QUATTRO POESIE EDITE E INEDITE di Annamaria De Pietro SUL TEMA DELL’ISOLA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

 (Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla email di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

Giuseppe Pedota, L'universo acronico, ani Novanta

Giuseppe Pedota, L’universo acronico, ani Novanta

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

annamaria de pietro

annamaria de pietro

Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha cominciato a scrivere non occasionalmente, ma sempre, in età matura. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005), col quale  paga il suo tributo alla città d’origine, poco amata, mai più visitata. Nell’ottobre del 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012).

 

La discesa

Alla prima transenna la supplente
chiese il lasciapassare. Non lo avevo.
Tentai l’imbroglio di una carta bianca.
Lei si volse di fianco, e fu evidente
che era quella la carta, che potevo.
Cosí passai alla terra di nessuno
esca di una transenna, che si allarga
a coltivi selvaggi e a gigli d’acqua
fra prode asciutte che palude sfianca.
E tutto il verde sfinito vedevo,
e gli specchi dei serpi a umido fumo
doppi altamente in fermissima targa –
e il passare tardante di un canale
di costa dal fogliame in trita placca
riversa da una patria naturale –
e il filare avversario alla corrente
di alti pioppi seguaci che urge e ranca
per l’acqua lenta in celeste rilievo.

Alla seconda transenna la spia
finse di non conoscermi. Io sapevo
che era un trucco segreto, un gioco d’anca
in danza di curiale prosodia,
e a quella curia io fui sagace allievo
al passo per la terra di qualcuno.
Entrai passando una feroce marga
che pascolavano pecora e vacca,
che inverdivano piante a ricca branca
e vigne vaste d’impianto longevo,
e a cinque petali ventava il pruno.
Era dolce passare quella larga
fascia di pausa da ogni avaro male,
dove la mela e la mora di macchia
diversamente di un giardino uguale
erano sconfinata sagrestia.
E me ne andai per quella terra franca
finché la notte impose il suo prelievo.

Alla terza transenna il bracconiere
mi chiese caccia, ma io non volevo
perdere penna e sangue di vivanda,
unico patrimonio, unico avere
secco dal tempo che fuggí leggero,
per quella terra dubbia di digiuno,
per quella notte non decisa parca.
Fitta al fucile gli mostrai la tacca
che la mia sola preda segna e vanta,
e gli bastò per negare il diniego.
La terra era un tristissimo raduno
di baracche sottili come carta,
sole a ridosso di croci di scale,
pallide come neve e come biacca –
e luce non passava davanzale,
e voce non batteva le ringhiere.
Dentro la notte filava una stanca
bava di vento un labile sentiero.

Alla quarta transenna quattro cani
molossi rigiravano il severo
giro delle catene per la lanca
umida di confine. Le mie mani
sguardo quadruplice di acuto spiedo
guardava, e dalle lingue scolo bruno
gocciava fame come il cuore squarta.
Non avevo che l’offa di una bacca,
e in guerra l’uno e l’altro latra e scianca,
di me perduta rabbia di pensiero.
La terra era le strade a cerchio, e uno
era il centro del centro per cui varca
unica strada di spina radiale,
ma non di qua, ma non di là si stacca
dalla circonferenza equatoriale.
Al mezzo sta la casa dei divani
e del grammofono acceso che canta
un canto che potrebbe essere vero.

(inedito)

 

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

La landa

La landa è dove la lancia degli uccelli
che passano da un dove a un altro dove
non lascia ombra né traccia, perché assorbe
traccia e ombra nebbiosa erba di torbe,
perché la stinge via l’acqua che piove –
e se ne vanno via passando quelli
dal cielo bianco inospitale come
se ne va via la rosa dalla neve.
Pendono ghiacci in fuga alle cimase
dall’una all’altra paratia di case
e l’acqua se ne va per strada breve
dove nessuno ha notizia del tuo nome.

(da Magdeburgo in Ratisbona, Milanocosa Edizioni, Trezzano S/N 2012)

.
Il piano inclinato

Sposta il viaggio il luogo il piombo che pesa
fluttuando all’andare, cucendo i segmenti
inattingibili fino all’attimo segnato.
Volgi lo sguardo non sapendo non credendo
come chi cerca accordo e tregua da intesa
e una borsa pesante porti a lato.
Intorno, molte le vedute sorgenti
dall’estremo fondale dello specchio
posto ovunque sul cristallo spiegato.
E fai fatica non riconoscendo
dentro le direzioni sicurezza d’intenti,
mete lontane parlanti all’orecchio
con chiari richiami, con segnali evidenti.
Tu sei nel centro, da qui ogni parte è distesa
oltre i possibili passi, al confine inviolato
che raccoglie dalle carte e dalle scritte e dagli eventi
una sola parola, e due distanti, ciascuna l’altra escludendo.
Forse un mondo altro diversamente disegnato
osa una curva amplissima, tenta e aggira un crescendo –
intanto, qui, la linea impone al moto l’orrendo
unico gioco che alterna e scambia la sorpresa
di un unico colore e del suo fermo duplicato.
E tu non sai se questo piano inclinato
sia una salita o una discesa.

(da Dubbi a Flora, Edizioni La Copia, Siena 2000)

 

michele pierpaoli untitled

michele pierpaoli untitled

L’imboscata

Ora non freme fronda. È calmo il luogo.
Strette strida di uccelli e acute solo
furiose ai polsi svenano la luce.
Acqua sorgente taglia dentro ai sassi
strade di serpi, frange d’erbe inclina.
Zampe di bestie frugano. La luce
scande ventagli e inonda i fondi bassi,
foglia secante l’ansa spessa affina.

Un’aurora passò, prima, di volo,
sopra l’intrico verde. Una mattina
svolse le sciarpe in scintillato rogo,
disciolse il miele in dorati salassi.
Un meriggio distorse l’ombra, e luce
scarnì rami diversi, ad altri passi.

Così sera si posa, ora. Lo stuolo
dei testimoni alati s’indovina,
se passi, stretto e confinato al giogo
delle ramate occluse, e finge luce
la favilla degli occhi. Sfiora i massi
un’acqua fredda scoria di crogiolo.

Un’esile valanga di sconquassi
ora, se ascolti, piano si avvicina
al riparo del folto, e contrappassi
di buio e di spento bucano la luce.
Forse è solo la morte, o è una faina.

(da Dubbi a Flora, Edizioni La Copia, Siena 2000)

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6 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, poesia italiana contemporanea

6 risposte a “QUATTRO POESIE EDITE E INEDITE di Annamaria De Pietro SUL TEMA DELL’ISOLA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

  1. quattro fulminanti e non fulminati non-luoghi cardini di uno stesso passaggio… (mi sa che su questo blog ho trovato un buon pascolo)

  2. antonio sgaredo

    06.20… la prima delle poesie… : mi sveglio e mi sento ancora risonare il furioso acquoso scorrere di un torrente : l’acciottolato violentato da questo fluire incessante, che senza requie t’insegue e che fingendo una velocità tra sensi e sensazioni cerca di squagliarsela dal Tempo! I versi “E me ne andai per quella terra franca/ finché la notte impose il suo prelievo”, che avrei voluto farli io me l’ha rubati in contumacia! Lei dice di “acqua lenta” ma ci prende in giro (Tentai l’imbroglio di una carta bianca)., poi che di altra acqua io parlo, quella che con scarti improvvisi, ripieghi e ritorni, che con scaglie di specchi che si rincorrono ci illudono sul senso-non senso sonori che si accavallano e che cercano di offuscare il sonoro dietro ogni pianta e frutto e cespuglio… le transenne sono le sue stazioni dove io mi contorto dietro ogni sua parola-sasso che mi colpisce il cerebro, evito questa parola perché una altra mi giunge e cambio direzione… penso che sia io a cambiarla, ma sono le sue parole che mentre precipitano giù (in Discesa) irrompono “Dentro la notte [che] filava una stanca / bava di vento un labile sentiero”… quasi una tregua al senza requie di una velocità che vuole sfinirsi in una domestica pace stravaccandosi spossata tra divani che t’invitano alla stasi e grammofoni che s’allignano dietro un canto! – La poesia Landa che già conoscevo mi piacque alla prima lettura per il verso “se ne va via la rosa dalla neve”, che attesta e arresta il concetto di fuga: “ E me ne andai… se ne va via…” molto simile al mio che a differenza del suo fugge da una teologia e fisica nota opprimenti… la sua fuga è da ogni luogo divenuto insopportabile, terrestre è il suo carattere, tant’è che non è proprio il poeta a fuggire quanto le cose e che siano i “ghiacci” fermi ha un senso poi che il loro prodotto – ancora l’acqua! – davvero “se ne va per strada breve / dove nessuno ha notizia del tuo nome”. – E potrei senza fine continuare fino a farmi coinvolgere più che travolgere, ma mi fermo davanti alla perplessità di un “ E tu non sai se questo piano inclinato/sia una salita o una discesa”. Ma è già un preavviso o forse un presagio a un rallentamento d’ogni tempo e cosa , poi che anche “la sera si posa, ora” e l’impetuosità è divenuta una “esile valanga di sconquassi” che rallenta pian piano man mano che s’inoltra nella natura vegetale dove il buio e lo spento sovrastano la luce, e il doppio finale è un dubbio naturalistico o una indecisione del poeta: morte o faina: ambedue s’avvicinano con passo felpato, felino che il tutto smorza, ma non è lutto!
    Il Poeta, stanco? Lo decide soltanto lui!
    Forse… con le parole!

  3. Sono poesie molto belle, “dense”, e vicine per soluzioni linguistiche. A tratti surreali e ironiche. Ho molto apprezzato in particolare La Discesa.

  4. L’ordinato e forbito endecasillabo di Annamaria De Pietro va come uno sci sulla neve, scivola, scorre, va via leggero nel biancore accecante. Eppure, certi rintocchi lessicali danteschi echeggiano qua e là a far sì che si sappia che il paesaggio rappresentato appartiene agli Inferi, agli inferi di dentro e di fuori. Come nella splendida metafora del “Piano inclinato” che non si sa mai in anticipo se a noi toccherà una ripida discesa o una faticosa salita; il concetto è unico: se si sta in alto noi lo percepiamo come discesa, se si sta in basso lo percepiamo come salita.

    Forse un mondo altro diversamente disegnato
    osa una curva amplissima, tenta e aggira un crescendo –
    intanto, qui, la linea impone al moto l’orrendo
    unico gioco che alterna e scambia la sorpresa
    di un unico colore e del suo fermo duplicato.
    E tu non sai se questo piano inclinato
    sia una salita o una discesa.

    In particolare amo certi stacchi che si imprimono alla memoria per il loro carico straniante. Così il finale della prima poesia:

    Al mezzo sta la casa dei divani
    e del grammofono acceso che canta
    un canto che potrebbe essere vero.

    La prima poesia (l’inedito) si apre in un luogo atopico. La De Pietro impiega un endecasillabo tranquillo, quasi anodino, debolmente accentato, quasi a volerne sottolinearne carattere strumentale e forse anche “ornamentale” se non fosse per quel rigido e severo controllo del mezzo linguistico che è il punto precipuo dove la poesia brilla per acutezza di ingegno.

  5. Gabriele Fratini

    Ottima lettura, linguaggio molto raffinato. Saluti

  6. Annamaria De Pietro

    Ringrazio assai in una sola bracciata il misterioso nominato Wordinprogress, Sagredo, Almerighi, Linguaglossa, Fratini.
    E li ringrazio non solo degli acuti commenti ai miei versi, ma anche perché, avviando una conversazione, mi permettono di svolgere qualche ragionamento sul tema del non-luogo, l’una o l’altra faccia di un’unica medaglia al gancio disponibile di un duplice etimo, l’uno che tenta di dichiarare, a crescere, l’altro che nega. Ma è un serpente che si mangia la coda, o forse, meglio, un’anfesibena nell’impasse di non sapere cosa mangiare e con quale bocca o altro organo prontamente prodotto (ma dura un lampo) da una necessità.
    Io non credo nel concetto, o categoria, di non-luogo in quanto tale; non credo nel non esserci, o nel non significare, di tutto quanto può essere pronunciato. Credo che i cosiddetti non-luoghi che localizzano la modernità, questa, bastarda, che corre a perdifiato non si sa donde né dove, siano da vedere semplicemente come luoghi che, con peso fondato e opprimente di significato che li qualifica e segna, localizzano un disagio, una bruttezza, una solitudine, come i pianerottoli di una scala escheriana, piranesiana, una treccia scarmigliata. Penso che tacciarli di essere “non” riveli in ultima analisi la nostra sofferenza nell’attraversarli, o nel sentirli come non attraversabili; nel sentirli come il male, sentirli comunque. Quindi non-luoghi come rovescio di un guanto non confortato dalla consistenza di una mano. Senso di perdita della presa, straniamento. Ma quante cose, tu vedi, accadono in una stazione della metropolitana, in una tangenziale, in un centro commerciale e in tanti altri pianerottoli, o sagrestie, del mal essere, male stare. Non sono non-luoghi, a mio sentire; sono semplicemente luoghi cattivi, lenti magnificanti sopra la landa di un orologio fermo per il troppo simultaneamente girare.
    Ma ecco che l’etimo dichiarante a crescere, al bene, voltando lo specchio, infilando una mano nel guanto, intona, decanta e rimpolpa quello straniamento, perdona e redime il “non”, e con una sventagliata a colpo forte sottrae il non-luogo alla non esistenza, o non significanza, e, nella forma e passione dell’essere meglio, al punto ottimo, all’estremo opposto, ne fa premessa organica di qualcosa che potrebbe ancora accadere, infranta la transenna serrata, qualcosa che viene pensato e detto da qualcuno, e che di questa pronuncia fa significato e vita. E ancora la famiglia Micawber si ammassa con armi e bagagli in una stazione delle diligenze per salpare verso una terra felice, inesistente ma felice.
    Dunque, in cerca di pace, mi piace rubricare sia il non-luogo come assenza che il non-luogo come sogno, alla doppia lanterna dei due etimi, sotto la rubrica dell’essere, della vita, del dire: del dire, perché è questo il machiavello. Soffrire e sognare insieme, in questa corsia stretta che è l’esistenza.
    I testi che ho inviato al blog, di molto precedenti all’invito, probabilmente in questo possono aderire al tema proposto, nel valore qualificante che al dire, alla pronuncia caparbiamente attribuisco. Di altro non so; lo spazio è immenso, e faticosamente il tempo cerca, arrancando, fuori tempo, di suddividerlo in stazioni. Della metropolitana.

    A Sagredo una nota puntuale ad un passo del suo commento, al riguardo della coppia morte/faina nell’explicit dell’Imboscata. Nella mia lettura questo doppio esprime il mio bisbetico rifiuto di ogni metafisica: non è “la morte” quella che uccide; è una faina, un fucile, una polmonite, il cancro, un vaso di gerani caduto in testa dal quinto piano. “La morte” è un’astrazione, di quelle tanto spesso omaggiate con un’iniziale maiuscola (il cui unico ufficio è, a mio parere, far sprecare inchiostro). “Forse è solo la morte”: a quel “forse” ho affidato il mio sarcasmo, ma educatamente, come è d’obbligo fare con una vecchia signora di cotale e cotanta stampa.

    Ancora grazie a tutti, e a risentirci.

    Annamaria De Pietro

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