IL COMPLESSO DI NERONE DI SCRITTORI E PSEUDO-SCRITTORI secondo Aldo Onorati (1989)

Puro generone romano. Produttori televisivi, pr, giornalisti (il figlio di Bruno Vespa), ninfette e soprattutto lei, la presidente Renata Polverini e il gladiatore Er Batman

Puro generone romano. Produttori televisivi, pr, giornalisti (il figlio di Bruno Vespa), ninfette e soprattutto lei, la presidente Renata Polverini e il gladiatore Er Batman

Abbiamo scelto di riproporre questo articolo apparso su «Avvenire» nel giugno 1989, a firma di Aldo Onorati, perché più che mai attuale oggi in un momento di individualismo selvaggio degli scrittori, ciascuno impegnato a difendere e ampliare la propria posizione di visibilità e di potere.

Il più popolare degli imperatori romani, Nerone, conosciuto per le sue crudeltà e le sue stranezze (la patologica passione per i cavalli, la lussuria, la cupidigia), oltre che per l’incendio di Roma, fu dominato tutta la vita dalla megalomane convinzione di essere un grande artista, un cantante eccezionale. Il desiderio sfrenato di vincere ogni premio lo portava a partecipare a tutti i concorsi, con un impegno – e un ossequio al regolamento – che aumentano la contraddittorietà del personaggio.

Nerone

Nerone

Scrive Svetonio, in Vita dei Cesari:

Nerone era lui stesso che si proclamava vincitore: per questo era dappertutto, gareggiò anche come banditore. Perché non restasse da nessuna parte il ricordo e la traccia dei vincitori dei giochi sacri, ordinò di abbattere, trascinare con un uncino e gettare nelle latrine tutte le loro statue e i loro ritratti. D’altra parte è appena immaginabile con quanta ansia e con quanta emozione gareggiasse, quale gelosia provasse per gli avversari, quale timore mostrasse per i giudici. Si comportava nei confronti dei suoi avversari come se fossero stati in tutto e per tutto suoi pari, li spiava, tendeva loro agguati, segretamente li screditava, qualche volta li ricopriva di ingiurie se li incontrava, e, se erano molto bravi, cercava perfino di corromperli. Molti si guadagnavano la sua amicizia o si attiravano il suo odio, secondo che erano stati prodighi o avari di lodi”.

L’imperatore di Roma, il padrone del mondo, era afflitto da una mania di grandezza non pertinente al suo compito di governare l’impero più vasto dell’antichità. Sembra un bambino che vuole vincere a tutti i costi nei giochi fra coetanei, meschino denigratore del valore altrui (solo i grandi spiriti riconoscono l’altrui grandezza), intrigante, ricattatore, forte del suo potere per imporre le sue scarse doti di artista.

Roma la Grande Bellezza della Grande decadenza vigilantes, guardie private, odalische, optimati, spintrie

Roma la Grande Bellezza della Grande decadenza vigilantes, guardie private, odalische, optimati, spintrie

Nerone vive di fama propria, anche se livida, e per questo si presta ad essere un prototipo eccezionale di un difetto che dilaga specie oggi, e proprio nel mondo artistico (soprattutto nella letteratura). Pavese disse che ogni scrittore è una “primadonna”; la vanità è per molti la molla che porta a servire, in un campo in cui gli illusi hanno riempito da sempre le file degli aspiranti alla gloria cartacea. Malattia antichissima, testimoniata da Petronio, Orazio, Giovenale… Oggi si stampano più libri di quelli che si leggono. In un ambito in cui tutti sono concorrenti, in cui tutti scrivono e nessuno legge, rimane una possibilità: quella dei premi letterari. E proprio lì si ammira il complesso di Nerone: solo pochi autori, sempre quelli, vincono i premi, tutti i premi. Se Nerone non fosse stato imperatore, certamente non avrebbe potuto vincere tutte le gare. Questa verità lapalissiana l’hanno capita quelli che soffrono del suo complesso: la libidine del primeggiare, applicando anche l’aurea massima di Machiavelli secondo cui il fine giustifica i mezzi. E sì: il mondo della letteratura somiglia più a una bisca elettorale che a un’assise di spiriti magni. E la tecnica neroniana ha fatto scuola. Viene a proposito una citazione di La Rochefoucald: “Alcuni che godono della lode del mondo non hanno altro merito che i vizi utili alle relazioni sociali”.

Puro generone romano. Produttori televisivi, pr, giornalisti (il figlio di Bruno Vespa), ninfette e soprattutto lei, la presidente Renata Polverini e il console Er Batman

Puro generone romano. Produttori televisivi, pr, giornalisti (il figlio di Bruno Vespa), ninfette e soprattutto lei, la presidente Renata Polverini e il console Er Batman

Senza tirare in ballo i personaggi che in ogni epoca hanno usurpato la gloria a chi veramente la meritava, e senza commettere la leggerezza di affermare che il buon tempo andato era migliore del presente, è certo però che gli errori di giudizio dei contemporanei non sono quasi mai in buona fede. Chi premia sa di premiare l’autore, spesso la grande editrice, non l’opera. Da questo busillis parte una buona percentuale della rovina del mondo letterario. Ogni scrittore aspirante alla fama deve fare presenzialismo ad oltranza, deve puntare a fare di Sé un personaggio, ad accaparrarsi leve di comando, a entrare in traffici mondani, a ragionare secondo la logica delle camarille, rafforzare amicizie potenti, entrare in un clima, mettersi con le carte in regola per un do ut des mafioso (a meno che la Fortuna non lo scelga d’improvviso per trarlo a viva forza sul suo cocchio indipendentemente da meriti sia letterari sia di intrallazzo). Ma il tempo usato a clientelizzare la scalata letteraria viene tolto a quello che Manzoni usò per sciacquare i panni in Arno, a quello che Ariosto usò per rivedere il suo capolavoro, alla meditazione insomma, allo studio (Verdi affermava che “il genio è sgobbare”), al sacrificio. Tanti acclamati geni della carta potrebbero vendere un frigorifero al Polo Nord e un termosifone nel deserto; e allora perché non usano le loro indiscutibili capacità di arrivare magari dandosi alla politica e a qualche altra branca dalla quale non dipendano strettamente le sorti culturali, artistiche, etiche di un popolo? Perché concretare il complesso di Nerone in un campo così serio come l’arte? L’arte non è vincere un premio e vendere centomila copie di un libro, ma è funzione vitale, catartica, storica. Va bene che oggi è il tempo dei presentatori Tv e chi non diventa un barzellettista da spettacolo non vende una copia… ma ci sono valori che non si obliterano e non si declassano senza pagare un prezzo salato che si chiama inciviltà e regresso degli spiriti.

 gladiatores de Roma

gladiatores de Roma

Vai un po’ a vedere, poi, che i complessati alla Nerone sono i primi a essere dimenticati appena perdono il potere col quale potevano fare ricatti, o appena la “giusta di glorie dispensiera”, cioè la morte, li cancella definitivamente. A che è servita, allora, tutta quella nevrosi di imbrogli e di soprusi, di coinvolgimenti nel falso giudizio? A loro nulla, perché la fama non sopravvive un attimo alla loro illusione. Però ha ritardato il vero riconoscimento a chi ha puntato la fatica più all’opera che al successo effimero. Ma a questo punto mi viene in aiuto il grande Shopenhauer, con una riflessione sempre valida:

Nerone e Poppea 1983 Erotico Piotre Stanislas, Françoise Blanchard Stanislas Marie Noel Arnault Bruno Mattei

Nerone e Poppea 1983 Erotico Piotre Stanislas, Françoise Blanchard Stanislas Marie Noel Arnault Bruno Mattei

Chi merita la gloria, sia pure senza raggiungerla, possiede la cosa principale e ciò che gli manca è una cosa della quale può consolarsi con quella. Se invece l’ammirazione in se stessa fosse la cosa principale, la cosa ammirata non ne sarebbe degna. E ciò avviene realmente nel caso della gloria falsa, vale a dire immeritata. Di questa il suo possessore deve saziarsi, senza possedere in realtà la cosa di cui essa dovrebbe essere il sintomo, il semplice riflesso. Ma persino questa gloria gli viene amareggiata quando, nonostante ogni illusione che deriva dall’amor proprio, egli si sente le vertigini sui quella vetta che non è fatta per lui; la paura lo prende di essere smascherato e giustamente umiliato, specie quando legge sulla fronte dei più savi già il giudizio dei posteri. Egli assomiglia dunque al possidente in virtù di un testamento falso… Perciò anche il più ampio consenso dei contemporanei” – continua Shopenhauer (che solo in tarda vecchiaia ebbe i riconoscimenti meritati) – “avrà ben poco valore pei cervelli pensanti… Si direbbe forse lusingato un virtuoso agli applausi fragorosi del suo pubblico, se sapesse che, tranne uno o due, tutti i presenti sono sordi e per nascondersi vicendevolmente il loro difetto applaudono con foga appena vedono in movimento le mani di uno? Che dire poi se vi si aggiungesse la notizia che quei primi ad applaudire si sono lasciati corrompere per procurare gli applausi più forti al violinista più miserabile? Così si spiega perché la gloria presso i contemporanei subisca tanto raramente la metamorfosi in fama presso i posteri”. E D’Alambert, nella descrizione del tempio della gloria, scrive: “L’interno è tutto abitato da morti che in vita non c’erano dentro, e da alcuni viventi che quasi sempre, quando muoiono, vengono buttati fuori”.

aldo onoratiAldo Onorati, nato ad Albano di Roma nel 1939 è scrittore, dantista, storico della letteratura e autore di versi. Ha insegnato Lettere negli istituti superiori e ha condotto corsi di specializzazione in «Tecnica del verso». Ha pubblicato quasi tutte le sue opere con Armando editore, presso cui ha lavorato per un certo periodo come curatore dell’Ufficio stampa. È stato direttore editoriale  e di collane di critica. Giornalista, ha collaborato per decenni ad «Avvenire», «L’Osservatore Romano», «Il popolo», «Giornale d’Italia», «Specchio economico», «Giornale di Brescia» etc., ed anche alla RAI-TV, III programma, «Dipartimento scuola educazione». Ha diretto numerosi organi di stampa, fra cui «Terza Pagina», «Intervite oggi» e «Quaderni di filologia e critica».

Fra i suoi libri di narrativa più conosciuti, Gli ultimi sono gli ultimi che fu scoperto da Carlo Levi e  tradotto in Coreano, Esperanto, Francese etc.; Nel Frammento la vita, VI edizione; La sagra degli ominidi (VII edizione), che Domenico Rea ha prefato in IV ed., Lettera al padre (VI ediz.), il recente Le tentazioni di frate Amore, già in II ristampa con Tracce di Pescara e Il sesso e la vita con Edilet, prefato da Marco Onofrio, il quale ha riproposto Onorati come poeta in un’originalissima opera da lui scritta e divulgata (Il mistero e la clessidra, Edilet).

Le sue liriche sono raccolte in Tutte le poesie, Anemone Purpurea 2005. Fra i saggi critici, spicca Dante e l’omosessualità, in cui Onorati rivede l’atteggiamento della critica riguardo il giudizio dell’Alighieri sugli omosessuali; inoltre, Il crepuscolo del Novecento, I cinque pilastri della stoltezza (Armando 2003), Dante, Petrarca, Boccaccio e Boiardo ed Ariosto  e molti altri. Importante è la supervisione e il saggio critico di post-fazione che Onorati ha fatto al libro di Louis La Favia sulla scoperta di un inedito di Dante: «Chanzona ddante» (Longo, Ravenna 2012).

32 commenti

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32 risposte a “IL COMPLESSO DI NERONE DI SCRITTORI E PSEUDO-SCRITTORI secondo Aldo Onorati (1989)

  1. Quanti Nerone oggi! Aveva ragione Cesare Pavese.
    Giorgina BG

  2. Mi chiedo cosa direbbe oggi, il 2015, in cui il concetto stesso di pubblicazione ha cambiato forma, in cui il coro urlante dei “Nerone” è sempre più forte, amplificato da casse di risonanza che nell’89 non esistevano, e dal quale è sempre più difficile far sentire la propria voce. Ma se uno scrittore non avesse, in parte, questo complesso, resterebbe per sempre anonimo.

  3. Penso che ci sia una corrispondenza tra lo sfasciume morale, economico e istituzionale di un paese e le varie sindromi neroniane dei suoi scrittori e poeti. Dopotutto, veniamo da un ventennio di sindrome neroniana di un Berlusconi a fianco di un centro sinistra affidato a personaggi neroniani, da una chiesa che ha subito una forte spinta verso il conservatorismo (papa Woitila non ha saputo o forse voluto contenere questa deriva conservatrice). Oggi sembra che la crisi abbia toccato il fondo, si naviga a vista con leggi di stabilità che stabilizzano la crisi e la crisi dei valori; anche le parole non sono buttate lì a caso: che significa legge di stabilità? Come l’editoria sogna un mercato stabile (orientato verso il populismo di libri sciatti e banali), anche gli scrittori si orientano verso il livello più basso. Sembra che stiamo tutti su un piano inclinato. Sembra che questa crisi non debba mai avere fine… A fronte di ciò, se leggiamo le composizioni degli autori degli anni Ottanta, non ci resta che mettersi le mani nei capelli.

  4. marconofrio1971

    Concordo con l’analisi graffiante di Aldo Onorati, e noto per inciso che in 25 anni non è cambiato nulla, semmai si è andati a peggiorare. Ma forse non è MAI cambiato nulla: era così anche ai tempi dell’antica Roma, vedi appunto Nerone. Il mondo letterario pullula di opportunisti che sgomitano “pur di”… La domanda è: “pur di”? Ché il gioco, al limite, avrebbe senso – dal punto di vista di un cinico – se si ottenesse qualcosa di importante. Parigi val bene una messa; purché si arrivi davvero a Parigi, non – dopo tanto smaniare – al bar sotto casa. Tanto vale, allora, bersi un buon caffè. I politici, ad esempio, fanno i loro affari senza scrupoli, ma in ballo lì ci sono tanti soldi, grandi opportunità, il potere vero. I letterati si scannano tra loro come belve affamate: per arrivare a cosa? Gioia della vendetta? Compimento della nemesi? Annientamento dell’avversario? Scampoli di notorietà? Attimi di riflettore? Soldi? Dolce vita? Gloria postuma? Gli opportunisti a caccia di potenti da adulare perdono la loro dignità quotidiana, hanno le ginocchia dure di calli, si disperano come anime in pena, ma alla fine non ottengono nulla, o quasi, di quanto bramavano raggiungere. E allora? Il problema nasce anche dalla debolezza critica del pubblico, se di pubblico si può parlare (visto che i libri hanno incerta diffusione e la gente legge poco). Non si è sicuri del proprio giudizio, e allora ci si affida a segnali di etichetta, a superfici accessorie, come il marchio editoriale, la recensione su testate importanti, il “si dice” rimasticato di bocca in bocca, la comparsata televisiva, etc. “L’ho visto da Fazio, allora è bravo, allora vado a comprarlo”… Si tende a confondere il “potere” con il “valore”: contano più le entrature che le pagine scritte. Lo stesso valore letterario “x” finisce per essere [cioè per “risultare”, a livello sociale] amplificato se fondato su apparati simbolici di potere, e viceversa ovattato (messo in sordina) se lontano o isolato dagli stessi. La degenerazione etica in atto è testimoniata, peraltro, anche dal fatto che mentre una volta i “raccomandati” erano temuti ma in fondo disprezzati, perché era ancora ben chiara la distanza tra “potere” e “valore” (del potere spudoratamente esibito ci si vergognava ancora un po’), oggi (da qualche anno) avere degli appoggi è diventato, a tutti gli effetti, titolo di merito. Il “paraculo” viene visto come uno che “si muove bene”, che “ci sa fare”, e lo si guarda con ammirazione…

    • Condivido ogni tua parola, gentile Marco Onofrio.
      “I letterati si scannano tra loro come belve affamate: per arrivare a cosa? Gioia della vendetta? Compimento della nemesi? Annientamento dell’avversario? Scampoli di notorietà? Attimi di riflettore?”
      Che grande verità!
      Giorgina

  5. Questo articolo potrebbe essere stato scritto nel 1889 o nel 1989 o verrà scritto nel 2089. Così è e così sarà. Stanco di sentire denunce del marciume, quando contro questo marciume non si fa assolutamente nulla, oltre alla protesta verbale che, come sappiamo bene, è tanto inutile quanto democratica. Spesso poi ci si lamenta delle camarille, dei raccomandati solo perché non si fa parte di quelle camarille o non si ha nessuna raccomandazione, o a nessuno frega niente di averti come chierichetto. E pensare che questo paese avrebbe un disperato bisogno di buoni lavoratori, imprenditori alla Adriano Olivetti, politici illuminati e onesti. Che sfiga però, quella brutta sensazione di avere ragione e trovarsi mai dalla parte giusta.

  6. Il Narvalo

    Tutti a “denigrare” (ma senza invidia, per carità!) raccomandati, opportunisti e Neroni, a “mettersi le mani nei capelli” per il declino della poesia e della letteratura, a fingere di non capire chi si sbraccia per degli insignificanti “scampoli di notorietà”. Ma scommetto che la maggioranza di voi ha già sprecato quintali di carta, fiumi di parole ispirate da chissà che cosa per pubblicare montagne di libri che nessuno è interessato a leggere, che finiscono regalati agli ospiti che passano vicino alla libreria di casa fingendo interesse e poi imbarazzo, o nelle cassette della posta dei cosiddetti “potenti” (ma sicuramente nessuno di voi l’avrà mai fatto in vita sua), che magari nel frattempo hanno anche cambiato casa.
    Montale, prima di rimbecillirsi, ha pubblicato quattro esili volumetti di poesia, ripeto, QUATTRO in più di settant’anni di vita, Sereni quattro in tutto e senza post-fase di rimbecillimento. Abbiamo davvero tutti così tante cose da dire?

  7. marconofrio1971

    Ogni volta che ci ritrova a ragionare sul funzionamento del “senso comune” e delle dinamiche di rappresentazione simbolica operate, all’interno delle strutture sociali, dalla mente umana “così come è”, emergono inevitabili – per chi “denuncia” certe storture – i sospetti di moralismo apodittico, di pensiero unico, di secondi fini. E’ la logica del “capro espiatorio”: il primo che rompe il patto di omertà diventa egli stesso il (l’unico) colpevole? Io, per quel che mi riguarda, sono assolutamente allergico a ogni forma di Potere, alla sua vischiosa filiera di compromissioni, al ributtante classismo delle “congreghe”. Né parlo per invidia, a mo’ di volpe e l’uva: proprio qualche giorno fa è uscita sul “Corriere della Sera” una recensione al mio penultimo libro di saggi, e nel corso degli anni ho raccolto molti pezzi su altre testate prestigiose. Ma non ho mai sgomitato per ottenerli: sono venuti per la “forza” intrinseca dei libri, se e quando l’avevano, non come “moneta di scambio” per qualcos’altro. Né poi questi “successi” hanno modificato di un ette il mio modo di intendere e di fare. Mi infastidisce soprattutto quando gli altri ti prendono sul serio solo dopo avere letto “quella” recensione; perché in quel momento si è acceso in loro il circuito tipico dei mediocri e dei conformisti: Corriere della Sera = Potere = (forse valore?) = teniamolo d’occhio… Vorrei un mondo di persone LIBERE, capaci di giudicare le cose per quello che sono nell’essenza, al di là degli eventuali consensi pubblici… Lo so, voglio l’impossibile.

  8. Govoni, Palazzeschi e Dino Campana si sono pagati la stampa dei propri libri di tasca propria; Helle Busacca ha stampato in una tipografia i “Quanti del suicidio” nel 1973, altri come Antonio Sagredo si è sempre rifiutato di sotto porsi alle fratrie e quindi non ha mai pubblicato in Italia.
    Qui non è in questione la stampa dei propri libri, e nessuno di noi vuole vietare ad altri cittadini di stamparsi a spese proprie i propri libri. Il problema messo a fuoco dall’articolo di Aldo Onorati è un altro: quel circuito familistico mediatico e istituzionale che privilegia chi fa uso di alleanze e delle conoscenze o delle appartenenze a lobbies per occupare tutti gli spazi editoriali e penalizzare chi non sgomita e non si mette in vetrina.

  9. girolamo gargiulo

    Almerighiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Caligola, un esempio negativo? Ma lei non ha compreso la historia!
    Il Caligola di camus, il Caligola di Carmelo Bene. Taccia, se non conosce!

  10. je suis charlie

    Indeciso se comprare titoli di stato
    o un kalashnikov, qualche mina antiuomo
    da piazzare sul pianerottolo di casa
    oppure ripensare l’integrazione
    con la progressiva eliminazione
    dello spazio condiviso conquistato
    tra un is che mozza mani e decolla
    e una stazione IS che conquista lo spazio.
    Il tempo che è sempre galantuomo
    aggiusta gli scoli della cimasa
    la massa e lo spin dell’antiparticella.

    GP

  11. Il Narvalo

    @linguaglossa
    Il circuito familistico mediatico e istituzionale è (ahimé) tanto più costretto a esistere quanto più si consente o addirittura sprona chiunque a pubblicare libri su libri senza destinazione effettiva. Stesso vale, in misura depotenziata, per le quantità spropositate di poesia pubblicata online. Lo scrivere in modo compulsivo e superficiale è già interno a questa presunta decadenza degli ultimi anni (e più una sua causa che non una sua conseguenza), ed è anche, senza dubbio, una tendenza tipicamente “neroniana”.

  12. Ivan Pozzoni

    Onorati è anacronistico: tutti coloro che sono addentro alle cose di editoria sanno che i concorsi sono, al 90%, indirizzati e acquistati dalle case editrici, a due fini: a] recuperare, col premio in denaro, i costi di stampa dei volume (spacciandosi, sottilmente, come editori non EAP); b] rendere martellante il nome dell’editore (ne ho visti alcuni classificarsi in sette/dieci finalisti allo stesso concorso). Evitate di chiedermi nomi e cognomi: chi è addentro, sa benissimo tutto. Per chi ha voglia di spendere qualche migliaio di € in avvocati, l’onore di fare i nomi. Io, attualmente, non me la sento. La funzione del concorso, attualmente, non è solleticare l’istinto narcisistico dell’autore; è di fare marketing editoriale e recupero costi (con mascheramento della componente EAP dell’editore). Terribile l’impostazione storica dell’articolo su una interpretazione della figura di Lucius Domitius Ahenobarbus Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus – come esasperatore del ruolo dell’artista esaltato- basata su Svetonio (!!!), che non avrebbero utilizzato nemmeno nel 1850. Caligola e Nerone, condannati alla damnatio memoriae dagli ultimi scampoli della reazione senatoria vellicata da Augusto e Claudio (e difesa dalla “morigeratezza” di un Vespasiano, dopo i torbidi di Galba, Otone e Vitellio) non furono assolutamente folli o esibizionisti. Ebbero una specifica strategia anti-augustea, fondata sull’esempio di Cesare e Marco Antonio.

  13. girolamo gargiulo

    Bene signor Pozzoni, è una risposta critica precisa anche contro l’ignoranza di Almerighi

    • Allora, Sagredo/Gargiulo. Io non ho additato Caligola come “peggio” di Nerone, ma come suo contraltare. Caligola era matto come un cavallo, ma c’era un metodo nella sua pazzia, e aveva un gran pregio, certe “camarille” dei suoi tempi le faceva passare a fil di spada. Quindi a suo modo risolveva brillantemente il problema delle mafie. Infatti mi risulta fosse molto amato dal suo popolo durante i pochi anni del suo regno.

    • Ivan Pozzoni

      Non considero assolutamente Almerighi un ignorante. So che Almerighi, dottissimo appassionato – come me- di film coi sottotitoli in slovacco, commenterebbe, insieme al maresciallo Nico Giraldi: “Gargiulo, coprimi il …”. Che film è? 🙂

    • Egregio Sig. Gargiulo,
      Flavio Almerighi non è affatto ignorante. Ma lei chi è per giudicare le persone quasi fosse un padreterno?
      Giorgina Busca Gernetti

  14. Ai tempi della commedia all’italiana e della satira di costume il teatrino dei premi letterari e dintorni avrebbe meritato l’attenzione dei registi e degli attori dell’epoca che hanno fatto la storia del cinema italiano . Sarebbero sicuramente nati dei piccoli capolavori , quantomeno rappresentazioni al vetriolo , tragicomiche , significative di un “fenomeno” fisiologico connaturato ad un preciso ambito ma anche alle dinamiche nazionali di relazione sociale .

  15. Francesca Tuscano

    in effetti, nei “Mostri” c’è proprio un episodio dedicato ad un premio letterario (protagonista Gassman signora/padrona del medesimo premio)

  16. Scrive il critico Martin Amis:

    «Gli storici della letteratura definiscono quel periodo [gli anni Settanta] l’Età della Critica. Il suo inizio si può situare nel 1948, anno in cui furono pubblicati Appunti per una definizione della cultura di Eliot e La grande tradizione di Leavis. Cosa ne decretò la fine? La risposta brutalista potrebbe essere questa parolaccia qui: Opec. Negli anni Sessanta era possibile vivere con dieci scellini a settimana: dormivi per terra ospite a casa di qualcuno, scroccavi due spiccioli agli amici e la cena la rimediavi concionando – perché no? – sulla critica letteraria. Poi, di punto in bianco, ecco che dieci scellini ti bastavano giusto per pagarti una corsa in autobus. L’aumento improvviso del prezzo della benzina, l’inflazione e, a seguire, la stagflazione mostrarono la critica letteraria come uno dei tanti orpelli delle classi piú agiate di cui avremmo dovuto cominciare a fare senza. O perlomeno questa era la percezione comune. Ma adesso, col senno di poi, appare ovvio che la critica letteraria era ormai giunta al capolinea. Esplicitamente o no, la critica si basava su una struttura fatta di livelli e gerarchie: l’élite del talento. Struttura che si polverizzò alla prima spallata delle forze della democratizzazione.

    E quelle forze – senza dubbio le piú potenti all’interno della nostra cultura – non hanno piú smesso di dare spallate. Adesso si trovano a cozzare contro una barriera naturale. Certo, alcune roccaforti si sono rivelate espugnabili. Si può diventare ricchi anche senza avere alcun talento (col gratta e vinci o un jackpot milionario). Si può diventare famosi anche senza avere alcun talento (abbassandosi a partecipare a un qualche quiz televisivo per secchioni; certo, comunque un passo avanti rispetto al vecchio stratagemma di far fuori un personaggio famoso per ereditarne l’aura). Ma non si può diventare persone di talento senza avere alcun talento. E quindi, via il talento.

    Cosí la critica letteraria, ormai quasi del tutto confinata all’interno delle università, sferra il suo attacco contro il talento attaccando il canone. Non è grazie a un accurato studio della poetica di Wordsworth che si fa carriera oggi, ma portando avanti, per esempio, un’innovativa ricerca sulle sue idee politiche – le sue idee nei confronti dei poveri, per dire, o la sua inconscia «rivalutazione» di Napoleone; si fa carriera ancora piú velocemente, poi, ignorando del tutto Wordsworth ed esaltando un qualche contemporaneo (giustamente) misconosciuto, contribuendo cosí in tutta tranquillità a svigorire sempre piú il canone. Basta farsi un veloce giro su internet per rendersi conto che nel frattempo, dall’altra parte della barricata, tutti sono diventati critici letterari – o quantomeno recensori di libri. La democratizzazione ha raggiunto un traguardo inalienabile: la parità di tutti i modi di sentire.»

    Prendendo per assodata la tesi di questo processo di «democratizzazione» che si sarebbe verificato nelle società occidentali, si dovrebbe aggiungere che è stata una falsa democratizzazione, nel senso che essendo tutti gli scrittori diventati dei critici letterari poiché tutti scrivono recensioni, è scomparsa la figura del critico letterario. Semplicemente, un Fortini già negli anni Ottanta era visto come un Guru del giurassico, veniva guardato come si guarda una specie estinta. Oggi Fortini è un illustre sconosciuto, Le giovani generazioni di letterati cresciuti in fretta e male non hanno mai letto una riga di Fortini critico e neanche gliene interessa granché di approfondire l’argomento.
    Si è trattato di una democratizzazione fasulla, ma è stato lo spirito dei tempi (cioè interessi di mercato e istituzionali ben concreti) a decidere degli eventi. Insomma la critica non era più necessaria né alle case editrici né agli uffici stampa di quelle: gli scrittori dovevano essere, a turno, tutti bravi, tutti talentuosi. C’è qualche snob che accusa di questo processo il ’68 o la soglia degli 8000 libri che nessuno legge più; ovviamente si tratta di una sciocchezza, sono stati gli interessi concreti degli apparati istituzionali a destituire di fondamento la necessità di una critica, di uno scrittore indipendente dagli uffici editoriali; in breve, la figura dell’intellettuale critico è così diventata cosa scomoda e pleonastica…

  17. antonio sagredo

    Gentile Almerighi, io mi chiamo Antonio Sagredo, e non Girolamo Gargiulo che non so chi sia. Quindi la smetta! E prego Il signor Giorgio Linguaglossa di intervenire a far si che questo non succeda mai più, altrimenti esco fuori dal blog.
    antonio sagredo

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