblicato inoltre: Larec i ključ (“Lo scrigno e la chiave”, 1994), Sozercanie stekljannogo šarika. Kovye stichotvorenija (“Contemplazione di una pallina di vetro. Nuove poesie”, 1994), Grjada kamnej. Stichotvorenija 1957-1992 (“La scogliera di pietre. Poesie 1957-1992”, 1995). È stata una poetessa russa tra le più lette e conosciute in patria e all’estero. Nata da padre tataro e da madre italo-russa, con la raccolta di liriche La corda (1962), improntate a un arduo tecnicismo verbale, si pose in prima fila, insieme con Evtušenko (che fu suo primo marito) e Andrej Voznesenskij, nella nuova generazione poetica poststaliniana, cui il recente disgelo aveva consentito una certa libertà di ispirazione e il distacco dalla retorica ufficiale. Nell’ambito di un severo, tradizionale impianto metrico, la Achmadulina ha condotto un’originale ricerca sul linguaggio, attenta alle inflessioni gergali, ma sempre guidata da un’ansia di purezza espressiva e dalla fede nella funzionalità simbolica della parola intesa come accordo verbale, risonanza, armonia. Nelle sue raccolte più recenti (Lezioni di musica,1969; Poesie,1975; Il mistero,1083), così come nelle liriche apparse su giornali e riviste (anche nel circuito clandestino del samizdat), esprime la meditazione sul destino dell’intellettuale nel mondo moderno e il virtuosismo stilistico lascia il posto a una più contenuta maturità d’espressione. Altre sue opere furono Tormenta (1977), nell’almanacco Metropol (Mosca, 1979), il racconto Molti cani e un cane. Le poesie di Bella Achmadulina sono state pubblicate in Italia nelle raccolte Poesie scelte (a cura di Donata De Bartolomeo, pubblicato dalla Fondazione Marino Piazzolla, 1993) e in Poesia (Spirali 1998).

 

Bella (Isabella) Achatovna Achmadulina

Bella (Isabella) Achatovna Achmadulina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

L’enciclopedia Treccani recita: «metonimia Figura retorica che risulta da un processo psichico e linguistico attraverso cui, dopo avere mentalmente associato due realtà differenti ma discendenti o contigue logicamente o fisicamente, si sostituisce la denominazione dell’una a quella dell’altra. Costituiscono relazioni di contiguità i rapporti causa-effetto (sotto la specie autore-opera, leggere Orazio, cioè le opere scritte da Orazio; ➔ metalepsi), contenente-contenuto (bere un bicchiere), qualità-realtà caratterizzata da tale qualità (punire la colpa e premiare il merito, cioè punire i colpevoli e premiare i meritevoli); simbolo-fenomeno (il discorso della corona, cioè il discorso del re o della regina), materia-realtà composta di tale materia (un concerto di ottoni, strumenti fatti d’ottone). Si distingue tra m. in cui le realtà associate hanno una relazione di tipo qualitativo e sineddoche, in cui la relazione è di tipo quantitativo».

Dunque, la metonìmia (alla greca metonimìa) s. f. [dal lat. tardo metonymĭa, gr. μετωνυμία, propriamente «scambio di nome», composto di μετα- «meta-» e ὄνομα, ὄνυμα «nome»], è un procedimento linguistico espressivo, e figura della retorica tradizionale, che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità spaziale, temporale o causale.

Fata questa doverosa premessa, appare chiarissimo alla prima lettura che questa composizione di Bella Achmadùlina fa proprio il procedimento della metonimia. L’inizio è folgorante. C’è una descrizione di una «casa»: «c’era una casa come una casa», ma non è detto di quale casa si tratta, gli enunciati sono pronunciati ma come in sospensione. L’incipit vuole subito dare l’idea di un punto di partenza («Comincerò da lontano») che non riesce a giungere ad un punto di arrivo, l’inizio e la fine si sono confusi: «non da qui ma da là / comincerò dalla fine ma è anche l’inizio». Subito dopo questi versi compare una tautologia: «Il mondo era come il mondo», ma si tratta di una tautologia rafforzativa del senso, infatti, viene subito spiegato che «E questo significava / tutto quello che in questo mondo desiderate». Dunque, già dalla lettura della prima quartina apprendiamo che un punto che viene da lontano corrisponde nientemeno che al «mondo». Il punto corrisponde al mondo, si stabilisce una equivalenza tra il punto di partenza e il mondo, tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.

La seconda strofa riprende il motivo lasciato in sospensione: il «luogo», con un tentativo di precisazione delle particolarità topografiche di quel «luogo»: «In quel luogo c’era un bosco, come un orto». Dunque, di nuovo troviamo una indistinzione tra il piccolo (l’orto) e il grande (il bosco), e uno scambio, una equivalenza di valore tra il piccolo e il grande («così piccolo e tuttavia ampio»). Tutta la composizione è un continuo gioco di rimandi tra il piccolo e il grande, tra il contenuto e il contenente. Ci troviamo nella dimensione infantile che ancora non conosce il valore delle dimensioni degli adulti.

Ma ancora non si sa nulla del tema della poesia, nulla si sa del protagonista della poesia, si parla nelle successive quattro strofe di tante cose che ruotano attorno a quel «luogo», ma come inessenziali, periferiche, accidentali come se ci fosse una oggettiva difficoltà a mettere a fuoco il protagonista che rimane nascosto, non nominato, non nominabile, come se una censura operasse a livello conscio che impedisse la nominazione del protagonista. È soltanto nella settima strofe che finalmente troviamo nominato il protagonista ma non col suo nome proprio ma attraverso un pronome «lui», ma è un «lui» che verrà subito abbandonato appena nominato nelle seguenti cinque strofe e sarà soltanto nella tredicesima strofe che verrà di nuovo nominato sempre attraverso la mediazione impropria del pronome.

Questo è quanto, la poesia procede a sbalzi metonimici e a cerchi sempre più ampi fino a sfociare in un pezzo in prosa, come se l’eccitazione e l’emozione di nominare l’innominabile fosse troppo alta per consentire la prosecuzione della composizione poetica. Mi fermo qui.

bella achmadulina

bella achmadulina

 

 

 

 

 

 

 

Bella Achatovna Achmadulina

 Ricordi di Boris Pasternak

Comincerò da lontano, non da qui ma da là
comincerò dalla fine ma è anche l’inizio.
Il mondo era come il mondo. E questo significava
tutto quello che in questo mondo desiderate.

In quel luogo c’era un bosco, come un orto,
così piccolo e tuttavia ampio.
Là, per un capriccio di errori infantili,
tutto era così e tutto al contrario.

Su una piccola distesa di silenzio
c’era una casa come una casa. E questo significava
che in essa una donna dondolava il capo
e le lampade venivano accese presto.

Là il lavoro era leggero come un compito di scrittura
e qualcuno – noi stessi ancora non lo sapevamo –
da solo faceva perdonare , a furia di preghiere innanzi ai cieli,
il nostro peccato di un imperfetto intelletto.

Di quell’equilibrio tra il bene e il male
egli era colpevole. E la terra volava
sconsideratamente, come voleva,
mentre la candela ardeva sul tavolo.

Si perdonavano e l’ignorante e il bugiardo
-qual è la differenza?- davanti a tutto il mondo
poiché, avendoci permesso di non occuparci di ciò,
egli espiava la colpa universale.

Quando il vuoto da lui lasciato
apparve davanti al mondo, verso oriente,
con una scossa la natura spossata
spostò la gravità dei nostri corpi.

Riuniti in un povero cerchio,
l’immensità ci colse di sorpresa
e dallo squallore delle nostre indegnità
ormai nessuno si riscattava.

In quella casa andavano in molti. E quei
due ragazzini con le camicie a strisce
senza timidezza comparivano nel giardinetto
tra il lampone, che diventava scuro nell’oscurità.

Io mi trovavo per caso lì vicino
ma sono estranea all’abitudine moderna
di stabilire un rapporto impari,
d’essere in amicizia e chiamare per nome.

Di sera avevo l’onore
di guardare la casa e rivolgere una preghiera
alla casa, al giardinetto, al lampone:
quel nome non osavo pronunciarlo.

Era l’autunno ed era soltanto
una conseguenza e non un pegno dell’estate.
Allora ancora nessuno sapeva che questo
circolo dell’anno non sarebbe stato chiuso.

Sfuggendo rigorosamente agli incontri con lui
io andavo tra gli alberi, verso l’ineluttabilità dell’incontro,
verso la spaziosità del suo viso, verso la cantilena del parlare…
Ma fare rime in tuo nome?
Oh, no.

Bella (Isabella) Achatovna Achmadulina

Bella (Isabella) Achatovna Achmadulina

Egli all’improvviso uscì dalla povera boscaglia di Peredelkino di sera tardi, in ottobre, più di due anni fa. Indossava un abito da cacciatore grezzo e pulito: mantello azzurro, stivali e guanti lavorati ai ferri. Per delicatezza nei suoi confronti e per orgoglio verso me stessa quasi non vedevo il suo volto: soltanto le bianco-luminose vampate delle sue mani nell’oscurità mi abbagliavano gli occhi. Egli disse: “Oh, salve! Mi hanno raccontato di voi e vi ho riconosciuta subito. – Ed all’improvviso, avendo messo in questo una inaspettata carica di sofferenza, implorò: – Per carità! Scusatemi! Proprio adesso devo telefonare!” Fu sul punto di entrare nel piccolo edificio di un ufficio ma di scatto ritornò e dal buio pesto mi colpì in viso, traboccò la chiara luminosità del suo volto, con la fronte e gli zigomi luminescenti sotto la pallida luna. A causa sua mi avvolse un dolce, gelido frescolino shakespeariano. Egli chiese con spavento: “Non avete freddo? Ormai è quasi novembre” e, tutto confuso, goffamente entrò retrocedendo in una porta bassa. Addossata alla parete, lo ascoltavo con il corpo, come un sordo, parlare con qualcuno: come diffondendosi con insistenza dinanzi a lui, lo avvolgeva con l’inquietudine e la passione della voce. Con la schiena e le palme assorbivo i singolari processi del suo modo di parlare: il canto crescente delle frasi, il caro borbottio orientale trasformato in tremito indistinto e rombo di assiti. Io  e la casa e i cespugli intorno, senza volerlo,  finimmo nei copiosi abbracci di questa intonazione tenerissima, mestamente delicata. Poi egli uscì e facemmo alcuni passi lungo il terreno coperto di ceppi, ramoscelli, siepi per nulla adatto ad una camminata. Ma egli chissà come  con facilità ed alla buona se la intendeva con l’abisso diseguale che si era addensato intorno a noi, con le stelle in mostra che brillavano a buon mercato, con la fossa al posto della luna, con gli alberi poco accoglienti disposti rozzamente. Egli disse: ”Perché non venite mai a trovarmi? Da me capitano a volte delle persone molto care ed interessanti: non vi annoierete. Venite! Venite domani!” A causa di un capogiro che mi prese, io risposi quasi con alterigia:”Vi ringrazio. In qualche modo verrò senza fallo”.

Bella (Isabella) Achatovna Achmadulina

Bella (Isabella) Achatovna Achmadulina

Dal bosco, come un attore da dietro le quinte,
egli trasse all’improvviso la magniloquenza della posa,
senza ricavarne per questo alcun profitto
presso lo spettatore: e distese le braccia.

Egli fu subito il teatro e se stesso,
quell’antica scena, dove ci sono mirabili parole.
Ecco l’inizio! Si spegne la luce! Alle sue spalle
già balugina il fosforo azzurro.

“Oh, salve! E’ quasi novembre
non avete freddo?” ed è tutto, nulla di più.
Come recitava quell’unico ruolo
di universale dolcezza verso gli uomini e le bestie.

Ecco recitare così il proprio ruolo: scherzando!
seriamente! fino alle lacrime! per sempre! senza malizia!
Come egli recitava, come, tracannando il latte,
gioca col mondo la bestia ed il bambino.

“Addio!” Cantare così tra la gente
non si usa. Ma così cantano sulla ribalta,
così si conclude il monologo di quel dramma
in cui si parla della morte e dell’amore.

Già il sipario! Già si illumina l’oscurità!
Ancora non è tutto: “Dunque, passate domani!”
Oh, tono di trasporto ospitale,
noto solo ai georgiani, come a lui.

Ma doveva esserci al mondo una casa simile
dove andare: non lo so! non è possibile!
E dunque, per sempre sconsideratamente,
io non andai né l’indomani né dopo.

Io piangevo tra le stelle, gli alberi e le dacie,
dopo uno spettacolo nella platea spenta,
sul primo assaggio della perdita
come piangono i bambini ed è sommo il loro pianto.

Bella (Isabella) Achatovna Achmadulina

Bella (Isabella) Achatovna Achmadulina

 

 

 

 

 

 

Egli asseriva: “Tra le serre ed i ghiacci,
appena più a sud del paradiso,
suonando uno zufolo da bambini,
vive un secondo mondo
e si chiama Tiflis”.*

Ustione per gli occhi, per la mani infreddatura,
mio amore, mio pianto: Tiflis!
La cornice concava della natura,
dove un dio capriccioso, abbandonandosi al capriccio,
sistemò alla meno peggio questo miracolo sulla terra.

La nebbia si levò ai miei occhi ,
il mio errore prese la rincorsa,
quando quella città dondolando-dondolando
si stese in semicerchio, come il sorriso
delle labbra benedette di Tamara.**

Non so per quale divertimento
egli serrò su di me l’ovale,
baciò, fece fatture sulla vita,
sulla morte ed in punto di morte –
essere l’eterno prigioniero di Metechi.***

Se soltanto non dovessi bere
dall’acqua di Kura!****
E dall’acqua di Aragvi****
non bere!

E le dolcezze del veleno
non conoscere!
E con il viso in quelle erbe
non cadere!

E restituirti i doni
che tu, Georgia, mi hai donato!
Ma è tardi! Ormai il sorso è bevuto
ed è eterna l’ebbrezza e dio vede
che il sogno su di te è profondo
coma la valle dell’Alazani.****

(1962)

Bella Akhmadulina, the GREAT Russian POET, passed away at her home in Peredelkino near Moscow on 29 November 2010. Akhmadulina was cited by Joseph Brodsky ...

Bella Akhmadulina, the GREAT Russian POET, passed away at her home in Peredelkino near Moscow on 29 November 2010. Akhmadulina was cited by Joseph Brodsky …

*(NdT) antico nome di Tblisi
**Tamara Bagration (1160-1212) fu regina della Georgia dal 1184 fino alla sua morte per 28 anni, guadagnandosi la reputazione di eccellente sovrana al punto da essere ribattezzata “re dei re e regina delle regine”.
*** antico e storico rione di Tblisi
**** fiumi della Georgia.

Donata De Bartolomeo è nata a Taranto e vive a Roma. Ha tradotto poesie di Andrej Voznesenskij, Bella Achatovna Achmadulina, Osip Mandel’stam, Blok, Majakovskij, Esenin, Arsenij Tarkovskij e si è occupata di poesia russa con articoli di saggistica.

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22 commenti

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22 risposte a “UNA POESIA INEDITA di  Bella Achatovna Achmadulina (1937-2010) Ricordi di Boris Pasternak (1962) Traduzione di Donata De Bartolomeo con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. gabriele fratini

    Ohibò, dopo Hajdari un’altra grande poetessa contemporanea che scrive in quartine… come Brodskij, Sapgir, Samojlov, Tarkovskij, Achmatova, Pasternak, Isakovskij, Sel’vinskij, Poplavskij… praticamente tutti i poeti russi dopo il futurismo usano le forme chiuse con rime e assonanze e non se ne vergognano… quindi forse la riuscita di un testo non dipende dalla forma ma da ciò che ci si mette dentro… Un saluto.

  2. L’enciclopedia Treccani recita: «metonimia Figura retorica che risulta da un processo psichico e linguistico attraverso cui, dopo avere mentalmente associato due realtà differenti ma discendenti o contigue logicamente o fisicamente, si sostituisce la denominazione dell’una a quella dell’altra. Costituiscono relazioni di contiguità i rapporti causa-effetto (sotto la specie autore-opera, leggere Orazio, cioè le opere scritte da Orazio; ➔ metalepsi), contenente-contenuto (bere un bicchiere), qualità-realtà caratterizzata da tale qualità (punire la colpa e premiare il merito, cioè punire i colpevoli e premiare i meritevoli); simbolo-fenomeno (il discorso della corona, cioè il discorso del re o della regina), materia-realtà composta di tale materia (un concerto di ottoni, strumenti fatti d’ottone). Si distingue tra m. in cui le realtà associate hanno una relazione di tipo qualitativo e sineddoche, in cui la relazione è di tipo quantitativo».

    Dunque, la metonìmia (alla greca metonimìa) s. f. [dal lat. tardo metonymĭa, gr. μετωνυμία, propriamente «scambio di nome», composto di μετα- «meta-» e ὄνομα, ὄνυμα «nome»], è un procedimento linguistico espressivo, e figura della retorica tradizionale, che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità spaziale, temporale o causale.

    Fata questa doverosa premessa, appare chiarissimo alla prima lettura che questa composizione di Bella Achmadùlina fa proprio il procedimento della metonimia. L’inizio è folgorante. C’è una descrizione di una «casa»: «c’era una casa come una casa», ma non è detto di quale casa si tratta, gli enunciati sono pronunciati ma come in sospensione. L’incipit vuole subito dare l’idea di un punto di partenza («Comincerò da lontano») che non riesce a giungere ad un punto di arrivo, l’inizio e la fine si sono confusi: «non da qui ma da là / comincerò dalla fine ma è anche l’inizio». Subito dopo questi versi compare una tautologia: «Il mondo era come il mondo», ma si tratta di una tautologia rafforzativa del senso, infatti, viene subito spiegato che «E questo significava / tutto quello che in questo mondo desiderate». Dunque, già dalla lettura della prima quartina apprendiamo che un punto che viene da lontano corrisponde nientemeno che al «mondo». Il punto corrisponde al mondo, si stabilisce una equivalenza tra il punto di partenza e il mondo, tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.

    La seconda strofa riprende il motivo lasciato in sospensione: il «luogo», con un tentativo di precisazione delle particolarità topografiche di quel «luogo»: «In quel luogo c’era un bosco, come un orto». Dunque, di nuovo troviamo una indistinzione tra il piccolo (l’orto) e il grande (il bosco), e uno scambio, una equivalenza di valore tra il piccolo e il grande («così piccolo e tuttavia ampio»). Tutta la composizione è un continuo gioco di rimandi tra il piccolo e il grande, tra il contenuto e il contenente. Ci troviamo nella dimensione infantile che ancora non conosce il valore delle dimensioni degli adulti.

    Ma ancora non si sa nulla del tema della poesia, nulla si sa del protagonista della poesia, si parla nelle successive quattro strofe di tante cose che ruotano attorno a quel «luogo», ma come inessenziali, periferiche, accidentali come se ci fosse una oggettiva difficoltà a mettere a fuoco il protagonista che rimane nascosto, non nominato, non nominabile, come se una censura operasse a livello conscio che impedisse la nominazione del protagonista. È soltanto nella settima strofe che finalmente troviamo nominato il protagonista ma non col suo nome proprio ma attraverso un pronome «lui», ma è un «lui» che verrà subito abbandonato appena nominato nelle seguenti cinque strofe e sarà soltanto nella tredicesima strofe che verrà di nuovo nominato sempre attraverso la mediazione impropria del pronome.

    Questo è quanto, la poesia procede a sbalzi metonimici e a cerchi sempre più ampi fino a sfociare in un pezzo in prosa, come se l’eccitazione e l’emozione di nominare l’innominabile fosse troppo alta per consentire la prosecuzione della composizione poetica. Mi fermo qui.

  3. antonio sagredo

    Carissima Donata, ho letto con commozione (questi versi dopo tant’anni!) la Tua eccellente traduzione (poesia e prosa) che non sfigura affatto davanti a quella di Ripellino (in uno o due numeri della rivista EUROPA LETTERARIA- fine anni ’60 o inizio anni ’70, non ricordo bene, ora)
    Per cui cosa dirTi ancora è superfluo: Tu hai ancora la passione divorante che Ti fa tradurre così bene!
    Una curiosità: 30 anni fa trovai a Porta Portese un volume di poesie di Bella (del 1962) in originale con una sua dedica a Carlo Levi, dal titolo CTPYHA: per me è come una reliquia. Mancai per mia colpa a due incontri con Bella, e fu colpa mia e ancora oggi me ne pento!
    a.s.

  4. antonio sagredo

    alcuni di quei poeti russi hanno vissuto il periodo del futurismo, senza essere specificatamente futuristi, ma hanno attinto tecnische futuriste; non sono dopo il futurismo!

  5. spiedino

    POI FRATINI IL FATTO CHE SCRIVANO IN QUARTINE COME TE O MEGLIO CHE TU SCRIVA IN QUARTINE COME LORO è IRRILEVANTE. MOCCIA POTREBBE SCRIVERE IN ENDECASILLABI MA MICA SAREBBE DANTE. ERGO CHIUDIAMO QUESTA FACCENDA FORMALE. SE IO SCRIVESSI IN GIAMBICI NON SAREI UN POETA ELISABETTIANO, Poiché SONO UN INDIVIDUO DIVERSO,CHE HA UN CONTENUTO DIVERSO. NON è LA TUA FORMA SBAGLIATA, è IL CONTENUTO CHE IMPONI ALLA TUA FORMA,COTNINUANDOA VOLERE ELEVARE LA FORMA A CAPO DEL CONTENUTO!

    • gabriele fratini

      Con quel nomignolo non meriteresti risposta, ma tant’è non mi riferivo a me stesso ma a chiunque osi mettere quattro endecasillabi in fila con una rima. Per la cronaca scrivo anche testi sperimentali come tutti credo, ma li tengo per me perché in quanto sperimentali non li capirebbe nessuno. Chiudo qui 🙂

  6. antonio sagredo

    carissimi Fratini e Spiedini,
    non fate scadere questi dialoghi a contrasti mediocri … mentre io dico di commozione, passione, traduzione ecc. con Donata (che mi comprende bene) poi che so quegli eventi dei poeti russi quanto erano saturi di poesia e crudeltà della epoca .. voi parlate, scusate,d’altre cose che sono lontanissime… non avete la minima idea di come quei Poeti vivevano e pensavano, ecc., entrare nel loro interiore è sapere la filologia della loro lingua!
    a di nuovo Vi chiedo perdono
    a. s.

    • gabriele fratini

      Gentile Sagredo, se rilegge bene è lei che ha provocato questi dialoghi. Tra l’altro ero convinto che spiedino fosse lei… chissà. La saluto e cortesemente la finisca di provocare, per qualsiasi cosa può tranquillamente scrivermi in privato. Buona giornata

  7. ricevo alla mia email e trascrivo il commento della poetessa Laura Canciani:

    caro Giorgio
    L’utilità della traduzione di testi poetici, come questo splendido testo della Achmadulina reso in un italiano quasi ineguagliabile da Donata De Bartolomeo per precisione e sottigliezza semantica, è che la traduzione ci aiuta ad uscire fuori dal contesto delle “forme” stereotipate della tradizione poetica di ricezione, la obbliga ad uscire fuori di sé, a rinnovarsi, a tramutarsi. Come e perché avvenga che una traduzione possa scoccare la scintilla della poesia in un’altra lingua e in un’altra tradizione poetica è un evento che lascio volentieri ai filosofi. Avviene, è bene dirlo, che l’autotrasparenza di una lingua diventa l’autotrasparenza di un’altra lingua e di un’altra tradizione poetica. Allora, chiediamoci: che cos’è che rende infingarde e implausibili tante strofe e filastrocche in rima della tradizione recente della poesia italiana?, è il loro essere forzose e forzate, il voler apparire appannaggio del «nuovo», cosa che non percepiamo affatto nella poesia della Achmadulina resa così splendidamente in italiano, il loro voler apparire in consonanza con lo Spirito del Tempo, con l’ideologia del progresso delle Forme estetiche, il loro voler essere concorrenziali e competitive. Il loro voler essere un prodotto di Volontà e di Rappresentazione.

  8. antonio sagredo

    Gentile Signora Canciani, più che ai filosofi, ai linguisti: p.e. Roman Jakobson, amico dei maggiori poeti simbolisti e futuristi russi, ben conosceva il problema che Lei ha posto, e sulla “traduzione” ha scritto saggi memorabili (ma non soltanto lui… ma non solo Viktor Sklovskij o Jurij Tynjanov e tant’altri di valore – decine furono gli studiosi che insieme ai poeti si posero e risolsero questi problemi – ma lo stesso Pasternak, traduttore eccelso di Shakespeare e dei poeti georgiani – suoi amici – ne parla con grande novizia);
    p.e. il Circolo linguistico di Praga del 1929 con a capo lo stesso Jakobson… e il ceco Mathesius (ticordo bene?), Trubeskoj e altri (mi intenda riferisco quel che mi ricordo e che studiai a fondo a Praga). Giustamente Lei mette sotto accusa la poesia italiana che nel secolo trascorso è stata surclassata da alte “Poesie”. Quale poeta italiano fu meritorio d’essere tradotto?; furono tantissimi, ma direi sulle dita della mano quelli che lo meritarono… (da traduttore come sono>) …noi possiamo renderci conto leggendo centinaia di poesie di decine di poeti nostrani e raramente “sentiamo” la voce : “questo deve essere tradotto, deve essere conosciuto in altra lingua ecc.” Ho preferito tradurre da altra lingua in italiano, che tradurre dalla nostra ad una altra… ma credo che qualche “nostrano” decenni fa lo tradussi. ————–
    Quanto al signor Fratini… non ho provocato chicchessia (sono stato molto delicato) e ho già ripetuto che mi firmo col mio nome e non con altri (quella faccenda è stata chiusa mesi fa). <—————- . Sarebbe bene che leggiate e commentate come fa Linguaglossa, che pur non sapendo la lingua russa riesce bene a entrare dentro le tematiche di questa poetessa (come di altri poeti) o come risponde la Canciani che si pone delle domande.
    Nel caso specifico, comprendere la Bella Achmadulina è avere dietro di sè una ottima conoscenza dello svolgimento della poesia russa dal simbolismo fino ai poeti del samizdat: entrarci dentro e viverla testimonia di una sensibilità non comune (e non è necessario conoscere altra lingua diversa dalla propria, poi che quando vi sono ottimi traduttori, questi stessi sono tramiti a cui bisognerebbe erigere un monumento, come molti studiosi di fama mondiale, in primis russi e cechi, dissero p.e. di Ripellino, e non solo questi ovviamente, ma sono rarissimi!
    Cosi scrissi nel mio poema OXFORD di Boris Pasternàk:

    Cadeva il London Bridge mentre io lo attraversavo
    o era il Ponte Nero?
    Boris, vieni, lascia stare le mie parole! Hai la storia da tradurre!
    E pure vi invitai a cena al Cannon Street Hotel, voi tre,
    ma Philip di Conventry non amava quella cricca che aveva
    strizzato le poppe di Tiresia, e cantato il mese più imbecille!
    Robert, quel bosco fu avvelenato dalle bacche del tasso,
    perché, Lui, fosse chiodato dai suoi stessi miracoli!

    (2007)
    —-
    E così in una poesia dedicata a Ripellino:

    È vero, sei accanto al Padre,
    ma questo non Ti basta e non è giusto,
    se il Tuo cuore ancora è li che si scuote,
    non freddo, ma lucido e amante
    per tradurre le rotaie dei Tuoi poeti!

    (2011)

    antonio sagredo

    • gabriele fratini

      Gentile signor Sagredo, prima di commentare e appuntare un commento altrui sarebbe bene almeno leggerlo e comprenderne il senso. Poi delle vostre faccende di mesi fa non so nulla, detto ciò mi scuso per averla confusa con spiedino che ora so essere il rispettabile signor Pedini. Buone cose.

  9. Scrive bene Antonio Sagredo,
    dovremmo erigere dei monumenti nelle principali piazze delle nostre città ai traduttori che con immensa fatica riescono a darci delle pietre preziose di altre lingue… il mio modesto commento vuole essere appena una guida alla comprensione della poesia. Certo, come dice Sagredo, nella tecnica impiegata dalla Achmadulina c’è il retaggio della poesia futurista e acmeista e della poesia simbolista russa, ma la tecnica non può essere mai disgiunta da qualcosa che si ha da dire… se si ha poco da dire non c’è tecnica che regga; le 1250 pagine del nostro premio Nobel in pectore di cui ci siamo occupati in queste pagine, non valgono neanche il primo emistichio della poesia della Achmadulina… voglio dire che moltissime poesie che si stampano anche presso editori di rango, non sono affatto poesie, sono dei paralogismi (come io amo dire) degli avvicinamenti (molto spesso sprovveduti) al linguaggio poetico, dei tentativi abortiti, sono degli sfoghi personali (del tutto legittimi sul piano psicoanalitico e psicologico) che restano sfoghi, al massimo sono dei diari di ciò che facciamo durante il giorno… insomma, sono dei preamboli alla poesia.
    La strofa che Antonio Sagredo ha riprodotto del suo poema dedicato a Boris Pasternak mi sembra eccellente, già da questa prima strofa possiamo dire che siamo dentro quella cosa chiamata poesia.

  10. Valerio Gaio Pedini

    non do motivazioni sullo spiedino che è stato uno svarione e non un nomignolo, quando l’ho letto ho avuto la nausea.

  11. Valerio Gaio Pedini

    spiedino sono io, non è Antonio. e come ho detto, non era nemmeno intenzionale.

  12. Al solito, l’acuta analisi di Linguaglossa, critico, entra con estrema leggerezza nel testo di Bella. Oltre alla già riconosciuta metonimia vorrei aggiungere altre figure che arricchiscono il testo della prima poesia, come la preterizione (non da qui ma da là,, dalla fine che è anche l’inizio, era l’autunno ed era soltanto una conseguenza e non un pegno dell’estate), oltre a sottilissimi ossimori (così piccolo e tuttavia ampio, Su una piccola distesa di silenzio). Un testo ricchissimo. Altre figure emergono ad ogni successiva lettura.
    E poi il verso:”appena più a sud del paradiso”.

    N.B Ho letto il poema Oxford di Sagredo e lo considero una “Cattedrale”.
    Ancora non sono riuscito a penetrare nei meandri, e forse mai ci riuscirò.

  13. Donata De Bartolomeo

    Carissimo Antonio, grazie di cuore per le tue parole! Sentir dire da te che la mia traduzione non sfigura davanti a quella di un Maestro quale è il grande Ripellino non può che riempirmi di orgoglio.Ma quello che mi ha fatto ancor più piacere è che tu abbia colto la profonda passione con cui mi accosto ogni volta ad un testo della mia amatissima poesia russa…
    Donata

  14. antonella zagaroli

    Complimenti a quanti di tutti voi scrivono con sapientia critica. Io non so farlo così bene. So soltanto quanto emerge in me da una lettura successiva al post su Lessing. Achnadulina si esprime nel mondo dell’anima delineato da Lessing:
    Comincerò da lontano, non da qui ma da là
    comincerò dalla fine ma è anche l’inizio.
    Il mondo era come il mondo. E questo significava
    tutto quello che in questo mondo desiderate.

    In quel luogo c’era un bosco, come un orto,
    così piccolo e tuttavia ampio.
    Là, per un capriccio di errori infantili,
    tutto era così e tutto al contrario.

    Nel labirinto di una forma non forma o meglio di una forma (la metonimia) che comunque sfugge alle cose dette. Mi pare che dimostri come le vie tutte, poetiche e non, non seguono un tragitto lineare ma sfuggono si inabissano risalgono e scompaiono ancora.
    Mi scuso con i professori di critica.

    • Non mi pare Lei sia da meno visto il suo contributo a “Omaggio ad Alfredo De Palchi” che ho letto (Edited by Luigi Fontanella). Spero, dunque, vivamente, che Lei non voglia usare una certa ironia riferendosi ai professori di critica, me ne dispiacerei veramente. Siamo tutti critici in quanto lettori.

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