POESIE SCELTE di Czesław Miłosz (1911-2004)  (1911 – 2004) tradotte da Paolo Statuti “Campo de Fiori” e altre del primo periodo SUL TEMA POESIE SUI LUOGHI con un commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

 Czesław Miłosz  (Szetejne 1911 – Cracovia 2004)figlio di Aleksander Miłosz, ingegnere civile e di Weronica (nata Kuna), figlio di un fratello del bisnonno del grande poeta lituano di lingua francese  Oscar Vladislas de Lubicz Milosz.

A Šeteniai, oggi in Lituania, ma allora facente parte dell’Impero russo, Czesław Miłosz frequenta le scuole superiori e l’università a Vilnius, oggi in Lituania ma allora in Polonia. Cofondatore del gruppo letterario “Zagary”, fa il suo debutto nel 1930 con due volumi di poesia. Lavora per la radio polacca e continua il proprio percorso creativo seguendo con attenzione i fatti che affliggeranno la Polonia, stretta tra le rivendicazioni di Germania e Russia. Passa la maggior parte della guerra a Varsavia lavorando per la stampa underground.

Dopo la guerra, diventa addetto culturale all’ambasciata polacca a Washington e successivamente a Parigi, nel 1951 Fortemente critico rispetto alla condotta governativa e al clima culturale imposto da un’élite politica e intellettuale formatasi a Mosca, non esita a manifestare il proprio scetticismo sulle prospettive del socialismo reale. In seguito alla rottura con il partito comunista, chiede asilo politico in Francia , per trasferirsi successivamente negli Stati Uniti. A contatto con il clima culturale fervente di Berkeley, in California, dove insegna letteratura polacca, continua la propria opera poetica dedicandosi parallelamente all’attività di traduzione, cruciale per la diffusione della poesia polacca in ambito anglo-americano e successivamente europeo.

Nel 1980  gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura con la motivazione:

(EN)
« Who with uncompromising clear-sightedness voices man’s exposed condition in a world of severe conflicts. »
(IT)
« A chi, con voce lungimirante e senza compromessi, ha esposto la condizione dell’uomo in un mondo di duri conflitti. »
(Motivazione del premio Nobel per la letteratura)
Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

Nello stesso anno, gli operai di Solidarnosc trascrivono brani di una sua poesia ai piedi del monumento dedicato ai lavoratori uccisi dalla polizia di partito durante gli scioperi di contestazione.

In ambito saggistico, Czesław Miłosz contribuisce al dibattito sulla possibilità di intraprendere il lavoro culturale in quanto azione politica e sociale, allineandosi alle tematiche dell’ambiente intellettuale francese dei primi anni cinquanta e fornendone, tuttavia, una chiave di lettura distinta e originale. Ne La mente prigioniera (1953), testo che unisce la riflessione saggistica a tecniche romanzesche, Czesław Miłosz affronta il complesso rapporto tra letteratura e società nell’ambito delle democrazie popolari satelliti del mondo sovietico. Demistificando esplicitamente ogni idealizzazione del socialismo reale, evoca e analizza tanto l’adesione quanto la dissociazione degli intellettuali al sistema (il Murti-Bing) consolidatosi in Polonia nel dopoguerra. In aperto contrasto con la lettura ideologizzata dell’intellettuale dissidente diffusasi nell’ambiente europeo filo-comunista, Czesław Miłosz ritrae la condizione divisa dell’individuo all’interno di un regime totalitario, attribuendone la libertà di pensiero e parola ad una pratica eretica (il ketman) basata sulla dissimulazione, sulla perfetta comprensione e conversione dei meccanismi censorii in cui vive. Fonte di aspre polemiche fin dall’uscita, il saggio-romanzo offre una prospettiva critica inedita sulla libertà umana, e una chiave di lettura preziosa al registro antifrastico che domina la produzione del poeta, come mostra il mondo evocato nel noto componimento Fanciullo d’Europa.

In un dialogo sulla letteratura con Josif Brodskij, realizzato nel 1989 e pubblicato nel 2001  sulla rivista Zeszyty Literackie, parlando degli scrittori che l’hanno influenzato, Czesław Miłosz scrive:

Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

« E poi l’influenza, una forte influenza del mio cugino francese Oscar Milosz. Aveva scritto in maniera stupefacente il suo primo trattato metafisico nel 1916, conoscendo lo sviluppo delle teorie di Einstein (…) se non sbaglio pubblicate nella sua prima versione proprio in quello stesso anno. Lui credeva che la teoria della relatività aprisse le porte di una nuova era di armonia tra la scienza, la religione e l’arte. Per il semplice motivo che il mondo newtoniano è per principio contrario all’immaginazione, all’arte, alla religione. Io perciò seguii quella traccia e constatai con stupore che erano idee prossime a William Blake, che, anche se ovviamente non poteva sapere nulla della relatività, aveva fatto nascere le proprie teorie nella fisica. E anche Goethe, in una sorta di ribellione istintiva contro la via intrapresa dalla scienza ottocentesca (…) Una questione fondamentale è che per Newton lo spazio era stabile e obbiettivo, invece per la fisica contemporanea e anche per Oscar Milosz, una cosa simile non può esistere perché tutto è un unicum di moto, materia, tempo e spazio.»
Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Quando ancora l’Europa era divisa da una pesante cortina di ferro e due civiltà si fronteggiavano con immensi eserciti ed armi nucleari, in un’epoca, che oggi ci sembra lontana, in cui l’intelligentsia europea, tranne pochissime eccezioni, non intravedeva tutto l’orrore e la irrazionalità della dittatura staliniana, Czeslaw Milosz seppe riconoscere per tempo la scaturigine profonda del Male ed abbandonò la sua patria per l’esilio prima in Europa e poi negli Stati Uniti. Si dirà che l’esilio è in fondo il destino ultimo dell’uomo del Novecento e che il problema politico dell’Occidente è piuttosto la mancanza di autenticità che non l’esilio politico. Ma non è così, per Milosz l’abbandono della sua Polonia non significò l’abbandono della patria, né tanto meno l’abbandono della sua madre lingua, anzi, fu durante gli anni dell’esilio che Milosz scrisse le poesie forse più belle del Novecento. Nato in una terra di confine, la Lituania, il poeta polacco si trovò costretto a combattere una battaglia che lo sovrastava per grandezza e per entità delle masse umane chiamate allo scontro.

Brodskij ha scritto che ci sono dei momenti in cui una civiltà ha bisogno dei suoi uomini della periferia per ritrovare se stessa, ha bisogno degli uomini del limen, e Milosz fu uno di questi, fu un uomo impegnato lungo una lontana frontiera, convinto che la Storia e il destino richiedevano da lui un atto inequivocabile e pienamente riconoscibile che fornisse un esempio ed un monito. Già questa doppia appartenenza a due popoli della frontiera dovette fortificare in lui la fiducia che ciò che confligge con l’umanesimo della civiltà europea non può che perire e dissolversi. Come il suo grande maestro, il russo Osip Mandel’stam (nato in Polonia e vissuto in Russia), del quale Milosz si dichiarò più volte allievo, il poeta polacco fu il vero tutore della civiltà europea proprio nel momento in cui, dopo la follia nazista, un altro pericolo incombeva all’orizzonte: il dispotismo comunista. Attraverso Mandel’stam, Milosz ritorna a Dante, costruisce il suo verso e la sua metrica sul calco dell’endecasillabo, convinto che il linguaggio della poesia europea sia il vero depositario di quella civiltà, il suo sperimentare le forme della Tradizione è un tutt’uno con l’esigenza di una espressione universale, che parli a tutte le genti dell’Europa, in una lingua traducibile presso tutte le lingue europee. Convinto che la poesia europea debba divenire la casa comune di tutte le intelligenze libere dell’Europa, Milosz scrive in forme armoniose e cristalline dove la barbarie non potrà mai penetrare, né l’intolleranza o la sopraffazione. E’ avvenuto così che le poesie di Milosz siano – per noi europei della frontiera a Sud di Eurolandia – state scritte anche per noi e ci riguardano da vicino per il contributo agli errori della storia europea che anche l’Italia ha dato.

Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

Forse soltanto la nazione polacca ha richiesto tanto alla poesia: essere all’altezza del suo Tempo, reggere l’urto della Storia, essere una bandiera di libertà e di indipendenza. Per un dispetto della storia, tutto un popolo riconobbe i propri poeti, insieme a Milosz, la Szymborska, Herbert ed altre grandi personalità che hanno saputo rappresentare il proprio tempo.
Milosz è stato un europeo integrale, convinto che anche la Russia fosse parte integrante dello spirito europeo e parte essenziale della storia della civiltà europea, egli è stato anche il rappresentante di quello spirito cristiano che nelle sue tre principali confessioni (cattolica, protestante, ortodossa) ha costituito lo zoccolo ideologico del vecchio continente. Ma Milosz è un poeta cristiano, non cattolico, e la sua poesia sembra indirizzarsi, oggi più che mai, anche ai popoli del Tigri e dell’Eufrate, l’antico popolo dei Parti, per richiamarli al comune destino di speranza e di com-unione e di pace universale.

(le poesie sono tratte da un’anima e tre ali il blog di Paolo Statuti)

Campo de' Fiori Roma

Campo de’ Fiori Roma

Campo de fiori

A Roma in Campo de Fiori
Ceste di olive e limoni,
Selciato con spruzzi di vino
E con schegge di fiori.
Frutti rosati di mare
Ammassati sui banchi,
Bracciate d’uva nera
Sulle pesche vellutate.
Proprio su questa piazza
Fu arso Giordano Bruno,
Il boia accese il rogo
Fra il popolino curioso.
E appena il fuoco si spense,
La folla tornò a bere,
Ceste di olive e limoni
Sulle teste dei venditori.
Rammentai Campo de Fiori
A Varsavia presso la giostra,
Una chiara sera d’aprile,
Al suono d’una gaia orchestra.
La musica soffocava
Gli spari dal ghetto,
Volavano le coppie
Alte nel cielo terso.
A tratti il vento alle fiamme
Strappava neri aquiloni,
E la gente ridendo
La fuliggine afferrava.
Gonfiava le gonne alle ragazze
Quel vento dalle case in fiamme,
Scherzavano liete le folle
Nella domenica festosa.
Si dirà che la morale
E’ che a Varsavia o a Roma
La gente si diverte, ama
Incurante dei martiri sul rogo.
Oppure si vedrà la morale
Nella fugacità delle cose
Umane, nell’oblio che nasce
Prima ancora che il fuoco cessi.
Io invece pensavo allora
A quelli che muoiono soli,
Pensavo che quando Giordano
Salì su quel patibolo,
Non trovò nella lingua umana
Nemmeno una parola
Per dire addio all’umanità,
L’umanità che restava.
Già correvano a ubriacarsi,
A smerciare bianche asterie,
Ceste di olive e limoni
Recavan nel gaio brusìo.
E lui era già distante,
quasi fossero secoli,
La sua scomparsa nel fuoco
Essi attesero appena.
Di questi morenti, soli,
Già obliati dal mondo,
Anche la lingua ci è estranea,
Come lingua d’antico pianeta.
Finché tutto sarà leggenda
E allora dopo tanti anni
Nel nuovo Campo de Fiori
Un poeta accenderà la rivolta.

(1943, Varsavia)

Il senso

– Quando morirò, vedrò la fodera del mondo.
L’altra parte, dietro l’uccello, il monte e il tramonto del sole.
Letture che richiamano il vero significato.
Ciò che non corrispondeva, corrisponderà.
Ciò che era incomprensibile, sarà compreso.
Ma se non c’è la fodera del mondo?
Se il tordo sul ramo non è affatto un indizio
Soltanto un tordo sul ramo, se il giorno e la notte
Si susseguono non curandosi del senso
E non c’è niente sulla terra, tranne questa terra?
Se così fosse, resterebbe tuttavia
La parola una volta destata da effimere labbra,
Che corre e corre, messo instancabile,
Verso campi interstellari, nel mulinello delle galassie

E protesta, chiama, grida.

Czeslaw Milosz called Marek Hlasko “the idol of Poland's young generation in 1956

Czeslaw Milosz called Marek Hlasko “the idol of Poland’s young generation in 1956

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Salda notte…

Salda notte. Non sfiorerà il tuo volto
né fuoco di labbra, né ombra furtiva.
Nelle tenebre del sogno t’ascolto
e splendi così, come giorno che arriva.

Tu sei la notte. E amandoti la mia mente
ha previsto il destino e i futuri lutti.
Fuggi il volgo, e la gloria verrà rasente
e annegherà la musica nei flutti.

Forti son gli ostili, e il mondo è troppo stretto
e tu, o amata, fedele gli resti.
Di sambuco sull’acqua un rametto,
spinto dal vento da ignote foreste.

C’è tanto senno, e non femminea clemenza
nelle tue fragili mani, o Peritura.
Sulla fronte lo splendore della scienza:
luna nascosta, non ancora matura.

(1934)

.

Elegia

Non con l’eterno oblio, non con la memoria o il chiasso
di città, non con la nebbia dei monti il mondo ti darà pace.
Finché dopo anni di lotte una croce oppure un masso,
ove un uccello come sui resti di Troia canterà fugace.
Amor, cibo, bevande ci seguono lungo la strada,
ma non verso di loro l’acuto sguardo è rivolto.
Le pesanti palpebre brucia la luce spietata
e sommesso il tempo avverte, prima di passar sul corpo.
Gentili animali fedeli, l’effimera gente
invano strappano le mani nell’estasi rapprese.
E da terra una voce si leva: ombra, nostro erede,
ti avremmo forse chiamato sì a lungo per niente?

(1935, Parigi)

.

Frammento

Sorella, dammi dell’acqua e perdona se ho peccato,
La tua cornetta abbaglia come le Alpi all’alba,
E sulle sue falde si stendono ombrose vallate,
A destra la terra di Tur, a sinistra Ghilead.
Tu hai occhi ebrei, io sono Slavo, la rabbia
Del mondo caparbio ci ha colpito e sconfitto. Tendi
E con la mia fronte incontra le tue mani lievi,
Ancora dinanzi a me la musica si levi
Dei cani di campagna, dei tintinnanti armenti.
Chiudi la finestra, là fuori Giunoni germane
Saltano nel mio fiume turbando del fondo la quiete,
Ove prima era solo il pescatore e la sua rete
Nel volteggiare intorno di rondoni e capineri.
Neri, bellici carri le pasture hanno solcato,
Volano i vessilli fiammanti e balena arrossato
Il muro del letto, e vibran sul tavolo i bicchieri.
Non andartene, resta con me. Poiché m’è parso
Un giorno, che il cuore diventasse di sasso
E che tra le lenzuola ormai un altro giacesse,
Pur ferito gravemente, grande e bambinesco,
E una suora di carità con lo sguardo socchiuso
Filasse lunghi fili dalle nubi come da un fuso.

(1935, Parigi)

Czeslaw Milosz call

 

 

 

 

 

 

Il popolo

Il più puro dei popoli quando li giudica il bagliore dei lampi,
E’ spensierato e scaltro nell’ardua quotidianità,
Senza pietà per le vedove e gli orfani, senza pietà per i vecchi,
Ruba di mano a un bimbo una crosta di pane.
Sacrifica la vita per attirar sui nemici l’ira dei cieli
E col pianto degli orfani e delle donne li sconfigge.
Il potere affida a gente con occhi da mercante di gioielli,
Offre onori a gente con l’anima d’un gestore di bordelli.
I suoi migliori figli resteranno sconosciuti,
Appariranno una volta sola per morir sulle barricate.
Le amare lacrime di questo popolo tagliano il canto a metà,
E quando a un tratto il canto tace, si gridano facezie.
Negli angoli delle stanze l’ombra si ferma additando il cuore,
Dietro la finestra ulula un cane a un invisibile pianeta.
Popolo grande e invincibile, popolo beffardo,
Che riconosce la verità senza parlarne.
Bivacca nei mercati, tratta con le burle,
Smercia vecchie maniglie rubate nelle rovine.
Popolo coi berretti gualciti, con tutti i beni in un fagotto,
Che cerca dimore ad occidente e nel meridione.
Non ha città né monumenti, né scultura, né pittura,
Trasmette di bocca in bocca solo la voce e i presagi dei poeti.
L’uomo di questo popolo, chino sulla cuna del figlio,
Ripete parole di speranza, sempre tuttora vane.

(1945, Cracovia)

A Jonathan Swift

A te mi rivolgo, o decano,
E i tuoi buoni consigli imploro.
Per un incontro così strano
Non mi ornerò di alcun decoro.
Vedo l’oceano verdeggiante
Sferzare gli scogli ben saldi,
Sopra dita di spuma bianche
Le isole come smeraldi.
Oltreirlanda il masso amaranto
E cangiante della torbiera,
Nelle case – del gufo il canto
Per l’umile pasto della sera.
Guizza la parrucca d’argento
E dalla penna una mappa scorre
Per l’arte e per l’insegnamento.
Mai stando all’idea che ricorre.
Nella mappa, in ciò ch’è tracciato,
La mia nave non s’è sperduta.
Brobdingnag ho visitato
Senza trascurare Laputa.
Degli Jahu ho visto la gente
Cui la propria merda è diletta,
Nel timor servile vivente
Progenie di spie maledetta.
In fasi affatto ineguali
La mia vita s’è frantumata ,
Nel cuore il sale dei fortunali
Ma ancor non è tutta svotata.
Dell’accecamento misterioso
Sugli occhi non ho messo le bende.
E un franco sdegno furioso
Irraggia il dover che mi attende.
Tu puoi indicarmi, o decano,
Come si crea quel fluido raro,
Come oltre all’inchiostro rimane
Un di più in fondo al calamaro.
Del tuo tempo svelami il volto,
Perché io non faccia una figura oscena
Come fa chi dell’uomo parla molto
E solo in sogno guaisce appena.
Il Principe dei suoi versetti
Si degna di volere adulatori
E piegano i loro culetti
I cortigiani Whigs e Tories.
Il Principe, o decano, sbaglia spesso
Pur se ragione e forza arreca.
Con un soffio dalla gloria verrà messo
Nell’inferno d’una cartoteca.
Il gufo, il tuo tetto scarno,
La notte che sparge la pioggia,
Duran più dei prìncipi di marmo
E d’ogni lusinghevole foggia.
Ancor oggi la tua voce detta:
La cosa umana non è ultimata.
Chi dice che la storia è perfetta
Muoia di morte disarmata.
Coraggio, o figlio. Tu guiderai
La buffa flotta sui mari agitati
E i falli degli stati-formicai
Saran dalle nubi lapidati.
Finché il cielo sarà e l’uomo
Per nuove città prepara uno scalo.
Oltre a questo non c’è perdono.
Cercherò di farlo, o mio decano.

(1947, Washington, D.C.)

 

Tadeusz Różewicz

Tadeusz Różewicz

A Tadeusz Różewicz, Poeta

Concordi nella gioia sono tutti gli attrezzi
Quando il poeta varca il giardino della terra.
Quattrocento fiumi azzurri hanno lavorato
Alla sua nascita e il baco da seta
Ha ordito per lui i suoi lucenti nidi.
L’ala d’una mosca, il muso d’una farfalla
Si son foggiati pensando a lui
E l’alto edificio del lupino
Gli ha schiarato la notte ai margini del campo.
Or dunque gioiscono tutti gli attrezzi
Racchiusi negli scrigni e nelle giare del verde
Aspettando il suo tocco per risonare.
Lode alla parte del mondo che genera un poeta!
La sua fama corre lungo le acque costiere
Ove nelle brume sonnecchiano i gabbiani
E oltre ancora, là dove ondeggiano le navi.
La sua fama corre sotto la luna montana
E addita il poeta dietro il tavolo
Nella gelida stanza, in una città ignota,
Mentre l’orologio della torre suona le ore.
La sua casa è in un ago di pino, nel grido d’un capriolo,
Nello scoppio delle stelle e dentro il palmo umano.
L’orologio non misura i suoi canti. L’eco
Come in una conchiglia l’antica età del mare
Non ammutisce mai. Egli perdura. E possente
E’ il suo sussurro che sorregge gli uomini.
Fortunato il popolo che ha un poeta
E nelle sue fatiche non procede in silenzio.
Soltanto i retori non amano il poeta.
Seduti su scanni di vetro svolgono
Lunghi rotoli, chilometri di generosità.
E intorno rintrona il riso del poeta
E la sua vita che non ha confine.
Sono adirati. Sanno che il loro seggio andrà in frantumi
E là dove sedevano non crescerà
Nemmeno un fuscello. Un cerchio di zolfo bruciato,
Rossa, arida polvere schivata anche dalle formiche.

(1948, Washington D.C.)

.

Quando dicevo il vero…

Quando dicevo il vero, sprezzanti risi di ratti giornalistici
Strizzandomi l’occhio cercavano di dirmi: abbiamo capito.
E per anni potei soltanto serbare il disprezzo,
Consapevole che sarà loro l’ultimo trionfo,
Perché hanno avuto a turno ciò che volevano:
A ciascuno la sua razione di nullità.

(1962)

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2003 viene raggiunto dalla interdizione a pubblicare con editori a diffusione nazionale. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto. Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato Mimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesiaBlumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013) Società Editrice Fiorentina, Firenze. Ha curato l’Antologia di poesia contemporanea Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016) e il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga . Ha fondato la rivista  lombradelleparole.wordpress.com
e-mail: glinguaglossa.@gmail.com

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8 commenti

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8 risposte a “POESIE SCELTE di Czesław Miłosz (1911-2004)  (1911 – 2004) tradotte da Paolo Statuti “Campo de Fiori” e altre del primo periodo SUL TEMA POESIE SUI LUOGHI con un commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. “Campo dei fiori” e “Salda notte” del grande Czesław Miłosz sono due gemme, seppure per motivi diversi.
    La Poesia parla e si commenta da sola.
    GBG

  2. D’accordo con Giorgina. Senza entrare nel merito, di Campo dei fiori annoto “Volavano le coppie/Alte nel cielo terso.” che è chiaramente una citazione pittorica, da Chagall; e siamo nel ’43…

  3. Ispirata dall’arrivo dei carri armati sovietici nel centro di Vilna nel 1940, cui l’autore aveva assistito, la poesia non narra alcun evento storico: si tende piuttosto riflette in generale sulla cieca natura degli uomini, indifferenti alle tragedie della storia. Sono scene di maniera di cui si potrebbe agevolmente ricercare l’origine o accostare una specifica iconografia: ceste di olive, fiori sul selciato, la folla che torna a bere indifferente a quanto è accaduto in quella piazza. La poesia è dedicata a Campo de Fiori dove morì il 17 dicembre 1600 arso vivo Giordano Bruno, ma del filosofo nolano non v’è traccia, nulla rimanda a lui se non per accenni quasi casuali, indiretti.
    La scena di Campo dei Fiori è una riflessione sulla storia di una piazza di Roma; e la storia si ripete in una “giostra” a Varsavia nel 1943.

    Scrive Giovanna Tomassucci «Chi parla in questa poesia è un osservatore del XX sec., che si raffigura il martirio di Giordano Bruno, ma il suo sguardo scivola ben presto dal rogo all’attiguo mercato e alla folla, più attenta alle proprie occupazioni che alla sorte del condannato. Si crea quindi una corrispondenza con una situazione di cui è stato testimone nella Varsavia dell’aprile 1943: la giostra eretta di fronte al Ghetto in fiamme su cui la gente andava a divertirsi.
    Qualcosa di ancora più brutale accade ai due sfaccendati della poesia Periferia, che giocano a carte in prossimità del muro del Ghetto di Varsavia, senza far caso al lontano “guaito” dei convogli di deportati. È come se fosse stata messa la sordina alle grida, alla sofferenza: la distanza emotiva si trasmette così anche a noi lettori, che finiamo per contemplare astrattamente questa scena desolata».
    La riflessione sulla storia degli uomini si amplia a quella sull’indifferenza degli spettatori posti in un’altra epoca. La poesia riflessione inaugurata da Miłosz verrà ripresa da molti poeti polacchi, da Krinicki a Herbert. Forse lo spunto glielo fornì una poesia di Wystan H. Auden, che qualche anno prima, in Musée des Beaux Arts (1938), aveva svolto una analoga riflessione sul mito e la storia degli uomini ispirandosi al famoso quadro “Caduta di Icaro” di Bruegel il Vecchio.

  4. Vero, il tema di Icaro è stato ripreso da scrittori e poeti come simbolo dell’indifferenza umana. Pubblicherò presto nel mio blog un bellissimo racconto di Jarosław Iwaszkiewicz dallo stesso titolo nella mia versione.

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