La lampada perduta. PERCORSI DELLA POESIA ITALIANA DAL 1945 AD OGGI, di Marco Onofrio  – Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana, 1945-2010 di Giorgio Linguaglossa

Not Vital, 700 Snowballs

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 Scrive Corrado Alvaro, in un tratto del romanzo L’età breve (1946): «Il poeta non capisce quello che dice ma dice prima di capire, e quella è la verità». Appartiene in effetti alle profondità millenarie del canone occidentale il topos del poeta cieco e veggente, e il concetto di numinosità della parola (luminosa e illuminante, sia pure tenebrosa). La parola, quindi, come lampada, come fiaccola di costruzione e civiltà. C’è un presupposto di retroterra (filosofico e linguistico) che presiede allo sviluppo della poesia italiana del ‘900: la svalutazione e, poi, la perdita del registro profetico-sapienziale. Viene smarrito lo statuto “alto” di credibilità e sensibilità che la rappresentava su un piano di consistenza e riconoscibilità dei valori, dei contenuti, degli stili. C’era un terreno comune su cui confrontarsi, appunto un “canone”. Adorno nel 1966 dichiara addirittura il luogo a non procedere della poesia: «Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie». La poesia non è più possibile, se non – aggiunge Paul Celan – attraverso un “linguaggio spezzato” testimone della scissione metafisica prodotta dal male assoluto (gli eccidi del ‘900).

giorgio linguaglossa dalla lirica al discorso poeticoViene meno, insomma, il “sistema delle evidenze”: in futuro stenteranno a ricostruire la nostra epoca perché noi stessi non abbiamo più un “linguaggio comune”. Che cosa accade in poesia dopo il ’45? E, soprattutto: dopo gli anni ’60? Per orientarsi può essere utile il volume (Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana, 1945-2010, EdiLet, 2011, pp. 412, Euro 18) con cui Giorgio Linguaglossa affronta e tenta di arginare la complessità dei problemi sollevati dal tema in oggetto, inquadrandoli nell’ottica della storia civile, per cui l’analisi e la sintesi della società letteraria italiana vengono collocate entro uno scenario più vasto, mosso, arioso, e il saggio – nutritissimo, sfaccettato – di storia e critica letteraria si legge, al contempo, come un romanzo appassionante sul nostro Paese, dal secondo dopoguerra ai giorni nostri. C’è, ovviamente, la provvisorietà dei discorsi tipica del critico militante. Ed è un tentativo di ricostruzione tanto più difficile e delicato, dal momento che (insieme con il terreno comune di confronto) sembrano venuti meno i criteri di storicizzazione della letteratura. In base a quali criteri, appunto, storicizzare la contemporaneità? Qual è la “linea egemonica” del secondo ‘900?


giorgio linguaglossa_Dopo il NovecentoLinguaglossa sottolinea anzitutto che nulla è neutro: le scelte rivelano rapporti di potere
; ma soprattutto le esclusioni (anche eccellenti) degli isolati, dei periferici, dei non integrabili (ad es. Flaiano, Ripellino, Lorenzo Calogero):

«(…) le istituzioni stilistiche egemoni del Novecento appaiono nudamente quali sono: involucri ideologico-stilistici, tralicci ideocratici che proteggono, sotto il loro tegumento, visioni del mondo conservatrici          (…) come mai poeti di tutto rispetto come Lorenzo Calogero, Alfredo De Palchi, Helle Busacca, Bartolo Cattafi, Franco Fortini, Angelo Maria Ripellino sono entrati così presto nel dimenticatoio? Quali sono le ragioni politico-estetiche che determinano amnesie così macroscopiche?» (Linguaglossa, op. cit, p. 11)

Ci si scontra qui con i problemi stessi – a livello di metodologia – della storicizzazione tout court. In che conto si tiene, storicizzando la poesia italiana del secondo ‘900, la dialettica fra quadro e cornice? Il rapporto fra centro e periferia? La differenza tra monumento e documento?  Ai “cadaveri eccellenti” accidentalmente o volutamente esclusi corrispondono infatti, a mo’ di contraltari, i “monumenti intoccabili” della storia istituzionale. In gioco c’è da sempre, come sempre, la presupposizione del “nome” acquisito. Il pregiudizio positivo o negativo. Sarebbe curioso procedere ad un esperimento: a chi darebbe la palma del valore letterario un critico letterario “ufficiale” (cioè sensibile ai rapporti di potere) se gli facessimo leggere un presunto inedito mediocre di autore celebre, e un inedito eccellente di autore sconosciuto? Posto che non la conoscesse, che cosa direbbe – lo stesso critico – dopo aver letto, ad esempio, questa “poesia”?

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

VIAREGGIO

Viani
Sarà bella la pineta
Ma come ci si fa a dormire
Con tanti moscerini e tante cacate.

E, soprattutto, come cambierebbe il suo giudizio dopo aver saputo che è tra le poesie disperse di Giuseppe Ungaretti?

Sarebbe ora di sovvertire certe consuetudini acquisite, dando voce agli esclusi, agli invisibili, ai vinti della storia. Certi poeti forse troppo esaltati (Caproni) e altri, viceversa, ingiustamente dimenticati (Gatto). Poetesse conosciute al di là dei meriti effettivi grazie alla TV e ai suoi mèntori (M. Costanzo) come Alda Merini, e altre, non meno potenti e incisive, pressoché sconosciute (Maria Rosaria Madonna, Helle Busacca, Anna Ventura). Occorre insomma, un salutare “ritorno del rimosso” per riequilibrare le forze in gioco, per rendere il quadro storico più completo e veritiero.

Anna Ventura

Anna Ventura

Qualcuno, viceversa, potrebbe obiettare a Linguaglossa che il suo discorso è “idealistico” e “astorico”, che non vuole tener conto delle spietate leggi dell’evoluzione. D’altra parte la storia l’hanno sempre scritta i vincitori, anzi: i loro caudatari, saliti sul carro del trionfo all’occorrenza, con tempismo perfetto, tra un omaggio e l’altro. Linguaglossa obietta a sua volta che la “selezione naturale” operata dalla storia è, spesso, inquinata alle radici: non ci si confronta sempre (anzi: quasi mai) su piani di onestà intellettuale. La storia è tutto fuorché onesta. Certe esclusioni sono state volutamente esercitate perché altrimenti avrebbero offuscato la felicità (facilità) apparentemente indiscutibile della lettura storica, con tutto il gioco delle alchimie politiche intagliato sui rapporti di potere.

Tra le principali linee di sviluppo della poesia italiana del ‘900, Linguaglossa individua 5 filoni significativi:

1) ermetismo e post-ermetismo, ovvero turris eburnea, poesia separata dalla storia, sacralità dell’arte, valore cultuale, funzione sacerdotale del poeta, aura magica, linguaggio analogico-simbolico, predisposizione innica al “canto”;

2)  poesia di stampo narrativo, poesia-racconto (da Lavorare stanca 1936 di C. Pavese);

3) poesia degli oggetti (Gli strumenti umani, 1965, di Vittorio Sereni): realismo, marginalizzazione del soggetto lirico, stile prosastico, razionalità, “pedale basso”, quotidianità piccolo-borghese (qui si innesta la linea “Pascoli-Crepuscolarismo-Saba-Penna”);

4)  poesia impegnata, poesia civile e politica che nasce dall’incontro/confronto della parola con la realtà (il gruppo di “Officina”: Leonetti, Pasolini, Roversi, Fortini);

5)  neoavanguardia e ’68, che rifiutano la “poesia” come feticcio dell’ordine borghese. La parola, all’interno dei meccanismi di riproducibilità, è in competizione con la merce. Questo produce un ribaltamento dei codici estetici, nel confronto con il caos e il magma di un mondo-labirinto, sempre più incomprensibile. Si elabora il concetto di “opera aperta” come campo di forze in movimento. Si pratica l’anarchia in forma di protesta contro il significato, la comunicazione statuita, la dicibilità delle cose e delle esperienze.

Eugenio Montale

Eugenio Montale

Su questa base, il traliccio rappresentativo del processo storico-evolutivo della poesia italiana del ‘900 porterebbe, secondo Linguaglossa, dal canto al discorso liricizzato. Un percorso esemplare, in tal senso, è quello di Montale, dagli Ossi di seppia a Satura (cioè dalla rivelazione ancora possibile, sia pure per via negativa, alla olimpica ironia, allo scetticismo, alla negazione stessa della realtà). È il tramonto di una intera epoca stilistica, vale a dire: fine dell’umanesimo, cioè coerenza, armonia, unico centro irradiante, possibilità di censire e mappare il mondo, di intrattenere un rapporto costruttivo e operativo con la realtà. Si leggano, di Montale, testi emblematici come  “L’alluvione”, “Elogio del nostro tempo”, “La caduta dei valori”. Il poeta non può – né vuole – più essere il “vate” del proprio tempo. La realtà sfugge da tutte le parti, la parola poetica non riesce più a racchiudere il mondo, a rappresentarlo, a interpretarlo. È una lampada perduta e dismessa, nascosta tra le polveri e le cianfrusaglie del “solaio”, respinta da una società pragmatica ed economica orientata soltanto al perseguimento dell’utile. Il poeta diventa un emarginato, un risibile perditempo, la macchietta di se stesso. Nessuno lo ascolta più. Se prova ad impegnarsi vive contraddizioni terribili.

Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

Un altro percorso esemplare è quello di Vittorio Sereni: dalla scuola ermetica arieggiata nei primi versi, all’esperienza di guerra e di prigionia (Diario d’Algeria, 1947), alla critica della società industriale neocapitalistica, coi suoi «asettici inferni» (“Una visita in fabbrica” ne Gli strumenti umani), allo sconforto dell’intellettuale disarmato dinanzi a una realtà sempre più complessa e globalizzata (dirà: «Non servono le armi umanistiche di vecchio stampo, anche le parole d’un poeta sono armi spuntate, non si è all’altezza della situazione»), all’amaro abbandono dei propri passi a una rotta non più segnata sulle carte, ma da una “stella variabile” cui affidare con disincanto il proprio destino.

Dunque 3 strade principali:

  1. a) sperimentalismo (Sanguineti, Pagliarani, etc.), tendenza che muore per consunzione e progressiva insignificanza;
  2. b) post-ermetismo: la resistenza alla crisi del simbolismo (da cui il ruolo marginale e subalterno della poesia rispetto ai linguaggi tecnologici dell’industria culturale) si condensa nel “mito-modernismo” (Giuseppe Conte, neo-orfismo, “parola innamorata”) che nutre una concezione ancora alta e sacrale della poesia;
  3. c) via moderata: “riformismo gradualistico” (Sereni, Giudici, Raboni) e “modernismo” (come sintesi di passato e futuro). È proprio questa, alla fine, l’opzione che prevale.

Post-modernoPoi però la via moderata degenera nel “minimalismo” romano e milanese (Magrelli, Buffoni, Zeichen, Marcoaldi, Patrizia Cavalli, Vivian Lamarque): riflusso, disimpegno, de-significazione. Poesia “leggera” e televisizzata, da cabaret, da intrattenimento. “Sciocchezzaio”, ovvero rimasticatura dei mass-media. La poesia tende alla notizia giornalistica (che muore appena pronunciata). I poeti vanno a caccia di effetti facili, si lasciano andare ad accenti neomanieristici.

«Quando Franco Marcoaldi in Amore non Amore (1997), terzo libro pubblicato da Einaudi, scrive: “Io non sono il Dalai Lama, / sono più modestamente un lama: / io non parlo… sputo”, è chiaro che qui siamo già dentro la fine di una civiltà poetica. Ed è chiaro che il critico non più ragion d’essere. Siamo così giunti all’ultima soglia del minimalismo, dove il minimalismo sfocia nel qualunquismo, nella crisi della cultura ludico-ironica che è finita nel blog di Raitre, nella cultura che è finita nel canzonettismo di massa e nel cabaret di massa; dopo di che non resta nulla» (Linguaglossa, op. cit., p. 245).

La deriva postmoderna (crisi dei valori, politeismo etico, delegittimazione delle autorità tradizionali – Dio, Chiesa, Stato – come guida per la prassi) conduce il linguaggio poetico dalla dimensione ontologica che gli pertiene (nel tentativo instancabile che l’uomo, animale culturale, mette continuamente in atto per dare un senso alla realtà) alla dimensione ontica, dell’essere opaco e chiuso che non si manifesta. La poesia rinuncia al suo ruolo di rivelazione, di soglia di congiunzione (tipo porta girevole) tra piano ontico e ontologico. Si limita a ruminare i reperti di questa opacità. Non c’è più respiro metafisico.  Praticare la quotidianità più minuta, d’altro canto, non dovrebbe limitare o inficiare le possibilità umane della parola. Non si può rinunciare “a priori” alla dicibilità del mondo e dell’esperienza. La poesia – peraltro – non dipende da ciò di cui si parla, ma dallo sguardo che si utilizza per vedere e far vedere le cose: anche quelle all’apparenza più povere e banali. È questa la lezione di Pascoli, dei crepuscolari. Le cose anzi, trafitte dallo sguardo poetico, assurgono a simboli, a correlativi oggettivi. Pensiamo al «topo bianco d’avorio» in “Dora Markus” di Montale: «e così esisti!», chiude la poesia. È l’oggetto che fa esistere il personaggio, che gli dà vita.

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Le parole che prescindono dalle cose diventano idoli impazziti, simulacri vuoti.  Nel gorgo di questo vuoto nullificante muore il senso, il canto, la civiltà. Il mondo contemporaneo è dominato dalla tecnica. Pensiamo alla nostra vita quotidiana (telefonini, tablet, computer), e al modo in cui le applicazioni tecnologiche in continua evoluzione hanno modificato le pratiche di scrittura e di ricezione. La tecnica non è più un mezzo per dominare la natura, mantenendo accesa la luce creativa dell’uomo, ma l’orizzonte stesso che ci avvolge e ci condiziona: un fine di per sé, che non risponde più agli appelli dell’essere ma alle sollecitazioni economiche del progresso, della produzione. Eppure in greco antico “tekné” afferisce alla “poìesis”, è qualcosa di poetico. L’invasione dei linguaggi mediatici ha contribuito, malgrado l’apparente democratizzazione, alla crisi dei linguaggi poetici. Il mondo digitale e compulsivo di Internet ha prodotto una fluidificazione delle segnaletiche, una superficie aperta, plurale, multidimensionale. L’esperienza del mondo si è fatta inafferrabile. Non ci sono più margini tangibili e rassicuranti cui attenersi, conformando l’agire. Si sgretola, forse per sempre, la sicurezza di un “mondo stilistico” maturo, provvisto di “salute e impassibilità” (la condizione che permetteva il “canto”): vengono meno, come detto, i “canoni”, i parametri stilistici. La poesia viene esautorata: non è più oggetto di fiducia come sede di un sapere interpretativo fondante/sapienziale/profetico. Eppure, paradossalmente, c’è un’aspirazione diffusa allo status pubblico di poeta: anche il manager rampante ha nel cassetto la sua brava silloge da pubblicare. Il postmoderno ha prodotto un fenomeno di democrazia delle lettere.

«Ormai in poesia è possibile dire di tutto e il contrario di tutto: mimare i ragionamenti scientifici, addentrarsi nel linguaggio giornalistico, parafrasare il gergo infantile, parafrasare i testi scientifici e dissertare di vari argomenti. Di fatto, la poesia si democratizza: diventa un bene comunitario, di pronto uso e consumo privato. Diventa più leggibile, più flessibile, più manovrabile, più falsificabile, più facile» (Linguaglossa, op. cit., p. 74)

bello varietàLa caduta di canoni rigidi e di criteri selettivi ha dato l’impressione che tutti potessero scrivere (anche per l’accessibilità del medium, rispetto ad altre forme espressive, ad es. musica e pittura): tutti, di conseguenza, sono e si sentono poeti, e scrittori, in quando autorizzati (in mancanza di regole: con il verso libero si sdogana qualunque competenza) a dire tutto e in qualsiasi modo. Gli editori (specie quelli a pagamento di lucro) non fanno più alcuna selezione di qualità: si pubblica ogni scartafaccio, e in questo mare magnum di liberismo poetico, di simil-poesia egolalica e posticcia, con conseguente diluvio di narcisismo, i valori vengono appiattiti: le scritture di qualità finiscono per annegare, travolte dal frastuono televisivo. L’impressione è di un paesaggio senza più confini: un “vasto delta” di soluzioni, interpretazioni, stili e correnti polverizzate. Cioè, un pantano di sabbie mobili.

Scriveva Montale già nel 1969:  «La poesia consiste / (…) / nel dire sempre peggio / le stesse cose (…) / In tempi magri è un’epidemia, / chi non l’ha avuta l’avrà presto, ma / ognuno crede che la malattia / sia di lui solo». Anche se è chiaro che, per necessità dialettiche di contrappunto, ad una fase di paccottiglia plastificata dovrà subentrare, prima o poi, un ritorno ai valori forti della parola. Diceva Montale nel Discorso (dal titolo “È ancora possibile la poesia?”) tenuto all’Accademia di Svezia il 12 dicembre 1975 per il conferimento del Nobel: «Ma non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione. Possiamo tutti collaborare a questo futuro».

È che il ‘900, in genere, stenta a terminare: occorre uscire dal ‘900, deragliare dagli assi delle sue poetiche egemoniche. Quando comincerà davvero la poesia del nuovo millennio?

Si nuota nel vuoto provocato dai linguaggi mercificati e massificati. Il poeta si dibatte fra assenza ed erranza: attraversa la condizione del naufrago. Quella sensazione annichilente che nulla di nuovo valga la pena d’esser detto, da cui il sospetto, lo scetticismo. Se convocassimo gli “stati generali” della poesia contemporanea, ipotizza Linguaglossa, emergerebbero queste necessità:

a) la ricerca/ricostruzione di un pubblico interessato e criticamente attrezzato con cui stringere un patto di autenticità;

b) la restituzione di significato alla parola poetica: darle nuova linfa, nuova energia, nuova capacità di presa e di rappresentazione. Che la parola torni a scavare dentro se stessa e a dare lievito al mondo;

c) il recupero del “valore” specifico della letteratura. Oggi sembra una fotocopia di una fotocopia, che a furia d’esser riprodotta si sbiadisce sempre più, diventa illeggibile. Ma senza riconoscibilità del valore non c’è più eredità: e senza eredità non è più possibile alcuna civiltà (letteraria e umana): senza tradizione non può esservi avanguardia.

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Insomma: la poesia può ancora avere un “fondamento” nella società della comunicazione globale? È ancora possibile nominare il mondo? Rendere “abitabile” la lingua, recuperando una comunicazione poetica “reale”? E non è che forse, come diceva Giuseppe Conte, è sbagliato insistere con la “condizione postuma” della letteratura (secondo la definizione di Ferroni e Berardinelli)? E che dunque la poesia è ancora viva e vegeta «come la carne, le foglie, le onde, il mito: la società può degradarla, non distruggerla» e dunque il futuro è già tra noi, anche se non ce ne accorgiamo? Come orientarsi? Come ripartire? Una soluzione parsa a molti praticabile è il modernismo di retroguardia: sintetizzare il meglio della tradizione con il meglio della modernità: riallacciarsi creativamente all’eredità del pre-moderno. Particolare suggestione può in questo senso esercitare il manifesto della “Nuova poesia metafisica” elaborato a Roma nel 1994 intorno alla rivista “Poìesis”. Ampliare la lingua ai limiti dell’indicibile e dell’invisibile per ampliare le possibilità di rappresentazione (del mondo e dell’uomo). Far coincidere parola e cosa. Arrivare al centro e dimorarvi.

Occorrerebbe anche denunciare coraggiosamente le storture del “sistema”, e Linguaglossa nel suo libro lo fa. E può farlo perché non ha privilegi da perdere o poteri da salvaguardare. Può permettersi di dire la verità sulle corporazioni editoriali.

«La difesa dei corporativismi e la stabilizzazione di una “corporazione” di superletterati egemoni diventa fatto compiuto e visibile già alla fine degli anni Settanta. Il tradizionale ceto poetico-letterario si sgretola del tutto. Ciò che rimane sono i rapporti personali tra singoli autori. Di qui il fenomeno delle recensioni istituzionali e redazionali, fatte per una ristretta cerchia di addetti ai lavori per fini di fiancheggiamento ai grandi marchi editoriali e di opportunismo intellettuale» (Linguaglossa, op. cit., p. 136).

Mnemosyne di Dante Gabriele Rossetti

Mnemosyne di Dante Gabriele Rossetti

Ne deriva «un micidiale guazzabuglio di servilismo mimetico e di conformismo, che si propaga alla velocità della luce» (Linguaglossa, op. cit., p. 194), mentre il pubblico, sempre più esiguo, diseducato e svuotato di strumenti critici, rafforza la sua tendenza a confondere il valore degli autori con il marchio editoriale che li pubblica. Peraltro, non è più il valore poetico dei testi, ma l’opportunità politica e simbolica di pubblicare certi autori, a decidere le sorti dei dattiloscritti. Gli uffici stampa delle case editrici a diffusione nazionale «fanno pulizia degli autori “stilisticamente” non allineati. Le pubblicazioni vengono adesso decise dagli uffici stampa e questi ultimi dalle esigenze manageriali e “politiche”» (Linguaglossa, op. cit., p. 246).

Anche per questo il discorso sulla poesia sconfina in un ambito civile che coinvolge il problema della libertà, della democrazia. Non si scriverebbero, del resto, centinaia di pagine di critica se si trattasse di una questione di lana caprina, per soli specialisti.

La nostra convinzione fideistica è che la poesia possa rivendicare, oggi ancor di più, un ruolo energetico di compensazione e nutrimento dei sistemi ordinatori del mondo, ad es. di genere politico o economico. La poesia come modello epistemologico di armonia e di “anima creatrice” vivificante, applicabile ad ambiti anche apparentemente inconciliabili.   Solo quando umilmente investito di questa scintilla il poeta, a mo’ di sentinella del futuro, potrà trovare risposte a domande non ancora pensate o poste. Ed è questo, forse, il compito della poesia nel nostro tempo.

(Marco Onofrio)

Marco Onofrio e Aldo Onorati

Marco Onofrio e Aldo Onorati

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013). La sua produzione letteraria è stata oggetto di decine di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito finora 30 riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in centinaia di presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha scritto decine di prefazioni e pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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34 commenti

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34 risposte a “La lampada perduta. PERCORSI DELLA POESIA ITALIANA DAL 1945 AD OGGI, di Marco Onofrio  – Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana, 1945-2010 di Giorgio Linguaglossa

  1. Sono convinto che la Poesia abbia un futuro nella società attuale e in quella futura. Poesia è una forma di linguaggio diversa in cui le parole, normalmente usate come arnesi per comunicare, possono assumere altri significati generalmente più profondi e “difficili da trovare”. Infatti secondo me la poesia ha bisogno assoluto anche di un altro modo di leggere da parte di chi voglia veramente avvicinarla. Il futuro, come ci insegnano le scienze naturali, è un conservare, trasmettere, evolvere i propri geni, facendosi strada a spallate e con la forza a discapito di altre specie. La Poesia avrà futuro nella misura in cui saprà farsi strada in questo modo, ben oltre i chierichetti, i poetini chiusi in Milano e i tanti outsiders incapaci di andare oltre gli studi forbiti e le valvole di sfogo. Nella misura in cui non sarà solo pane sfornato a uso e consumo di altri panettieri.
    Un grazie sentito a marco onofrio e Giorgio Linguaglossa per il loro impegno.

  2. pasquale balestriere

    Sono d’accordo con Almerighi. Il futuro della poesia è fuori discussione. Mi fa ridere chi parla di “morte della poesia”. Tranquilli, la poesia vivrà, almeno fino a quando avrà vita l’essere umano di cui essa è istinto naturale, prima ancora che realizzazione artistica.
    Grazie a Onofrio e a Linguaglossa per questa interessante proposta.
    Pasquale Balestriere

  3. L’articolo è molto interessante, perciò anch’io sono grata a Marco Onofrio e Giorgio Linguaglossa per gli argomenti proposti
    *
    Passando ai commenti, leggo in quello di Flavio Almerighi: “La Poesia avrà futuro nella misura in cui saprà farsi strada in questo modo, ben oltre i chierichetti, i poetini chiusi in Milano e i tanti outsiders incapaci di andare oltre gli studi forbiti e le valvole di sfogo.”
    Ma esiste solo Milano come bersaglio delle critiche, peraltro giustificate?
    E Roma? E la Lucania rimasta a casa o trasferitasi a Roma? E la Calabria? Mi piacerebbe vedere qualche nome nuovo sia nelle critiche sia negli elogi.
    Grazie
    Giorgina Busca Gernetti

  4. Possiamo sbizzarrirci geograficamente come vogliamo, che ne so, quelli della cervellotica linea adriatica? I maneggioni di Roma? Le internaute casalinghe che si dilatano se un qualche sconosciuto grida al capolavoro dopo aver letto una poesia a base di fili e gabbiani su un qualche sito di poesia all’amatriciana? C’è solo l’imbarazzo della scelta, cito volentieri gli abatini di Milano perché sono particolamente incolori.

    • Ecco, appunto: “i maneggioni di Roma”, non necessariamente nati a Roma, anzi. nati altrove.
      Io non ho mai assaggiato gli spaghetti all’amatriciana; per questo non colgo il sarcasmo della battuta “sito di poesia all’amatriciana”!
      Io non sono una casalinga, benché le donne che lavorano, le professioniste e altro, debbano necessariamente badare anche alla casa. Mi sento, quindi, esonerata dalla dilatazione dopo gli elogi a una poesia (guai se ingrasso!). Però i gabbiani compaiono varie volte nelle mie poesie del libro “Onda per onda”!
      Attento, Flavio!
      Giorgina

  5. i consiglieri comunale del paesino calabro che propongono per il nobel un autore prolisso? Gli squilibrati che ti censurano su blog con pretese di alta cultura poetica solo perché hai definito “scolastica” una loro traduzione di un poeta maledetto dal francese? Ohhh ce n’è a iosa.

  6. i commentatori e i critici che non hanno letto i libri di poesia che recensiscono? 🙂

  7. I leccaculo che fanno grandi le mezze tacche? Errare è umano, perseverare è ciellino.

  8. antonella zagaroli

    La sintesi di Onofrio è egregia perché sottolinea ogni aspetto del viaggio critico alla poesia dal 1945 ad oggi realizzato da Linguaglossa. L’identificazione delle linee è condivisibile forse un po’ meno la scelta degli esclusi e degli iperdimensionati. Ma è giusto perché fa parte della visione personale che comunque interviene in qualsiasi espressione non solo critica e poetica ma di natura. L’elenco dei fatti di Almerighi è fantastico.
    La poesia esiste ed esisterà sempre fino alla conclusione del mondo perché la creatività artistica è cominciata dal neolitico sulle pareti delle grotte. Cambiano gli stili, le forme che designano il futuro ed individuarli nella contemporaneità è privilegio di pochissimi.

  9. Articolo davvero molto interessante; un grazie a Marco Onofrio e chiaramente a Giorgio Linguaglossa per la splendida analisi.

  10. La poesia italiana del Novecento è rimasta orfana, per ragioni storiche, della grande tradizione dl modernismo europeo. Questo vuoto, questa lacuna ha determinato, come ripercussione, una sostanziale arretratezza della poesia italiana del secondo Novecento. Questa è stata l’idea guida che ha ispirato il mio primo libro di critica “La nuova poesia modernista” edito da EdiLet di Roma.

    Con la categoria della «Nuova Poesia Modernista (1980-2011)» ho inteso conglobare tutte quelle posizioni che si collocano in contiguità con il moderno e che si richiamano al comune paradigma della tradizione novecentesca, a differenza del post-moderno, che invece tende a ripercorrere il secolo appena trascorso nei suoi punti di svolta contrassegnati dalle post-avanguardie della seconda metà del Novecento. Vero è che alcuni autori contemporanei sembrano muoversi in una sorta di via di mezzo tra queste due grandi correnti, oscillando tra l’una e l’altra, nel tentativo di conciliare stilisticamente le due tradizioni. Allo stato, non sembra più ipotizzabile un poeta-traliccio, un poeta in grado di fondare un nuovo linguaggio, e quindi un nuovo traliccio linguistico (alla maniera del Pascoli, tanto per intenderci). In questa accezione, sia il modernismo che il post-modernismo sono da intendere come filiazioni e diramazioni del grande alveo della poesia del Novecento; siamo tutti diventati epigonici, non c’è più una singola individualità poetica che sovrasti le altre, così come non c’è più una scuola di poesia che possa arrogarsi il merito di essere in avanti. Caduta, con la fine del Novecento, la stessa accezione di avanguardia, come l’abbiamo conosciuta, è da pensare che una “nuova” avanguardia, di là da venire, se mai verrà, sarà del tutto diversa da quelle che abbiamo frequentato e conosciuto. Può sembrare paradossale, ma è lecito pensare che una veramente nuova avanguardia non potrebbe che scegliere il silenzio compiuto, piuttosto che la parola, non potrebbe che auto-suicidarsi nell’atto stesso del suo insediamento.

    Insomma, quello che rimane da fare è il tragitto più lungo e tortuoso: appunto, uscire dal Novecento. Infrangere ciò che resta della riforma gradualistica del traliccio stilistico e linguistico sereniano ripristinando la linea centrale del modernismo europeo. È proprio questo il problema della poesia contemporanea, credo. Come sistemare nel secondo Novecento pre-sperimentale un poeta urticante e stilisticamente incontrollabile come Alfredo de Palchi con La buia danza di scorpione (1947)? Diciamo che il compito che la poesia contemporanea ha di fronte è: l’attraversamento del deserto di ghiaccio del secolo sperimentale per approdare ad una sorta di poesia sostanzialmente pre-sperimentale e post-sperimentale (una sorta di terra di nessuno?); ciò che appariva prossimo alla stagione manifatturiera dei «moderni» identificabile, grosso modo, con opere come il Montale di dopo La bufera (1951) – (in verità, con Satura – 1971 – Montale opterà per lo scetticismo alto-borghese e uno stile narrativo intellettuale alto-borghese), vivrà una seconda vita ma come fantasma, allo stato larvale, misconosciuta e disconosciuta.

    Ma se consideriamo un grande poeta di stampo modernista come il Ripellino degli anni Settanta: da Non un giorno ma adesso (1960), all’ultima opera Autunnale barocco (1978), passando per le tre raccolte intermedie apparse con Einaudi Notizie dal diluvio (1969), Sinfonietta (1972) e Lo splendido violino verde (1976), dovremo ammettere che la linea centrale del secondo Novecento è costituita dai poeti modernisti. Come negare che opere come Il conte di Kevenhüller (1985) di Giorgio Caproni non abbiano una matrice modernista? La migliore produzione della poesia di Alda Merini la possiamo situare a metà degli anni Cinquanta, con una lunga interruzione che durerà fino alla metà degli anni Settanta: La presenza di Orfeo è del 1953, la seconda raccolta di versi, intitolata Paura di Dio con le poesie che vanno dal 1947 al 1953, esce nel 1955, alla quale fa seguito Nozze romane; nel 1976 il suo lavoro più impegnativo: La Terra Santa. Ragionamento analogo dovremo fare per la poesia di una Amelia Rosselli, da Variazioni belliche (1964) fino a La libellula (1985); il suo è un personalissimo itinerario che non rientra né nella tradizione né nell’antitradizione. La poesia di Helle Busacca (1915-1996), con la fulminante trilogia degli anni Settanta: I quanti del suicidio (1972), I quanti del karma (1974), Niente poesia da Babele (1980), è un’operazione di stampo schiettamente modernista.

  11. pasquale balestriere

    Due brevissime postille al mio (frettoloso -non sempre si può disporre del tempo come si vorrebbe-) commento di stamattina, anzi di ieri mattina.
    La prima: conoscevo quella “poesia” di Ungaretti (p. 373 nell’edizione mondadoriana) che è definibile -senza che in me muti il sentimento di ammirazione per le sue prime pubblicazioni- con la sua ultima parola, però al singolare. Non si fatica a capire perché fosse (stata?) dispersa.
    La seconda postilla è un consiglio: quando si traslitterano parole greche con l’accento sul dittongo, bisogna trasportare l’accento dal secondo al primo elemento del dittongo, proprio come si legge in greco. Questo perché se una persona non sa il greco o non pensa che quella sia parola greca, leggerà “poìesis”, sbagliando, e non, come si deve, “pòiesis”.
    Pasquale Balestriere

    • ESEMPIO
      L’azione propria dell’uomo veniva distinta da Aristotele (Etica nicomachea, libro VI) in due forme:
      – la poíesis (greco ποίησις), che è l’agire diretto alla produzione di un oggetto che rimane autonomo e estraneo rispetto a chi l’ha prodotto;
      -la práxis (greco πρᾶξις), che riguarda un agire che racchiude il proprio senso in se stesso.
      *
      Nelle traslitterazioni dalla lingua greca l’accento non si mette sulle parole “parossitone” (in italiano “piane”), quindi su “práxis” non è obbligatorio. Si deve invece mettere sulle parole “proparossitone” (in italiano “sdrucciole) per indicare al lettore dove porre l’accento. Se c’è un dittongo, si rispetta la posizione greca, quindi “poíesis”.
      Giorgina Busca Gernetti

      • Basta dire che la “e” di ποίησις è una eta, cioè lunga e non una epsilon, cioè breve. La corretta grafia (e pronuncia) della traslitterazione viene da sé.

        • Infatti avrei dovuto (solo in uno scritto didattico) segnare l’accento lungo sulla “e” (eta, non epsilon), ma farlo direttamente sulla pagina web mi è impossibile.

          • pasquale balestriere

            Gentili Giorgina e Francesca,
            solo ora mi accorgo dei vostri commenti. Confesso, però, di non capire bene il senso delle vostre osservazioni.
            Per stabilire una linea di chiarezza e di comprensione, cominciamo da zero. Ποίησις è parola trisillabica (ποί-η-σις) con un dittongo nella prima sillaba. Mi sono limitato a dire che, nella traslitterazione, l’accento si segna sul primo elemento del dittongo, proprio come quando leggiamo in greco: pòiesis. E ciò sia per ragioni di opportunità, cioè per mettere in condizione di leggere correttamente il termine anche chi non conosce il greco o chi non s’accorge che la parola è greca, sia perché questa soluzione è adottata da testi autorevoli del settore ( uno per tutti: il Dizionario etimologico della mitologia greca del G.R.I.M.M.) .
            La posizione dell’accento greco si rispetta (e neppure sempre) solo quando le parole – quella in caratteri greci e quella traslitterata- sono giustapposte, contigue, come nell’esempio riportato da Giorgina “ la poíesis (greco ποίησις)”. Ma anche qui il lettore che ignora il greco non viene messo in condizione di non sbagliare. Tuttavia, ripeto, solo in questo caso può trovare giustificazione il mantenimento della posizione dell’accento greco.
            Non capisco l’osservazione di Francesca, peraltro condivisa da Giorgina. Cosa c’entra la eta ? Per l’ictus e per la pronuncia, qui, è assolutamente ininfluente. Semmai è la iota finale che ci dice qualcosa in tal senso, essendo la parola proparossitona.
            Pasquale Balestriere

            • Gentile Pasquale Balestriere,
              apprezzo la sua volontà di aiutare nella corretta lettura chi non ha studiato il greco, ma le regole non si possono infrangere.
              Allora per le parole latine che cosa si dovrebbe fare?
              La mia seconda precisazione in risposta a Francesca è solo una precisazione (pignoleria) circa la traslitterazione della vocale lunga “eta” che molti scrivono con una “e” sormontata da una lineetta che indica la sua quantità, o semplicemente la distingue dalla vocale “epsilon”.
              Giorgina BG

              • pasquale balestriere

                Gentile Giorgina,
                non si tratta solo di aiutare nella corretta lettura chi non conosce il greco, ma anche di una norma comunemente adottata nella traslitterazione dal greco in italiano.
                E poi, di quali regole parla? Qui si tratta di traslitterazione -ripeto, traslitterazione- e quello che io dico è confermato dall’opera che le ho citata, curata da ricercatori dell’Università di Trieste.
                E, infine, come si fa a mantenere accentata in traslitterazione, sempre relativamente alla parola ποίησις, la prima iota, cioè una vocale che nel termine corrispondente in italiano (poesia) e in latino (poesis) ha raggiunto per apofonia il grado zero, cioè è semplicemente sparita?
                Allora, per chiudere il mio ragionamento e, nel contempo, per dare la giusta importanza alla soluzione difesa da te, gentile Giorgina, dico che, nei casi in cui è strettamente necessario (etimologie, trascrizioni/traslitterazioni in dizionari o in testi scientifici) è bene mantenere la posizione dell’accento greco. In tutti gli altri casi, no.
                Pasquale Balestriere

                • gentile Pasquale,
                  non è una norma comunemente accettata quella che sostiene lei, ma una delle varie norme, anzi, la meno seguita.
                  Dovrebbe sapere benissimo che nella traslitterazione (so benissimo che cos’è, altrimenti non avrei scritto nulla) delle parole greche non si dovrebbero segnare accenti, lasciando al lettore la pronuncia corretta, se conosce il greco, o affidandolo al buon Dio se non lo ha studiato.
                  Lo stesso vale per le parole latine, tanto più perché nella lingua latina gli scrittori e più tardi amanuensi medioevali non segnavano accenti di sorta
                  Si segna l’accento solo nei testi didattici o filologici (etimologia e simili)
                  Stiamo sostenendo la stessa cosa.
                  Dissento invece dal discorso sull’erroneità dell’accento posto sullo “iota” del dittongo “oi” in ποίησις – poiesis perché ci si basa sulla lingua greca non sui risultati nella lingua italiana.
                  Un cordiale saluto
                  Giorgina

                  • pasquale balestriere

                    “Affidare al buon Dio” non è una soluzione. E non sono una soluzione neppure le sue apodittiche conclusioni.
                    Io, per conto mio, faccio punto qui, ritenendo di avere fin troppo bene spiegato ed argomentato il mio dire.
                    E, come scriveva Foscolo nell’Ortis, “per me segua che può”.
                    La saluto cordialmente
                    Pasquale Balestriere

                    • Gentile Pasquale,
                      “Affidare al buon Dio” è un battuta! Che vuole farmi? Bruciarmi sul rogo?
                      Ho la matita in mano. Mon crayon est livre!
                      Di apodittico non c’è proprio nulla nelle mie “affermazioni”, non “conclusioni”!
                      Vive la liberté d’opinion et bonne soirée
                      Giorgina Busca Gernetti

            • Caro Pasquale, la mia osservazione non era rivolta a te, (non avrei detto nulla) ma a Giorgina. Dato che lei ha voluto sottolineare che la pronuncia del termine è giustamente poièsis e non pòiesis, non mi pareva necessario tirare in ballo addirittura Aristotele, ma bastava dire che η è una ē, e dunque l’accento cade sulla “e” e non sulla “o”. Analoga è la pronuncia latina, poèsis. Io, che sono figlia di un grande grecista, non ho mai sentito mio padre pronunciare pòiesis, ma sempre poièsis.

              • Gentilr Francesca,
                rileggi il mio scritto, sopportando la mia citazione di Aristotele, fatta solo per confrontare due parole in uno scritto greco, non in una mia invenzione. Noterai che non ho mai sostenuto ciò che scrivi tu, padre o non padre perché io, per mia malasorte, non ho mai potuto udire mio padre pronunciare una parola greca, ma nemmeno una italiana.
                Se voglio sostenere qualcosa, lo faccio con le mie forze.
                In greco il nominativo è ποίησις , mentre negli altri casi della declinazione la desinenza ovviamente cambia e l’accento si sposta dalla “iota” alla “eta” per ragioni che chi ha studiato il greco conosce benissimo.
                Si deve stabilire se stiamo parlando del greco o dell’italiano, in questo secondo caso se parliamo della traslitterazione o della pronuncia (suggerita talora nei vocabolari).
                Tutto qui.
                Requiem aeternam, Pater!
                Giorgina

              • pasquale balestriere

                Cara Francesca,
                so bene il valore di tuo padre, persona di amplissima cultura.
                Quanto alla nostra querelle, tu dici bene per la pronuncia latina (poèsis), non per quella greca che è pòiesis, a fronte della forma grafica ποίησις .
                Quello di tuo padre -presumo- doveva essere un vezzo proprio dello studioso, che intendeva mantenere (e magari rimarcare) l’ictus originario del lemma (cfr. ποιέω).
                Pasquale Balestriere

                • Caro Pasquale, voglio assicurarti che io non ho iniziato alcuna querelle! Ci mancherebbe. Non è nel mio carattere o nel mio stile. Ho pensato solo, ingenuamente, di semplificare.
                  Quanto alla pronuncia del termine in questione, probabilmente hai ragione sulla scelta di mio padre. Aveva evidentemente le sue ragioni filologiche.
                  Anche io ho studiato greco a scuola e, come tutti quelli che lo studiano a scuola, so che viene insegnato che l’accento cade sulla prima vocale del dittongo. Ma è anche vero che il greco è una lingua morta e noi non sappiamo come effettivamente venisse pronunciata. Lo stesso vale per il latino. Chissà come suonava. Ai miei tempi il mio professore, che era anche un fine latinista, Caesar lo pronunciava Cesar, con la C dolce e senza dittongo, poi per alcuni accademici è invalso l’uso di pronunciare Caesar, con tanto di dittongo e C dura.
                  In effetti, non basta saper pronunciare gli accenti per pronunciare correttamente una lingua, ma c’è tutta una serie di dettagli fonetici che oggi non ci sono noti e certamente ci sfuggono.
                  Penso per esempio agli studiosi occidentali di sanscrito e alla loro pronuncia del sanscrito, che nessun sanscritista indiano comprende.
                  E francamente anche io mi fermo qui, anche perché la netiquette richiederebbe di non allontanarsi troppo dall’argomento, che qui era il saggio di Giorgio e il suo grande valore. Infatti il mio commento iniziale era proprio su quello.
                  Un caro saluto.

                  • Alla Signora Francesca
                    COPIA INVOLLA DEL MIO SCRITTO INIZIALE
                    *
                    ESEMPIO
                    L’azione propria dell’uomo veniva distinta da Aristotele (Etica nicomachea, libro VI) in due forme:
                    – la poíesis (greco ποίησις), che è l’agire diretto alla produzione di un oggetto che rimane autonomo e estraneo rispetto a chi l’ha prodotto;
                    -la práxis (greco πρᾶξις), che riguarda un agire che racchiude il proprio senso in se stesso.
                    *
                    Nelle traslitterazioni dalla lingua greca l’accento non si mette sulle parole “parossitone” (in italiano “piane”), quindi su “práxis” non è obbligatorio. Si deve invece mettere sulle parole “proparossitone” (in italiano “sdrucciole) per indicare al lettore dove porre l’accento. Se c’è un dittongo, si rispetta la posizione greca, quindi “poíesis”.
                    Giorgina Busca Gernetti
                    ***
                    Alla Signora Francesca
                    “Ho pensato solo, ingenuamente, di semplificare.”
                    Sarebbe più opportuno scrivere “erroneamente”, oppure “fraintendendo”.
                    Giorgina Busca Gernetti

                  • pasquale balestriere

                    Cara Francesca,
                    ho usato il termine “querelle” nel significato neutro (e anche un po’ scherzoso) di disputa, confronto, non d’altro. E concordo pienamente con il tuo ultimo commento al quale rispondo. Quanto a Linguaglossa, dovrebbe essere -credo- contento che sul suo blog ci sia dibattito sereno e costruttivo, come è avvenuto tra noi.
                    Un caro saluto a te
                    Pasquale

  12. Grazie a Onofrio che ha condensato il lungo lavoro di Giorgio. Non lo invidio (Giorgio) perché cercare di dare un ordine al caos che oggi regna nella poesia italiana e nei suoi sottoprodotti è impresa immane. Credo che sia proprio questo il compito di un critico, con l’aggiunta un aspetto per nulla secondario, che è l’essere lui stesso un poeta. Credo sia impossibile parlare di poesia (o di letteratura, o di traduzione letteraria, o di pittura, o di musica ecc.) senza sapere, per pratica ed esperienza, di che si parla. Se lo si facesse di più, avremmo meno finti critici, meno collusioni fra critici e mercato.
    Sì, la poesia, cioè l’arte, sopravviverà “nonostante” i poeti. Per un fatto molto semplice. Il poeta, come ogni artista, si fa mezzo di questa specificità unica dell’umanità: la capacità di cogliere la trascendenza, di rendere visibile l’invisibile. Si fa mezzo attivo, ovviamente e ad alto prezzo. Perché in effetti, alla poesia non basta una penna o una tastiera, oggetti accessibili a chiunque. Esige la stessa vita. Ci sono stati altri momenti in cui la storia è parsa segnare il passo e con essa la produzione artistica. Ma anche questo è un riflesso dei tempi e una documentazione. Quanti grandi poeti ha prodotto l’Italia nel ‘600 e nel ‘700 a parte Marino, Metastasio e l’Arcadia?
    In un paese come il nostro oggi, in cui OGNI rapporto o aspetto, non solo politico ma anche sociale e culturale, è inquinato dalla mentalità mafiosa o da conventicola, è ovvio che anche la cultura lo sia.
    Altrove davvero non è così, o non a questi livelli.
    Non rimarrà molto nella letteratura di questa fase del nostro paese, ma essendo io una grande ottimista, penso che altro verrà.

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