SEI POESIE di Marisa Papa Ruggiero   SUL TEMA DELL’UTOPIA   O DEL NON-LUOGO con un Appunto dell’autrice

 (Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla email di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

utopia.ipgL’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

L’utopia è nel linguaggio, nel suo modo di farsi visione… Pensare un luogo che renda visibile ciò che la realtà non può pronunciare, è una delle utopie della poesia… ma è anche il luogo, l’unico, in cui l’una e l’altra, (utopia e poesia)coesistono, grazie alla tensione estrema del linguaggio.

Tocca solo alla poesia far risuonare, far vivere per un istante, l’insostenibilità di un luogo nella realtà concreta della parola. E’ tutta questione, credo, di attitudine alla percezione e ai suoi spazi. E allora può succedere, che, mettiamo, un’idea solo immaginata, (una farfalla in amore) si tramuti in amorosa presenza…Non vuol essere “raccontata” l’utopia, vuol trovare da sé lo spazio in cui vivere.

Alla visione appassiona poco rilasciare resoconti su ciò che vede, a me sembra che appassioni invece “lo sguardo” che ha sperimentato quelle “proiezioni dinamiche” guizzanti come su carta da musica. (utopia, utopia…) E’ questa, la poesia che mi ha nutrita letterariamente fino a oggi, e tu sai che è anche la più difficile. Non ho mai fatto della poesia una storia da raccontare, né avvolgerla a spirale attorno a nessuna colonna traiana, per me la poesia è l’utopia stessa. Qual è il senso? Qualcuno si chiede: finché c’è ancora qualcuno che si ostina a suonare il suo violino verde, o azzurro, o giallo che sia, a dipingerlo nell’aria e a volerlo comunicare agli altri con parole vere, inedite, anzi uniche, un senso c’è.

italia che taceForme del divenire

     Si tratta di riconoscere il passaggio a cielo aperto di un grumo di energia trasmutante che diciamo parola. Di un’ipotesi di parola che si sporga ad essere ciò che saprà divenire, che dica di sé essendo qualcos’ altro o altrove. Un “altrove”  che non si configuri come non-luogo siderale e disincarnato, ma si riconosca come particella irrequieta del reale stesso traslato in visione.

     Si tratta di andare a cercare ciò che accade fra i segni, individuare le orme vive in fuga nella macchia: sfidarle a pronunciarsi, sfidarle a ricordare.

     Tutto è già qui, qui soltanto, e tutto ci riguarda. Non vale tentare con chiavi improprie, né forzare la porta per entrare in questa stanza. Occorrerebbe un ritmo, una cadenza che si allunghi in un altro sguardo, e in quello incontrarsi. Non a caso è lo sguardo la “chiave” che varcherà l’interno: lo sguardo è l’interno stesso. Ed è lì, adesso: sotto la pelle e  i legamenti della “preda” in fuga: proprio dove si annida il principio stesso che dà forma al movimento. Dice: è sempre una sostanza interna all’apparenza che decide. Dice anche: proviene da impasti di combustioni e attriti in cammino verso necessarie fasi di decantazione, di distanziamento di sguardo. Lo stesso sguardo che mette le parole e i pesi, mette la punta fredda, ghiacciante in vena. Preferirà scansare l’agguato di una ulteriore conferma del già noto, per digitare invece, il tasto che manca costringendolo a interdire, per un istante, il silenzio che sfigura interrogazioni e attese con una scossa di presenza.

Sergio Michilini, L'ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela

Sergio Michilini, L’ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela

 E non è raro che uno scatto percettivo prenda un suo passo inusuale nel cogliere al passaggio dei segni il seme alchemico dell’anomalia. Può accadere che la cosa nominata si discosti da un ordine per raggiungerne uno diverso: quello per lei più aderente. Adeguando ad esso nessi e significati senza spiegazione. Sarà, allora, un paesaggio di forme sensibili scandito da un pulsare temporale che non si trova in nessun quadrante. Sarà esperire l’accadere imprevedibile di figure mentali provenienti da un luogo altro della conoscenza, rastremate da un filtraggio linguistico che mostri le sole articolazioni di un corpo che si è dissolto altrove.

  O viceversa, che sia il “disperso” ad entrare da sé nel luogo che lo evoca. Che  ne contamini  i passaggi con un’impronta informale dentro un altro battito… e allora, seguirne le tracce, sperimentarne “l’insostenibile visibilità”. Sarà essa a conoscere quel di più di parola che il linguaggio non contiene, o quel nulla che non si può pronunciare perché fatto di altra sostanza… Ma infine: di cosa mai la poesia dovrebbe rassicurarci? Non è forse, lei stessa, dis-senso?

 (Marisa Papa Ruggiero)

Eidetica

Eidetica

Marisa Papa Ruggiero, studi di formazione artistica compiuti a Milano e a Napoli. (Corsi post diploma di Graphic Design, di Arti Applicate, Corso di Pittura, Accademia Belle Arti e diploma di laurea. A Napoli, dove da anni vive e opera, ha svolto attività didattica e artistica. E’ intensamente attiva sia sul fronte della scrittura creativa, con particolare riguardo alla poesia, sia su quello della verbo-visualità, con partecipazione a mostre e a raccolte antologiche. Dal 1991 decorrono le sue pubblicazioni di poesia in volume con: Terra emersa, Napoli, collana L’assedio della poesia; Limite interdetto, Salerno-Roma, ed. Ripostes, 1993; Origine inversa, con nota critica di M. Bettarini, Napoli, Alfredo Guida Editore, 1995; Campo giroscopico, con prefazione di Michele Sovente, Quarto – Napoli, ed. Riccardi, 1998; Persephonia, con prefazione di Mario Lunetta, Lecce,  Pietro Manni Editore, 2001; Oblique ubiquità, in Locus solus, Ed. Riccardi 2003; Passaggi di confine, con prefazione di M. Fresa, Salerno, ed. L’arca felice, 20011;  Di volo e di lava, prefazione di Giancarlo Pontiggia – Alessandria,  Puntoacapo editrice, 2013. Tra i lavori in prosa: Le verità bugiarde – 2008, e alcuni libri d’artista. Suoi testi poetici sono stati rappresentati a Napoli dal gruppo di cultura teatrale L’Ascolto. E’ presente con brevi saggi critici, con testi poetici e in prosa in riviste italiane ed estere, in siti web e in blog letterari dedicati alla poesia, oltre che in raccolte antologiche. Ha partecipato come redattrice alla fondazione di alcune riviste napoletane di ricerca letteraria; attualmente è redattrice della rivista di poesia Levania.

marisa papa ruggiero

marisa papa ruggiero

Eidetica

Fosfeni e zolfi in tenuta adesiva
a sbalzo nella mente

La coppa colma è cristallo esploso
schizzato via dal piano
ai quattro cardini del mondo

In sospensione aerea
la mezza sfera rosso sangue
intatta

Fissato in un incanto il senso
inestinguibile del vino
che offro alla tua sete

in proiezione aurea all’ultima espressione

.
Scarto dispari

Non sapienza né gioco
ma scaglie d’occhi al cesio
a taglio di secondo
in ronzio d’impulsi in agguato
su microruote dentate
nel cuore del congegno
che a sorpresa s’impunta

in uno scarto dispari di giro e inverte

il grado di conduzione
nel ventricolo del tempo
su l’acuto di una nota
fiondata in aria
che zampilla
ed è membrana fluida il parco
a frange scontornate
sporgendosi di punta
appena sotto il respiro
sul cartone telato del fondale
su l’albero
che stira la mia ombra
e la piazza notturna si rovescia
in punta di grafite
ridisegna la cifra persa
nel marmo della vasca
dove cadono foglie
su palpebre chiuse vedendo
qui non altrove adesso
l’acqua farsi sostanza minerale

le statue a spasso per le strade
impietriti i passanti
marisa papa tra ombra e luce

 

 

 

 

 

 

 

Slittamenti

A gradi flessibili cresce
intrigante
da quinte mentali al sottofondo
dei tasti ciecamente svolando

rinata spoglia di bruco
entra nel nome
all’intera pronuncia che prende
la forma del volo
ma è solo lucente germoglio

del nulla idea inquieta
che slitta sul verso
e svoltola in danza
tra grinze di sghembo sul verde
appena brinato
e muta impulsi in scaglie
telluriche in fitte d’alterazione
digitando un tremore
in un rettangolo di campo dove

il desiderio veste
una forma
tra il tasto e le righe
radente in dissesto lampeggia
alatinta in amore
sfiatata di viola e s’invola
già oltre lo scatto alla
muta finale

tra fughe assediate da spasmi
da frulli sfibrati vibranti
sbavando nella stampante
in tutti i suoi duplicati

l’ala sbigottita.

Satellite glance

In punta di freccia
sparata dove
in quale abisso o distanza
squarciato il tempo

s’aprono i tasti
a ventaglio sferico
su plaghe ondose in volo
sul foglio piatto
del monitor

a spirali elettriche per l’ampia
crosta rugosa
che dilaga e sferza
maree informali
in visione esplosa
fra crateri in corsa
planando

a giro d’archi
ad ali spalancate
nel fermo immagine
che vertiginoso schizza
nel fosforo
dell’occhio

ed ecco il borgo
a spilli luce
il passo rallentato
il campo
di calcio dove
tutto teso ti scruti
fin dentro
il futuro occhio
che ti guarda

e lanci in rete
più in alto più distante
il tuo pallone

Marisa Papa 5

 

 

 

 

 

 

 

Scena vermiglia

Febbrili impasti pulsati dentro
come timbri di torcia
ad ogni passo
in questo dirsi di sillabe affamate
in ogni fibra vermiglia
in lotta con i blu
a lampo o laser sul corpo che disegna

una trincea di anni
murati vivi
che soffia e bussa da tutti

i sottosuoli di nascita e di lotta
e tocca
radici rosse
spezzati rami sul cuore
a palme nude accende
un fuoco sulla neve

e riconosce i nomi sfilando
un nervo vivo esploso
nel colore
che germoglia

sui nostri nudi emersi
dalle maree del sogno

come un arpeggio o uno
squarcio sottopelle
che dilaga e arde
a fiaccole sonore
in alveoli di sangue
sul respiro a secco franando

a schegge d’echi
a lame di carminio
in un volger di ciglia su
l’intera scena

e la scena è dipinta.

Marisa Papa Ruggiero

Marisa Papa Ruggiero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo scultore e la statua

Qui dentro è il buio folle
qui urla inesplosa la mia forma!
Misure chiuse regolano i confini
dove io aderisco ma tu
hai libero il passo il gesto, mordi
ai fianchi la mia nudità di pietra
e incontri una resistenza da camicia di forza
che non puoi strapparmi di dosso:
tu sai che niente
resiste al suo nome
se il suo nome è pietra

Ma tra le dita ti fioriscono uncini!
Tu sai che pulsa tra valve chiuse il seme
appena sotto lo sterno lavico…
ti osserva la mia esangue fissità
dallo spioncino che mi scavi di fianco:
mani scostano il limite, premono il punto
più interno della forma, fanno spazio al vuoto…
Nel mio scatto da fermo osservo smottamenti
come suono compresso, detriti di scavo
lasciati dentro, cieche voragini, lì apprendo
i miei confini nell’urto col silenzio
mentre plasmi con dita esatte germogli e bulbi,
spore luciferine da scagliare nella mia
ferita giocandoci dentro
e questa famelica erezione della mente
che impreca e ammutolisce!

Vuole carezze integrali questa forma
che non ricordavo di avere, questa pietra
grigia vulcanica generata da esplosioni e bufere
per le tue mani d’uomo!
e mi scrivi
un libro lentissimo
un diario di bordo
dove scarichi una sinfonia feroce
che mi sveglia dal coma, tu che entri
come un satiro tra le fronde e
in ogni fessura per seppellirti
nella mia carne o dissolverti, tu da lì ascoltami:
è perdita continua questa forma
che ti fa esistere, da cui muto mi parli
dove ti stringi alla tua paura
e graffi con le unghie fino all’alba!
Tu lì sai di trovarmi, la tua furia capovolgi
nella mia pietà, hai libero il gesto
il passo, ma a me chiedi il sangue!
Sento sotto lo straccio a notte
il tuo cieco ansimare che non sfiamma tra le coltri,
lì nel fondo è un fragore che uncina
il respiro alla pietra con fredde scintille e sonagli
come il battere sordo del ferro in cerca di forma:
io ti sono matrice colma e ti sono
la morsa che perentoria serra la luce
o fors’anche la freccia storta uscita di rotta
da cui muto mi parli a coltellate!
Ogni tuo colpo di timone è una mina esplosa
in questa boscaglia di schegge che sogguarda il vulcano!
ogni giorno esco un poco da me,
il nuovo giorno lo plasmo alla creta viva
del tuo polso d’uomo che insonne sconta il contagio
di muscoli e nervi allo scoperto
e inietta aria e fiato nel mio corpo arboreo
che lentamente
lentamente
senza saperlo
fiorisce…

Eccomi appena giunta, guardami:
qualcosa sai ha fatto contatto, ha urtato
i tuoi capillari accesi, la tua fame nascosta…
ho terminazioni elettriche scolpite
sotto pelle in arpeggio e singhiozzo,
e rughe e spore incistate
alla tua malattia
alla tua follia pietrificata!

(Napoli, giugno 2014)

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18 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, critica dell'estetica, poesia italiana contemporanea

18 risposte a “SEI POESIE di Marisa Papa Ruggiero   SUL TEMA DELL’UTOPIA   O DEL NON-LUOGO con un Appunto dell’autrice

  1. Gabriele Fratini

    Bellissime. La raffinatezza del lessico è molto coinvolgente. Un saluto

  2. Queste di Marisa Papa Ruggiero sono delle signore poesie. In particolare l’ultima, Lo Scultore e la Statua, è un’opera vivente, la statua prende vita man mano che lo scultore la incide e le parla con un dialogo serrato, erotico, duro, senza respiro.
    Anche nelle altre la M.P. Ruggiero impreziosisce il testo con continui rimandi ad oggetti contemporanei che ormai sono entrati di diritto nelle nostre azioni quotidiane, la stampante, il monitor, la rete, che danno funzione e significato.

    “le statue a spasso per le strade
    impietriti i passanti”

  3. Scrive Marisa Papa Ruggiero:

    “[…] Tutto è già qui, qui soltanto, e tutto ci riguarda. Non vale tentare con chiavi improprie, né forzare la porta per entrare in questa stanza.
    […] L’utopia è nel linguaggio, nel suo modo di farsi visione… Pensare un luogo che renda visibile ciò che la realtà non può pronunciare, è una delle utopie della poesia… ma è anche il luogo, l’unico, in cui l’una e l’altra, (utopia e poesia)coesistono, grazie alla tensione estrema del linguaggio”.

    Mi sembra che Marisa Papa Ruggiero riesca a renderci chiaro ciò che concettualmente forse non sempre è stato chiaro, ovvero, che la poesia (la sua poesia) è quel “luogo” (o meglio “non luogo”) nel quale il linguaggio poetico può prendere dimora, dove può soggiornare senza timore di dover pagare il dazio alla comunicazione. Anche il giro sintattico di questa poesia, così singolarmente muliebre, si presenta come una scala a chiocciola del senso, dove un senso discende nel senso sotto stante, e così via, in un crescendo (e in diminuendo) di tagli sintattici e di giri lessicali involuti e impermeabili, quasi a voler dissimulare l’azione del nascondimento di ciò che non può essere reso manifesto e immediato. È una poesia della mediatezza questa della Papa Ruggiero, che si nasconde dietro il velame delle parole per timore di scoprirsi nuda e indifesa. È una costruzione di difesa. Un fortilizio dove far stare e far sostare la visione onirica del poema.

  4. Le prime poesie a me sembrano “imbullonate” nel cemento delle chiuse, veri haiku:
    “le statue a spasso per le strade
    impietriti i passanti”
    e
    “… lanci in rete
    più in alto più distante
    il tuo pallone”
    che contrastano con l’ariosa musicalità da cui discendono. Ruggero sembra divertirsi con le parole quasi si trattasse di astrattismo informale, ma lo scopo sembra quello di farle accadere con lo svolgersi dell’azione. Come dire che l’azione è sempre deflagrante e porta con sé miriadi di sguardi. C’è qualcosa di estatico, nell’inclinazione. Mi pare sia questo il messaggio non dichiarato, e questa l’utopia.

    • Marisa Papa Ruggiero

      Per questo è bella la poesia, perchè ci sono i poeti, perchè solo un poeta può saltar su con questo “imbullonate”, vale a dire incastrate a viva forza come bulloni (le mie poesie) nel cemento o in qualche lamiera, beh, suggestiva l’immagine, direi e meno male che con le parole ci si può anche “divertire” se si sa individuare in esse “l’ariosa musicalità da cui discendono”! Bravo, Mayoor, grazie per il simpatico commento! Voglio ringraziare Gabriele e Giuseppe per le intense osservazioni e gli apprezzamenti, e in particolare Giorgio, che ha inteso gentilmente postare i miei versi e si è soffermato su un dato per me significativo: l’avvolgimento spiraliforme, sia visivo che concettuale, entro il quale sosta o agisce “la visione onirica del poema”

      • Gabriele Fratini

        Tra l’altro i versi

        “in ronzio d’impulsi in agguato
        su microruote dentate
        nel cuore del congegno
        che a sorpresa s’impunta

        in uno scarto dispari di giro e inverte”

        mi sembra contengano una colta citazione barocca del sonetto “Mobile ordigno di dentate rote” di Ciro di Pers. Buona serata

  5. Davvero belle e compatte d’immagini potenti queste poesie di Marisa Papa Ruggiero. Personalmente preferisco questo suo stile a quello. . . narrativo.
    Auguri a Marisa.

  6. antonio sagredo

    linguaggio critico becero, come “…sono delle signore poesie”, degradano la stessa Poesia! Ciò vuole significare che non si è capaci di usare termini specifici critici per un tentativo di definizione della poesia stessa… significa inoltre la non frequentazione di letture di critica letterarria di alttissimo livello… significa ancora che quantunque nel secolo trascorso vi sono stati eccellenti critici a decine sia italiani che stranieri, non si sono letti, anche perchè non si conoscevano, e questo è gravissimo!

  7. Le altissime e serenissime vette le lascio a te Sagredo, io soffro di vertigini, specie quando ti leggo.

    • Ad ogni modo, Sagredo (ti ringrazio di aver usato nome e cognome e non un tuo alter ego) la mia espressione “signore poesie” è l’equivalente di “così singolarmente muliebre” usata da Linguaglossa. Becero anche Giorgio? Un diverso linguaggio? E la verità ce l’hai solo tu in tasca? Solo dal tuo personalissimo punto di vista? Ma fammi il piacere.

      Chiedo scusa alla poetessa Marisa Papa Ruggiero, al solito c’è chi si inserisce nella normale discussione dei testi con l’EGO SMISURATO.

  8. Valerio Gaio Pedini

    Antonio, anche il bellissime di fratini mi suscita brividi XD

  9. Valerio Gaio Pedini

    comunque a me la Ruggiero piace.

    • Gabriele Fratini

      Dott. V.G. Pedini io non commento i suoi commenti ad altri e la invito a fare altrettanto con i miei. Questo è lo spazio dedicato a Ruggiero. Grazie

  10. antonio sagredo

    Siete permalosi e delicatucci: Panetta, Fratini et altri. Tranne il “divino Gaio” che mai riuscirete ad eguagliare, poi che non ne comprendete la grandezza oggi, e domani amcor meno! Dire “alter ego” è errato si vada a rileggere Freud, Jung e altri… alter ego è un concetto che non ha nulla da fare coi quei cognomi (siete inutili recidivi!) che usavo e che non uso più da mesi, poi che non aveter mai compreso lo spirito gioioso e strafottente da quasi futurista… i futuristi vi avrebbero volentieri dati dei calci in c… come usavano fare. Quanto alla Ruggiero mi sono già espresso in passato credo positivamente (se avesse più canto sarebbe meglio!) e non mi ripeto! Il Poeta ama le vertigini fino al punto che le stesse vertigini non sono nulla senza il POeta! Lo capite questo!?
    a. s.

  11. Sagredo, a te ti rispetto perché ti riconosco. Si dice “avatar” in logo di alter ego e i Freud e i Jung &c. li abbiamo letti e digeriti.

    C’è chi dice che l’evoluzione della specie sia terminata, ma non per me, ora sono un lupo.
    Notte.

  12. Cara Marisa, uno degli aspetti più interessanti della poesia è quello del suo legame con l’arte. Un binomio che ha dato frutti ricchissimi. L’esempio dei sonetti di Michelangelo emerge anche nella tua “Statua”, ma poi ci sono le avanguardie futuriste russe – Malevic, Rozanova e anche Kandiskij e perfino Majakovskij aveva iniziato con studi artistici – Ferlinghetti, i Calligrammi di Apollinaire, i disegni di Baudelaire… l’elenco è lungo.
    “La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca”, scrive Leonardo.
    E così è bello leggere i tuoi testi visionari, in cui gli oggetti e i concetti si trasfigurano davvero in visioni che suonano, come qui:
    “Nel mio scatto da fermo osservo smottamenti
    come suono compresso, detriti di scavo
    lasciati dentro, cieche voragini, lì apprendo
    i miei confini nell’urto col silenzio
    mentre plasmi con dita esatte germogli e bulbi,
    spore luciferine da scagliare nella mia
    ferita giocandoci dentro
    e questa famelica erezione della mente
    che impreca e ammutolisce!”

    Quanta forza si sente, davvero la fatica dello scultore e della forma per essere liberata, la bruschezza dei suoni, gli scatti e gli scarti…

    • Marisa Papa Ruggiero

      Cara Francesca, leggo in ritardo, scusami se rispondo solo ora. Mi è particolarmente cara la tua riflessione che apre una panoramica importantissima sulla necessità profonda dei legami della poesia con l’arte: l’una è attratta e attrae a sé l’altra, attraverso una dinamica seducente e complessa di connessioni dialettiche, di scambi energetici in cui l’essere sperimenta continuamente se stesso e crea le sue strutture relazionali col mondo… La questione è inesauribile, il continuo operare e sperimentare, idem.Ci ritorneremo, spero.
      Ti ringrazio tanto per le tue generosissime parole e ti saluto caramente
      Marisa

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