ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL RAPPORTO TRA CULTURA E POLITICA IN ITALIA di Roberto Onofrio

italia tripartita Roberto Onofrio è nato a Roma nel 1963. Ha studiato fisica presso l’Università “La Sapienza” di Roma conseguendo la laurea nel 1986 ed il dottorato nel 1991. Ricercatore presso il dipartimento di fisica ed astronomia “Galileo Galilei” dell’Università di Padova dal 1991, ha trascorso diversi periodi di ricerca presso l’Università di Rochester, NY, il Massachussetts Institute of Technology, MA, i Los Alamos National Laboratories, NM. Attualmente è visiting scientist presso l’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics di Cambridge, MA, e visiting professor presso il Dartmouth College, NH. È Fellow dell’American Physical Society dal 2009, e autore di oltre centotrenta articoli su rivista e comunicazioni a congressi su tematiche di teoria quantistica della misura, fenomeni macroscopici in elettrodinamica quantistica, atomi ultrafreddi, fisica delle particelle elementari ed astrofisica.

Roberto Onofrio, fisico teorico negli USA

Roberto Onofrio

Ispirato dall’articolo di Marco Onofrio apparso su questo blog il 15 ottobre 2014, ho provato a raccogliere alcune delle mie riflessioni sul problema della meritocrazia in Italia. Data la mia visuale un po’ anomala rispetto alla maggioranza dei commentatori del blog, come scienziato che trascorre una parte consistente dell’anno all’estero, spero che i miei commenti siano stimolanti, o almeno possano far capire meglio alcune caratteristiche, in apparenza sorprendenti, del ‘sistema Italia’. La mia tesi di fondo è che non ci si può stupire della situazione attuale dato che essa è il risultato quasi deterministico, causale, della convoluzione di eventi storici peculiari della Penisola. Se si accetta questo assunto ne conseguono diversi vantaggi, anzitutto minori arrabbiature – in quanto si possono razionalizzare situazioni altrimenti percepite come grottesche –, e si può provare a convogliare energie intellettuali in direzioni più costruttive della pura demoralizzazione o dell’abbandono.

https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/10/15/la-letteratura-invisibile-pensieri-a-briglia-sciolta-di-marco-onofrio-sul-sistema-letterario/

La prima domanda a cui proverò a rispondere brevemente nasce dal bisogno di capire la specificità del ‘sistema Italia’: cosa rappresenta di unico al mondo l’Italia? L’aspetto immediato che risalta del nostro Paese è che è l’unico tra i membri del G7 con una civiltà plurimillenaria ad alto impatto storico. Roma è al tempo stesso la capitale di un Paese industrializzato (come del resto lo sono Berlino, Londra, Ottawa, Parigi, Tokio, Washington) e la ex-capitale politica e culturale di una civiltà antica (come del resto Alessandria, Atene, Bagdad, Damasco, Gerusalemme, Istanbul, tra le altre). Questo aspetto unico, all’intersezione tra l’attuale e l’antico, affascina milioni di turisti e visitatori ed è qualcosa di cui essere ben orgogliosi, anche perché mostra una grande solidità e continuità storica, e una notevole capacità di resilienza.

roberto cicchinè untitled 2009

roberto cicchinè untitled 2009

Tuttavia, questo è in parte anche il tallone di Achille del ‘sistema Italia’. La complessità culturale sviluppata in circa trenta secoli ha portato anche ad una stratificazione su tutti gli aspetti che determinano la funzionalità di una nazione moderna. Il richiamo alle tradizioni è spesso invocato per evitare radicali cambiamenti di rotta, per cui tutto appare come eccessivamente complicato nella vita quotidiana, in particolare nel campo legislativo e giudiziario. Inoltre, in tempi non troppo lontani il continuo richiamo ad un passato glorioso e le conseguenti politiche imperialistiche hanno anche provocato tragedie, ad esempio i due interventi ritardati ed entusiastici (e quindi in principio con la piena conoscenza e coscienza delle difficoltà alle quali si andava incontro con la scelta belligerante) nelle due guerre mondiali del secolo scorso, con le gravi perdite umane, materiali e morali che scontiamo ancora oggi. Ma l’unicità dell’Italia ed alcuni dei suoi mali odierni nascono da molto lontano, e dal modo col quale si è reagito a forze storiche esterne alla Penisola, come cercherò di sintetizzare nel seguito, per quanto si possa riassumere la storia di un Paese così complesso in poche righe.

La repubblica romana, e il successivo impero nel quale essa si trasmutò, si basava su una disciplina ferrea, un forte senso dello Stato ed uno strumento militare efficiente. È interessante al proposito leggere un brano di Simone Weil: «I Romani hanno conquistato il mondo con la serietà, la disciplina, l’organizzazione, la continuità delle idee e del metodo, con la convinzione di essere una razza superiore e nata per comandare, con l’impiego meditato, calcolato della più spietata crudeltà, della fredda perfidia, della propaganda più ipocrita». Sebbene sia necessario contestualizzare queste considerazioni – Simone Weil le scrive nel 1940 tentando di tessere delle analogie con la Germania di allora; in realtà la civiltà romana nasce e si sviluppa come civiltà inclusiva e multietnica, a differenza della Germania nazionalsocialista – è chiaro che Roma ha costituito un codice di comportamento studiato, emulato e raffinato dai successivi imperi di stile occidentale fino ai giorni nostri. In questo contesto il rapporto tra cultura e politica si limita, essenzialmente soltanto dopo la conquista della Grecia e dei regni ellenistici, alla dimensione celebrativo-trionfalistica, soprattutto a compensazione delle viceversa molto umili origini di Roma stessa.

Italia tricolreLa situazione cambia drasticamente con la caduta dell’impero romano. Il vuoto di potere da esso lasciato nella Penisola viene colmato dalla Chiesa. Quest’ultima, pur dotata di una propria struttura militare, per ovvie ragioni di immagine morale edifica progressivamente un poderoso e capillare impianto ideologico-culturale, costringendo le opposizioni ad agire di conseguenza. È la nascita di quello che oggi chiameremmo ‘soft power’, ovvero potere esercitato non sulla base della forza bruta di tipo militare, ma sulla base del dialogo e del controllo culturale sia ai vertici, sia alla base, anche attraverso la costituzione di ordini religiosi con scopi ben definiti. Il successivo mecenatismo nei vari stati della penisola durante l’Umanesimo e il Rinascimento è il riflesso locale di questa scelta, e la relazione tra cultura e potere diviene ancora più stretta durante quella che potremmo definire come la prima controrivoluzione italiana, più comunemente nota come Controriforma. In reazione alla Protesta si decide per un irrigidimento della cultura, che deve essere filtrata attraverso alcuni meccanismi tesi a garantirne la conformità con i dogmi della variante cattolica del Cristianesimo.

Se da una parte l’Italia evita sanguinose guerre religiose come in Germania, Francia, Inghilterra – un risultato tutt’altro che trascurabile – d’altra parte ciò ritarda la nascita di quella diversità culturale che è caratteristica del mondo moderno. Ne sono vittime quelle personalità che avrebbero potuto portare la Penisola ad una civiltà avanzatissima per l’epoca. In particolare gli impedimenti alla diffusione delle opere di Giordano Bruno nell’ambito filosofico e cosmologico, di Tommaso Campanella in campo religioso e politico, e Galileo Galilei nel rapporto tra scienza, tecnologia e società, risultano in una autodecapitazione culturale dell’Italia, che da lì in poi si avvia ad un ruolo secondario di potenza culturale, cedendo la fiaccola del primato ai Paesi del nord Europa. Il latino, anziché essere concepito come lingua franca per le lettere e le scienze in grado di permettere il dialogo colto nell’intera Europa, diventa primariamente uno strumento di autoconservazione della classe dirigente e di intimidazione delle classi subalterne, come farà poi brillantemente notare il Manzoni nel suo capolavoro.

Italia stemma della repubblicaL’unificazione politica della Penisola apre delle speranze nella seconda metà dell’Ottocento, anche a causa di una struttura dichiaratamente laica dello Stato unitario. Tuttavia, con modalità che non solo a posteriori appaiono scellerate, lo Stato unitario si lancia in un vasto programma imperialista, sproporzionato alle risorse, ambendo a colonie e al controllo del Mediterraneo. Questo in alternativa alla soluzione più razionale e realistica, e cioè dedicarsi alla costruzione di uno Stato coinvolgente le masse popolari, con tangibili vantaggi per esse rispetto agli statarelli preesistenti, e come modello alternativo alle potenze coloniali: il che avrebbe suscitato l’ammirazione e la stima del mondo intero. L’ingordigia dell’Italia unita traspare da qualsiasi analisi oggettiva e disadorna dei deliri patriottici che si tramandano di generazione in generazione sui banchi di scuola. L’Italia ha sempre dichiarato guerra, mai subìto una singola dichiarazione di guerra; e spesso, a giochi fatti, ha chiesto più del dovuto in base agli effettivi risultati sul campo di battaglia. Il disprezzo dei vinti si manifesta evitando o rimandando la resa e la diretta cessione dei territori richiesti, spesso attraverso un intermediario. Questo avviene ad esempio con l’Impero austriaco nel 1859 dopo Solferino e San Martino, e nel 1866 dopo Custoza e Sadowa; con la Francia nel 1940; con la Grecia l’anno successivo. Del resto è un esperto di diplomazia del livello di Bismark ad osservare sarcasticamente che l’Italia ha denti piccoli ma grande appetito. La credibilità politica italiana e il prestigio culturale del Paese ne fanno le spese, e nascono innumerevoli incidenti politici e diplomatici. Queste profonde incomprensioni, unite a quella che viene percepita in Italia come la grande jacquerie del XX secolo, ovvero la formazione di un embrione di Stato dei lavoratori nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, sono tra i fattori principali ai quali l’Italia risponde, in linea con la sua natura, con una seconda controrivoluzione: il ventennio fascista.

Antonio Gramsci

Antonio Gramsci

È in tale contesto di forte controllo dello status quo e di capillare repressione politica che si inserisce il concetto di egemonia culturale di Antonio Gramsci, anche a causa della sua analisi del ‘soft power’ della Chiesa cattolica. La nascita di un solido partito comunista nel secondo dopoguerra si basa sull’idea di conquistare il potere estendendo man mano il consenso sia a livello popolare sia nell’élite culturale. Nasce una forte competizione dialettica tra i due maggiori partiti popolari nel Paese, che riporta temporaneamente l’Italia nel novero della nazioni creatrici di cultura: il neorealismo è solo l’aspetto più evidente di questa stagione felice. Il tutto anche alla luce di un ripensamento della politica internazionale che finalmente vede l’Italia rinunciare una volta per tutte a megalomanie imperialistiche, con una politica di raccolta nella ovvia ricostruzione materiale e morale del Paese. Competizione culturale tra i due maggiori partiti, reclutamento delle energie sul territorio, abbandono di velleità da grande potenza e forti aiuti economici esterni per impedire il passaggio dal campo capitalista al campo socialista, consentono all’Italia di godere di un periodo di rinascita che però, proprio per la fragilità di tutti questi elementi e per la mancanza di piani a lungo termine per sfruttare al meglio la situazione favorevole, si rivela effimero.

Con la caduta del muro di Berlino prima, e la dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche poco dopo, si dissolvono tutte queste condizioni. La competizione culturale non ha più ragione di esistere, la globalizzazione è in contrasto palese con la politica di raccolta prima praticata, gli Stati Uniti d’America si ritirano progressivamente investendo aiuti altrove, ad iniziare dai Paesi dell’Europa dell’est in precedenza membri del Patto di Varsavia. Infine, l’Italia torna, anche se in ambito europeo, ad una politica interventista con consistente impiego di uomini e mezzi in tutte le operazioni militari susseguenti, inclusi quei contesti, come nel caso libico, dove le azioni portano palesemente alla destabilizzazione di un’area limitrofa e alla parziale compromissione degli stessi interessi economici italiani. A questo si aggiungono mali di lunga durata, quali l’assenza di meccanismi sistematici di formazione della classe dirigente, che in un Paese moderno avvengono attraverso il sistema universitario. L’Italia del secondo dopoguerra emerge sì ferita da un dissesto umano, morale e materiale, ma è almeno rappresentata da personaggi della statura di Alcide De Gasperi, in precedenza rappresentante al Parlamento austriaco, e Palmiro Togliatti, braccio destro di Stalin. La visione globale assimilata da queste esperienze storiche risulta preziosa per la ricostruzione del Paese, e per il suo inserimento nel novero delle Nazioni Unite. Da questo punto di vista ogni paragone con la classe dirigente di oggi è, nella maggioranza dei casi, abbastanza patetico.

italia che taceNon che manchino le energie intellettuali, ma nel momento stesso in cui un Paese ha disseminato sul territorio più di un centinaio di sedi universitarie, la maggior parte delle quali carenti di infrastrutture necessarie per poter definire un luogo di studio quale ‘università’, manca il confronto tra idee diverse derivanti dalla presenza nella stessa sede di giovani provenienti da tutte le regioni. Il tutto degenera in un localismo (peraltro vulnerabile a corruzione locale nell’assegnazione di cattedre, di posizioni amministrative, di gestione dell’edilizia) ed un orizzonte limitato nello spazio che rendono uno scenario con l’emergenza degli equivalenti di De Gasperi o Togliatti altamente improbabile. Con pochissime eccezioni, le università italiane si muovono ormai in un ambito regionale, senza perseguire la formazione di una classe dirigente con visioni di ‘interesse nazionale’. Ciò rende il Paese molto suscettibile a spinte centrifughe, e non sarei sorpreso (fortunatamente non avrò la possibilità di verificarlo) se tra meno di un secolo l’Italia decidesse più o meno spontaneamente di tornare ad una confederazione di statarelli controllati da forze esterne. Sarebbe stato più opportuno incoraggiare studenti e docenti alla mobilità nazionale ed internazionale, concentrando gli investimenti su una trentina di università storiche di alto livello, con diritto assicurato allo studio, alloggi e mense per tutti, e solide infrastrutture di ricerca, affiancate ove possibile e necessario da istituzioni parauniversitarie finanziate da enti regionali e provinciali. Ora è troppo tardi per cambiare rotta, la situazione è purtroppo irrecuperabile.

Alla luce di queste brevi e superficiali considerazioni, sarebbe incredibile e quasi fantascientifico pretendere che il settore culturale propriamente detto segua una dinamica diversa dall’attuale involuzione politica ed economica del Paese. Il piattume culturale discusso nell’articolo di Marco Onofrio e nei successivi 125 commenti,  è assieme la causa e l’effetto di politiche effimere, opportunistiche, ambiziose oltre ogni misura, che si susseguono da secoli – per ragioni che poco hanno a che fare con la cultura nel senso stretto del termine. Ogni Paese sconta la mancanza di lungimiranza ed io mi stupisco, al contrario di Marco, del fatto che l’Italia sia ancora, nonostante tutto, un Paese vivace, nel quale parecchi individui lottano quotidianamente e producono cultura, se non di primo livello, almeno di discreta qualità, e con grande onestà intellettuale. Sono gli eredi dei Bruno, dei Campanella, dei Galilei, dei Gramsci, e come tali devono essere pronti a sconfitte locali e a grosse amarezze, quali l’Italia ha sempre riservato ai suoi figli migliori, salvo poi eventualmente idealizzarli post mortem.

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12 risposte a “ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL RAPPORTO TRA CULTURA E POLITICA IN ITALIA di Roberto Onofrio

  1. L’Italia, come entità politica fino al 1861 non è mai esistita. L’unico precedente di stivale unito è stato come provincia di Roma durante l’antichità. L’apparentamento dell’Italia unita con l’Impero Romano è un retaggio culturale fascista. Altro che continuità, si dovevano attraversare non so quante dogane per andare da Torino a Napoli, e non esisteva nemmeno un’unità linguistica delle popolazioni dei singoli stati. Metternich quando la definì un’entità geografica e basta, forse non aveva tutti i torti. L’oppressione del potere temporale ecclesiastico, attiva fin dai tempi dell’imperatore Costantino, ha fatto il resto. Solo durante il Rinascimento l’Italia si è ricordata di essere Italia, primeggiando in tutti i campi, dalla cultura alla finanza, peccato che le virtù militari fossero andate smarrite coi romani. Il resto è mediocrità, una continua infinita mediocrità arrivata fino a oggi. Basti pensare che si è continuato e si perseverare nelel scuole coi Promessi Sposi, intanto in altri paesi nello stesso lasso di tempo si è passati da Whitman ad Armitage. La conservazione implica il marciume e la mancanza di progresso che ci caratterizzano. Cito:
    ….
    E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
    Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole.

  2. Trovo altresì fondamentale in questo bellissimo articolo il cenno che viene fatto sulla scuola italiana, sempre più inadeguata e sempre meno al passo coi tempi. Impossibile a questo punto forgiare ed educare una classe dirigente adeguata, seria, onesta. Infatti una materia fondamentale come l’Educazione civica è entrata nel dimenticatoio. Lascio come spunto di riflessione anche il video di una canzone che potrebbe essere considerato banale del gruppo bolognese Lo Stato Sociale, una canzonetta che invece la dice lunga.

  3. È singolare che sia proprio uno scienziato italiano a tentare una sintesi delle condizioni macro strutturali e macro storiche che hanno determinato le linee di forza (e di debolezza) dell’Italia odierna. Il problema dello scadimento intellettuale progressivo delle élites dirigenti in atto in Italia ha radici profonde e non può essere risolto certo da un dibattito su un blog, ma è vero anche che soltanto sollevando il velo di Maja da questi problemi macro storici si può pensare di avviare a soluzione e di contribuire alla soluzione di problemi che soltanto un rivolgimento radicale degli assetti e degli equilibri di potere in atto in Italia può dirimere.

    Il problema di fondo è dunque: Che fare?, come orientare il nostro operato in una situazione che tende a soffocare ogni voce che non si allinei con l’assetto costituzionale delle idee condivise. Il problema di fondo è un diverso concetto della vita pubblica così come è stata confezionata in questi ultimi decenni e dal Novecento, il problema è stato radiografato con sagacia da Roberto Onofrio quando mette il dito sulla piaga dei “localismi” che attraversano e contagiano qualsiasi tentativo di riforma dello status quo in Italia, impedendone una riforma strutturale. In assenza di una riforma di struttura del “sistema Italia” non potrà esserci una riforma sovra strutturale di esso. È questa la contraddizione che coinvolge tutti i “localismi”, se intendiamo il termine nel senso di tutte le commistioni tra vita pubblica e malavita associata in organizzazioni locali di cui gli ultimi eclatanti esempi di corruzione ne sono una allarmante conseguenza.

    Le riforme dello Stato operate con l’introduzione delle Regioni del 1975 e dell’ultima contro riforma della devolution fiscale alle regioni voluta dal governo Berlusconi e non ostacolata dal centro sinistra, hanno aggravato lo stato finanziario del paese e hanno contribuito alla dilagante corruzione in atto. Quello che oggi si pone all’ordine del giorno è introdurre subito dei correttivi a queste pessime riforme, ripensare e ridisegnare il sistema Italia sopprimendo là dove si può, i localismi degeneri e degenerati, introducendo delle limitazioni alla occupazione da parte dei partiti della sfera pubblica e delle risorse del Paese. Operare una riforma radicale dello Stato e delle sue istituzioni. Compito non facile da portare a termine.

    Per tornare a noi, personalmente, quando leggo una poesia o un romanzo o guardo un quadro, mi pongo dal punto di vista della sfera pubblica, non mi limito ad una analisi meramente stilistica dei testi, tanto meno mi limito ad una analisi “localistica” come quella di investigare gli autori degli anni Settanta o Ottanta (così come comunemente si fa) o quelli di una «scuola» o di una lobby letteraria (come comunemente si fa) o stilare la classifica dei «migliori» testi di poesia o di narrativa e così via in una spirale di istupidimento dell’analisi critica complessiva e di de-valorizzazione del rapporto che unisce l’autore al lettore. Quello che tento di fare è pormi dal punto di vista della «vita pubblica» e tentare di investigare quale impulso o quale nuovo elemento di riforma del sistema letterario un testo (di narrativa o di poesia) fornisce al lettore. L’atto critico è sempre un atto afferente la «vita pubblica», non è un atto privato di un singolo cittadino (o meglio, è un atto privato che diventa pubblico). Scrivere una singola poesia non è affatto un atto privato ma un atto sociale, pubblico, e quindi che agisce, ha ripercussioni anche sulla vita pubblica, sulla polis.

  4. antonio sagredo

    Vorrei riferire all’attenzione del signor Roberto Onofrio (e di Marco Onofrio) la figura del filosofo ateista, eretico, di Giulio Cesare Vanini, non inferiore affatto alle due figure menzionate di Campanella e Bruno. Il maggiore studioso italiano del Vanini è Francesco Paolo Raimondi ; Il filosofo ateista polacco Andrzej Nowicki (1919-2011) è stato tra i maggiori studiosi a livello mondiale della storia dell’eretismo sia europeo che della storia filosofica meridionale italiana. L’apporto di entrambi gli studiosi ha chiarito la posizione del Vanini definitivamente in relazione a Bruno (di cui in alcuni tratti è un superamento radicale e irreversibile) e Campanella in primis e poi con gli altri eretici. Di Vanini il Nowicki ha eliminato le incrostazioni cattoliche, che ancora oggi lo presentano in maniera rozza e scorretta: ciò vuol direche la sua pericolosità è ancora attuale!
    L’impedimento alla diffusione delle opere” del Vanini fu radicale, estremo, spietato da parte del potere, più degli altri eretici poi che la sua filosofia metteva a nudo… minava alle radici più del Bruno stesso le fondamenta della religione cristiana-cattolica (e delle altre religioni)… p.e. la sua idea che l’uomo discenda dalla scimia anticipa di due secoli il Lamark e il Darwin.
    Comunque è solo una informazione la mia.
    Ho dedicato al Vanini un poema che ebbe il plauso incondizionato del Nowicki (temetti moltissimo il suo giudizio, come anche quello del Raimondi). a. s.

  5. “Scrivere una singola poesia non è affatto un atto privato ma un atto sociale, pubblico, e quindi che agisce, ha ripercussioni anche sulla vita pubblica, sulla polis.”

    Caro Giorgio, trovo questa tua dichirazione molto interessante e per molti versi condivisibile. Potresti approfondire? Grazie

  6. caro Almerighi,
    in questa riflessione sul carattere ontologico dell’arte non posso non riferirmi al pensiero estetico di Gianni Vattimo. L’opera d’arte ha un suo statuto di legalità che acquisirebbe nel momento stesso del suo allestimento e della sua messa in opera. L’opera d’arte è una emanazione dell’homo faber, cioè quel particolare ente destinato al “facere”, alla “produzione” sia di oggetti utili sia di oggetti inutili (o superflui). Ormai è chiaro che sono state proprio le scoperte degli oggetti superflui o a prima vista inutili quelle che più hanno condizionato in senso progressivo la storia dello sviluppo dell’umanità. Ma della “produzione” l’opera d’arte è quella meno legata alle leggi dell’economia (è una sovrastruttura che non dipende dalla struttura, anzi, è una sovra struttura che agisce su altre sovra strutture e, in tal senso sul “mondo”). In tale accezione l’opera d’arte è un «evento» che accade. Il perché tale «evento» accada proprio in quell’istante di tempo e di spazio (la sua geografia) può essere spiegato solo retrospettivamente da una ricerca multi disciplinare.

    L’«evento» si presenta nel “mondo” con il carattere della «imprevedibilità», cioè è «imprevedibile» ciò che accade entro l’orizzonte degli eventi, ovvero, entro l’orizzonte di attesa ma che sfugge completamente sia all’orizzonte degli eventi sia all’orizzonte di attesa. E si sottrae in quanto altrimenti sarebbe prevedibile nell’ordine dello scorrere del tempo. L’opera d’arte sarebbe quindi un «evento» che si sottrae al tempo. È un concetto paradossale. È a prima vista paradossale che un «evento» che non dipende se non in ultimissima analisi né dal tempo né dalla geografia dello spazio possa accadere modificando sia il tempo (degli uomini) che lo spazio (degli uomini). È in questa accezione che dico che l’opera d’arte è un «evento» pubblico (pur se nata in un ambito e in un contesto«privato»). Il punto fondamentale è questo, ogni altra concezione dell’opera d’arte ne fa un manufatto decorativo, ne umilia l’essenza di «evento». Il destino dell’opera d’arte è nel suo non essere «riconosciuta» dai contemporanei se non in maniera distorta e parziale:

    Riporto le considerazioni di Marcello Di Bello sull’estetica di Vattimo [“Poesia e ontologia” fu scritto nel 1967 e poi riedito nel 1985]:

    Il «fare artistico, [ha a] che fare con la novità, con il bello, con la verità e con l’essere. La trama concettuale in cui si iscrivono queste quattro parole è decisiva. Cominciamo dalla prima. In riferimento alla teoria della formatività del suo maestro Luigi Pareyson, Vattimo sostiene che l’opera d’arte è sì nuova, ma non è un fatto arbitrario: essa possiede infatti una legalità rigorosa. C’è, in altri termini, una legge che decide della struttura dell’opera e che la trascende: tale legge però non può precedere il farsi dell’opera, pena il venir meno la novità dell’opera. Ecco che fa la comparsa la categoria del formare, cioè un fare che nel suo farsi inventa la regola, la legge, del suo fare. La novità dell’opera è salvaguardata dal fatto che la legge è istituita dall’opera stessa; accanto a questa novità, che quindi ben lungi dall’arbitrarietà, sta la legalità dell’opera, carattere indispensabile per dare senso al giudizio estetico e alla categoria del bello.

    L’opera sarà, infatti, giudicata proprio in riferimento alla legge che porta con sé: se è ciò che la sua legge impone che sia, essa sarà giudicata bella. La bellezza è quindi la riuscita, la conformità dell’opera alla legge.
    I concetti di novità come istituzione di una nuova legge e di bellezza come riuscita, rinviano entrambi al radicamento ontologico dell’opera d’arte. L’opera d’arte, in quanto istituente una nuove legge, sarà atto fondativo di un mondo, sempre da intercedersi, non come totalità del dato, ma come orizzonte di senso entro cui gli enti sono ordinati ed hanno significato: ed è proprio la legge istituita a garantire la legalità del nuovo mondo. La novità dell’opera diventa così l’originarietà di un nuovo mondo, che non ha nulla alle sue spalle perché è a partire da esso che si costituiscono tutte le relazioni, a cominciare da quelle linguistiche tra segno e significato.

    Se la legge è la struttura di legalità del nuovo mondo, l’opera d’arte che è conforme alla legge, rappresenta il primo ente di questo mondo: la relazione di conformità e di bellezza non è di esaurimento, ma di avvio di una generazione di enti che prenderanno senso dal mondo appena istituito.
    Quanto alla relazione tra opera e verità, con Heidegger Vattimo propone che l’opera d’arte sia la messa in opera della verità, ma non nel senso che essa manifesti o rispecchi la verità: se così fosse continueremmo ad “assumere la verità come conformità ad un dato che può garantire la validità della conoscenza e delle manifestazioni della verità proprio in quanto è dato una volta per tutte, stabilito, sottratto all’eventualita” (p.123). La verità va pensata, invece, come evento: “è l’aprirsi degli orizzonti storici entro cui gli enti vengono all’essere”; essa non è nulla al di fuori del suo accadere come prospettiva di mondo. Per cui l’opera d’arte mette in opera la verità, in quanto è nel mondo da essa fondato che la verità si mostra: il rapporto tra opera e verità non è quindi estrinseco, perché la verità non è se non il suo accadere secondo prospettive di mondo aperte.

    La verità potrebbe sembrare, in questa prospettiva, la semplice formalità legislativa e di mondo istituita dall’opera e la fedeltà ad essa: non bisogna però dimenticare il radicamento ontologico dell’opera d’arte, collocata, secondo una metafora heideggeriana, nel Riss (scissura) tra Welt (mondo) e Erde (terra). Il mondo è il sistema di orizzonte degli enti; la terra è “la riserva permenente di questi significati, la base ontologica del fatto che l’opera non si lascia esaurire da nessuna informazione”. (p.124). L’opera d’arte istituisce un mondo e, come tale, dà inizio alla storia delle sue inesauribili interpretazioni, delle sue abitazioni, secondo un senso che sarò chiarito tra poco: per rendere ragione di questa inesauribilità dobbiamo ammettendo che il mondo dell’opera si radichi nella terra, in uno sfondo ontologico che lo precede; ci si potrebbe a questo punto domandare: che cos’è questo sfondo ontologico, questa terra, se non quell’essere già dato, già posto, della vecchia tradizione metafisica? In realtà quello sfondo ontologico è “una riserva di significati”, la pura possibilità del loro essere esibiti in un mondo: in quello sfondo ontologico le cose non stanno, se non nella loro disposizionalità ad esser nel mondo, unico luogo in cui propriamente stanno. L’essere, conviene ribadirlo, non è la presenza posizionale del dato, visibile da diversi mondi-orizzonti, ma è solo i suoi mondi, orizzonti di illuminazione entro i quali gli enti ricevono l’essere; l’apertura di una nuova prospettiva di mondo, evento in cui consiste il fare artistico, non è un evento ontico, cioè di riprospettazione degli enti entro lo stesso mondo, ma è un evento dell’essere, segna una nuova epoca dell’essere».

  7. ubaldo de robertis

    “È singolare che sia proprio uno scienziato italiano a tentare una sintesi delle condizioni che hanno determinato le linee di forza (e di debolezza) dell’Italia odierna,” scrive Giorgio Linguaglossa. Lo fa Roberto Onofrio, studioso di grossa caratura, con un’attenzione che attesta l’amore per il proprio paese. E parte dalla Storia italiana il cui insegnamento deve avere come obiettivo primario la comprensione della società attuale. A scuola non sempre è inteso in tal modo. Onofrio avverte dentro di sé che la situazione sta seriamente precipitando, sa che nel campo scientifico gli enti di ricerca sono raramente capaci di progettare linee chiare di sviluppo e forse si guarda intorno, scruta nel campo umanistico. per capire a che punto è il dibattito. Altri studiosi sarebbero potuti partire dagli attuali episodi di corruzione pubblica per ri-salire a ritroso fino a Catone il Censore: “I ladri di beni pubblici passano la vita nelle ricchezze e negli onori.” Dunque le premesse alla presente crisi morale italiana sono così antiche? Credo anch’io che nel nostro sventurato paese le corporazioni intellettuali siano quasi tutte al servizio del potere politico-economico. E sospetto che il progressivo abbassamento del livello culturale, non avvenga per caso poiché è l’ignoranza che favorisce la manipolazione delle coscienze e il disimpegno. “Fortini,- scrive Roberta Cordisco,- invitava ad interrogarsi assiduamente su cosa si nasconda dietro la manipolazione dell’informazione, esortava a non accontentarsi di ricevere il sapere come un prodotto finito di cui non si conosca la provenienza.”
    Ho trovato infine assai interessante l’excursus che si è concesso Antonio Sagredo, poeta originalissimo e potente, e concordo con lui che è un vero peccato far scendere il buio proprio su uno dei precursori dell’Illuminismo: il Vanini, autentico campione del libero pensiero. Alla medesima età, o quasi, del Cristo, Il Vanini ha pagato le sue idee più del Bruno, ed è tutto dire, avendo subito, oltre al rogo finale, il taglio della lingua e lo strangolamento. Ubaldo de Robertis

  8. antonio sagredo

    se Ubaldo de Robertis vorrà inviarmi il suo e-mail, sarò ben lieto di inviare
    il mio poema su Vanini. ma se non vuole renderlo pubblico mi scriva al mio…

  9. Ubaldo de Robertis

    Gent.le Antonio Sagredo, non conosco il suo indirizzò di posta elettronica. Il mio e’ derobertisubaldo@gmail.com tenga conto che dovro’ assentarmi per una decina di giorni. La ringrazio.

  10. Ivan Pozzoni

    Mi accosto – da storico- al saggio di Onofrio con somma diffidenza, come Onofrio si accosterebbe ad un mio saggio sull’elettrodinamica quantistica. Resto soddisfatto, molto soddisfatto: aldilà della opportuna superficialità del discorso, dovuta all’urgenza d’essere stringati, ci trovo una visione storica molto vicina alla visione di un Geymonat, maestro del mio maestro di storiografia: con debita, e interessante, sostituzione della triade GGG (Giordano Bruno/Galileo/Gramsci) alla triade tradizionale Dante/Vico/Gentile. Se le conclusioni fossero integrate dalle teorie glocalistiche della Nuova Sociologia (Bauman, Sennett, Beck), sottoscriverei al 100%. Sì: molti mali dell’Italia sono radicati nella storia: dall’endemico confronto con l’efficienza spietata e ingombrante di Roma, alla subordinazione, interessata, alla Chiesa medioevale, dalla “vittoria” totale della Controriforma a una frammentazione invincibile del territorio, nata nel 1400/1500 e consolidatasi fino alla tardiva e raffazzonata unificazione di fine ‘Ottocento. La soluzione? Smettere di credere nella Lombardia, nell’Italia, nell’UE, nell’ONU, e riiniziare a credere nell’individuo, mai mal-inteso come monade. Non basterebbero centinaia di monografie. Complimenti a Roberto Onofrio, che, come Ubaldo De Robertis, appartiene ad una categoria di intelle(a)ttuali che non cessano di occuparsi di materie “umanistiche” (?!), essendo scienziati d’altissimo spessore culturale. Questo monito a non separare – crocianamente- area scientifica ed area umanistica, come sosteneva, inascoltato, Giovanni Vailati ad inizio ‘Novecento è fondamentale.

  11. Vorrei ringraziare il prof. Onofrio per il suo contributo, che trovo di estremo interesse e molto stimolante. L’autore definisce la sua visuale ‘un po’ anomala’ per il fatto che vive e lavora all’estero. Ma mi sembra che proprio questo elemento gli permetta di avere ‘la giusta distanza’ (secondo il titolo di un bellissimo film italiano di qualche anno fa) per ‘guardare’ alla situazione del nostro paese con maggior distacco e disincanto di quanto possa fare chi, come me, e come tanta parte di coloro che seguono questo blog, in Italia ci vive in modo continuativo.
    Mi colpisce molto (ma credo non dovrebbe) il profondo amore per l’Italia che traspare dalla sua analisi lucida, obiettiva e, pur tuttavia, amara. E’ vero, sembra destino che l’Italia riservi sconfitte e ‘grosse amarezze’ ai suoi figli migliori. E penso, oltre ai giganti del pensiero filosofico e scientifico da lui citati, anche a Falcone, a Borsellino, a Marco Biagi e a tutti coloro che negli ultimi trent’anni hanno dedicato la loro vita al fine di rendere il nostro un paese libero e giusto, in cui tutti potessero avere uguali opportunità, di pensiero, di vita, di dignità. Persone che i nostri governi hanno lasciato sole. E’ troppo facile, come scrive Onofrio, rendere gli onori (spesso falsi ed ipocriti, se non colpevoli) post-mortem.
    Altra cosa che mi colpisce molto è la questione del localismo. L’analisi dello scienziato sulle università mi trova pienamente concorde. Per come queste sono strutturate “manca il confronto tra idee diverse derivanti dalla presenza nella stessa sede di giovani provenienti da tutte le regioni”. I frutti migliori nascono, come le grandi civiltà, dall’incontro non solo tra opinioni diverse, ma fra ‘diversi’ in generale, fra esseri umani che hanno origini e storie differenti. Il ‘meticciato’ (o metissage, come dicono i sociologi e gli antropologi francesi) è una realtà che è sempre esistita e sempre esisterà, per fortuna. Ma a livello ideologico viene rifiutata e su quello pratico viene ostacolata in ogni modo (vedi la xenofobia, i fenomeni della Lega Nord e i suoi corrispettivi europei). Il localismo, in senso politico e amministrativo – con tutte le riforme fatte in questo senso e già citate – ma anche a livello ideologico, è un grande male dell’Italia. L’Italia non ha – già da un bel po’ ormai – una classe dirigente degna di questo nome. E chissà se ne vedrà crescere una nuova. Sono amareggiata da ciò che sta accadendo in Italia, dall’imbarbarimento civile e culturale, dal numero sempre maggiore dei poveri, degli italiani che non possono curarsi, che non possono mangiare nel modo corretto. Spesso penso che il mio futuro non sia più qui. Poi mi ritrovo a pensare “ma sono io a dover lasciare l’Italia, questo paese meraviglioso? O dovrebbero essere ‘loro’, chi ci ha ridotto così?”
    Sulla cultura (ma quanto sopra ‘è’ cultura) in senso stretto: dalla classe dirigente è stata dimenticata da decenni ormai. Cosa si può fare? Credo fermamente che quanti operano nel campo culturale debbano ritrovare un impegno civile forte ed unitario, sopra tutto. Ma non so se contro il potere dei Soldi avremo la meglio….
    Mi rendo conto che forse ho un po’ deviato dal discorso. Grazie a Roberto Onofrio per il suo intervento.
    Ne approfitto per augurare un 2015 il più possibile sereno agli amministratori del blog e a tutti coloro che lo animano con i loro interventi e contributi.

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