POESIE INEDITE di Sabino Caronia  La ferita del possibile SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento di Marco Onofrio

Eidetica

Eidetica

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

sabino caronia

sabino caronia

Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi: L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000); ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore, 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio EdiLet, 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia, 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura, 2013).

la sua Musa

la sua Musa

Commento di Marco Onofrio

Sabino Caronia è un autore per il quale la letteratura non ha mai cessato di avere valore cultuale; e questo può accadere non soltanto perché la letteratura, di fatto, coincide con l’essenza della sua vita, ma anche perché lui stesso – resistendo alle sirene modaiole e “minimal chic” del disincanto, della dismissione, del “pensiero debole” a tutti costi – si ostina a conferirle (e a riconoscervi) un’“aura” di pressoché intatta globalità, sintetizzante esperienze ed epoche, vivendola e praticandola a mo’ di religione laica, di impegno civile verso i significati profondi dell’uomo, in un percorso che dagli «acquitrini del tempo» non rinuncia a cercare, tenacemente, i varchi per l’invisibile «sulla soglia del cuore del mistero». L’apertura della dicibilità del mondo, in altre parole, non è mai venuta meno alla sua penna. Per lui, dunque, l’«usignolo / che cantava  nel bosco» non è soltanto un ricordo perduto, ma una viva realtà: cantava, e continua a cantare, malgrado gli orrori della storia (Dopo Auschwitz). Caronia oltrepassa la destituzione di fondamento e, pur attraversando le suture nevralgiche della grande frattura moderna, assimila ad un’opzione durevole di “canto”, quasi respiro irrinunciabile, tutte le stratificazioni  delle sue smisurate letture.

Sabino Caronia il bacio della Musa

Sabino Caronia il bacio della Musa

La tradizione è parte evidente della sua memoria poetica, della sua imagerie, del suo modo di sentire, interpretare, guardare alle cose. Anche dal punto di vista degli apparati retorici, che accoglie con devozione tendenzialmente ortodossa. Non si può leggere una sua composizione senza entrare in risonanza con gli echi di una tradizione millenaria, i classici greci e latini, Petrarca, Tasso, Leopardi, Cardarelli, Montale, etc. È, certamente, “letteratura”, ad alto gradiente di formalizzazione. Ma non inganni lo schermo retorico: gli steccati rigidi della Forma non impediscono più di tanto il passo misurato e leggero a una creatura poetica autentica, di autentico sentire, intrisa di “lacrimae rerum”, di rimpianto irredimibile, di crepuscolari melanconie: è la voce dissimulata, che si confronta col «vuoto del mondo» e la «ferita del possibile», afferrando per un attimo la vita mancata come «diario di un’assenza», con le parole del tempo e dell’amore, prima di perderla per sempre, di lasciarla andare. È il destino orfico del poeta che celebra il guizzo fuggitivo della luce, dal buio stesso della morte. Questa mi pare la vocazione poetica profonda di Caronia, al di là degli esiti effettivi. In un momento di perdita dei confini e di indebolimento dello specifico letterario, la sua funzione può essere, se non di rivitalizzatore, di utile “accordatore” del canone, cioè di “valorizzatore dei valori” dimenticati. Non spetta a me dire, peraltro, se in tale segnacolo retrospettivo ci sia, oltre allo struggimento nostalgico della perduta totalità, anche il viatico per nuove prospettive, esplorabili alla luce di una tradizione eterna e mai superata, perché appunto onnipresente e viva, da rivisitare. L’importante è farlo in modo creativo.

(Marco Onofrio)

La musa Clio a passeggio per Terracina

La musa Clio a passeggio per Terracina

*

 

Latte nero dell’alba,
fredda lama assassina,
nella tua veste scialba
leggo la mia rovina.

 

 

 

 

 

Orfeo

Un dio lo può ma un uomo, dimmi, come
potrà seguirlo sulle sette corde,
potrà seguirlo sulla lira impari?

Non è ancora la morte questo vallo,
questa lugubre terra di nessuno,
ma non è più, no, non è più la vita.

Qui le strade non vanno in nessun dove,
qui non è canto, qui non è speranza,
e non c’è niente all’infuori di me.

.
Occhi chiari

Sei tu la sola che dai dubbi amari
puoi salvarmi e dal buio che m’inghiotte,
sono quegli occhi grandi così chiari
che a te vicino non si fa mai notte.

Se il tuo sguardo mi fosse luce amica,
stella cometa che mostra la via,
svanirebbe ogni mia paura antica
e il buio mi farebbe compagnia.

 

la musa Clio al bar di Teracina

la musa Clio al bar di Teracina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come un fiume

Io d’altro non ho voglia che d’amare
e te soltanto basti a questo cuore,
nient’altro cerco, nessun altro amore,
a una valle un sol fiume può bastare.

Tu sei fatta per me della misura
della mia solitudine infinita,
altra cosa non chiedo dalla vita
ch’avere in te la mia tana sicura.

Con te fuggire voglio il mondo intero
vivendo insieme d’un solo pensiero
e non vedere con gli occhi del cuore

che quel che di te spero ogni minuto
e d’un tempo a tua immagine vissuto
sempre al riparo di ciascun dolore.

.
Capelli rossi

I tuoi rossi capelli
dentro il vuoto del mondo,
dentro il vuoto dei vetri,
pesanti di silenzio
e d’ombre, dove invano
mi specchio e, a mani nude,
cerco ogni tuo riflesso.
Chimerica è la forma
segreta del tuo cuore
e il tuo amore somiglia
ad un sogno svanito,
a un’ambra di sospiri,
di ricordi e di sguardi.
No, non sei stata sempre
con me, la mia memoria
oscurata è d’averti
vista andare e venire.
Come l’amore è il tempo,
si serve di parole.

 

Sabino Caronia con la Musa Clio

Sabino Caronia con la Musa Clio

 

 

 

 

 

 

 

 

Primieramente

Amore mio, per aver dato corpo
ai miei più sconfinati desideri,
levato al cielo delle tue parole
le labbra e intorno a me cinto le braccia,
come corona, in segno di conquista,
adesso i miei pensieri sono al mondo
chiari e perpetui, se ti sono accanto,
e quando non ci sei sogno che dormo,
e quando non ci sei sogno che sogno.

.
Diario di un’assenza

.
E’ il vuoto che tu lasci la mia vita.
No, non manca la sedia, ma il tuo posto,
e più manca la voce e più il silenzio
dell’averti qui accanto, di quei grandi
occhi perduti lontano nel tempo.
.
Anche la chiara luce della luna
solitaria di te nel buio splende.
Tutto intorno è il diario di un’assenza.

.
Dopo Auschwitz

Anche tu passerai per il camino,
anche tu, prima o poi, sarai nel vento
anche per te, novissimo aguzzino,
non ci sarà né pietà né lamento.

“Coi fucili battevano alle porte”
ripeteva il poeta, e così sia,
ma dopo tanto male e tanta morte
forse è barbarie pure la poesia.

Io prima che su questo cranio nudo
giochino i vermi, ti verrò a cercare
cantore occasionale che fai scudo

alla pietà col tuo vano parlare,
io che me stesso celebro e, se canto
di questo orrore, di me stesso canto.

.
Con un piede solo

Paragona Silone il dittatore
a chi per una mela fa tagliare
l’albero intero, e non ha in ciò timore
neppur di Dio che lo possa fermare.

O speranza riposta nel gran cuore
di Cristo, che più in basso non può stare,
infinita speranza che non muore,
unico appiglio che ci può salvare,

i cristiani che con un piede solo
stanno su questa terra, in paradiso
anche staranno con un piede solo,

dato che per il mondo è morto Cristo
e ciò tengo per certo ed è deciso
che soltanto nel mondo Cristo è Cristo.

Sabino Caronia e la musa Clio

Sabino Caronia e la musa Clio

 

 

 

 

 

 

 

 

A distanza

A distanza, dai luoghi che traversa
l’ansia d’averti, come sai, ti chiamo
ed una gioia sento in me diversa
a cui mi arrendo come pesce all’amo.

Tutta la vita in fondo è cosa persa,
l’inganno di un inutile richiamo,
la filastrocca bella e un po’ perversa
che ci seduce con il suo “ti amo”.

E se resta un ricordo è l’usignolo
che cantava nel bosco tutto solo
e l’ombra che scendeva nella sera

dalle tue ciglia, muta ombra severa,
e gli angoli incurvava della bella
bocca altera e distante come stella.

.
Gli acquitrini del tempo

Gli acquitrini del tempo che di rado
agli scomparsi è dato di guadare
per te traverso doloroso e vado
fin dove all’uomo è concesso di andare.

Ed accade che inciampo e a volte cado,
però avanzo e continuo ad avanzare,
ché una volta varcato il triste guado
indietro non è dato di tornare.

Così cammino sopra verdi prati
di trifoglio vestiti e di rugiada
e col ricordo dei bei tempi andati

inganno un po’ la noia della strada
infin che il passo si fa più leggero
sulla soglia del cuore del mistero.

Gli stivali servono per parecchie cose per tenere caldi i piedi

Gli stivali servono per parecchie cose per tenere caldi i piedi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La ferita del possibile

Non è il Tevere questo, non è questo
il suono della Senna o del Tamigi,
da questo fiume non si fa ritorno
e presagio di morte è la sua voce.

E così, per sfuggire al suo richiamo,
chiudo le porte, chiudo le finestre
e me ne resto a letto notte e giorno
con la coperta su fino alla testa.

Tutto già visto, tutto già accaduto,
nessuna novità, niente sorprese,
del possibile intanto la ferita,
chissà come e perché, sanguina ancora.

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013). La sua produzione letteraria è stata oggetto di decine di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito finora 30 riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in centinaia di presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha scritto decine di prefazioni e pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

 

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55 commenti

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55 risposte a “POESIE INEDITE di Sabino Caronia  La ferita del possibile SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento di Marco Onofrio

  1. Molto interessanti le poesie di Sabino Caronia, ricche di rime ed assonanze, ormai (soprattutto le prime) sempre più rare.

  2. Gabriele Fratini

    Credo che l’autore riesca meglio nell’introspezione che nella poesia d’amore, anche se senz’altro la sua musa avrà apprezzato.
    La quartina d’apertura è deliziosa, molto riusciti anche gli ultimi tre sonetti. Un saluto

  3. Dopo attenta lettura si evince che il sodalizio Musa / Clio esperisce cose egregie alla faccia della Tradizione e della sua invasività . La rivisitazione di Caronia si legittima con le risorse di un tratto linguistico molto personale , subito riconoscibile , fàtico e scopertamente umano/terrestre che credo gli faccia onore .
    Grazie
    leopoldo –

  4. Rime quartine e sonetti, trucchi stilistici inutili nel 21mo secolo, non aiutano
    Sabino Caronìa a fornire felicità alla sua musa tristemente intravista. Infatti
    la esprime con repellente egoismo. Tutto sommato, un artificio spento.

  5. Saturno mangia i propri figli. La tradizione fagocita la tradizione. L’egoismo stilistico di Sabino Caronia è tutto catafratto entro la tradizione primo novecentesca, potremmo dire che è il suo modo d’essere, la strategia della lumaca che, di fronte al pericolo dell’ignoto, si ritrae entro la propria testuggine. È la strategia di Sabino Caronia il quale chiede alla tradizione di difendere la propria esile Musa, tanto più esile quanto più tempestoso è il mondo lì di fuori. Certo, c’è un rischio, quello del pesce che al di fuori del proprio mare (quello della tradizione) boccheggi e muoia per soffocamento. Forse però la gentile Musa Clio di Sabino Caronia ha ben presente questo rischio e non voglia affatto evitarlo…

  6. Menna e Fratini appena leggono una rima si sciolgono e non vedono oltre la tombola. Attolico? Amico di Caronia, credo, e quindi benevolo. Lingluaglossa? Ambiguo. Un colpo alla botte e un colpo al cerchio.
    L’unico sincero è De Palchi che con il suo occhio “sinistro” (glaucoma a parte, scusa Alfredo lo so che tu sai che io so), dice le cose come stanno.
    Ho conosciuto Caronia a Roma in occasione di una antologia, edita da una nota casa editrice il cui standard è: io do tu dai e ho bisogno che tu dia perché io stesso possa dare. Non militante ma uomo di cultura, indubbiamente.
    Tra quelle lette qui, forse “La ferita del possibile” è interamente dell’autore. Il resto è copia della copia della copia.
    Sorry.

  7. Il Narvalo

    Sono d’accordo con de Palchi e Panetta, anche circa l’ultimo testo del post che mi sembra proprio a un altro livello, ma soprattutto: tutte ‘ste foto de ‘sta “Musa”… ma che roba è?

  8. La Musa Last Minute. Il titolo di una mia personalissima, dopo quelle di Baudelaire… :-))

  9. Poesia di cabotaggio medio, tocca momenti buoni:

    Paragona Silone il dittatore
    a chi per una mela fa tagliare
    l’albero intero, e non ha in ciò timore
    neppur di Dio che lo possa fermare.

    altri da dimenticare, la mia compagna di banco alle medie scriveva di meglio sul suo diario Vitt:

    Latte nero dell’alba,
    fredda lama assassina,
    nella tua veste scialba
    leggo la mia rovina.

    mi urta oltre ogni limite l’uso dell’immagine femminile che viene fatto ultimamente a corollario degli articoli. Poetesse in foto di trent’anni prima, perché? Le donne davvero debbono essere sempre e comunque bei giocattolini? Una foto “figa” sposta il senso e il valore di una poesia? Fino ad arrivare alla musa di questo autore, esibita come un trofeo quando potrebbe essere sua figlia. Siamo parte anche noi di quel sistema delle lettere italiane che diciamo fieramente di avversare? Invidia? No, mi sembra che qualcosa giri meno bene del solito su queste pagine.

  10. Capisco perché qualcuno si possa sentire urtato dal ritrovare in un contemporaneo l’interesse, unito a una conoscenza magistrale, per le forme e le strutture poetiche codificate in secoli di tradizione. Non ci si è più abituati, anzi, nel furore dell’innovazione, le si è messe da parte al punto che la maggior parte di chi oggi scrive poesia non le conosce nemmeno più. Non sa più distinguere cosa caratterizzi il linguaggio poetico rispetto alla prosa. Ovviamente non mi riferisco ai presenti.
    Si guarda con sospetto, se non con un po’ di sussiego, a chi lo fa, poiché dà la sensazione di essere rimasto fermo a qualcosa di ormai superato, trito, scontato. Insomma, di noiosamente impolverato e imparruccato.
    E invece credo che, in tempi di grande confusione e di smarrimento come i nostri, ci voglia molto più coraggio a scrivere versi come questi che non a ripercorrere pedissequamente il cammino di avanguardie che erano tali ai loro tempi, ma ormai sono solo retroguardie.. E ci voglia anche grandissima capacità di dominare forme antiche con la profondissima conoscenza che ne ha Caronia, piegandole però a sentimenti e lacerazioni che sono assolutamente contemporanei. Gli echi stilnovisti, petrarcheschi, barocchi sono proprio quei bagliori che sfuggono da un confine – come ben detto da Onofrio – che viene dolorosamente cercato. Tornare alla Forma, in tempi in cui la Forma è perduta, a me pare un atto che ha qualcosa di rivoluzionario. Anche perché questa forma rigidamente codificata è in realtà qualcosa di ingannevole, che è il gioco di Caronia. Il suo ritorno alla tradizione è solo un sottilissimo gioco di specchi, volutamente ingannevole. Mi piacciono sempre molto quelli che vanno controcorrente.

  11. Assolutamente in disaccordo con la gentile signora Francesca che parla
    di forme . . . e non dice un pensierino su quello che non c’è dentro queste forme. La musa qui illustrata da foto è il solito oggetto, trofeo triste che l’autore, manchevole d’ispirazione, dispone menzionando dio e morte. . .
    le più ipocrite astrazioni in poesia.

  12. Francesca, non vedo come dopo più di trent’anni dall’ipersonetto del galateo in bosco, dopo i libri tardi di raboni, dopo gabriele frasca, gruppo 93 e compagnia bella (ometto per gusti personali La Signora Dai Guanti Di Seta) il riutilizzo delle forme chiuse possa ancora sembrare rivoluzionario. Né mi sembra nelle intenzioni dell’autore l’andare controcorrente, trattandosi di uno studioso che inizia a scrivere poesia in età matura e in modo, mi pare, non pretenzioso, cosa che apprezzo.

    • Gabriele Fratini

      Non si scrivono sonetti per essere rivoluzionari. Si scrivono perché sono belli. E’ una forma talmente connaturata alla lingua italiana che escono da un’idea già quasi fatti, in modo spontaneo. Non bosogna forzarli. Un saluto.

  13. Io sono perfettamente d’accordo con Francesca.
    Controcorrente significa, a mio avviso, contro la moda ormai affermata del rivoluzionario a tutti i costi.
    Leopardi, 4 secoli dopo Petrarca, non aveva paura di essere inattuale scrivendo versi come Dolce e chiara è la notte e senza vento…
    Com’è banale, chiaro, quasi prosastico, vero? A me piace, scusate, e non me ne frega niente se non è rivoluzionario, e non lo era certo neanche ai suoi tempi!

  14. Grazie Diana. E’ anche vero però che Leopardi rivoluzionario lo è stato, perché ha totalmente spaccato e stracciato il verso e la forma poetica codificati, creandone di nuovi. Non liberi, come si pensa, ma ricreando in italiano metri classici, greci soprattutto.
    @ Alfredo. Veramente io non parlo solo di forma, gentile Alfredo. Dico anche qualcosa del contenuto che quella forma contiene. Ma, e questo dovrebbe essere ovvio parlando di poesia, la forma E’ il contenuto. In un testo poetico non possono essere disgiunti. Altrimenti l’una o l’altro ne soffrono. Sull’argomento Edgar A.Poe ha detto tutto nei suoi saggi sulla poesia. Tecnica e idea sono inscindibili in un’opera creativa. E’ vero che Caronia recupera le forme alte della tradizione poetica italiana, ma con alcuni scarti sottili e voluti. E la risposta sta in quegli scarti.

  15. Ancora in disaccordo con la gentile signora Francesca.
    Se l’autore avesse scritto le stesse poesie che abbiamo letto in versi liberi
    le avrei bocciate con le parole usate nei due miei precedenti commenti brevi. In succinto e meno caustico avevo detto che rime quartine e sonetti della noiosissima secolare “poesia” italiana non l’hanno assistito a scartare il rancido dal povero contenuto. Forma chiusa, o libera, e contenuto devono crearsi insieme, vero, ma gli artefici spenti non ci riescono.
    Rivoluzianario scrivere in forme chiuse? ma se c’è il 90% di versaioli che scrive alla petrarca! Non si esageri su inesistenti rivoluzioni formalistiche,
    e su ignote avanguardiette aride. io giudico personalmente poesia in rima
    e libera, se c’è la sento subito, se non c’è neanche la vedo.

    • E pazienza caro Alfredo. Me ne farò serenamente una ragione. Evviva il disaccordo! Dà un non so che di tridimensionale a questa Flatlandia in cui ci vorrebbero far vivere-

  16. Francesca, ma Diana sarebbe l’incarnazione femminile del tuo cognome? (“Ma la forma l’immagine il sembiante / – d’angelo avrei detto in altri tempi – / risorto accanto a me nella vetrina…”)

  17. Mi sento in dovere di intervenire in merito alla allusione di Giuseppe Panetta sulla circostanza che Sabino Caronia ha presentato qualche mese fa a Roma l’antologia “L’amore al tempo della rabbia” edita da LietoColle a cura di Raieli, ebbene Sabino Caronia non ha nulla a che fare con le Antologie a pagamento né di LietoColle né di alcun altro editore, è una persona seria che non presta i propri uffici per avere in cambio qualcosa. Detto questo, immaginavo che la pubblicazione delle poesie di Caronia avrebbe causato una netta divaricazione tra i lettori del blog, l’utilità del blog è anche questa, presentare scritture diverse per verificare le reazioni dei lettori. Va anche detto che la forma chiusa adottata da Sabino Caronia è una scelta di «inattualità», la poesia di Caronia non si atteggia a rivoluzionaria, non è sperimentale, non si attiene ai canoni o ai mini canoni di tanti autori che vogliono apparire per una scrittura aggiornata, non vuole apparire aggiornato, né alla moda. La poesia di Caronia è tutta dentro la problematica esistenziale della “assenza” e del tramonto della Musa, non è né vuole essere una poesia d’amore ma una poesia della “assenza”; non è una poesia di “contenuti”, vuole essere soltanto un “omaggio” alla tradizione della poesia italiana, da Leopardi a Cardarelli, in tono minore e in abiti dismessi. In questo suo disegno è costretto a saltare tutta la poesia che si è fatta in Italia dal dopo guerra ad oggi, in quanto non utilizzabile ai propri fini. Dal punto di vista stilistico può apparire (e forse lo è) in una posizione attardata. Ma, mi chiedo: attardata rispetto a che cosa?, ormai la confusione stilistica della poesia italiana è tanta e tale che abbiamo completamente perso la bussola. Almeno in Caronia c’è una posizione di chiarezza.

    • Gabriele Fratini

      Le reazioni dei lettori “rivoluzionari” sono senz’altro più chiassose, e non sempre composte. Saluti

    • Anche io mi sento in dovere di dire che non ho alluso a un rapporto di “complicità” tra Caronia e l’antologia e viceversa. Ho detto di averlo conosciuto e apprezzato come intellettuale, in occasione di una presentazione di una antologia, non a pagamento da parte degli autori a quanto mi risulta (ci sono anche io in quella antologia) e nemmeno con l’obbligo di comprare un tot di copie. Non sono contro queste operazioni, anzi, alcune le apprezzo. Si è liberi di aderirvi, liberi di comprare qualche copia o di non farlo affatto.
      Che poi alcune case editrici investano in faccende del do ut des è nell’ordine delle cose. Mai detto che Caronia faccia questo. Lo conosco poco e niente. Ho apprezzato il suo discorso di presentazione, meno le poesie qui presentate.

  18. caro Giuseppe Panetta

    sai meglio di me che ormai gli editori “furbi” affermano di pubblicare gratis. Fanno così: stampano una copia del libro e te la mandano, poi, in base alle richieste di copie degli autori stampano in base al numero di copie richieste.
    Ovviamente, questa è una presa in giro. Il bello è che sento molti autori di libri che dicono di aver stampato un libro di poesie completamente gratis. Il che vuol dire che sono complici (non so quanto inconsapevoli) passivi e attivi di una presa in giro.

    • Caro Giorgio, so benissimo dei “furbi”, in passato sono stato ingannevolmente attratto dal molto formaggio a disposizione da non vedere la trappola. Ora nel caso dell’antologia di LietoColle in questione, come pure dell’ultima “il segreto delle fragole” non mi è stato chiesto nulla in cambio ed io avrei potuto benissimo non comprare nemmeno una copia. Se una l’ho comprata è perché compro tanti libri non vedo perché non comprarne una copia per me. Avrei potuto anche non farlo.
      Capisco anche il giochetto psicologico che c’è dietro a queste operazioni. Vuoi che un autore pubblicato in una antologia poi non compri minimo 3-4-5 o più copie da dare agli amici? Su una spesa di min 400 € a un max di 700 € che la casa editrice spende per la stampa vi è un numero di 50?, 60? autori che spenderanno in media 15-20€ per una copia, cioè dai 750€ ai 1.200 se ogni autore comperasse solo una copia. Ma moltiplicato per 3-7-10 copie la cifra aumenta notevolmente. Poi c’è anche la fase “specchietto per le allodole”: ti pubblico una poesia in antologia poi, magari, vista l’attenzione che io casa editrice ti do, chiederai di pubblicare con me una tua silloge e nel contrattino ti dirò che a te, autore, darò 300 copie e quel numero io stamperò con una spesa media per la casa editrice di 200€ a 400€, mentre a te autore te ne chiedo 2.000-4.000.
      Nel contrattino ti dirò pure che se vinci qualche concorso dovrai darmi una parte del premio (escluso targhe e diplomini, con quelli pulisciti pure l’ego), o addirittura tutto il monte premi se per caso io, casa editrice, invio i tuoi libri ai premi. Tu ingrosserai il tuoi curriculum di qualche inutile rigo in più (il mio, invece, si contrae).
      Conosciamo bene la storia. Allora diciamo che aderiamo a certe operazioni per amicizia perché crediamo onestamente (la nostra) di aiutare amici che svolgono un servizio limpido e chiaro, oppure operazioni LietoColle (consci delle varie sindromi: “Quante copie comprerà?”, “Abboccherà come un’allodola?”.

      A questo mondo nessuno ti regala niente. I poeti, invece, regalano opere al mondo.

      • marconofrio1971

        Gentile Panetta, una curiosità: ma lei davvero conosce tipografie presso le quali stampare 300-500 copie per un libro di – poniamo – 150 pagine, cucito, di buona fattura, copertina in quadricromia, con bandelle, costa così poco come dice? E la spesa grafica (impaginazione, studio grafico della copertina) dove la mettiamo? E il codice ISBN? E le spese redazionali (editing, correzione bozze)? E il 60% del prezzo di copertina che va al distributore?… Ho l’impressione che i poeti tendano a sottovalutare la reale entità economica di una qualsiasi operazione editoriale. E’ una “musica” che stentano ad ascoltare, a voler capire. Eppure non è così difficile rendersi conto che un libro non si produce gratis, e che – dal momento in cui viene messo in vendita – ha un valore commerciale, oltre che culturale, con cui occorre necessariamente fare i conti. Al bando – sono d’accordo – gli editori/grassatori che spennano i “polli”, chiedendo per lucro cifre esorbitanti; ma da qui a demonizzare qualunque forma di garanzia preliminare, beh, ce ne passa molto! L’editore non è un mecenate che butta i soldi per il bene ideale dell’umanità. E’ un imprenditore, sia pure di tipo particolare. E, come tale, per investire soldi deve sapere in anticipo che non farà un bagno in mare, cioè che riuscirà almeno a coprire – entro tempi ragionevoli – le spese vive che permettono al libro di venire alla luce. I grandi editori di stampo commerciale, ad esempio, non pubblicano neppure una riga se non hanno la ragionevole certezza di guadagnarci. Ma è poi così peccaminoso guadagnare? Perché tutti i lavori possono/debbono avere il loro giusto compenso, mentre l’editore è onesto solo se fatica per la gloria? Quanti poeti sono davvero interessati a che il loro editore non ci rimetta? Siamo onesti: in genere, al poeta importa soltanto che il suo libro esca, presto e bene. Le spese necessarie sono affar dell’editore (questa sorta di strano psicologo, talvolta “utile idiota”, che si fa carico dei sogni narcisistici del poeta, e ha l’onore di pubblicarlo – non si sa in cambio di cosa) … il poeta è un idealista, lui di soldi non può occuparsi: tranne quando c’è da richiedere i diritti d’autore, pretesi fino all’ultimo centesimo anche se l’editore non ha coperto le spese. Consiglierei a molti poeti di praticare uno stage nella redazione di una casa editrice, per capire come stanno davvero le cose dall’altra parte della barricata. Sarebbe un’esperienza utilissima per snebbiare lo sguardo da tanti sciocchi pregiudizi e false credenze rimasticate di bocca in bocca…

        • Ivan Pozzoni

          Caro Marco, mi hai rubato i tempi! Hai spiegato tecnicamente il mio “un’attenta analisi dei costi di ogni raccolta o monografia”: dimentichi, in ogni caso, l’incidenza media della struttura organizzativa della casa editrice su ogni volume (le retribuzioni di eventuali segretari o impiegati, ad esempio), l’incidenza dei costi fissi della casa editrice (bollette e siti, ad esempio), il conto vendita a negozi o ibs (35%), con pagamenti a sei mesi, e, dulcis in fundo, le TASSE su ogni singola copia venduta o su ogni singola operazione fatta. Le TASSE, che mangiano, almeno, un 30% annuo dei (?!) ricavi. Concordo: “Consiglierei a molti poeti di praticare uno stage nella redazione di una casa editrice, per capire come stanno davvero le cose dall’altra parte della barricata”. Ma all’artista che frega tutto ciò? L’artista è fuori da ogni logica di mercato (fuorché quando bussa a royalties). 🙂 A brevissimo resteranno solamente i grandi editori, in monopolio. Poi sono curioso di comprendere (ho a casa i dati contrattuali) le cifre che chiederanno agli esordienti. Per esordire, dovremo essere famosi. Ahahahah

        • Se un editore è un imprenditore e si fa coprire le spese per editare un libro, dov’è il rischio d’impresa di questo imprenditore? Diciamo piuttosto che simili entità, che di impresa non hanno nulla e per il bene stesso della poesia non debbono esistere, visto che l’80% della roba che stampano è sostanzialmente robaccia, vanno soppresse per decreto. Sporchi mediatori che lucrano tra un sedicente autore e la tipografia.

          • marconofrio1971

            Se costringiamo l’impr-editore ad affrontare in toto il “rischio d’impresa” (e pubblicare libri oggi è impresa folle, anzi disperata: chiedere ai grandi editori, che pure hanno distribuzione capillare, quante copie vendono di ogni titolo), poi non lamentiamoci che l’editore pubblica solo cose di presumibile impatto commerciale. Quindi, cominciamo a escludere la poesia: sarà la prima a rimanere inedita. E intoniamo il “de produndis” per ogni operazione di profilo culturale alto. Spazio assicurato ai personaggi televisivi, ai calciatori, alle loro vags, agli argomenti leggeri, etc. etc. Dice bene Ivan: “per esordire, dovremo essere famosi”

              • marconofrio1971

                Affermazione vagamente apodittica… fondata su quale esperienza? Gentile Almerighi, lei ha fatto l’editore? Io parlo sulla base di 14 anni di duro lavoro presso 3 case editrici, dove ho ricoperto ruoli di ogni tipo: dall’editor al correttore di bozze, dal promotore al magazziniere, dal direttore editoriale al critico letterario, etc. Ne ho viste di tutti i colori, so dunque di che cosa parlo. Se dico “folle” intendo dal punto di vista puramente imprenditoriale che lei evocava…

                • Allora tanto vale fare il bracciante agricolo, se è così folle l’impresa. La mia esperienza parte proprio da un’esperienza bracciantile iniziata nel 1975 a 16 anni, e poi evolutasi fino a oggi in altri mestieri, arti e professioni, anch’io ne ho viste di tutti i coloti. Che sia il caso di svecchiare il concetto di pubblicazione/casa editrice così come è comunemente inteso?

                  http://www.narcissus.me/it/

                  • Infatti ho smesso di praticare l’attività editoriale propriamente detta: è impossibile definire “lavoro” qualcosa che non dà ricavi economici. Chi fa l’editore, oggi, vive di altro: se aspetta di campare con i libri, può farsi cadavere…

                    • Ivan Pozzoni

                      Confermo ogni affermazione di Marco Onofrio: i microeditori non sono imprese di attività, sono imprese di servizi, e come imprese di servizi debbono essere valutate (senza, tuttavia, che abbiano le innumerevoli tutele fiscali di tante altre imprese di servizi, come le cooperative d’outsourcing). Le imprese di servizi, avendo ricavi bassissimi, non meritano di essere catalogate tra aziende con rischio d’impresa. Meritano di essere catalogate tra le imprese a rischio (e basta). Non ho ancora visto, in dieci anni di esperienza editoriale, gestionale e finanziaria, microeditori che abbiano un bilancio in attivo (con l’eccezione dei soliti furbetti del quartierino).

      • Gentile Onofrio, io in materia sono un profano e posso solo riportare una mia esperienza personale. Il mio libro Salumida l’ho pagato effettivamente 400 € in tipografia, solo quei costi per 300 copie, ma diciamo che la casa editrice mi ha voluto bene, e non erano 150 pagine, scrivo poco, io. Certo non c’è stata distribuzione.
        Ora mi pare che la riflessione di Linguaglossa era centrata proprio su quelle case editrici che ti stampano solo le copie che l’autore richiede. Stop.
        Non me ne intendo di grammatura della carta, qualità della stessa, del filo refe, dei dodicesimi, dei tredicesimi (la tredicesima sì, perché la vedo in busta paga) quadricromia e simili. Lascio questo agli esperti, come lei. Certo i costi dell’ISBN, le tasse, e altri balzelli simili peseranno sul costo totale.
        Il mio calcolo, approssimativo quanto vuole, voleva più centrarsi su “specchietto per le allodole” che non per i costi, guadagno ( e in moltissimo casi questo c’è) e perdita, delle case editrici.
        Io so che non ho royalties né mai le ho chieste. Altri, semmai, hanno guadagnato sul mio lavoro, che forse non è eccellente, né io affermo che sono il vate vattelappesca. Nel mio piccolo aderisco e sostengo, quando posso, amici che di queste cose si occupano e che io riconosco come persone degne di fiducia e di chiarezza. E non gli faccio certo i conti in tasca. Mi fido completamente. Se riescono a guadagnare, non certo cifre astronomiche, io sono contento, perché so il loro impegno (chi lavora ha diritto di guadagnare).
        Altra storia con altre case editrici, le definirei seriali. A loro era rivolta la mia, profana, riflessione. E sappiamo tutti che c’è chi chiede dai 4.000 € ai 12.000€, come Ivan giustamente sostiene. Vuole che queste non ci guadagnino?

        Volentieri farei un master sull’editoria anche se non so bene a cosa possa servirmi, forse a odiare di più l’editoria?
        Già lo faccio annualmente quando devo scegliere i testi scolastici da far usare ai miei studenti nell’anno successivo. Ho a che fare con tante edizioni, con tanti distributori, con tanto mercato. Mi creda, mi basta.

        • Ivan Pozzoni

          Caro Giuseppe, concordo con tutto. Per Salumida, una riflessione: 300 copie a 400€ è una cifra difficile da realizzare. Tre casi: a] ci riesce un’unica tipografia in Italia, calabrese, che ho sempre sponsorizzato (ben venga chi lavora bene e a bassi costi nel meridione d’Italia), b] ci riesce chi ha una tipografia interna, o c] ci riesce chi ha accesso a fondi/finanziamenti. Ti confermo: ti hanno fatto una stampa “in rosso”, cioè sono andati sotto costo. Segnalo: non c’è stata iscrizione al catalogo isbn, diffusione e distribuzione. L’editore è davvero micro, molto micro. Però ci sta: ha dimostrato serietà ed onestà. Chiunque, su un volume di 300 copie a 100 pagine, ha il diritto di chiedere 1.000€ (le 300 copie costano in termini di tipografia tra i 400/500€). Sennò stampa sotto costo, e deve rientrare in altri modi. Se non rientra in altri modi, leciti o illeciti, a seria analisi, è un editore destinato a chiudere in due/tre anni. Ho visto moltissimi editori militanti: finiti i risparmi, hanno chiuso tra ipoteche e pignoramenti. Questo, a me, non va.

          • Caro Ivan, hai ricevuto copia cartacea di Salumida e come puoi ben vedere c’è ISBN. No distribuzione. Stampato a Firenze e non in Calabria. Onestà e fiducia.

            Io i libri li regalo, in effetti chi volesse ricevere copia gliela mando (sono idealista) a gratis. Ma, provocatoriamente (passamela questa, ti prego), se si desidera anche la firma e la dedica allora costa 10€ :-)))

            • Ivan Pozzoni

              No: non volevo dirti che non c’è l’isbn: ci vedo, bischero! Manca, a mia opinione, la catalogazione dell’isbn: se catalogano l’isbn, di norma, il volume appare automaticamente sulle maggiori catene internet di distribuzione. Poi, in OPAC, vedo Thalia e Le vocali vissute: non vedo Salumida. Qui manca il minimo di diffusione (forse è ancora presto, anche se il volume, se non erro, è del 2009/2010): la distribuzione è una cosa diversa (in Italia, dopo l’accordo/cartello, la farà Feltrinelli, con Casalini e Licosa alle corde). A Firenze non esiste una tipografia che stampi 300 copie a 400€. Come ti dicevo, ed è un merito, hanno stampato in rosso. Non è detto che un volume che abbia isbn sia effettivamente catalogato: ultimamente si usa auto-stamparsi i volumi, con regolare isbn. Nulla toglie al valore di Salumida, anzi! P.s. Non fare il bischero, fiorentino dei miei stivali: è vero, la migliore tipografia italiana, a mia opinione, era, fino a qualche tempo fa, in Calabria. Poi ha avuto una forte flessione ed altre tipografie sono riuscite ad abbattere i costi in maniera maggiore. L’arte maggiore, in azienda, oramai consiste nel’abbattere i costi: ero un esperto, concreto, di ciò fino a fine 2013. Poi tu sai come è finita. 🙂

    • Ivan Pozzoni

      Caro Giorgio, io conosco case editrici che stampano gratis e: a] hanno una redazione fatta totalmente di sfortunati in quota disabile (che, regolarmente, contro 50€ di paghetta, stanno a casa loro), b] stampano dieci copie che inoltrano a dieci concorsi conniventi, e con i premi vinti, su accordo, che non vanno MAI all’autore, recuperano il centuplo dei capitali investiti; c] stampano 0 copie e non diffondono, con l’intento di fare catalogo (importante in vista all’iscrizione Aie o Cineca). Poi conosco editori che chiedono dai 1.000 ai 12.500€ ai fini di stampare volumi che, ad un’attenta analisi di ogni costo (non esiste solo la tipografia) ne valgono massimo 650€. Questi i due eccessi. Io credo in una microeditoria socialista che chieda un contributo finanziario equo alla stampa, che garantisca allo scrittore un minimo di visibilità e all’editore un minimo di sopravvivenza. Ho a casa, dopo anni di analisi, tutti i tariffari di ogni casa editrice italiana e ho la fortuna, dopo anni di gavetta, di riuscire a fare un’attenta analisi dei costi di ogni raccolta o monografia. L’editoria gratis non esiste: esistono o una editoria gratis che non edita o una editoria a pagamento (EAP) che lucra vergognosamente (ricavi del 100%). Per me bisogna lavorare su un nuovo concetto di EAP socialista, solidale, che editi e che non lucri. Poi, chi mi dialoga a sproposito di EAP, facendo la morale dell’editoria a pagamento, senza distinzioni sociologiche o finanziarie: o è un furbo; o è un ignorante, o vive nel 1300. Questo mio discorso, complesso, articolato, ovunque è svalutato o malinterpretato (volutamente) da furbi e da ignoranti: da strenuo difensore di un corretto rapporto editore/scrittore, ho acquisito la fama di cavaliere servente delle maggiori EAP italiane. Attendo ancora compensi e favori: io – di mio, in tasca mia- non ho ancora visto niente. Attendo speranzoso la retribuzione al mio lavoro di paladino delle EAP. 🙂

      • gabriele fratini

        Grazie per tutte le preziose informazioni che avete dato. Un pubblico potenziale di 300-500-1000 persone inclusi parenti e amici (esageriamo!) per l’editoria semplicemente non è un pubblico, perciò fanno bene a non pubblicare poeti o molto raramente. La loro “merce” è invendibile. Saluti.

      • tu sei l’unico cui riconosco una profonda dirittura morale per il lavoro che fai col Guastatore e le antologie che, avventatamente una volta in un momento di giramento definii “un tanto al chilo”. Anni fa mi lessi questo libro, che consiglio a tutti. Ciao

        http://www.lafeltrinelli.it/libri/bandinelli-angiolo/farsi-un-libro/9788872260777

        • Ivan Pozzoni

          Perché, come scrivevo a Giorgio, credo fermamente in una massima, che trovai spulciando l’enorme e devastante Cambridge History (30.000 pagine):

          […] La poesia era senza dubbio il ramo più popolare della cultura generale […] I capi che si stabilirono in Spagna si portarono dietro i loro poeti; emiri e califfi scrivevano poesie, mentre nelle strade e nelle piazze si improvvisavano versi. Anche le donne condividevano questa passione popolare […] (The Cambridge medieval history, II/505).

          Credo fermamente in una democrazia dell’arte, che si sostituisca all’inesistente democrazia istituzionale. Parlino tutti, cantino tutti, creino valori estetici, magari, scarsissimi (a detta di un critico) purché in essi ci sia il germoglio di un nuovo valore etico. Nei versi dell’esordiente c’è un tentativo di espressione che, se coltivato, con studio e dialogo, con collaborazione a iniziative collettive, con reciproci scambi intellettuali, è la radice che, potenzialmente, potrebbe condurre all’albero della democrazia (coi sui difetti e con i suoi meriti). Tutti siamo stati esordienti; tutti abbiamo scritto versi immaturi. Ringrazio Flavio dell’onore di definirmi operatore di “una profonda dirittura morale”. Finché me lo faranno fare… 🙂

  19. Credo che – oggi – il sonetto la terzina o la quartina non vadano demonizzate inscrivendole in un passatismo anacronistico , ridicolo e quindi non praticabile pena la scomunica ( se mi legge la Valduga mi manda subito una mazzetta di viole del pensiero ) . La rivisitazione / frequentazione di Caronia sa benissimo di rivolgersi solo alla ristretta utenza d’antan fisiologicamente disposta ad accordarvisi ( laddove il “d’antan” non ha nessuna valenza dispregiativa ) .
    Proscrivendosi – consapevolmente – ogni altro tipo di pubblico e quindi di eventuali consensi , Caronia fa una operazione che non ha altra pretesa che quella di stare al mondo con la poesia , senza complessi o ganci inibitori . Tutto qui .
    – Aggiungo che il lavoro di un poeta dovrebbe essere “giudicato” per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse . Le pregiudiziali ci fregano sempre .
    leopoldo attolico –

  20. Ringrazio tutti dell’attenzione data comunque alle mie poesie. Con alcuni sono completamente in disaccordo, con altri perfettamente d’accordo, e questo è il bello del blog: ognuno può esprimere la propria opinione, e vengono fuori giudizi anche assolutamente contrastanti.
    Ringrazio chi mi considera un “uomo di cultura” e non un “militante”!
    Per il resto non entro in merito, ognuno pensi ciò che vuole.
    Ancora grazie a tutti dell’attenzione
    Sabino Caronia

  21. Francamente io non ho nulla di personale contro la bella figura, intellettuale, di Sabino Caronia, e nemmeno contro le forme chiuse.
    Purtroppo l’artificiosità intrinseca delle rime terzine quartine etc.
    raramente favoriscono la poesia. E ciò che dico è strano anche
    per me perché sin da giovane riconosco che le rivoluzioni poetiche moderne sono state create da grandissimi: Dante, François Villon, Baudelaire, Rimbaud. . .
    Poesia o non, Sabino Caronìa ha la mia stima.

  22. Monica Martinelli

    Ho apprezzato molto le poesie inedite dello studioso e critico letterario Sabino Caronia, per come ha saputo illuminare, con stupore “fanciullino”, con nitore e chiarezza questi versi apparentemente ‘semplici’ (specie laddove trattasi di poesie d’amore), fatti di rime e assonanze, terzine e quartine secondo uno schema classico che ormai sembra alquanto desueto, ma proprio per questo ancor più lodevole, se il contesto metrico e formale è quello del suono, del ritmo e dell’endecasillabo. Concordo pienamente con quanti dei lettori, in particolare Francesca, hanno sottolineato l’importanza che per Sabino Caronia rappresenta la poesia lirica tradizionale e quanto questa abbia influito nella sua formazione e conseguentemente nella sua produzione poetica, come nei bei versi venati di crepuscolare malinconia: “Se il tuo sguardo mi fosse luce amica, / stella cometa che mostra la via, / svanirebbe ogni mia paura antica / e il buio mi farebbe compagnia”, o in “Anche la chiara luce della luna / solitaria di te nel buio splende. / Tutto intorno è il diario di un’assenza.” Francamente avrei lasciato un po’ di mistero sulla eventuale Musa ispiratrice del poeta, e anziché pubblicare foto di stivali a spillo da rave party, avrei trovato più consone quelle di un tramonto sul mare o di un cielo stellato e lunare ad accompagnare versi toccanti e disperanti come questi: “Qui le strade non vanno in nessun dove, / qui non è canto, qui non è speranza, e non c’è niente all’infuori di me”, versi che reclamano proprio un’assenza e un non-luogo. E onore al merito per la rima “cuore/amore” che, oltre quella “fiore/amore”, è sempre la più antica e difficile del mondo! “Io d’altro non ho voglia che d’amare / e te soltanto basti a questo cuore, / nient’altro cerco, nessun altro amore, / a una valle un sol fiume può bastare.
    Complimenti a Sabino Caronia e a Marco Onofrio per la sua nota critica.
    Saluti
    Monica Martinelli

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