POESIA INEDITA di Giuseppina Di Leo “Il peccato originale, di Albrecht Dürer” con un Appunto dell’Autrice SUL TEMA POESIE SULL’UTOPIA O NON-LUOGO

Albrecht Dürer Il peccato originale

Albrecht Dürer Il peccato originale

 Giuseppina Di Leo. Nasco a Bisceglie (Bt) nel 1959, sono laureata in Lettere; frutto della mia tesi di laurea (2003) è il saggio bio-bibliografico su Pompeo Sarnelli (1649-1730), dal titolo: Pompeo Sarnelli: tra edificazione religiosa e letteratura (2007). Ho pubblicato i seguenti libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Mie poesie, un racconto e interventi di critica letteraria sono ospitati su libri e riviste (Proa Italia, Poeti e Poesia, Limina Mentis Editore, Incroci), nonché su blog e siti dedicati alla poesia.

Albrecht Durer_Adam_and_Eve

Albrecht Durer_Adam_and_Eve

Caro Giorgio,

questa mia ispirata al dipinto Il peccato originale, di  Albrecht Dürer. In realtà sarebbero tre poesie, ma preferisco considerarne una unica.

Noterai sicuramente che in quella che segue alla prima ci sono alcuni versi, leggermente modificati, riprendono alcuni della precedente. La ragione di questa ‘ripetizione’ nasce un po’ per caso quando, nel cercare di ‘sistemare’ meglio alcuni passaggi, inizialmente forse troppo ridondanti, alla fine mi sono accorta di aver scritto due poesie che proponevano due momenti e aspetti differenti di una stessa idea.

Se dovessi descrivere come sia nata questa poesia davvero non saprei come dire. Ricordo di essere stata attratta inizialmente, ma come spettatrice piuttosto passiva, dall’intrico delle linee del dipinto, che stavo osservando per il solo gusto di osservare. Ma più mettevo a fuoco e più risaltavano agli occhi alcune ‘incongruenze’ nelle forme, cosa che mi ha preoccupata non poco (come fa a criticare Dürer una assolutamente a digiuno dell’arte come me?). Ora, indipendentemente da questo, la cosa forse importante da dire è che la curiosità, venuta in crescendo, mi ha sollecitata non solo a leggere la storia del pittore tedesco, quanto a porre a fuoco una riflessione su ciò che inizialmente avevo preso ad osservare  in maniera del tutto casuale.

Alcune volte la poesia nasce così.

(Giuseppina Di Leo 6 dicembre 2014)

Albrecht Dürer particolare

Albrecht Dürer particolare

 

 

 

 

 

 

 

*

Guardo il dipinto “Il peccato originale”
e penso che qualcosa si è rotto già nell’Eden.
Dürer capovolge il fine della vita
in un’armonia precaria ne restituisce il senso.
Nell’immagine di Adamo l’equilibrio è in bilico
condizione privilegiata dell’abisso.
C’è qualcosa al di là della posa
qualcosa che non convince, in cui
la nostalgia appare nella memoria
e in meno di un attimo il ricordo la scalfisce.
A confronto del busto esili sembrano le braccia.
Un movimento imprime al corpo una staticità ambigua
come a separare pensiero e azione
quasi fosse giunto al fianco di Eva dopo una corsa
quasi avesse assunto perfetta coscienza dell’errore.

E nessuna parola e nessuna carezza.
Solo un passo malcerto tradisce il suo inganno.

I due progenitori sono circondati dagli animali:
una lince dorme, un topolino sbuca fuori
dal piede destro di Adamo, di qua un caprone
passeggia mollemente dietro un albero
di là un bue resta sdraiato sul terreno.

In quanto essere dotato di intelligenza
e di movimento, l’uomo ha il dovere di proteggere
l’equilibrio della vita
le altre specie viventi, animali delle profondità
piante rampicanti e sassi inclusi.

Perfino un pappagallo loda il suo creatore
che lo dipinge in posa sul ramoscello portato da Adamo.
Un camoscio lo si scorge sullo sfondo
in bilico sulla cima di un’altura.
E naturalmente c’è il serpente,
dal quale Eva accetta l’offerta del pomo.

Da quel momento come voci straniere
scendiamo soli sulla strada del mondo
nudi nell’aria fredda, fin qui.

(06 dicembre 2014)

giuseppina di leo

giuseppina di leo

*
Qualcosa si è rotto già nell’Eden
la condizione umana
ha preso il sopravvento

l’equilibrio appare in bilico
premessa privilegiata dell’abisso
separa pensiero e azione

e nessuna parola, nessuna carezza
solo un passo malcerto tradisce l’uomo
l’inganno del quale non sappiamo
lascia intuire
solo alla fine sapremo le conseguenze.

Diventeremo così teneri con la morte
mentre noialtri ancora in un’istanza metafisica
continueremo a dipingerla viva con ali bianche.

*
Alle volte siamo così teneri con la morte
la dipingiamo viva con ali bianche
nei segni, nessun efebo mostra eguali.

Lei nell’azione ha tradito
il pensiero, Lui, cosciente.

La condizione umana trova ostacoli
all’equilibrio nell’attività.

*
Dicevo del camoscio: non si sa
se riuscirà a reggere l’incerto equilibrio
oppure se egli stesso impatterà nella caduta.
Un camoscio o caprone, che dir si voglia
regge l’intera rappresentazione. Uomini capra
sulla terra ferma, salvati per miracolo
da un’idea di fondo.

(leggendo Simone Weil e guardando
il dipinto)

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49 commenti

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49 risposte a “POESIA INEDITA di Giuseppina Di Leo “Il peccato originale, di Albrecht Dürer” con un Appunto dell’Autrice SUL TEMA POESIE SULL’UTOPIA O NON-LUOGO

  1. Ut pictura poesis.
    Noi sappiamo che nel discorso poetico del tardo Novecento sono venuti a cadere i grandi racconti della decadenza come anche i piccoli racconti dell’io solitario che accudisce la reificazione del discorso poetico ad uso dell’io. La «derealizzazione» che ha colpito gran parte della poesia contemporanea fa sì che i contenuti di verità siano tra di loro indistinguibili in quanto contigui alla esperienze del valore di scambio, alle esperienze virtuali, a quelle immaginarie, a quelle ad alto tasso di probabilità statistica e stocastica che hanno una altissima percentuale di accadimento e di inveramento. La «derealizzazione» del mondo attecchisce anche alla forma-poesia: tendono a scomparire i confini tra i generi e, all’interno del genere, la forma-poesia tende a perdere i connotati di riconoscibilità.

    La poesia di Giuseppina Di Leo prende atto della rottamazione dei grandi racconti. Poetare dall”immagine di Durer è il tentativo di ripartire dal significato di una immagine come effetto di superficie (ed effetto di lontananza), cioè qualcosa che, proprio perché effetto, non appartiene a ciò che è originario (l’essenza, la coscienza), e che, non situandosi né all’altezza dell’Origine, né nella profondità della Coscienza, si presenta come pezzo di «superficie», come appartenente al reale subliminale. Non bisogna con ciò intendere (né vorrei darlo ad intendere) che il senso sia qualcosa di diverso dal significato o che esso sia un «effetto» come se esso fosse un segno o un sintomo o un crittogramma di qualcos’altro (quel qualcos’altro del simbolico che ha contraddistinto la civiltà del simbolismo in Europa). Né bisogna intendere la stabilità del significato come qualcosa, appunto, di «stabile». (Infatti, mi chiedo, può esistere qualcosa di «stabile» all’interno della fluidificazione universale?). Ciò di cui il significato «è», lo è in quanto senso, sensato, ciò che appartiene al sensorio (e che gira e rigira intorno all’oggetto); possiamo dire quindi che il senso abita il significato?

    Adamo ed Eva siamo noi, gli equivalenti dei quasi-morti, immersi gli uni e gli altri in una contestura dove il casuale e l’effimero sono le categorie dello spirito (dello scambio simbolico), essi sì che corrispondono allo scambio economico-monetario come le pagine di un medesimo foglio bianco che attende la scrittura. Come la moneta anche la parola vive ed è reale soltanto nello scambio simbolico. L’imagine di Durer si presta alla interrogazione indiretta della poesia di Giuseppina Di Leo. Là dove c’è un ordo rerum c’è anche un ordo verborum.

    «Effetto di superficie» è, secondo Deleuze, sia il senso che il non-senso. Per Deleuze il senso non è una totalità organica perduta, o da edificarsi (come utopia) ma è un evento sempre individuato, singolare, costitutivamente in forma di frammento (in rovina), ed è il prodotto di una assenza costituita (non originaria) auto-dislocantesi. È sempre una assenza di Fondamento che produce il senso, ed è futile stare oggi a registrare con malinconia la fine dei Fondamenti o la fine del Fondamento dell’«io» come fa la poesia a pendio elegiaco o la poesia che si aggrappa agli oggetti come un naufrago al salvagente, per il semplice fatto che non c’è alcun salvagente a portata dello «Spirito», non c’è nessuna utopia che ci riscatta dal «quotidiano» o dal viaggio turistico (la transumanza della odierna poesia da turismo elegiaco che si fa in camera da letto o in camera da pranzo, tra un caffè, un aperitivo e un chinotto).

    La poesia di Giuseppina Di Leo non sfugge a questa problematica.
    L’assenza, il frammento, l’interruzione, la singolarità scissa e alienata sono non le cause dell’estinguersi del senso, ma, al contrario, del suo sorgere. Il non-senso è mancanza di significato, il dramma di una coscienza infelice? Forse sì, forse no, oggi anche la «coscienza infelice» è una questione di superficie (una utopia della superficie). Direi una questione di «posizione» dell’«io».

    Oggi, anche la poesia contemporanea parla della frammentazione dei grandi racconti, parla dell’effetto di deriva, come anche della scomparsa del pathos dell’autenticità; il quasi-senso è oggi sempre più diffuso nella migliore poesia contemporanea per l’aura di aleatorietà e di leggerezza che esso consente; non è un caso che la metafora interrotta o la quasi-metafora siano così diffuse. Enunciati di derivazione prosastica sono i depositari del «senso»; forse soltanto una indagine razionale e prosastica può indicarci la piega nascosta del reale.

  2. Gabriele Fratini

    Chiedo scusa, ma il bel testo, molto fine e meditato, e l’argomento allettante sono una tentazione troppo grossa e non riesco a trattenermi dal rispondere “per le rime” con un altro grande artista toscano bacchettato da un funzionario romano sul medesimo soggetto, nella
    “Cronistoria del pittore Masolino da Panicale chiamato presso la sede pontificia in A.D. MCDXVIII”…

    “Masolino … li morti tua, che fai?
    stai disegnando ancora n’artra fregna!
    Ma nun cell’hai quer poco de vergogna?
    Dipigne nudi è tutto ciò che sai?

    ‘O sai ch’er Santo Padre nun gradisce.
    Nun risparmiasti manco la Brancacci…
    Cambia er soggetto o mettice li stracci!”
    “Ma il bischero serpente la stranisce…”

    “Oppure pija esempio da Masaccio,
    che colla mano adombra quer fattaccio”.
    “Ma vidi il Monsignore con l’erede,

    gradiscono di molto…” “Chi ce crede
    che ‘sta robaccia è innocua assai se sbaja.
    Er popolo, tutela colla foja!”

  3. Se pure interessato alle teorie di Lutero, probabilmente Durer si tenne prudentemente alla larga dai pericolo di essere libero artista nell’epoca della Riforma. Però questi suoi due dipinti, Adamo ed Eva, non si possono certo dire devozionali, anzi, esprimono un erotismo umano davvero degno del significato dell’innovazione prospettica. Nella stampa, la presenza degli animali completa la visione umanistica: tanto gli animali quanto gli umani si riprodurranno, con dolore dice la Bibbia, con gioia diremmo noi, oggi, insieme a Durer. Ed è bello che Giuseppina Di Leo, concentrandosi su questi splendidi dipinti, abbia dato testimonianza delle sue considerazioni. Ancor meglio se con quelle ripetizioni perché offrono un’istantanea del pensiero nel suo farsi; forse anche meglio di come sarebbe se il componimento si chiudesse in un responso.

  4. Il Narvalo

    Non capisco la necessità di pubblicare questo testo.
    La forma non ha né la scioltezza della prosa né la capacità di reggere il passo del verso, è totalmente “stonata”, anche tralasciando che viene da un orecchio poco avvezzo alla metrica.
    Il contenuto è a metà tra un’ekphrasis abbozzata e il minimo sindacale di una riflessione sull’esistenza umana.

    • Gabriele Fratini

      “10.000 italiani contemporaneissimi”?? … scusa Ivan ma non ti sei rotto le scatole? 🙂 Spero che almeno ti paghino per questo 😉 Saluti

      • Ivan Pozzoni

        No: sono un militante. Pago sempre i miei volumi, in modo da sentirmi svincolato da ogni forma di marketing o mercato, propongo – senza retribuzione- una forma di microeditoria socialista, cerco di costruire rassegne che si auto-finanzino (e non facciano danni finanziari ai disgraziati). Quando mi rompo le scatole? Quando mi insultano, mi sfottono o, in via del tutto egoistica, fingono di non capire. E chiedono soldi a me… 🙂 Per il resto, da sociologo dell’arte, seziono, registro, analizzo, catalogo: è una delle mie attività militanti, insieme all’anti-poesia, alla storiografia filosofico/letteraria, alla storia e alla storia della teoria del diritto. Probabilmente, in via del tutto involontaria, avrò dato fastidio anche a te: oramai sto “infastidendo” mezz’Italia. 😉

  5. Ivan Pozzoni

    Premetto che disprezzo i commenti di chi non si firma con nome e cognome: forse chi non si firma con nome e cognome, si vergogna di esso. Io, del mio, ho la fortuna di non vergognarmi. Versi come:

    Diventeremo così teneri con la morte
    mentre noialtri ancora in un’istanza metafisica
    continueremo a dipingerla viva con ali bianche.

    “valgono il prezzo del biglietto” delle montagne russe create da Giuseppina Di Leo. Giuseppina Di Leo ha un nome e un cognome: e lo usa, firmando una lettera d’introduzione esempio di umiltà ed audacia. Non sono un critico: Giorgio Linguaglossa ha il talento critico di definire stile e struttura dei testi di Giuseppina. Da sociologo dell’arte, dopo avere osservato, analizzato, registrato, sezionato, studiato al microscopio dell’etica artistica circa 10.000 italiani contemporaneissimi, mi sento di anticipare una conclusione: Giuseppina Di Leo, nome e cognome, è sottovalutata dalla critica istituzionale e, come “marginale”, categoria che non deve ricondurre al disonore, rientra serenamente tra i migliori 100 contemporaneissimi letti da me (de gustibus), latrice di una modalità di scrittura che domina con forza il tardo-moderno (sociologicamente), facendo del “frammento” artistico un’arma importante contro la “frammentazione” del tempo e dello spazio.

  6. Quando l’arte ne genera altra. Riflessioni importanti. Per il resto abbastanza d’accordo con Pozzoni, disprezzo escluso.

    • Ivan Pozzoni

      Ho dato mandato al mio avvocato del mercato ittico di introdurre querela di sostituzione di animale contro Il Narvalo. Sono certo che il mio avvocato effettuerà un’ottima aringa.

  7. Gabriele Fratini

    “10.000 italiani contemporaneissimi”?? … scusa Ivan ma non ti sei rotto le scatole? 🙂 Spero che almeno ti paghino per questo 😉 Saluti

  8. Secondo alcuni politologi e interpreti, con il 1989 (caduta del muro di Berlino) e, più ancora, con l’11 settembre del 2001 (attentato alle torri gemelle di New York), siamo entrati nella Quarta Guerra Mondiale, nell’età dell’incertezza e della stagnazione (e deflazione) delle democrazie occidentali. È venuto a mutare il quadro generale della nostra sensibilità, una incertezza, una inquietudine si sono insinuate nella psiche dell’Occidente, ormai nulla è più sicuro tranne la nostra insicurezza, nulla è certo ormai tranne la nostra incertezza. Perché dico questo? Lo dico perché una poesia come questa di Giuseppina Di Leo non si può comprendere senza questo quadro di riferimento globale. L’incertezza e l’insicurezza si sono insediate nella nostra psiche, e la poesia (quella vera, quella pensante) non può non riflettere, nella sua forma interna e nelle tematiche prescelte, questo quadro generale della nostra contemporaneità. E Giuseppina Di Leo con la sua sensibilità prende atto di questo stato di cose. In fin dei conti, la poesia su un quadro di Durer non fa altro che istituire una indagine per l’accertamento dei fatti un po’ come un commissario che ritorna sul luogo di un delitto e svolge una nuova interpretazione dei fatti a partire dallo stato dei luoghi del delitto e ne ricompone una nuova visione, ne delinea una nuova traccia.

    Considero la poesia della Di Leo come una vera e propria indagine svolta con gli strumenti della poesia. La Di Leo rilegge il quadro di Durer secondo una nuova sensibilità, riparte da zero, dallo zero delle interpretazioni precedenti per tentare una nuova versione dei fatti. Che cosa ci dicono i fatti?, ci dicono che ciò che avevamo visto fino a un momento fa nel quadro di Durer non regge più alla nuova lettura, si rivelano subito delle contraddizioni, delle incertezze (in ciò che fino a un momento fa sembrava certo e acclarato). La stampa di Durer ci rivela nuove possibilità di lettura, e la poesia della Di Leo procede nella indagine e scopre delle fratture, delle insorgenze, delle incertezze di linee. La poesia della Di Leo ha questo di significativo, che abbandona le scritture al femminile che hanno imperversato nel tardo Novecento fino ai giorni nostri, riprende a pensare e a indagare, rimette in moto l’intelligenza del lettore. La prima strofa della poesia è fulminante e, insieme rivelatrice degli esiti cui può arrivare una indagine fatta con gli strumenti della poesia:

    Guardo il dipinto “Il peccato originale”
    e penso che qualcosa si è rotto già nell’Eden.
    Dürer capovolge il fine della vita
    in un’armonia precaria ne restituisce il senso.
    Nell’immagine di Adamo l’equilibrio è in bilico
    condizione privilegiata dell’abisso.
    C’è qualcosa al di là della posa
    qualcosa che non convince, in cui
    la nostalgia appare nella memoria
    e in meno di un attimo il ricordo la scalfisce.
    A confronto del busto esili sembrano le braccia.
    Un movimento imprime al corpo una staticità ambigua
    come a separare pensiero e azione
    quasi fosse giunto al fianco di Eva dopo una corsa
    quasi avesse assunto perfetta coscienza dell’errore.

    • Gentilissimo Giorgio,
      ma come sono queste “scritture al femminile che hanno imperversato nel tardo Novecento fino ai giorni nostri”?
      Il mio dubbio è urgente, caso mai dovessi gettare nel cestino (reale ed elettronico) tutti i miei libri di poesia, compreso quello “nel becco della cicogna”!
      Molte grazie
      Giorgina BG

  9. Carissima Giorgina BG,

    se dovessi elencare le scritture al femminile che hanno imperversato nel tardo Novecento fino ai giorni nostri dovrei redigere un referto lungo chilometri, diciamo che tutte le scritture del cd. “corpo”, del cd. “amore”, del cd. “privato” delle donne è roba da pattumiera, kitsch. Ma non vorrei prendermela soltanto con le scritture al femminile, c’è anche quella al maschile che ha ricalcato come una carta velina certe scritture al femminile. I nomi? Ma sono centinaia, come sono centinaia i cd scriventi. L’ultimo esempio di malcostume sono i due “ragazzi” (ho usato questo termine) presi a modello della scrittura poetica odierna da una studiosa, Claudia Crocco su le parole e le cose con cui ho avuto qualcosa da precisare, se non ché poi il dibattito è degenerato fino alla mia dichiarazione che avevo dato mandato al mio legale di fiducia per procedere per diffamazione nei miei confronti.
    A me sembra che la poesia della Di Leo si muova in un orizzonte di ricerca molto serio che non ha nulla a che fare con quelle scritture talqualiste di cui dicevo.

    • Ahimè!
      Le mie poesie d’amore (non di sesso)
      rischiano molto sotto la tua falce
      che recide con cruda spietatezza
      anche il privato, fonte della lirica
      intimista, che l’ “io” nel fondo scruta
      palesando nei versi l’emozioni.

      Giorgina BG

  10. Il Narvalo

    @Ivam Pozzoni
    “Sottovalutata dalla critica istituzionale”? Ma no, su, è stata pubblicata in una delle prestigiosissime antologie di POETIEPOESIA, diretta da ELIO PECORA, il Bonifacio VIII dei nostri tempi! In ogni caso, invidio il tuo ottimismo nel trovare bravi ben 100 poeti contemporaneissimi…

    @Linguaglossa
    Confrontare un’autrice del ’59 con autori nati negli anni Ottanta non è esattamente utile. Anche perché, avendo già letto qualcosa dei due autori tirati in ballo, non so proprio quanto gioverebbe alla Di Leo…

    Io non ho niente contro l’autrice, potrei anche dire che questo testo è vicino a certe scritture “pulite” femminili americane che, come dice Linguaglossa, sono ancora abbastanza rare da noi, e nel particolare a God di Debora Greger, autrice ancora inedita in Italia, ma la sostanza non cambia: è una poesia “fiacca”, non cambia la mia percezione del mondo e nemmeno del quadro, e soprattutto i versi non stanno in piedi, vanno a capo in modo goffo e non sanno gestire la sintassi, tipo qui:
    “In quanto essere dotato di intelligenza
    e di movimento, l’uomo ha il dovere di proteggere
    l’equilibrio della vita”
    E non è una cosa facile da spiegare, perché il “passo” è una cosa che si sente se c’è e non c’è, e qui non c’è.

    • Gabriele Fratini

      Narvalo, se non ti firmi, de ‘sti tempi viene il sospetto che tu sia una mico di una certa Claudia 🙂

    • E’ un po’ come “sentire il tempo” o non sentirlo nel ballo, sia classico sia amatoriale!
      GBG

    • Mi piacerebbe moltissimo fondare con te una nuova fanza di poesia, “Il Narvalo” è un sacco bbèèèllo come nome di una fanza. Primo numero sarà monografico, e con dvd allegato, su Giuseppina Di Leo che, in vista della nuova avventura editoriale, ti invito a rileggere con foga. Nel mentre che leggi trova anche una decina di sponsor milionari.

      • Il Narvalo

        Be’, Giuseppina Di Leo ha già pubblicato 4 libri in soli 4 anni quindi sicuramente un numero monografico verrebbe bene. Mi risparmio di rileggere il testo per la quarta volta ma provvederò a documentarmi sul resto della produzione. Per gli sponsor possiamo sempre chiedere allo zio Pecora, così facciamo la vecchia fattoria.

        • Voglio sponsor di spessore, tipo banche, fondazioni e quant’altro. Comunque leggiti meglio la Di Leo, per me merita molto. Ciao

        • Giuseppina Di Leo

          a Narvalo
          Trovo molto spiacevole questo suo modo di comunicare, come sta facendo nei miei riguardi. Né capisco cosa stia recriminando.
          L’ironia e il sarcasmo che sta usando per la mia adesione all’antologia poi è del tutto fuori luogo, mi creda.
          Le suggerisco di informarsi prima di parlare.
          Giuseppina Di Leo

    • Ivan Pozzoni

      @Pepe Narvalho: tra i cento, moltissimi stanno in questo ottimo blog. E tu lo sai… 🙂

  11. Il Narvalo

    Giuseppina Di Leo, l’ironia era in risposta all’ironia di Almerighi, e non era rivolta direttamente a lei. L’adesione a un’antologia con chiari, evidenti ed esclusivi scopi di lucro è un errore che possono fare tutti; l’inclusione di questa adesione nella biobibliografia è solamente triste.
    Quello che invece recrimino a lei è di aver scritto quattro libri in quattro anni, e soprattutto di non avere così tanto da dire da poterselo permettere. Magari il resto della produzione è stratosferico, non lo so, ma questo testo, l’unico che mi sono permesso di giudicare, non sa proprio di niente. E per carità, capita a tutti di scrivere testi insipidi, che, se vengono pubblicati, finiscono solo col far perdere tempo al lettore speranzoso. Ma sicuramente se si scrive di meno capita di meno.

    • Ivan Pozzoni

      No, ti stai scagliando contro il bersaglio sbagliato. Giuseppina è una di noi: dice le cose come stanno. Certo: capita a tutti di scrivere versi insipidi, a me, a te, a Giuseppina, a Giorgio, a Luzi, a Montale, a Quasimodo. Se uno scrive una vita intera, è normale che scappino castronerie, versi sciapi, forzature. Però QUESTI versi di Giuseppina non sono sciapi o insipidi: non mi trovi d’accordo. Poi, meglio scrivere quattro plaquette in quattro anni che due tomi da 700 pagine l’uno in un anno. Giuseppina, la plaquette del 2015 te la colloco io! :-p Pepe Narvalho, ‘sta volta sei fuori strada. Non è Giuseppina, il bersaglio. Non è ancora uscita su Atelier.

  12. a differenza del Signor “Narvalo”, io invece considero questo testo di Giuseppina Di Leo tra i migliori che il blog abbia pubblicato tra i poeti italiani contemporanei. Ovviamente, il dibattito è aperto e tutti i gusti sono rispettabili. Resta il fatto però che il suo giudizio è privo di spiegazione e di motivazione, tutto quello che lei sa dire è: “questo testo, l’unico che mi sono permesso di giudicare, non sa proprio di niente”. Un po’ poco, non le pare? E poi stigmatizza che l’autrice abbia pubblicato 4 libri in 4 anni. Perché lo trova scandaloso? Ciascuno è libero di pubblicare con la cadenza che crede senza dover fare i conti con i censori di turno. Ci dica lei con quale cadenza di pubblicazioni si debbono giudicare i libri di poesia, così ne trarremo le dovute conseguenze.

  13. Giuseppina Di Leo

    a Narvalo
    Che la mia poesia possa non piacerle la cosa non mi disturba, né mi dispiace più di tanto. Non si può piacere a tutti.
    Ma che lei definisca ‘triste’ quella che è una mia scelta, opinabile quanto si vuole, ma pur sempre rispettabile nell’ambito di un percorso personale lontano da apparati di ogni genere, lo rifiuto.
    Per i miei libri, torno a dirle: s’informi, o legga meglio. I primi due sono plaquette come lo è Il muro invisibile, dove sono contenute poesie edite.
    Ancora una volta non capisco cosa intende dire, o quale messaggio recondito voglia trasmettermi, e di conseguenza trasmettere. Ma poi a lei che gliene cale di quanto pubblico, e con chi?
    Chiudo qui.
    Giuseppina Di Leo

    • Gabriele Fratini

      Sarebbe meglio, Narvalo, concentrarsi sul testo anziché sulle vicende editoriali, perché non si conosce il percorso del tutto personale, i contatti, e le possibilità di pubblicazione di ciascun autore. Magari un autore scrive per vent’anni testi inediti e poi ha la possibilità che prima non c’era di pubblicarli tutti in pochi anni, noi che ne sappiamo? Le vie dell’editoria non sono razionali e uguali per tutti. Meglio concentrarsi sui testi

  14. pasquale balestriere

    Questa di Giuseppina Di Leo mi appare come “poesia onesta”, affatto priva di infingimenti e lenocini . Onesta per disposizione d’animo e d’intelletto, per figurazioni e resa verbale. Qui è arte su arte e scorre in forma di riflessione e di commento, talvolta di registrazione quasi diaristica, talvolta come puntuale annotazione, sempre però data a un’essenzialità di cristallina chiarezza, di purezza francescana.
    Per me sono questi gli aspetti che la rendono bella. E certamente significativa, per la novità dell’esperimento.
    Pasquale Balestriere

  15. Giuseppe simone

    Bene, signori. Per quanto riguarda l esistenzialismo ermetico, siamo avanguardisti puri. Il Signor Narvalo è un signore giusto. Lo conosco da 5 anni per via epistolare. Non ho letto la poesia, non ho tempo. Ma è strana. Parabolica. A volte giusta. Come dice Dante : la chiave apre le porte.

  16. Non capisco il perché di questa polemichetta su Giuseppina Di Leo, che inizialmente ho preso sul ridere. La frequenza delle pubblicazioni dell’autrice non ha nessuna importanza, l’importante è QUELLO che viene pubblicato e, a giudicare da quanto ho letto, ripeto, Giuseppina Di Leo è un vero poeta.

  17. Giuseppina Di Leo

    Desidero ringraziare di cuore tutti voi che, con i vostri commenti, avete aggiunto qualcosa in più alla mia poesia, facendo in modo che fosse meno ostica per altri. E un ringraziamento come sempre a Giorgio Linguaglossa che con tanta attenzione mi legge.

    • io faccio parte degli “altri”. Per me non la sua poesia è affatto ostica. Si dovrebbe piuttosto parlare di apprezzamento o non apprezzamento, con le necessarie motivazioni.
      Giorgina Busca Gernetti

      • Giuseppina Di Leo

        Cara Giorgina, mi piace risponderle con un mio pensiero scritto molto tempo fa su un autore che lei certamente conosce molto bene e del quale ho letto un solo libro. So che non c’entra affatto con tutto il resto, ma riporto lo scritto proprio per dare spazio a qualcosa che permetta di esprimere in qualche modo anche la visione che ho della vita e delle cose. E, aggiungo, per la stima che ho nei suoi confronti. (mi scuso per gli errori che sicuramente ci sono).

        – Kafka desiderava esprimersi scrivendo, solo la scrittura gli procurava piacere, mentre invece ha dovuto lottare contro suo padre che si opponeva decisamente contro questo suo “vizio”. Noi tutti dobbiamo la conoscenza di Kafka, la sua fama, all’amico Max Brod, il quale, dimentico della promessa fatta all’amico morente, pubblicò a sue cure le opere del grande Franz che oggi noi possiamo leggere. Il gioco della letteratura sta proprio nel mezzo: a volte sembra così difficile raggiungere una meta da apparici come eterea, impossibile da afferrare; eppure tutto ha inizio dove ogni cosa sembra perdersi. La grandeur è, all’inverso, l’illusione vera e propria, giacché non realizziamo per noi, nel nostro piccolo [creare] il grande sogno, bensì soltanto l’infinitesima parte di ciò a cui non diamo più credito, di cui non ci restano che le briciole. Briciole di un sogno sono le idee, polvere di stelle, granelli di sabbia che soli riescono a ricordarci il mare. La verità è in questo filo sottile.
        Giuseppina

        • Gentile Giuseppina,
          la ringrazio per lo scritto sul mio adorato Franz Kafka, specchio delle mie inquietudini, delle sofferenze, del male di vivere prima ancora che lo denominassero così, attore e vittima di vicende angoscioso-grottesche come nel romanzo “Il processo”, mio alter ego ne “Il castello”, mia tortura nel racconto “”La colonia penale”. La “Lettera al padre” è da leggere senz’altro. Ma che c’entra Kafka con la sua poesia che è lontanissima dal sentire di Franz. La scrittura, poi, data la distanza del tempo e la diversità della forma letteraria, non ha alcuna attinenza.
          Apprezzo il suo tentativo di accostarsi a me, ma non dimentichi che tempo fa mi scrisse che se la sua poesia non mi piace, che io non la legga.
          E così faccio, tranne qualche frase dei commenti che non mi convincono affatto. Non se la prenda: non si può piacere a tutti.
          Le bastino le lodi smisurate di Giorgio Linguaglossa.
          Buona notte
          Giorgina

    • Gabriele Fratini

      Anche questa se non sbaglio era di Giuseppina Di Leo, si trova su questo sito, e mi piace molto poiché l’argomento è simile ai testi di questa pagina ed è trattato con una notevole sapienza tecnica. Bellissima:

      “Infine, una morte dolce mi attende:
      la morte che segue il pensiero, finale
      da fanali accecanti sgorganti lucci
      saltelli nudi intrecci lucidi lacci. Tu,
      che hai fatto dell’amore una religione,
      nel gorgo, dimmi di amare,
      come amo questo sasso.”

  18. Anche se non è stata oggetto di dibattito , vorrei fare una piccola considerazione riflettendo sull’annosa questione della scrittura “femminile”.
    Si può dire che effettivamente c’è una posizione femminile che è come la posizione del portiere prima del calcio di rigore . La sua reazione dipende da molti fattori : la psicologia , la statura , la muscolatura ;; poi , al momento della parata , viene fuori lo stile , che è personalissimo e che non ha niente a che vedere con la femminilità . Quando una scrittrice rivela uno stile “femminile” c’è sicuramente qualcosa che non funziona :
    Lamarque insegna , Valduga docet , Frabotta estenua . Giuseppina Di Leo è sul versante opposto . La sua poesia è scrittura e basta , senza connotazioni , e , credo , di valore .

    leopoldo attolico –

    • Gentile Leopoldo,
      la similitudine del portiere prima del calcio di rigore non so se mi convinca o no. Perché la scrittrice donna sì e lo scrittore uomo no? Forse che l’uomo è sempre così saldo e sicuro di sé da non provare la tremenda tensione del portiere prima del calcio di rigore?
      Quanto alle tre poetesse menzionate in modo negativo, a un convegno di poeti svoltosi a Torino ho letto le mie poesie nel gruppo di V.L. e A.M.F., mentre la terza ha letto dopo di noi. Non esprimo giudizi di merito,
      ma sarei proprio curiosa di sapere che c’è di così sbagliato almeno nelle mie compagne di lettura (tralasciando la terza per motivi di convenienza), se soltanto nella vostra autrice preferita esistono meriti?
      Forse perché scrive versi come: “da fanali accecanti sgorganti lucci /
      saltelli nudi intrecci lucidi lacci.” ?
      Grazie per l’attenzione e un caro saluto
      Giorgina

      • Giuseppina Di Leo

        Cara Giorgina, i versi citati significano la vacuità del comunicare, ovvero indicano l’assenza di senso delle parole tra persone che si esprimono senza nulla dire: sono versi voluti, e pesantemente. L’incomunicabilità era al centro di quella poesia.
        Tornando ai titoli di Kafka, riportati nell’altro suo commento quello gentilmente suggerito lo metterò tra i miei desiderata.
        Dello scrittore praghese ho letto Il processo. Ricordo di averlo fatto agli inizi degli anni novanta, in un momento molto ‘buio’ della mia vita lavorativa, quando sperimentai sulla mia pelle, comprendendolo appieno, il significato del termine kafkiano.
        È vero, non si può piacere a tutti, sarebbe troppo bello ci aggiungo.

        *
        Ora, pur distanziandomi da quanto sin qui detto, lo scambio di vedute con Giorgina Busca Gernetti mi offre ancora l’opportunità di ampliare il tema in qualche forma sin qui toccato, quello della ‘reciprocità’.
        E, passando da un capo all’altro, vorrei soffermarmi un momento per parlare del significato di questa mia poesia.
        Come ho avuto modo di dire nella breve nota in epigrafe, la scena offerta in Il peccato originale dal pittore di Norimberga mi aveva indotta a una riflessione su quella che nella poesia chiamo “armonia precaria” sottesa al significato della vita, arrivando a considerare quello stesso valore in riferimento alla condizione umana.
        “Noi siamo angeli, angeli di neve nel sole / … siamo angeli di parole.”, dico in una mia poesia edita, provando a paragonare il fine (la poesia) con il mezzo (la parola). E qui il messaggio stride per la inconsistenza del suo stesso manifestarsi. Ma, se ci pensiamo, ciò che in primo luogo ci manca di una persona cara, che ci è lontana o che è scomparsa, è la sua voce, tuttavia continuando ad amare la persona lontana si rimargina anche la lontananza più difficile da sopportare. Allo stesso modo, la poesia muore (viene a mancare) se viene meno una sorgente che la renda viva (la parola).
        Tutto questo per dire che il tema della responsabilità, al centro della poesia sull’opera di Dürer, soffre della mancanza del punto focale (l’equilibrio in bilico) nel momento stesso in cui si opta di delegare la propria capacità cognitiva.
        Il serpente come simbolo di perdizione, ovvero di coscienza malefica, che si propone nella veste di un adulatore, inganna attraverso la conoscenza (dall’albero, il frutto) facendola sua.
        A ben guardare non è l’albero il male, bensì l’offerta, benché da esso provenga. Non il frutto dunque, ma la morte contenuta in un’azione sconsiderata è ciò che priva l’uomo della sua ‘eternità’ (‘non ci pensare, fallo per me, agisci’, sembra dire a Eva).

    • Giuseppina Di Leo

      Caro Leopoldo, non mi intendo di calcio, ma ti ringrazio molto per la tua considerazione nel merito. Linguaglossa ha parlato di indagine ed io mi ritrovo in questo suo sguardo.

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