STRONCATURA DI UNA POESIA di Dante Maffìa con un commento di Giorgio Linguaglossa preceduto da una riflessione di Annalisa Andreoni

Giorgio Linguaglossa in-campagna 2013

Giorgio Linguaglossa in-campagna 2013 nella villa di Salvatore Martino, fuori Roma, foto di Pepito

 Ha scritto di recente Annalisa Andreoni: «il compito di un buon giornalista, anche quando scrive di cultura, rimane prima di tutto quello di informare il lettore in maniera intelligente ed equilibrata, e non quello di validare la bontà di quello che viene proposto. E neanche voglio riferirmi agli interventi, sempre più frequenti, di scrittori che parlano di altri scrittori, i quali spesso scrivono di quanto sono bravi i colleghi per dovere di scuderia. Ma chi fa professione di critico letterario svolge, o dovrebbe invece svolgere, un mestiere diverso.

Guardando alla situazione generale, è un dato di fatto che negli ultimi anni si siano avvicinate pericolosamente la pratica della promozione e la pratica della critica. Il circo Barnum dei premi letterari ha contribuito, forse più di ogni altra cosa, a questa commistione, reclutando tra le file dei giurati molti critici, che finiscono, chissà come, per premiare le scelte più sponsorizzate dalle case editrici. Ma anche lo svilimento della pratica del consulente editoriale, un tempo gloriosa, e la proliferazione delle agenzie letterarie giocano un ruolo non irrilevante. Ora, la promozione è una cosa importante e legittima, perché un libro è prima di tutto un prodotto, al quale hanno lavorato molte persone, il futuro delle quali dipende dalla sua buona riuscita. Se io su un giornale leggo invece un critico, voglio che sia capace di discernere quanto in un romanzo c’è di volontaristico, mal riuscito e velleitario. Mi aspetto che sia in grado di analizzare lo stile e la lingua di un autore, di individuare se vi sia o meno uno scarto rispetto alla comunicazione verbale quotidiana e di distinguere il lavoro profondo che uno scrittore vero fa sulla lingua dalla retorica un tanto al chilo; di capire quanto, nell’autofiction oggi praticata, sia sbrodolamento diaristico, e quanto nella trama ci sia di trito e già visto persino nelle telenovelas; mi aspetto, infine, che si prenda la responsabilità di valutare esteticamente l’oggetto di cui mi parla in quanto opera letteraria e di dirmi se vale la pena che io, lettore affamato di buona letteratura, lo legga oppure no.

Onto Linguaglossa triste

Giorgio Linguaglossa, 2011

 

Il critico militante dovrebbe tenere bene distinta la propria funzione da quella del sociologo della letteratura, al quale tocca studiare e spiegare anche tutto ciò che va sotto il nome di paraletteratura, inclusi i romanzi che una volta si chiamavano d’appendice. E’ il sociologo della letteratura che deve studiare perché si vendano centinaia di migliaia di copie di questi testi e dirci in che cosa sono rappresentativi della nostra contemporaneità. Il critico letterario, invece, non dovrebbe prendere sul serio tutto ciò che viene pubblicato, sulla base dell’assunto che la realtà è questa e che il suo compito è quello di interpretarla.

Se non tocca ai critici militanti dire che un romanzo è mediocre e non merita affatto di essere letto e studiato come si fa con la buona letteratura, a chi tocca? E non mi riferisco tanto alla pratica della stroncatura, in cui i critici si cimentano talora sui giornali con gli autori che non sopportano, quanto all’usanza, molto meno praticata, di tener alta l’asticella qualitativa con gli scrittori ai quali guardano con benevolenza. E’ innegabile che la letteratura, oggi, salvo poche voci note, soffra della mancanza di un tale ruolo».

(Annalisa Andreoni)

dante maffia

dante maffia

Una poesia di Dante Maffìa (candidato al Nobel per la letteratura dal Consiglio comunale di Roseto Capo Spulico)

Apro una pagina a caso della Antologia di Dante Maffìa La casa dei falconi. Poesie 1974-2014 puntoacapo, 2014 a pagina 143, e leggo la seguente composizione:

Sul precipizio delle cose: lezione ultima

  Il desiderio si arrende soltanto alla forma e la forma amata non sapremo mai da che cosa è determinata, forse dalle abitudini del succhiotto, forse dal roteare degli occhi mentre la madre allatta. Nella tettarella si concentrano vocali e consonanti e poi si dispiegano in azioni e pensieri che fanno le sorti del mondo. Il corpo viene chiuso nell’involucro degli stimoli primordiali. E se indugi nei riverberi ti accorgi che da ogni lato sfugge la consonanza e l’accordo per farsi improbabile dissenso inchiodandoti a un dopo di cui non sarai parte.

giorgio linguaglossa sul mare Ionio 2013

giorgio linguaglossa sul mare Ionio 2013

Commento di Giorgio Linguaglossa

Mi chiedo: «E la poesia?, a che punto sta la critica militante della poesia?». E mi rispondo: «In nessun luogo, la critica è come l’utopia, abita il non luogo dell’Utopia».

Ma come si fa, dico io, a scrivere in un italiano così sciatto, approssimativo, incongruo, maldestro, improvvisato che viola sistematicamente l’ossatura della lingua italiana: la sua sintassi. Come si sa, la sintassi è l’ossatura di una lingua, la legislazione interna che regge la lingua, su di essa si possono plasmare i muscoli e il sistema nervoso centrale e periferico, senza di essa, o violandola, è come voler edificare un castello con la sabbia. Ebbene, mi chiedo, come si fa a scrivere il primo enunciato:

«Il desiderio si arrende soltanto alla forma»

Che cosa vuole significare (comunicare) l’autore con questa frase?, che il «desiderio» si arresta dinanzi alla «forma»? Che la «forma» sconfigge il «desiderio?». E mi chiedo: che cosa vuole significare (comunicare) l’autore con questo misterioso enunciato?, qual è il significato, diciamo, filosofico, di un tale enunciato sibillino?. Mistero della fede. Ma passiamo alla seconda frase:

«e la forma amata non sapremo mai da che cosa è determinata»

Ma, mio caro Maffìa, questa è una filosofia spicciola che lei ci sta dando, dopo duemilaequattrocento anni di studi filosofici sulla «forma» lei ci dice che «non sapremo mai da che cosa è determinata». A parte la superficialità di un tale frasario, mi colpisce l’assoluta misconoscenza dei problemi estetici che lei ha Maffìa, intendo problemi della «forma», l’arroganza con la quale erige la sua ignoranza dei problemi estetici ad assioma imperativo che vuole coinvolgere anche il lettore, tutti i lettori, ma mi stupisce anche il candore con il quale viene esternata questa filosofia spicciola come monumento di saggezza popolareggiante (o meglio, di arroganza di chi ignora le problematiche filosofiche). Ma è la precarietà intellettuale della fraseologia che segue che mi lascia veramente allibito e mi turba:

«forse dalle abitudini del succhiotto, / forse dal roteare degli occhi mentre la madre allatta»

Se ho capito bene, le questioni di «forma» «forse» dipendono «dalle abitudini del succhiotto». Beh, non nascondo il mio stupore dinanzi ad una simile lallazione di tale formidabile fraseologia. Indubbiamente, che la «forma» dipendesse dal «succhiotto» erogato in tenerissima età, a tale vertice di pensiero non c’era arrivato nessun filosofo. Resto basito. Ma, queste paralogie (o meglio, questo pressappochismo del pensiero), in confronto a ciò che segue sono nulla. Ecco il versicolo seguente:

«Nella tettarella si concentrano vocali e consonanti»

Resto ulteriormente basito. Sono sconvolto. Dunque, se ho capito bene, i problemi del linguaggio poetico («vocali e consonanti») dipendono dalla «tettarella». Lascio ai lettori ogni commento, non aggiungo altro. Ma quel che segue è ancora più sconvolgente:

«e poi si dispiegano in azioni e pensieri / che fanno le sorti del mondo».

Se abbiamo capito bene dalla «tettarella» si dispiegano azioni e pensieri che «fanno» «le sorti del mondo». A questo punto chiedo l’aiuto dei lettori perché non riesco ad afferrare come dalle «tettarelle» possano dispiegarsi «azioni e pensieri che fanno le sorti del mondo». Si tratta indubbiamente di un pensiero filosofico di straordinario pressappochismo e supponenza espresso con una sintassi claudicante e approssimativa: sarebbero le «azioni e i pensieri» «che fanno» «le sorti del mondo». Mi fermo un momento, ho bisogno di riprendere fiato, non riesco a capire come una persona di 68 anni che ha insegnato nelle scuole pubbliche possa pensare di esprimersi con questi frasari acconciati alla bell’e meglio. Ma non è finita, la frase seguente mi lascia ancora più sbigottito:

«Il corpo viene chiuso nell’involucro degli stimoli primordiali»

E qui perdo definitivamente il bandolo della matassa: adesso è subentrato «il corpo» che se ne sta «chiuso nell’involucro degli stimoli primordiali». A parte l’efferatezza dell’idioletto con il quale l’autore si esprime, di una bruttezza strabiliante, non riesco neanche a comprendere che cosa voglia dire l’autore o a che cosa alluda. Questi frasari trasudano letture frettolose e superficiali, questo linguaggio è la spia di una irredimibile subalternità culturale dell’autore calabrese. Il linguaggio poetico è uno strumento sensibilissimo frutto di secolari stratificazioni che necessariamente rifugge dalle semplificazioni e dai barbarismi di chi è culturalmente un provinciale subalterno: il linguaggio ti scopre e ti rivela sempre per quello che scrivi, non c’è possibilità di sfuggire alla legislazione della Lingua, alla sua sorveglianza. Finché è in vigore, la Lingua esercita sempre la sua jurisdictio sui suoi sudditi.

La frase seguente è:

«E se indugi nei riverberi»

E che cosa significa?, annoto che è impossibile nella lingua italiana che un soggetto indugi nei «riverberi» (e poi, riverberi di che cosa?), vocabolo certamente errato e incongruo che la fretta e la superficialità dell’autore ha ficcato dentro la composizione per darle forse, a suo avviso, lustro o profondità, e che invece rivela il pressappochismo dei suoi strumenti linguistici.

La fraseologia che segue rischia il diapason del  drammatico:

«ti accorgi che da ogni lato sfugge la consonanza o l’accordo»

Veramente un monumento di non senso o di un pensiero inespresso e inesprimibile che non entra nelle scarse attitudini linguistiche dell’autore, prodotto di una violazione sistematica delle regole sintattiche e semantiche oltre che della logica. Chiedo aiuto ai lettori: che cosa vuole dire questa fraseologia malconcia?

Il finale però è un vero monumento al pressappochismo e alla faciloneria di chi proviene da una cultura subalterna:

 «per farsi improbabile dissenso / inchiodandoti a un dopo di cui non sarai parte».

 Così finisce questa drammatica composizione di fraseologie spurie e a-significanti. Non riesco a capire (sintatticamente) a chi si riferisca il lemma «dissenso» messo in relazione con quell’«inchiodandoti a un dopo», mi sfuggono sia il soggetto che l’oggetto di questa composizione, mi sfugge l’argomento che ha in mente l’autore, mi sfugge anche con chi e per che cosa l’estensore di queste fraseologie sta polemizzando. Quello che resta al lettore è un senso di disagio nei confronti dell’estensore di questa malconcia composizione, nei confronti della sua lingua pressappochista e improvvisata, avverto sulla pelle un senso di contaminazione per la bruttura, non tanto e non solo delle singole fraseologie, quanto dell’insieme, del tutto sgradevole, pasticciato, supponente e maldestro. Un vero circo Barnum di fraseologie mal messe in lingua italiana.

 Rammento che dopo aver dato alle stampe il suo penultimo libro di “poesia” di 700 pagine, il Maffìa mi diceva vantandosene che la sua “poesia” era come un battaglione di carri armati che avrebbe asfaltato la poesia italiana del Novecento. Io, che avevo letto in anteprima alcune sue “poesie”, gli dissi incautamente che forse «era necessario intervenire con le forbici e lasciare il materiale a dormire per un po’». Il Maffìa mi guardò dall’alto del suo soggolo poietico con manifesta commiserazione. Cinque mesi più tardi uscì un altro volume di poesie di 550 pagine. “Un altro battaglione di carri armati”, pensai. Nel frattempo adottai la decisione di interrompere qualsiasi rapporto con questa persona.

 (Giorgio Linguaglossa)

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43 commenti

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43 risposte a “STRONCATURA DI UNA POESIA di Dante Maffìa con un commento di Giorgio Linguaglossa preceduto da una riflessione di Annalisa Andreoni

  1. Il classico “se tu dai una cosa a me/io poi do una cosa a te” è prassi in Italia e non si tiene più distinta la qualità dal favore: è così in tutte le arti, è così nella politica, dove negli anni ’70 avevamo il più forte partito neofascista, il più forte partito comunista e il più forte partito confessionale di tutta l’Europa occidentale, in pochi decenni se ne sono persi i connotati, ma le facce sono sempre quelle. Non entro nel merito del giudizio molto tranchant che dai di questa poesia di Maffìa, anche se debbo dire che non assocerei l’attacco anche alla persona. Non credo sia necessariamente automatico che chi scrive una brutta poesia sia anche una brutta persona. il guaio vero lo sottolinei tu prima di “occuparti” del malcapitato Maffìa, campando di favori l’editoria muore e con essa la possibilità di diffondere buone lettere il cui unico canale diventa una sorta si samizdat. con stima di sempre ti auguro un bellissimo 2015, così come a questo bellissimo blog e a tutti gli “sbullonati” condomini che stimo profondamente

  2. A me sembra di capire che Dante Maffia si interroghi sulla propria decadenza (fisica, umana, sociale). Un viaggio personale ostacolato dal dovere di generalizzare, di dare universalità ai versi. Qui è proprio la forma che non lo sostiene: vietandosi lallazione e significanti s’ingabbia in versi descrittivi come “Il corpo viene chiuso/nell’involucro degli stimoli primordiali”, un po’ come incrociare le braccia e non voler proseguire. Tanto valeva fermarsi a “… che fanno le sorti del mondo”. Intendiamoci, il mio è il parere di un lettore e vale quel che vale, ma ho letto di lui cose assai migliori. Nella critica di Linguaglossa, malgrado l’animosità con cui demolisce il testo, leggo un segnale chiaro ( e coraggioso, da par suo), che in altri termini potrebbe essere interpretato amichevolmente.

  3. Ho apprezzata, benché molto feroce, la critica letterario-estetico-linguistico-sintattica di Giorgio Linguaglossa alla poesia in esame, ma condivido l’affermazione di Flavio Almerighi che giustamente tiene separati il giudizio sulle poesie da quello sull’uomo, che peraltro io non conosco nemmeno virtualmente.
    Quanto alla poesia, di un verso soltanto comprendo il senso, di cui però dovrei fornire un’ampia spiegazione musicale con esempi di compositori contemporanei («ti accorgi che da ogni lato sfugge la consonanza o l’accordo»).
    Buon Anno
    Giorgina BG

  4. Gabriele Fratini

    La poesia è un po’ insipida e noiosetta, ma su internet ho letto che era stimato da Palazzeschi Caproni Bellezza e Luzi quindi qualcosa di buono lo avrà fatto, magari molto tempo fa. Uno si può sbagliare ma non si possono sbagliare quattro big tutti insieme. O no? Non so, ditemi voi…

  5. giancarlo pedruzzi

    big? eccetto palazzeschi, perché futurista, gli altri, non ho mai creduto che fossero determinanti per l’evoluzione della poesia italiana… anzi: involuzione!

  6. Riguardo alla prefazione che Palazzeschi firmò al primo libro del Maffìa che allora era un ragazzo, non scrisse nient’altro che gli auguri per un futuro di poesia, non entrò nel merito delle singole poesie della raccolta, saggiamente evitò di scrivere il suo giudizio né ne tentò una analisi. E’ la tipica prefazioncella di un grande vecchio poeta verso un giovane ragazzo venuto dalla Calabria.

  7. Nel passato Dante Maffia compose alcune decenti poesie.
    I brutti versi che si leggono qui sono defunti senza un lumicino di poesia.

  8. Quanto è difficile scrive buone poesie. Quanto è ardua la strada dei versi, quanto sudore, studio, meditazione, ascolto di se stessi ci vuole per arrivare a siglare un verso pieno di saggezza, di tormento o rivelazione.

  9. giancarlo pedruzzi

    La riflessione è geniale come la scoperta dell’acqua calda!

  10. trascrivo un commento di Giulia Livi inviato alla mia email:

    «il linguaggio ti scopre e ti rivela sempre per quello che scrivi, non c’è possibilità di sfuggire alla legislazione della Lingua, alla sua sorveglianza. Finché è in vigore, la Lingua esercita sempre la sua jurisdictio sui suoi sudditi».

    Per caso mi sono imbattuta in queste sue.

    Banale dire che la penso anch’io così, ma vero. Siamo il recinto delle nostre parole, di quelle che diciamo e di quelle che, per fortuna nostra ed altrui, ci risparmiamo.

    Le parole sono fili cui m’appendo volentieri, ora la battuta facile sarebbe che mi ci potrei anche impiccare, ma ciò non si da perchè per me esse hanno potere salvifico, associate al loro silenzio.

    La stroncatura da cui ho tratto le sue parole mi hanno fatto ripensare quanto occorsomi giorni fà: una ex collega ormai in pensione mi ha inviato un suo libro di poesie appena pubblicato a sue spese; benchè il ricavato della vendita vada a borse di studio per studenti meritevoli, la sua lettura mi ha procurato un sapore dolciastro che mi si è attaccato al palato e non voleva saperne di andar via. L’opera ha un titolo che definire ambizioso è un eufemismo”Sinfonia della vita e del dolore”, niente meno…

    Elementare, sciatta , monotona, incolore la dizione, uno stupro dei sentimenti più cari, quelli che si sussurrano a se stessi, nel buio, quelli che si tengono in urne catacombali in cui fiondarsi quando la bufera dell’indifferenza impera.

    Invece, in pubblico. Coraggio, temerarietà, incoscienza, generosità? In fondo ha regalato il suo vissuto, mi son detta per attenuare il mio ghigno, ma poi non ho resistito alla ribellione: l’ha fatto in poesia ed essa, per me, merita rispetto, più della prosa.

    Non ho sonno e scrivere è per me esercizio di libertà, scusi se facendone uso ho perpetrato l’abuso del suo tempo, ma peggio per lei così la prossima volta impara, ad usare le parole giuste, quelle cioè che scoccano come frecce e raggiungono il bersaglio.

    Cordialmente, Giulia

  11. “…il linguaggio ti scopre e ti rivela sempre per quello che scrivi, non c’è possibilità di sfuggire alla legislazione della Lingua, alla sua sorveglianza. Finché è in vigore, la Lingua esercita sempre la suajurisdictio sui suoi sudditi.”
    Il metro di giudizio in uso, dove si dà grande importanza alla ricercatezza dei vocaboli, se da un lato obbliga l’autore a estenuanti fatiche allo scopo di ottenere un risultato accettabile, dall’altro lo espone al pericolo di mettere in secondo piano l’originalità del proprio talento. In poesia non si può essere tanto rigidi, e non posso credere che un poeta di lungo corso come Maffia non sia cosciente delle proprie scelte, che forse sono volutamente anti accademiche (che poi ci riesca sempre è un altro discorso). Ci sono autori che coprono la pochezza delle loro liriche ostentando ricchezza lessicale, e ho notato che questo può bastare per ottenere commenti lusinghieri e incoraggianti. Non è questione di alto o basso linguaggio, dico solo che il pericolo di creare uniformità c’è, ed è sempre presente a tutti i livelli.

  12. Caro Lucio Mayoor,
    capita a tutti i poeti, anche i più grandi, di scrivere poesie brutte o mal riuscite (dizione più esatta); ci sono stati grandi poeti che hanno scritto molti libri modesti o decisamente brutti, non è questo il punto, come dice Berardinelli, è sufficiente aver scritto 10 o 20 poesie di elevato livello estetico per essere dichiarato poeta. Nel caso di specie, il Maffìa non potendo “competere” sul piano del livello estetico con altri poeti, la butta sul piano della quantità: eroga libri di 700 e 550 pagine, in tal modo volendo dimostrare la sua grandezza o superiorità. La cosa ispirerebbe anche tenerezza, tanto è infantile ed ingenuo tale atteggiamento.
    Resta il fatto che la produzione complessiva del Maffìa (dagli anni Settanta ad oggi) rientra in un livello di medietà se non di mediocrità estetica. In quarant’anni ha tentato in tutti i modi la scalata ai vertici editoriali ed universitari, ma non gli è mai riuscita non solo per l’obiettiva modestia dei suoi libri, ma anche e soprattutto per i comportamenti di sottobosco che lui ha sempre intessuto, tentando di tessere una tela di ragno sia con i calabresi che con chiunque potesse rivelarsi utile ai suoi disegni di gloria. Gli scambi di favori, i do ut des, lo scambio dei premi letterari, i voti di scambio, i veti e le alleanze per fini, diciamo, letterari, alla lunga non portano a nulla (tranne rare eccezioni per chi fa capo all’alta borghesia, per chi abbia natali nobili e per chi abbia relazioni alto allocate..).
    Questi comportamenti, alla lunga, si rivelano deteriori, ti danneggiano. L’unica via, lo dico sempre ai più giovani, è unirsi e imparare da chi è migliore di te, non tentare le alleanze con gli inferiores o con i sodales, tutte vie che alla lunga finiscono per danneggiarti.

    • marconofrio1971

      Come ex direttore editoriale di EdiLet-Edilazio Letteraria, sono in grado di testimoniare la ricezione che il torrenziale Poema di Maffìa ha avuto presso i lettori avveduti. È evidente che l’opera vuole abbracciare la totalità delle cose non per distillazione o sublimazione di dettagli simbolici, ma per quantità e vastità di “presa” complessiva, aprendosi coscientemente anche ai grumi sporchi, alle “scorie” materiche e poetiche dell’esistenza. Ci sarebbero, di conseguenza, vertici notevoli e cadute vertiginose. Urli e sussurri. Slanci d’airone e capitomboli di anatroccolo. Lo stesso Maffìa, invitato ad agire di forbice, si è rifiutato – oltre che per la sottesa vanità di stupire l’uditorio, partorendo il volume “monstre” – per motivi di scelta estetica dettati dalla volontà di riassumersi (e tentare di racchiudere il mondo) in una sorta di nuova “summa” cosmica, di “umana commedia”. E’ un libro che va letto nel lievito della sua totalità, e dunque non si presta (nelle intenzioni compositive) ad essere centellinato, o notomizzato, nei singoli particolari. Detto questo, occorre aggiungere lo sconcerto che – sempre tra i lettori avveduti – hanno prodotto i fittizi apparati di corredo critico: la prefazione di Dante Alighieri (!) e le postfazioni di Ariosto, Borges, Campana, Canetti, Croce, Cvetaeva, Dickinson, Saffo, Eliot, Esenin, Goethe, Kavafis, Leopardi, Lorca, Montale, Petrarca, Rilke, Shakespeare, Tasso, Valéry, Villon. Un “parterre de roi” di spiriti sommi convenuti dall’oltretomba ad applaudire Maffìa, tessendone le lodi con lo stile uniforme e riconoscibile dello stesso, tranne Croce e Saffo che avanzano qualche riserva. E’ apparsa ai più come un’operazione di falsa autoironia, seriosa e tutt’altro che sardonica, nella misura in cui incapace di nascondere la voglia matta, da parte di Maffìa, di mettersi alla pari, o se possibile un tantino più in alto, degli autori (più o meno giganteschi) succitati. Altro risultato (ma ben altro impegno) avrebbe prodotto, ad esempio, la scrittura degli interventi critici secondo lo stile (per emulazione creativa) di ciascun autore scomodato. Chiedo però a Giorgio: se vuoi “difenderti” dall’accusa possibile, se non probabile, di stroncare la poesia di Maffìa per sopraggiunto livore personale, perché non spieghi il motivo che ti ha indotto a dedicargli centinaia di pagine critiche nel corso degli anni? Svista di critico militante? Ti si potrebbe obiettare che la verità è nel mezzo: né prima Maffìa era un genio, o uno dei maggiori (quale appariva dai tuoi saggi), né ora – pur mettendo in conto un trascolorare progressivo dell’ispirazione, sempre possibile in un autore che si misura con decine di libri – è diventato un demente analfabeta… Che cosa puoi dirci in proposito?

  13. giancarlo pedruzzi

    acqua calda era la riflessione del signor Panetta; non la riflessione dei POETI, da cui nascono… non ci voleva molto a capire….

  14. gentile Giancarlo Pedruzzi,

    la invito a motivare e spiegare in modo più esteso il suo pensiero, il blog è libero a tutte le interpretazioni e pareri, altrimenti si rischia di ingenerare equivoci e inutili distinguo…

  15. Vista la pausa, propongo una poesia del giovane Dario Bertini, non è arrabbiato, ama la birra.

    scrivo una poesia su una bellissima ragazza nuda,
    così quando la leggerai alle prime luci
    tu possa incominciare la giornata col sorriso
    (puoi uscire per strada a cercarla,
    salendo sul primo taxi)

    se una ragazza leggerà questi versi
    sarebbe bello diventassero amiche
    e passassero ore a fare shopping
    o a parlare al telefono;

    mettiamo allora che cominci
    a piovere, una leggera pioggia dei primi di settembre,
    gli occhi del lettore
    cercheranno rifugio dentro un bar
    o semplicemente apriranno gli ombrelli,
    osservando l’acqua che scivola accanto ai marciapiedi?

    Ancora non lo so;
    quello che so è che presto inizieranno
    le raffiche di mitra di decine di critici
    che insisteranno a dire che in realtà
    la ragazza del primo verso è brutta
    e la pioggia è solamente una perdita di tempo

    allora tutti i versi fuggiranno via dal foglio
    attraversando i campi e le città,
    saliranno sul primo treno –
    senza preoccuparsi del biglietto –
    molto felici di essere diretti
    in un posto chiamato

    vaffanculo

  16. Dario Bertini ha scritto una poesia integra, che corrisponde alle sue intenzioni, senza inutili perifrasi e senza escogitare soluzioni eccentriche, tranne l’ultima parola che mi sembra pleonastica e triviale, se la cancellasse o la sostituisse con una metafora o una immagine, la poesia migliorerebbe sensibilmente. Ma qui casca l’asino. Fare una poesia discorsiva è ancora relativamente facile, ma inserire nel punto giusto una immagine o una metafora è molto difficile. È precisamente in questo punto che di solito una poesia diventa difficile: trovare un correlativo oggettivo, una immagine… Il giovane Dario Bertini può migliorare e migliorerà se rinuncerà a questi facili effetti.

  17. caro Marco Onofrio,

    non ho difficoltà a fare pubblica ammenda per aver nel passato sopra valutato la poesia del Maffìa. Racconto i fatti. Fu nel 1992, quando andai a trovare a casa sua il critico Giacinto Spagnoetti, a Roma, questi mi caldeggiò il nome del Maffìa ed io per non scontentarlo scrissi qualche recensione dei suoi libri pur manifestando, in seguito, al critico romano le mie perplessità circa la tenuta estetica dei suoi primi libri: “Il leone non mangia l’erba” del 1974 (una sorta di lirica arretrata rispetto al livello della poesia italiana di quegli anni), “Passeggiate romane” del 1979 (una poesia turistica che passava in rassegna i monumenti di Roma) e “L’eredità infranta” del 1981 (sorta di palinodia della Calabria abbandonata e ricercata). Poesia di folklore più che altro di un provinciale del Sud che di Roma e della cultura italiana del suo tempo non riusciva a capire nulla. E questo dissi a Spagnoletti dopo aver letto i libri, ma lui insistette ed io ebbi la debolezza, lo ammetto, di essermi occupato di un autore di cui vedevo tutti i limiti.

    Non ho scritto «centinaia» di pagine sulla poesia del Maffìa come tu scrivi ma qualche recensione, e, se leggi bene nei miei scritti, tra le righe ho sempre preso le distanze da una poesia che consideravo (e considero) subalterna e mai all’altezza della più evoluta poesia italiana del tempo. Poi, le continue insistenze del Maffìa a recensire tutti i suoi libri di poesia (ne ha pubblicati quasi una ventina, a getto continuo), mi mettevano in imbarazzo e ogni tanto gli scrivevo qualche “pezzo” per non scontentarlo. Di questa mia umana debolezza faccio pubblica ammenda.

    I libri di poesia di Maffia di sufficiente resa estetica sono due: le plaquettes “Lo specchio della mente” del 2000 e le 14 poesie de “La biblioteca d’Alessandria” del 2003; in seguito, l’autore calabrese è andato in pendio declinante con una serie di libri che sarebbe giusto definire amatoriali e auto promozionali. Molto di frequente nei suoi libri si trovano delle palesi sciocchezze, inconseguenze sintattiche, cito ad esempio una composizione de “L’eredità infranta” in cui si mescolano goffi ripiegamenti pseudo lirici (Ho addosso storie fradice di pianto) e rivendicazioni pseudo sudiste:

    Sordo, continuo a litigare
    con la luna, coi governanti.
    Ma questa è la terra addirittura
    di speranze latitanti.

    Ho addosso
    storie fradice di pianto,
    cordoni di vedove bianche.
    Sono uno di tanti
    che predica,
    ma fatti niente.

    Eppure non dev’essere impossibile
    spostare in Calabria
    la Svizzera o la Germania.
    Mi prende la smania
    di proporre una guerra.

    fraseologie che oscillano tra impennate irrazionalistiche e meschine rivendicazioni personali.
    Insomma, quel pendio declinante inizia nel 2003 e finisce negli ultimi tomi di 700 e 550 del 2014, centinaia di pagine zeppe di sfoghi personali, recriminazioni, rivendicazioni, invettive contro vari personaggi che non lo hanno promosso o valorizzato come lui si aspettava, tutta una minutaglia di terriccio e di cacofonismi, di bruttismi lessicali che tra l’altro avevo già evidenziato nelle mie ultime due recensioni. Anzi, io lo avevo messo in guardia di «tagliare abbondantemente» il poema fluviale e consigliato almeno di sopprimere tutte quelle prefazioni e postfazioni lusinghiere di Alighieri, Tasso, Ariosto, Saffo etc. che lo avrebbero solo danneggiato. Ma non c’è stato verso, lui mi rispondeva che era il più grande poeta italiano del Novecento. E alla mia maldestra domanda: «E Montale?», mi rispondeva che «Montale non era un poeta» e altre sciocchezze del genere. Inoltre le sue composizioni sono zeppe di errori di sintassi, del che ne dedussi che aveva anche scarsa cognizione della lingua italiana.
    Che altro dire?, non vorrei essere troppo caustico, non ne vale neanche la pena.

    • Ivan Pozzoni

      Giorgio, se ti faccio contattare da Hyacinth Peanuts, uno dei maggiori critici americani, che certamente l’amico Alfredo conoscerà, ritroveresti la debolezza umana di scrivere anche a me milioni di recensioni o, almeno, un’Introduzione alla mia nuova raccolta? Sono anche io cacofonico, fingo errori di ortografia, ho una Prefazione di Marziale (autografa, su cippo) e schifo Carducci, Pascoli, Luzi ed Ungaretti. L’unico casino sarà convincere l’editore ad allegare il cippo in travertino alla raccolta. Però, lanciando un simile volume sul mercato, faremo un sacco di morti e feriti (ho il cippo di 1 kg). Fammi sapere! Buon anno a tutti

      • marconofrio1971

        Quindi, Ivan, unica copia deluxe con cippo autografo di travertino? oppure si fa l’edizione economica con cippo taroccato in plastica? 🙂 Come cippa vogliamo farlo questo libro? Ah ah ah Buon anno a te e a tutti!

  18. Pasquale Balestriere

    Mi soffermo un attimo sul testo poetico di Maffia sopra riportato(che ora non appare neppure più diviso in versi). A me non pare privo di significato e di logica, anche se in qualche punto è piuttosto oscuro. Se interpreto rettamente, qui Maffia fa riferimento a certe teorie psicologiche e psicoanalitiche, le quali riportano alcuni atteggiamenti e comportamenti adulti, apparentemente inspiegabili, all’influenza, anche a distanza di tempo, di pratiche, di abitudini o di traumi infantili. In questa ottica, secondo alcuni studiosi, potrebbero avere rilievo anche i cosiddetti “oggetti transizionali” (tra i quali, appunto, succhiotto e tettarella). Per farla breve, secondo questa teoria, molte azioni compiute da adulti troverebbero spiegazione in abitudini contratte o adottate dall’essere umano nella primissima infanzia o in eventi “forti” di quel periodo.
    Questo relativamente al significato. Sotto il profilo poetico poi questo testo di Maffia mi appare mediocre. E sono anche rimasto abbastanza deluso dopo la lunga, e a tratti faticosa lettura, del voluminoso “Io, poema totale della dissolvenza”, opera nella quale non mancano positività creative, trascinate però via da un fiume vorticoso e (volutamente?) lutulento che a me però pare abbia superato (e di molto) la prudenza di ogni letterario livello di guardia.
    Pasquale Balestriere

  19. caro Balestriere,
    le tue osservazioni sono acute e condivisibili, ma io non sono uno psicoanalista e in questa veste mi pongo come critico di letteratura, in tale veste non mi posso occupare dei “traumi infantili” e degli “oggetti transizionali” dell’autore in questione. Senz’altro in lui si rinvengono traumi infantili risalenti alla prima infanzia (tettarelle, succhiotto etc) ma io mi attengo alla resa estetica dei complessi infantili che tutti, più o meno, ci portiamo dentro dall’infanzia, sta di fatto che l’autore non ha saputo tradurre i vari complessi rintracciabili nella sua infanzia in “correlativi oggettivi” in metafore, in immagini, insomma, in tropi linguistici.
    Faccio presente inoltre che io non ho scelto le più brutte poesie dell’autore in questione ma li ho presi dalla Antologia appena pubblicata, Antologia che avrà avuto l’avallo dell’autore, credo, e quindi dovrebbero essere tra le cose migliori della sua produzione, se avessi voluto scegliere a mio gradimento le cose peggiori scritte dall’autore certamente ci sarebbe da disquisire. Il fatto che io abbia scelto i componimenti dalla Antologia è una riprova in più della indubbia medietà strutturale dell’autore.

    • Pasquale Balestriere

      Caro Linguaglossa,
      il critico fa il critico, lo sappiamo tutti. Ma vuoi tu che prima di agire in questa veste non debba capire, bene possibilmente, ciò intorno a cui si esprimerà? Ora permettimi di chiederti: riguardo a questo (e solo a questo) testo, hai tu fatto tutte le operazioni giuste per cercare di penetrarne il senso? La mia sensazione è che tu non l’abbia fatto. Anzi, in questo commento (che a me appare meno efficace rispetto ad altri) noto un preoccupante fervore, o almeno una non piena serenità.
      Vedi -te lo dico con chiarezza- io ho stima di te come critico e spesso ammiro la tua sagacia esegetica e le tue intuizioni veramente illuminanti. Ma la tua bravura non ti pone al riparo da eventuali sviste o errori né ti garantisce di non prendere mai qualche cantonata. Mi è ben noto che il critico non debba avere necessariamente conoscenze psicologiche, anche se tu però sai che per qualche periodo nella storia della critica ha avuto largo spazio e grande rilievo (anche eccessivi, a mio parere) la cosiddetta critica psicanalitica. Ma mi è altrettanto noto che chi svolge un’operazione critica ha -sempre- il dovere di scandagliare e capire in modo approfondito prima di esprimersi. Sto dicendo che non puoi impunemente dire “ma io non sono uno psicoanalista e in questa veste mi pongo come critico di letteratura” per giustificare da un lato l’abdicazione a una magari faticosa comprensione del significato del testo e per rivendicare dall’altro la tua condizione di critico letterario quasi scissa dalla corretta interpretazione del brano stesso su cui s’esercita e s’esprime il discorso critico. Cioè, ragionando in generale, io penso che se sfugge il significato vero e profondo di una poesia, non ci sia alcuna possibilità di disquisire di “correlativi oggettivi”, “metafore”, “immagini” e “tropi linguistici”.
      Pasquale Balestriere

  20. In ordine all’atto critico così come io lo intendo pongo una equivalenza di valori tra il rispetto e l’atto critico. Cito da Hanna Harendt “Vita activa. La condizione umana” trad it. pag. 179:

    «… l’equivalente dell’amore, nella sua sfera strettamente circoscritta, è il rispetto nella più vasta sfera degli affari umani. Il rispetto, non dissimile dalla “philia politike” di Aristotele, è una specie di ‘amicizia’ senza intimità e senza vicinanza; è un riguardo per la persona dalla distanza che lo spazio del mondo mette tra noi, e questo riguardo è indipendente dalle qualità che possiamo ammirare o dalle realizzazioni che possiamo stimare. Così, la scomparsa moderna del rispetto, o piuttosto la convinzione che il rispetto sia dovuto solo dove si produca ammirazione o stima, costituisce un chiaro sintomo della crescente spersonalizzazione della vita pubblica e sociale. Il rispetto, ad ogni modo, poiché concerne solo la persona, è sufficiente a suscitare il perdono di ciò che una persona fa, per riguardo alla persona. Ma il fatto che lo stesso ‘chi’, rivelato nell’azione e nel discorso rimanga anche oggetto del perdono, è la più profonda ragione per cui nessuno può perdonare se stesso; qui, come generalmente nell’azione e nel discorso, dipendiamo dagli altri, ai quali apparteniamo in un aspetto distinto che noi stessi siamo incapaci di percepire. Chiusi entro noi stessi, non riusciremmo mai a perdonarci alcuna mancanza o trasgressione perché privi dell’esperienza della persona per amore della quale si può perdonare».

  21. maria teresa ciammaruconi

    Come sempre sono in ritardo: oggi 19 gennaio mi viene in mente di rispondere alle note di Giorgio Linguaglossa riguardo ad alcuni versi di Dante Maffìa ( forse perché ci siamo per caso incontrati qualche sera fa) . Debbo dire che anch’io ho espresso molte riserve sulle ultime raccolte di Dante, mi riservo di farlo a quattr’occhi, o anche in sede pubblica. Ma non sono qua per discutere di Maffìa, quanto piuttosto del metodo critico con cui Linguaglossa procede.
    Da un’intera raccolta estrapola alcuni versi decontestualizzandoli, quindi opera una vivisezione ostentando un rigore critico filosoficamente informato. Ma ecco che i quesiti logico filosofici a cui sottopone quei pochi versi (certamente non tra i più felici) si alternano all’espressione di una palpitante emotività: il critico è turbato, si stupisce, resta basito, si sconvolge, si ferma per riprendere fiato, sbigottisce…
    Espedienti retorici, mi dico, abilità dialettica, ma scarsamente coerente con il procedere abituale di Linguaglossa, come di qualunque critico che si rispetti.
    Allora mi vado a riprendere APPUNTI CRITICI, la poesia italiana del tardo Novecento del 2000 nell’Edizioni Scettro del re, collana diretta da Maffìa e Reina. Constato che le pagine dedicate a Maffìa sono più numerose di quelle dedicate a Betocchi, a Montale, a Ungaretti, a Zanzotto.
    So che Linguaglossa ha già fatto pubblica ammenda dell’antica amicizia col poeta calabrese e sono pronta a leggere osservazioni critiche d’occasione, quelle formule passe par tout che vanno bene per tutti (in questo i critici quando vogliono possono dare lezione ai politici). A pag.131 apprendo che Dante Maffia con Lo specchio della mente segna “un punto d’arrivo e di svolta della poesia contemporanea italiana” affermazione che il critico dichiara di fare con “grande onestà intellettuale” e già a pag. 46 aveva scritto che si tratta di “un poeta dotato di una sua personalissima cifra stilistica. Nutrito di una gigantesca cognizione culturale della poesia moderna, Maffìa opera una sterzata in direzione di una lirica purissima che raccoglie e convoglia in una cifra inimitabile….”.
    Ripenso alle molte presentazioni dei libri di Maffìa costantemente illuminate dall’acume critico di Linguaglossa. Non voglio parlare dei momenti conviviali e familiari perché in questa sede non contano.
    Ma oggi apprendo dalle recenti ri-flessioni di Linguaglossa che Maffìa ignora le norme più elementari della grammatica italiana e ricorre ad una sintassi approssimativa e claudicante. A parte il fatto che la correttezza sintattica deve spesso deporre le armi davanti al flusso mitopoetico, come dice Eliot citato dallo stesso Linguaglossa a pag.47(” quando nasce una poesia è accaduta una cosa nuova che non può essere spiegata da qualsivoglia cosa avvenuta prima”, sintassi compresa, aggiungo io), dopo di che mi chiedo che valore abbia tutto il lavoro critico di Linguaglossa, che pure ho avuto modo di stimare, non per la debolezza umana di cui egli stesso si fa carico, ma per l’incoerenza critica e metodologica. Certo, non voglio neanche cadere nel suo stesso errore di metodo , ossia giudicare l’enorme mole di lavoro svolta in tanti anni mettendo sotto la lente di ingrandimento un solo episodio della sua ventura di critico.
    Caro Giorgio, confesso anch’io che talora per amicizia esprimo pareri forzati, è uno dei motivi per cui ho rinunciato a dedicarmi alla critica: so di non avere abbastanza fegato per mantenere la coerenza. Ma approfittare della ventennale confidenza degli amici, dell’intimità che ci hanno concesso, del loro essersi denudati con fiducia davanti a noi per poi rinfacciarne con livore le debolezze è un’azione che mi fa paura.
    I pentiti che parlano dopo essere stati complici espatriano sotto falso nome perché nessuno li ama.
    Con poca stima e nessun affetto
    Maria Teresa Ciammaruconi

    • marconofrio1971

      … ma dov’è l’incoerenza di Linguaglossa? I citati APPUNTI CRITICI risalgono al 2000, e tuttora Linguaglossa ammette senza problemi che la poesia di Maffìa ha avuto in passato picchi di valore, in particolare con “Lo specchio della mente” (1999), “La biblioteca di Alessandria” (2003) e “Al macero dell’invisibile” (2006). Linguaglossa in realtà sta dicendo oggi, nel 2015, che la RECENTE produzione poetica dell’autore calabrese mostra crepe di cedimento compositivo (cosa su cui Maria Teresa Ciammaruconi, peraltro, sembra concordare), non che le opere di un tempo, diversamente da come scritto, sono deboli e meritevoli di revisione critica negativa. Linguaglossa, insomma, non sta prendendo le distanze dalle opere a suo tempo apprezzate, ma da quelle su cui ancora non si era pronunciato, come le “Poesie torinesi” (2011), tra cui la composizione analizzata al microscopio. Nessuna apostasia pregiudiziale, dunque. E’ scorretto usare ciò che Linguaglossa ha scritto nel 2000 per demolire un suo rilievo critico di 15 anni dopo. A meno che non ci sia un movente di acredine personale, o quantomeno di antipatia, come la conclusione del commento di Maria Teresa Ciammaruconi (“con poca stima e nessun affetto”) potrebbe far presupporre.

  22. gentile Mariateresa Ciammaruconi,
    tu scrivi che «Linguaglossa ha già fatto pubblica ammenda dell’antica amicizia con Mafìa»; ti sbagli, se leggi bene la mia frase, ho scritto che «faccio pubblica ammenda» della sopravvalutazione della poesia del poeta calabrese che ho fatto in alcuni scritti critici precedenti. La critica letteraria deve essere tenuta distinta dai rapporti personali con gli autori, fossero pure rapporti di amicizia (o intimi). Questo è uno dei miei principi dal quale non ho intenzione alcuna di derogare, e infatti l’ho ammesso con onestà: la poesia dell’autore calabrese è stata, nel passato, da me sopravvalutata e un critico onesto deve ammettere dinanzi alla pubblica opinione i propri errori di valutazione, errori dovuti ad una mia generosità verso la poesia in genere, errori che fanno parte della natura stessa della critica militante.

    Tu parli di un mio «livore» verso la persona dell’autore e mi definisci con una terminologia giuridico penale: «pentito», io mi limito a rivendicare la mia onestà intellettuale e il diritto di un critico militante a rivedere e a correggere i suoi precedenti giudizi (magari risalenti a 10 o 20 anni prima in un diverso contesto storico letterario). Con lo scorrere del tempo cambia anche la prospettiva con cui leggiamo le cose del nostro passato, ed è del tutto naturale che cambino anche le valutazioni e i criteri interpretativi della poesia (contemporanea e del passato remoto). Soltanto gli ottusi e gli idioti non cambiano mai opinione qualunque cosa accada.

    Comprendo anche che la tua lunga amicizia intima con l’autore calabrese ti spinga ad una difesa d’ufficio di una poesia di cui tu stessa scrivi: «Debbo dire che anch’io ho espresso molte riserve sulle ultime raccolte di Dante, mi riservo di farlo a quattr’occhi, o anche in sede pubblica». Non vedo perché tu neghi a me il diritto di esprimere le mie riserve su una poesia e nello stesso tempo ti ripari dietro il tuo diritto di esprimere «in privato» le analoghe riserve che non hai il coraggio di esprimere «in pubblico». Ma lo capisco (anche se non giustifico queste distinzioni bizantine tra pubblico e privato), per via del tuo trentennale legame di affetto che hai nutrito verso l’autore in argomento e per il fatto che entrambi siete calabresi. E si sa che tra calabresi c’è sempre una sorta di mutua alleanza, diciamo così. Io invece non sono calabrese e non ho nulla da spartire con la carta geografica, non leggo i testi a partire dalla loro carta geografica, questo è un compito che lascio volentieri ad altri.

    Tu scrivi: «I pentiti che parlano dopo essere stati complici espatriano sotto falso nome perché nessuno li ama».
    Cara Mariateresa, la terminologia giuridico penale che impieghi nel definirmi “pentito” è la spia della tua appartenenza alla Calabria e a una mentalità, lasciamelo dire, mafiosa, secondo la quale chi prende le distanze da una propria precedente valutazione estetica di un testo di letteratura viene definito “pentito” alla stessa stregua dei delitti operati da appartenenti a clan malavitosi mafiosi. Ebbene, questo tipo di mentalità “calabrese” mi è del tutto estraneo; e lo dico con la massima chiarezza: non faccio parte di nessuna accolita di persone di nessuna area geografica del nostro paese, questo lo ribadisco per i lettori del blog e non valuto i testi a partire dalla loro provenienza geografica.

    Quanto alla «incoerenza critica e metodologica» di cui mi accusi, mi rimetto alla opinione dei lettori dei miei scritti critici.
    Quanto alla tua ultima accusa che mi rivolgi di aver scelto con nequizia una poesia particolarmente infelice dell’autore in argomento, ti ricordo che ho scelto una poesia dalla “Antologia” delle poesie pubblicata pochi giorni or sono da puntoacapo, Antologia che, presumo, riunisca il meglio della sua produzione poetica e che, sempre presumo, abbia avuto l’avallo dell’autore.

  23. Gentile Linguaglossa, dissento profondamente da alcune sue affermazioni, ritenendomi profondamente offeso da queste sue dichiarazioni: ” E si sa che tra calabresi c’è sempre una sorta di mutua alleanza, diciamo così”.
    Questa sua velata affermazione “razzista” e di parte, tradisce in realtà un suo problema geografico, profondo, che forse nasce dal suo personale rapporto con persone appartenenti a una determinata regione d’Italia. Lei, con queste affermazioni fa di tutta un’erba il fascio. E sebbene affermi che non legge i testi a partire dall’area geografica di appartenenza, Lei afferma, tra le righe il contrario. E non è diversa, questa sua affermazione da quella di Ciammaruconi, deprecabile, quando afferma, in modo velatamente minaccioso, che “I pentiti che parlano dopo essere stati complici espatriano sotto falso nome perché nessuno li ama.” Dissento profondamente da questa espressione come dalle Sue di seguito riportate nella risposta a proposito di calabresi e di ‘ndangheta o genericamente “mafia”.
    Non difendo nessuno in particolar modo, non me ne frega un c… dei Suoi problemi con l’autore preso di mira (cecchininaggio critico lo definirei, il regalo di natale), sono distante da tutta questa querelle personale, ma da calabrese impegnato contro ogni generalizzazione, l’accostamento a mafie regionali o planetarie che siano (la mia famiglia ha pagato col sangue la lotta contro le mafie e IO ne scrivo ampiamente, come Lei sa benissimo) dico che Lei ha dimostrato, in questa risposta, un livore personalistico che non Le rende onore.
    Prova ne è il fatto che molti dei commentatori del blog abbiano ricevuto alla vigilia del suo post del 29 dicembre 2014, una mail che la preannunciava. Tutti tranne me che, essendo uno assiduo commentatore (vedi report annuale, 4° posto) non ho ricevuto avviso del cecchinaggio. Perché? Visto che di solito ricevo comunicazioni circa gli inserimenti dei suoi versi in diversi blog specialistici?
    La risposta? La abbozzerò strada facendo, non si preoccupi, da lupo quale sono.
    Lei si definisce un critico militante, Lei sfoggia onestà a manca e a dritta, ma noi non crediamo all’onestà di nessuno. Si è onesti, forse, con se stessi, quando si poggia la testa sul cuscino, la sera, prima di addormentarsi, sempre se si è fatti un lavoro profondo su se stessi. Difficilmente si onesti con gli altri, né, e soprattutto, si è onesti quando si scrive. Lei queste cose Le sa benissimo, immagino, visto che le predica.
    Ripeto, non mi interessa minimamente la sua questione aperta con alcuni autori, uno in particolari modo, sono cose più grandi di me e non mi appartengono (so, in merito, più di quello che dovrei sapere), ma chieda scusa ai calabresi, alla Calabria, agli autori e risolva le sue questioni geografiche distinguendo, da militante qual si professa, il buono e il cattivo che appartengono ad ogni luogo del mondo. Poi potrà benissimo ignorarmi (il peccato o meglio la fatwa di cui lei è vittima si ripete) o cecchinarmi, come ambiguamente ha già fatto, ed io, di rimando ho già provveduto a pubblicare a mio discarico (Salumida). Io da buon calabrese, faccio mia una pertinente affermazione regionale: “mindifuttu”. ( E non la usi a sua carico).
    Chieda scusa ai calabresi e alla Calabria.

    GP

  24. gentile Giuseppe Panetta,
    io ho parlato di “mutua alleanza” riferendomi al circolo degli “amici” di Dante Maffìa e non ai calabresi presi nel loro insieme. In linea generale, purtroppo, che la Calabria sia la regione d’Italia a più alta densità mafiosa e clientelare non è certo una mia scoperta, sono i fatti storici a certificare questa mia affermazione; sarebbe bene che tutti i calabresi prendessero atto di questa realtà e reagissero ad una situazione sociale e politica che penalizza fortemente lo sviluppo civile e democratico di quella Regione. Certo, lungi da me di fare di tutta l’erba un fascio, so che ci sono cittadini e poeti calabresi che non appartengono a nessuna mafia o “mutua alleanza” ma di solito costoro sono gli espatriati o gli intellettuali che hanno avuto il coraggio di denunciare pubblicamente una condizione storica e culturale che penalizza la Calabria e il Sud in generale.

    Certo, detto questo, quello che io stigmatizzo nel Maffìa non è solo la sua medietà letteraria ma anche e soprattutto i suoi comportamenti letterari che corrispondono ad una mentalità che ho definito di “mutua alleanza”. Cito solo due fatti storici verificabili.

    Detto questo veniamo ai fatti storici. Io non ho nessuna questione personale nei confronti dell’autore calabrese in argomento, ma certo non posso esimermi dal citare il fatto storico che un Consiglio Comunale di un paesino di 1800 abitanti (Roseto Capo Spulico) abbia adottato una delibera per candidare il Dante Maffìa al Premio Nobel per la letteratura. Atto oltre che ridicolo, di nessuna rilevanza letteraria, e lo vorrei ribadire, che contraddistingue una sudditanza e una cointeressenza del “sistema politico” locale alla cultura della “mutua alleanza” in vigore in Calabria.

    Vorrei citare anche che degli “amici” di Dante Maffìa hanno costituito, due anni fa, un Comitato per il Nobel che, oltre che ridicolo e paesano, rappresenta un fatto storico che rientra in quella cultura della “mutua alleanza” in vigore tra certi (per fortuna non tutti) cittadini calabresi. Comitato che ovviamente non ha alcuna rilevanza per l’Accademia svedese.

    Cito qui di seguito alcune regole stabilite dall’Accademia di Svezia che disciplinano il conferimento del Premio Nobel per la letteratura:

    «I regolamenti e le clausole dello Statuto della Fondazione “Alfred Nobel” sono queste:
    Le persone che hanno il diritto a proporre un poeta, oppure uno scrittore, al Nobel sono:

    1) L’Accademia dei Lincei
    2) L’Unione degli Scrittori Italiani
    3) I Pen Club
    4) Il Nobel in carico (p.s. Dario Fo)
    5) Gli Italianisti (i docenti di Letteratura Italiana, singoli docenti oppure in gruppo di docenti), in Italia e all’estero.
    6) I comparatisti (i docenti di Letteratura Comparata, singoli docenti oppure in gruppo di docenti), in Italia e all’estero
    7) I critici letterari prestigiosi, come nel caso tuo e dei tuoi colleghi italiani e stranieri.

    I primi quattro possono rendere pubblici i loro candidati e le loro proposte, mentre gli ‘Italianisti’, i’ Comparatisti’ e i ‘Critici letterari’, non devono far sapere assolutamente a nessuno le loro poste all’Accademia di Stoccolma, quindi i loro candidati devono rimanere, per ‘legge’ segreti.
    Ogni altra interferenza presso l’Accademia del Nobel, sarebbe considerata un’ ingerenza fastidiosa per i membri della giuria del Nobel, che avrebbero fatto escludere una volta per sempre i candidati del genere.»

    Cito anche, a riprova di quanto sto dicendo, la conduzione personalistica del Premio di poesia Roberto Farina, dove la giuria, a stragrande maggioranza calabrese, segue pedissequamente le statuizioni del calabrese Dante Maffìa, ragion per cui l’autore citato ha sempre in mano la maggioranza dei voti per teleguidare i medesimi verso il candidato che coincide con i suoi interessi pseudo letterari. Faccio presente che letterati onesti come Gino Rago, Marco Onofrio e il sottoscritto, preso atto di questa conduzione personalistica e clientelare, abbiamo tentato di reagire a questa conduzione, diciamo così, clientelare e siamo stati cacciati dalla giuria del premio.
    Mi fermo qui.

  25. Boh, Giorgio, non ci capisco niente e mi arrendo. Sono cose più grandi di me.
    A mio modestissimo parere c’è un poeta italiano, non residente in Italia, che meriterebbe una candidatura al Nobel: Alfredo De Palchi.

    Ho letto!!!

    Lunga vita a De Palchi.

    GP

  26. caro Giuseppe Panetta,
    per il lunghissimo itinerario poetico iniziato nel 1947 nella cella del penitenziario di Procida dove Alfredo De Palchi, ingiustamente detenuto con un’accusa infamante rivelatasi poi del tutto infondata, scriveva le sue poesie incidendole nell’intonaco, ad oggi, De Palchi è l’unico poeta italiano che meriterebbe di essere candidato al Nobel. Mi piacerebbe che gli fosse aggiudicato il premio con questa motivazione: «La sua poesia è sempre stata integra e indipendente dai lacci e lacciuoli che da sempre intorbidano il suolo del bel Paese, non ha mai fatto parte di fazioni o di apparati, è stata sempre lontana dalle piccole beghe e dai silenzi opportunistici che da sempre allignano nel Paese chiamato Italia e ha rivelato un percorso del tutto originale».

    • Caro Giorgio, motivazione perfetta. Aggiungerei solo “poesia brulicante di vita e di esperienza viva.”

      Se leggo bene al punto sette i critici letterari prestigiosi hanno la possibilità di proporre un poeta al Nobel. Bene, allora mi auguro che qualcosa si muova tra i critici di rilievo.

  27. antonella zagaroli

    Ecco una scelta giusta da fare! E non lo scrivo né per amicizia né per consorteria o affiliazioni di ogni tipo.
    Lo scrissi a lui leggendo la sua opera completa nel 2009, opera che avevo ricevuto da Bertoldo. Ero saltata sulla sdraio (era estate).
    Non sapevo nemmeno che avrebbe chiesto di leggere i miei testi e poi deciso di pubblicarmi, se mi si vuole credere.
    Alfredo De Palchi meriterebbe il Nobel sia per la motivazione di Giorgio sia per l’aggiunta di Panetta.

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