POESIE INEDITE di Giuseppina Di Leo con La topografia delle nostre abitudini; Islands in the stream SUL TEMA DELL’ISOLA DELL’UTOPIA

Sergio Michilini, L'ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela

Sergio Michilini, L’ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginariodi Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Giuseppina Di Leo. Nasco a Bisceglie (Bt) nel 1959, sono laureata in Lettere; frutto della mia tesi di laurea (2003) è il saggio bio-bibliografico su Pompeo Sarnelli (1649-1730), dal titolo: Pompeo Sarnelli: tra edificazione religiosa e letteratura (2007). Ho pubblicato i seguenti libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Mie poesie, un racconto e interventi di critica letteraria sono ospitati su libri e riviste (Proa Italia, Poeti e Poesia, Limina Mentis Editore, Incroci), nonché su blog e siti dedicati alla poesia. Dieci sue poesia sono state pubblicate nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016, pp. 352 € 16)

l'isola dell'utopia

l’isola dell’utopia

A proposito di Utopia

Nel mondo vivono infiniti altri mondi, tutti carichi e intrisi di soggettività. Alle volte l’unione tra le parti è una chimera (come nel caso in cui si sprofonda nello sfruttamento dell’uomo da parte di un altro uomo, e come nel caso delle guerre fratricide – e tutte le guerre hanno questa caratteristica malvagia in comune); altre volte far convergere i punti di dissidio è il tentativo esperito nato dal bisogno di sanare la frattura che ci portiamo dentro dal nostro “essere gettati” nel mondo. Ma, quando la percezione dell’abbandono si fa chiara, ecco che comprendiamo la ricchezza contenuta in noi stessi e così anche la ricchezza e la bellezza di ciò che ci circonda. Sarebbe ideale vivere fraternamente. Con le proprie idee così diverse (religiose, politiche), poter insegnare ai più piccoli che la diversità è un dono di cui aver sempre bisogno, il pane e il sale della civile convivenza e perciò anche della vita. Da questo nostro minuscolo vivere troveremmo l’agognata immortalità. Dalla mia attenzione al mondo, mediata dalla necessità di esso, nasce questo mio bisogno di poesia.

(Giuseppina Di Leo)

giuseppina di leo

giuseppina di leo

*

Un enorme gatto grigio, se ne stava seduto
immobile nell’atrio mentre la pioggia lo bagnava
sembrava non sentire lo schiocco delle gocce
cadergli addosso. Strana scena, pensai
ed immaginai me stessa nella pioggia
così provocante il cielo a una mia reazione
immediata di autodifesa. Ma il gatto sembrava
non avvertisse e l’acqua lo inzuppava.
Forse provava piacere. Forse su quell’essere
la pioggia aveva
lo stesso effetto portato dal sole sulle foglie.

(20 febbraio 2011 / 15 dic. 2014)
*

Se non fosse per la scelta del colore
(il giallo dei colza al posto del bianco,
supponiamo, delle margherite)
Guy de Maupassant tratteggia
la campagna francese
come una bandiera patriottica
nel viaggio delle ospiti
della casa Tellier
da Fécamp a Virville.

Va bene il blu dei fiordalisi
per la prima comunione della nipotina
e il rosso dei papaveri
con l’immagine di Madame. Maupassant
descrive tipi piuttosto che personaggi
natura morta dai colori marci
rutilante anche nel moralismo:
gli aspetti psicologici sono la sua bravura.

Come nel passaggio in cui la bambina
si ritrova a trascorrere la vigilia
della sua prima comunione
in compagnia di Rose,
anch’ella, come l’altra,
incapace di dormire. E Maupassant:
«E fino all’alba la comunicanda poggiò la fronte sul petto nudo della prostituta».

(17 ott. 011 – 26 ag. 014)

*

giuseppina di leo

giuseppina di leo

Islands in the stream*

Un cielo pesante sfrangia i tufi
sui muri delle case richiami del vento
pioggia in anse aperte, più spesso
punti di maggiore incontro con l’azzurro.

Se mancasse questo inverno
ne avvertirei l’assenza. Forse
non oggi, se tanto spegne dentro
la crudezza dell’addio.

Seduto intorno il cielo pesante del nord.
Tu, intanto, aspetterai
un altro inverno per avere nostalgia?

Solo spigoli i rosai delle pietre
combacianti il cielo, l’azzurro che ferisce
islands in the stream
conflitto della lontananza. Aspetteremo
nell’immenso spalancato fondo di un paesaggio
un altro inverno per sentire noi
aderente l’azzurro più vicino.

(20 sett. 012 / 17 dic. 014)

*Islands in the stream= Espressione coniata da Wordsworth in The Prelude (1805), per indicare i ricordi, individuati come isole non spazzate via dal flusso del tempo.
*

Come nella più antica delle rappresentazioni
il re e la regina siederanno in trono
accanto i ministri saccenti, gli osservanti
dell’ordine discreto
del minuto di silenzio
per le vittime delle stragi
per quelle della malavita
per i comandanti in armi.
Con tenacia
la distanza da loro ci separerà.

(19.aprile.2013 / 25.ott.013)

giuseppina di leo

giuseppina di leo

 

Il figlio di Crono ti donò il sonno di Zefiro

e il sonno ti portò il sogno del ritorno
e tu vedesti gli uomini lavorare i campi
le donne nelle arti affaccendate
e le vecchie agli usci silenziose ad aspettare.

Sul mare il vento dondolava il sogno
si apriva la strada
in nove giornate
seguendo un fine (a te, ignaro)
di nove anni.

Ma ti tormentava l’impazienza del giorno
il suo tafano ti pungeva.

Furono gli uomini della tua nave i pensieri
d’un tratto passarono dal letto alla stanza
e quando si squarciò l’otre
di colpo, dai mille cavalli in fuga
la furia ti sconvolse la ragione.

(18 ott. 2014)

Giuseppina di leo

Giuseppina di leo

La topografia delle nostre abitudini

*
Parto con il tenente Giovanni Drogo
lui diretto alla fortezza Bastiani.
Il mio viaggio finisce in un giorno.
Alla stazione un altro lui
mi chiedeva: «Ma dove vai?».
Simbolicamente.

*
E così, Giovanni Drogo rifiuta
la proposta del medico
di spacciarsi per malato di cuore,
non gli va, e su due piedi decide di rimanere.
Per quale ragione? Per la forza dell’abitudine.
L’abitudine è la vera fortezza Bastiani
soggiogati, si fatica non poco ad allontanarsene:
«Drogo ha deciso di rimanere.».

*
Tracciamo insieme le linee della città
che non amiamo, ma che non lasceremo mai
ed ecco la topografia delle nostre abitudini
di noi che da trent’anni
professiamo di amarci, stanchi nel dirlo.

*
«Scendo per un caffè.»

*
La loro unione poteva essere definita perfetta
in tutti i suoi aspetti; mai una sbavatura
mai un momento di noia
mai un litigio; in sintesi: mai niente
di tutte le questioni, sebbene minuscole,
che lacerano e logorano il rapporto a due:
una unione invidiabile, di quelle che
con gli estimatori, fanno parlare
anche gli invidiosi.

*
Le nostre ombre sporcano il paesaggio
da questo punto in poi si vedono i declivi
alzarsi nell’inverno delle nuvole.
Severo il cielo è come questa notte
che non passa.

(28.10.013)

*

«Quel medesimo sole illumina contemporaneamente
gli squallidi lavatoi e certe praterie lontane».
È sottile inquietudine, del tutto nuova filtra
nella fortezza Bastiani, uno stato d’animo,
avvertito con sorpresa in sé da Drogo.
Certo, c’è già stato
l’omicidio “regolare” del povero Lazzari,
troppo ingenuo per capire che non poteva permettersi
di correre dietro alla sua fantasia: non avrebbe dovuto.
Ma lui voleva solo accertarsi che il cavallino nero
visto per i campi non fosse il suo, roba di un momento
niente di più: a cosa gli serviva conoscere la parola d’ordine?
e perché mai avrebbe dovuto scomodare gli altri
e informarli per un’uscita della durata di un attimo?

Con il mio telefonino scarico, ora che sono in viaggio,
percepisco il senso di liberazione del giovane Lazzari
il cavallino nero mette alla prova anche le tentazioni.

Per questo egli si era allontanato, all’insaputa di tutti,
ignaro che, così facendo,
stava per divenire ignaro e sconosciuto persino di sé stesso.

Ben gli sta, dice a suo modo Matti a proposito del tiro perfetto,
centrato alla fronte dal “Moretto”, il bravo Martelli,
nonostante quell’altro lo avesse invocato: «Moretto,
come, non mi riconosci? sono io, sono Lazzari».
Tutto inutile, che fosse proprio lui, Lazzari, e non
un nemico qualsiasi, a Moretto non gli poteva bastare.

*

Drogo ha avuto già il sogno premonitore:
il tenente Angustina morirà subito dopo.
La primavera alla fortezza Bastiani corre
come una novità mai vista. Così il maggiore Drogo
abbandona la fortezza e se ne torna a casa.
In «serpa alla carrozza erano due soldati,
il cocchiere e l’attendente» . Drogo, dunque,
lascia la fortezza nell’ora in cui c’è da affrontare
lo straniero. Ma non se ne va per suo volere.
La malattia smette di essere un’alternativa
la consapevolezza del nostro vivere invita a diffidare
si affaccia tra le false illusioni, come nel sogno
il palazzo signorile con gli spiriti fata invitanti.
E di poi il saluto al capitano
incontrato nell’arrivo s’incrocerà,
al suo posto, a un rifiuto eclatante: Drogo
va via senza aspettare il comandante
Simeoni, e con lui sconfesserà tutto intero
il valore delle armi nel finale.

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26 commenti

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26 risposte a “POESIE INEDITE di Giuseppina Di Leo con La topografia delle nostre abitudini; Islands in the stream SUL TEMA DELL’ISOLA DELL’UTOPIA

  1. Non c’è scontatezza nelle poesie di Giuseppina Di Leo, bisogna leggerla più volte e saperla leggere, l’ho trovata piena non soltanto di citazioni colte e di stile (è innegabile che l’autrice sappia davvero SCRIVERE), ma del dolore e della gioia inestricabili del visto e del vissuto.

  2. Quando una democrazia si trasforma in oligarchia, quando le oligarchie si trasformano in lobbies separate e collegate in un sistema di potere e di dominio (il dominio dei flussi del capitale pubblico che si estende a pioggia su tutti i settori delle lobbies), quando una democrazia si trasforma nel falso diritto di tutti di pronunciarsi su tutto in un mare di parole che nuotano nei media, ecco, io credo che in queste condizioni la poesia si trova coartata ad abbandonare il flusso delle parole maggioritarie per tentare di trovare delle parole “esterne”, “indirette”, “periferiche”, non riconoscibili, un quasi linguaggio della carboneria che è costretto a parlare per apologhi per parabole e per similitudini. È questo il procedimento di Giuseppina Di Leo quando scrive poesie sul maggiore Drogo noto protagonista de “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati; adotta una storia allegorica per illuminare la situazione del nostro presente, parla per interposta persona e per interposte storie. È una poesia altamente politica questa della Di Leo:

    Come nella più antica delle rappresentazioni
    il re e la regina siederanno in trono
    accanto i ministri saccenti, gli osservanti
    dell’ordine discreto
    del minuto di silenzio
    per le vittime delle stragi
    per quelle della malavita
    per i comandanti in armi.
    Con tenacia
    la distanza da loro ci separerà.

    Ma è una poesia che sembra parlare di “altro”, di cose che ci sembrano lontane dal nostro vissuto e dal nostro quotidiano, e invece è vero il contrario: sono cose che ci parlano da vicino per renderci più vicini gli uni agli altri.

  3. “per renderci più vicini gli uni agli altri”
    Pregevole commento il tuo, gentile Giorgio.
    Ma forse io “sì dentro impetrai” che non sento proprio e nemmeno percepisco come miraggio questa vicinanza gli uni agli altri. E’ una questione personale, evidentemente.
    Giorgina

  4. Giuseppina Di Leo

    Cara Giorgina, voglio innanzitutto ringraziarla per aver letto le mie poesie.
    Mi dispiace molto che il mio precedente commento (sull’altro post) abbia scatenato il malinteso, posso dirle soltanto che non mettevo minimamente in discussione la sua preparazione, che anzi apprezzo molto.
    Se sono stata improvvida nel citare l’autore, me ne scuso. Ma credo che questo mio ‘vizio’ riviene dall’aver prestato servizio in biblioteca, ed è come dire congenito.

    Caro Giorgio, trovo importante il tuo porre l’accento sull’altro perché individui esattamente il senso della mia ricerca. Ti ringrazio molto per questo spazio.

    Caro Flavio, mi fai quasi arrossire per i complimenti: grazie.

  5. Occorre leggere più e più volte queste poesie di Giuseppina Di Leo, perché la loro contestura sintattico-semantica lo richiede, è come se l’autrice si difendesse da un eccesso di sollecitazioni erigendo un “muro” difensivo: «conflitto della lontananza» lo chiama l’autrice che si pone con il binocolo rovesciato, così può vedere lontane le cose vicine e viceversa. E questo è una tecnica che pochissimi poeti utilizzano perché difficilissima. Un esempio:

    Furono gli uomini della tua nave i pensieri
    d’un tratto passarono dal letto alla stanza
    e quando si squarciò l’otre
    di colpo, dai mille cavalli in fuga
    la furia ti sconvolse la ragione.

    È uno dei passaggi più belli e inquietanti perché i singoli elementi attanti non sono legati in nulla tra di loro (gli uomini della nave, i pensieri, il letto, la stanza etc.), è come se si verificassero una serie di cortocircuiti immaginativi e ne divampasse un incendio che non è un incendio semantico ma un rinforzo che ogni immagine dà alla seguente e alla precedente. La Di Leo ha qui raggiunto uno dei punti più alti, a mio avviso, della recente poesia italiana.E dice sempre e soltanto l’essenziale nel modo più semplice e diretto senza inutili ricercatezze balistiche o vezzi semantici.

  6. antonio sagredo

    Esplicite sono le fonti a cui attingono le poesie qui proposte (credo similmente per altre che non conosco – se questa è la tendenza della poetessa). Versi che scorrono lineari, non perturbati da alcunché come p.e. da una ardita metafora – tra l’altro scarseggiano, ma questo non è privazione che mi disturba, se mai qualche metafora è debolissima, come “come una bandiera patriottica” ), con delle sbavature che mi dispiacciono come quel “combacianti” e “supponiamo” e “si fatica non poco ad allontanarsene” (queste parole fatico molto ad accettarle come parte di un verso!). Una smorfia mia per quei due avverbi “simbolicamente” e “contemporaneamente” e per l’inutile “sole” che “illumina”. Ma il commento poetico sui personaggi del Deserto… è ben costruito, poi che accenna la poetessa a intrattenerci con un tentativo epico degli eventi di quel libro. Riguardo al paesaggio islandese percepito bene interiormente dall’autrice tanto che costruisce un verso che m’aggrada :“Tu, intanto, aspetterai/un altro inverno per avere nostalgia?”, che dal saccheggiatore incorreggibile ch’io sono potrebbe servirmi. Versi chiari (e la loro semplicità è un’arte a me ignota) tanto che forse li potrei considerare pedagogici per chi s’appresta a tentativi di far poesia (cosa che sconsiglio a chi non sopporta questa condanna!). Una possanza all’interno di ogni verso non avrebbe guastato l’impianto; p.e. avrebbe favorito una epica, e dunque un canto più vigoroso, là dove commenta testi altrui. Inoltre plaudo a quella foto a colori … il volto bello e intenso della poetessa mi coinvolge, da quel salentino che sono, ad innamorarmene.
    a. s.

  7. Valerio Gaio Pedini

    scusate la mia assenza, ma ero convalescente. sono tornato giusto per Giuseppina XD. Nulla da ridire (l’attenzione a volte mi si piantava di più sulle immagine della Giovane Giuseppina,non che adesso sia vecchia, con una certa meraviglia). Chiaro che queste composizioni più che altre di Giuseppina mostrano un volto ricco e non semplice. Sottolineo Volto.

  8. comprendo l’eccezione sollevata da Antonio Sagredo circa l’impiego degli avverbi ma non la condivido, Sagredo legge la poesia altrui avendo in mente la propria, e così facendo esprime il proprio gusto ma non riesce a fare critica di un testo, a me invece quei “combacianti” e “supponiamo” e “si fatica non poco ad allontanarsene”, non dispiacciono affatto, sono consustanziali alla posizione di poetica della Di Leo, corrispondono alla sua idea di poesia che è quella di puntare ad un abbassamento del linguaggio (in tal senso l’uso degli avverbi e i numerosi inserti prosastici) piuttosto che ad un innalzamento verticistico come nella poesia di Sagredo. Insomma, a mio avviso invece Giuseppina attinge in questi testi ottimi risultati.

  9. Sintesi più che analisi. E mi pare che i versi di Giuseppina arrivino alla sintesi. Con uno stile secco, alla Maupassant, ma ricco di rimandi.
    Giuseppina rende attuale il letterario, lo trascina nel suo mondo, nel nostro, nel presente:
    “Con il mio telefonino scarico, ora che sono in viaggio,
    percepisco il senso di liberazione del giovane Lazzari
    il cavallino nero mette alla prova anche le tentazioni.”

    Non è un’operazione facile contestualizzare. A Giuseppina, invece, riesce bene rapportare il testo problematico al contesto in cui è stato generato, aggiungendo elementi prossemici:
    “Scendo per un caffè”

    Anche io ammaliato dalla foto a colori, come pure dalla sua gentilezza che percepisco virtualmente in questi mesi di conoscenza, e mi ritrovo in questi suoi versi, personalmente:
    “Tracciamo insieme le linee della città
    che non amiamo, ma che non lasceremo mai
    ed ecco la topografia delle nostre abitudini
    di noi che da trent’anni
    professiamo di amarci, stanchi nel dirlo.”

    GP

    • Ivan Pozzoni

      Per una volta, taccio. Giuseppina sa come considero la sua arte, e mi basta. Ogni diversa manifestazione di gradimento verso Giuseppina, sarebbe fuori luogo. Ritengo recisamente Carla De Angelis e Giuseppina Di Leo due vere artiste, ahimé, troppo sottovalutate nell’orizzonte culturale italiano: a me hanno fatto crescere e maturare moltissimo, con i loro testi, con i loro consigli, con il loro supporto. Non nascondo che Giuseppina e Carla abbiano fatto, al femminile, ciò che Giorgio Linguaglossa ha fatto e sta facendo, al maschile. Ogni mia altra manifestazione di gradimento verso Giuseppina, Carla e Giorgio sarebbe scontata e superflua. Ringrazio Giuseppina, Carla e Giorgio.

  10. Giuseppina Di Leo

    Ringrazio Giuseppe per aver posto l’accento sulla sintesi e su quello della ‘immersione’ nel testo, al punto che diventa quasi emblematico scindere tra letteratura e vita. In effetti nel mio Con l’inchiostro rosso vi è una sezione intitolata “Vita e romanzo”. Quello tuo, Giuseppe è uno sguardo sempre molto attento, capace di definire in pochi tratti ciò che persino per me è difficile dire.

    Al caro Ivan posso dire: ne abbiamo già parlato…

    Un ringraziamento particolare lo rivolgo al poeta Gino Rago, per la sua squisita cortesia manifestata con una email.

  11. Pasquale Balestriere

    Quello che più mi colpisce in questi testi è il dato di fondo di una sensibilità vibratile e quasi pudica che spesso accenna più che dire apertamente; la quale poi è la stessa che organizza l’universo creativo di Giuseppina in una pluralità di manifestazioni poetiche che resistono alla lettura, ossia che sono anche più convincenti in seconda e terza lettura. Ciò significa che siamo di fronte a poesia piena, di struttura.
    Per il resto condivido quanto scritto da Flavio Almerighi, Giuseppe Panetta e Giorgio Linguaglossa; il quale ultimo, nella sua ampia e articolata analisi, mi pare che non abbia sbagliato proprio nulla.
    Pasquale Balestriere

    • Giuseppina Di Leo

      Caro Giuseppe, ho sempre pensato che la poesia debba indicare senza mai svelare del tutto, e tu e Giorgio avete colto benissimo questo aspetto. Ma riesci, come hanno fatto tutti gli altri, a dirmi qualcosa in più, un arricchimento di cui terrò conto. Grazie.

  12. cara Giuseppina,

    il segreto della poesia è dire sempre e soltanto l’essenziale senza dover nascondere mai nulla ma saltando tutto ciò che è superfluo. Quello che un lettore magari avverte come nascondimento, non è nascondimento perché UN POETA DI VALORE NON NASCONDE MAI NULA AL LETTORE, la poesia non è come il gioco delle tre carte, non mira a nascondere alcunché ma intende rivelare ciò che è nascosto alla nostra vista. Ecco perché tutti i poeti “pedagogici” come li chiama Sagredo (ma non mi sembra che tu ne faccia parte) sono i poeti che ritengono di avere la lezioncina già appresa da ammannire ai lettori. Tra i poeti pedagogici, ad esempio, io ci metto un Giovanni Giudici con la sua “Vita in versi” che trovo praticamente illeggibile, Tu sei tutto tranne che “pedagogica”, la semplicità della dizione non è mai pedagogica ma rivoluzionaria. Non posso che augurarti per l’anno nuovo di seguitare su questa strada.

    • Giuseppina Di Leo

      Caro Giorgio, sì certo, non si tratta di nascondere e difatti ho usato il termine ‘indicare’. Detesto la ‘poesia confessione’, il poeta non può né deve assolvere, né tantomeno condannare. Sono quindi perfettamente d’accordo con te che il principio ‘pedagogico’ è assolutamente detestabile.

      • Pasquale Balestriere

        Caro Giorgio Linguaglossa,
        se in quest’ultimo tuo intervento intendi parlare “a nuora perché suocera intenda”, ti faccio presente che l’espressione da me usata riguardo alla poesia di Giuseppina (“sensibilità vibratile e quasi pudica che spesso accenna più che dire apertamente”) è riferibile anche a quella che per me è la migliore poesia italiana del Novecento, quella di alcuni poeti che (come pur sostieni si debba fare) dicono al lettore l’essenziale e lo fanno come piace a loro (per fortuna), senza particolari attenzioni a un eventuale “ésprit de clarté” o, di converso, a un’allusività più o meno suggestiva. E ciò che intendo per “resistenza alla lettura” è la costanza (o addirittura l’incremento) di valore di un testo poetico a ripetute letture: pregio che difetta a tanta pseudopoesia odierna.
        Tanto per amore di chiarezza, se eventualmente il mio dire non fosse stato solare. E, nel caso io avessi preso un abbaglio, chiedo preventivamente scusa.
        Pasquale Balestriere

        • Gentile Pasquale,
          io ho capito benissimo e condivido ogni tua affermazione sulla poesia.
          Colgo l’occasione per porgerti i miei migliori auguri di Buone Festività.
          Giorgina

        • Giuseppina Di Leo

          Caro Pasquale, il tuo commento, che mi onora molto, è chiaro in ogni sua parte. L’ulteriore commento di Giorgio – ma lui stesso sono certa che risponderà – era in merito al verbo (indicare) da me utilizzato. Giorgio Linguaglossa è sempre molto esplicito – mannaggia ai malintesi!
          Un caro saluto, con gli Auguri di Buone Feste a tutte e tutti gli ospiti del blog.

          • ubaldo de robertis

            Mi sembra una poesia pienamente riuscita che si misura su temi importanti. Può accadere di scambiarla per prosa, ma non è così. Il verso c’è e fluisce con un suo passo fermo ed elegante, con una sintassi essenziale, senza costruzioni troppo complesse. Parola poetica e contenuto convergono in maniera esemplare. Una poesia alta, molto interessante per me visto che la mia scrittura, nella quale la Di Leo ha saputo cogliere “un forte potere evocativo e l’attenzione rivolta al senso di precarietà delle cose”, io direi alla realtà naturale, segue un altro percorso. Ad ogni modo il mio accostamento alla poesia lirica è un avvicinamento circospetto. Abituato per formazione al pensiero razionale lascio spesso che esso si scontri e che soccomba, talvolta, con quello estatico, istintivo, immediato. Complimenti Di Leo. Ubaldo de Robertis

            • Giuseppina Di Leo

              Gentilissimo Ubaldo De Robertis, le devo confessare che anch’io, in alcuni momenti, ‘casco’, se è lecito dire, nel verso lirico, perché se ne ha bisogno. La capisco perfettamente, in più lei, da uomo di scienza qual è, intuisce molto bene lo scarto esistente che c’è tra il necessario e il soverchio, o tra il sublime e il non utile. Grazie per le sue parole, e per questa sua sensibilità.
              Giuseppina

  13. Caro Pasquale Balestriere,
    condivido la tua convinzione secondo cui una poesia deve essere letta più volte e anche a distanza di tempo per averne cognizione. Infatti, ho letto e riletto più volte la poesia di Giuseppina di Leo come anche quella di Claudio Damiani, e mi sono accorto che ad ogni lettura il mio gradimento di lettore aumentava, ciò è certamente un segno dell’incontro tra un testo e un lettore ma anche un segnale di gradimento da parte di un lettore. È un esercizio che io faccio di frequente: spesso prendo in mano un autore del secolo scorso e lo rileggo; se regge ad ogni mia ulteriore lettura protratta nel tempo, vuol dire che quell’autore è valido, che quella poesia mi parla ancora, se invece ogni successiva lettura me lo indebolisce, anche questo è un segnale valido, che ha un suo significato, vuol dire che non parla più alle generazioni successive o alla mia personale sensibilità (che cambia nel tempo)… e portavo l’esempio della poesia di Giovanni Giudici per dire che ad ogni lettura la mia adesione con quel tipo di poesia diminuisce, che non mi comunica nulla di veramente importante o di essenziale… Ma potrebbe anche accadere che tra 20 anni, rileggendo quella poesia, si ripristini il corto circuito estetico. Chissà.

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